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| Il problema non è la Fraternità San Pio X Articolo pubblicato sul n° di Présent del 20 dicembre 2011 di Jean Madiran Con una umiltà che la dice lunga, o che piuttosto va al nocciolo della questione, Mons. Fellay ha detto la cosa giusta, l’8 dicembre, alla festa dell’Immacolata Concezione: «Nella Chiesa vi è effettivamente un problema, ma esso non è la Fraternità; noi siamo un problema solo perché diciamo che vi è un problema.» Questo problema esisterebbe e sarebbe lo stesso anche se la FSSPX non esistesse. Se essa non esistesse, la voce di coloro che hanno parlato del problema conciliare prima della Fraternità e di coloro che ne hanno parlato al di fuori di essa, rischierebbe di essere meno ascoltata, se non del tutto inascoltata. Il problema nella Chiesa, il problema del Concilio, consiste in una situazione alquanto diversa dalla «nuova Pentecoste» e della «nuova primavera della Chiesa» annunciate da 40 anni come i frutti certi del Vaticano II. Si è vista e si vede invece una caduta verticale delle vocazioni sacerdotali, comportante una galoppante riduzione del clero; si vede uno spaventoso declino dei matrimoni, dei battesimi, dei catechismi e delle celebrazioni domenicali. È questo il problema che espone Mons. Gherardini nei suoi due ultimi libri e nella sua commovente «Supplica al Santo padre» che compie adesso due anni. L’essenziale è stato ripreso il 24 settembre scorso da una cinquantina di personalità cattoliche italiane nella loro «Supplica al Santo Padre Benedetto XVI, Sommo Pontefice, felicemente regnante, affinché voglia promuovere un approfondito esame del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II». Questa vasta enunciazione del problema conciliare nella Chiesa esisterebbe tale e quale se la Fraternità non ci fosse. Naturalmente, vi è anche un problema della fraternità, ma si tratta di un problema particolare, che peraltro non consiste nel «ricondurla» nella Chiesa, poiché essa vi è già, e visibilmente, visto che la scomunica è stata tolta. Il problema particolare della FSSPX, come ritiene Benedetto XVI, è quello di regolarizzare la posizione canonica dei suoi quattro vescovi e della stessa istituzione. Essi hanno lo stesso Credo del Papa e riconoscono la struttura gerarchica della Chiesa: non può dirsi lo stesso della gran parte (di quello che resta) del clero attuale. Un solo esempio, sufficientemente catastrofico: Benedetto XVI sa molto bene, e l’ha detto pubblicamente il 4 ottobre 2008, che la corrente principale dell’esegesi nega che il Signore abbia istituito la Santa Eucarestia e dichiara che il corpo di Gesù sarebbe rimasto nella tomba. Per molti dei preti cattolici, vittime di questa esegesi, la Presenza reale non è più una certezza di fede, ma un’incertezza discussa. Per parlare concretamente, il destino della Messa tradizionale è regolato solo in linea di principio. Certo, questo è l’essenziale: il suo primato d’onore e la sua perfetta libertà. Una gran parte dell’episcopato si muove con i piedi di piombo e perfino resiste: è un dramma incredibile, un terribile dramma, questo rifiuto episcopale che esercita una minacciosa pressione sul Papa stesso. Contemporaneamente, la Chiesa non ha più, da cinquant’anni, alcun piccolo catechismo per i fanciulli battezzati. Quanto alla Sacra Scrittura, i traduttori-commentatori della Bibbia in lingua francese ritengono che tutte le parole di Gesù nei Vangeli siano state inventate molto tempo dopo la sua morte: l’avallo episcopale della «Bibbia Bayard», lo si sappia, non sempre è stato ritirato. I fedeli non comprendono tutta la teologia (necessaria) di un Gherardini, ma possono capire molto bene che le suddette cose sono gravemente anormali. (torna
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dicembre 2011 |