DIOCESI DI CUNEO
UN ESEMPIO DI COME GLI UOMINI
DI CHIESA DEMOLISCONO LA CHIESA
OVVERO
la disinformazione e la faziosità vestite da
prete
Il caso del professore di Fossano che bacchetta pesantemente
il Segretario per il Culto Divino:
Mons. Albert Malcom Ranjith
Riportiamo
in calce il testo dell'articolo in questione
È curioso come tanti chierici continuino ad accanirsi
contro la S. Messa tradizionale, come se fosse la più grande disgrazia
mai capitata alla Chiesa di Cristo.
Ed ancor più curioso è che a farlo siano
proprio dei professori, dei responsabili della formazione dei nuovi preti.
Intendiamoci, nessuna meraviglia: si tratta semplicemente
dei frutti avvelenati che continua a produrre la mala pianta del Concilio
Vaticano II.
Ma la curiosità resta, poiché restano gli
interrogativi: costoro sono in buona fede o in mala fede ? Sono degli irresponsabili
o degli interessati ? Sono cattolici o agenti del demonio ?
Ma leggiamo cosa scappa dalla penna di questo professore,
nello scritto da lui pubblicato sul settimanale diocesano di Cuneo, La
Guida, e firmato: Giampaolo Laugero, cinquantenne parroco a Mondovì
(CN) e insegnante di storia della Chiesa a Fossano (CN).
Con stile tipicamente professorale, da moderno professore
laico, il nostro esordisce con una specie di ironia, e trattandosi di un
prete moderno, oggetto della sua ironia è la S. Messa… ovviamente.
La S. Messa che si celebrava prima del Concilio era uno
sfacelo: presenti solo donne e bambini, gli uomini sempre fuori a fare
altro, nessuno ci capiva niente, insomma, questa incredibile Messa
“invece di coinvolgere nel rito escludeva”.
E subito ci viene da pensare che il nostro sia stato
davvero miracolato, poiché è in tale atmosfera da sfacelo
che ha maturato la decisione di farsi prete.
Vuoi vedere che è stato miracolato perché
una volta fatto prete si mettesse a dire peste e corna della Messa e dalla
Chiesa che lo hanno cresciuto ?
Strana Chiesa la nostra, la cattolica, che per duemila
anni è riuscita a sopravvivere senza neanche un prete moderno: incredibile!
Forse qualcuno, invece di sciorinare luoghi comuni da
giornaletto a fumetti, farebbe bene a riflettere seriamente su questa cosa
incredibile! |
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Proprio nella provincia di Cuneo, poi, dove ancora oggi
vi sono delle piccole chiese di campagna dove le donne si siedono nei banchi
di sinistra e gli uomini nei banchi di destra.
O il nostro parroco non ne ha mai sentito parlare!?
E poi ancora con questa storia della recita del Rosario
durante la Messa: è vero, c’era un certo distacco tra i fedeli e
il celebrante, c’era una certa separazione tra l’assemblea e lo svolgimento
del rito, c’era perfino una percezione diversa della Messa. È
vero, quella su cui il professore ironizza era una profonda realtà,
fortemente ancorata nell’animo dei fedeli: la S. Messa era una cosa seria,
una cosa “sacra”, una cosa “separata” dal resto, dall’ordinarietà
della vita, e i fedeli sentivano con forza il rispetto per la chiesa
e per la celebrazione, per il luogo sacro, appunto, e per la Messa; più
che capire a loro importava “esserci” per entrare in contatto con Dio,
magari recitando qualche preghiera personale per chiedere a Dio di dare
risposta ai propri bisogni.
Certo si sarebbe potuto fare meglio, e in effetti non
tutte le chiese e non tutte le comunità parrocchiali erano conformi
allo stereotipo così strumentalmente ripreso dal nostro professore.
Tutt’altro! Lui sa bene che le nostre nonne e i nostri nonni, oltre a conoscere
tante parti della S. Messa conoscevano gli inni e i canti gregoriani, e
li cantavano anche, in chiesa, a Messa, ma soprattutto nel corso delle
diverse funzioni liturgiche ben note al popolo: come i vespri, la benedizione
eucaristica, le quarantore, le quattro tempora, le novene, gli ottavari,
ecc., senza contare le processioni e gli interminabili festeggiamenti dei
Patroni. Già… perché in quel tempo di ignoranza e di mancato
coinvolgimento, in quel tempo in cui i fedeli erano degli estranei in chiesa,
non c’era gruppo sociale, àmbito rionale o gruppo famigliare che
non avesse un Patrono, un protettore, un referente in cielo. Non c’era
famiglia o singolo che non avesse una Messa da far celebrare. Ed erano
centinaia le Messe e le funzioni religiose che per questo si svolgevano
nel corso dell’anno. Con buona pace dei moderni professori che a stento
trovano il tempo per celebrare le Messe di precetto.
Saranno stati ignoranti, i nostri nonni, saranno stati
distanti dal coinvolgimento moderno, saranno stati dei separati in casa
con i loro preti, ma almeno allora in chiesa si andava, e non solo la Domenica:
oggi in chiesa non ci va più nessuno.
E in quel tempo buio c’erano anche tante vocazioni, sia
pure problematiche, come quella del nostro professore: oggi le vocazioni
sono ridotte al lumicino… forse anche per colpa di “professori” come il
nostro ?
Ma eccoci al vero motivo per il quale il professore mette
per iscritto certi luoghi comuni da giornaletto a fumetti.
"Forse è di questa sacralità che ha nostalgia
Albert Malcom Ranjith, segretario della Congregazione per il Culto divino
"
… No, non è col sagrestano della sua parrocchia
che ce l’ha il nostro, egli bacchetta in tema di liturgia nientemeno che
il Segretario della Congregazione vaticana che ha proprio il compito di
sovrintendere alla celebrazione della liturgia della Chiesa.
Vuoi vedere che questo particolare è sfuggito
al nostro professore ?
Cosa avrebbe detto di sbagliato Mons. Ranjith ? Che
bisogna ripristinare l’uso di distribuire la Comunione “direttamente in
bocca”!
Inaudito, dice il professore, "Non ci si accorge di
cadere nel ridicolo?"
In effetti, dice lui, non è "la
comunione data in mano a provocare meno rispetto verso l’Eucarestia"; tanto
più che a ben vedere non si tratterebbe che della distribuzione
del pane prima spezzato, che, pare di capire, non può prendersi
che in mano. Tanto è vero che "L’ostia è solo una soluzione
tecnica studiata per sopperire a difficoltà pratiche".
Alla faccia del professore!
Dopo tanto studiare, quello che ha capito è che
"L’Eucarestia è sacrificio, certo, ma è anche banchetto,
è anche “cena del signore”, è rito nel quale si spezza il
pane e lo si distribuisce, secondo il comandamento del Signore".
Insomma, l’Eucaristia la si celebrerebbe per distribuire
il pane… nel corso di un banchetto.
Con tutta evidenza a questo professore mancano i minimi
rudimenti sul mistero cristiano del sacrificio di Cristo e sul suo rinnovamento
sacramentale attuato con la transustanziazione. E mancano anche i
minimi rudimenti sulla nozione di “sacrificio” rituale in generale.
Da ciò che dice sembrerebbe che sia stato a scuola
dai protestanti, anche un tantino ignoranti, piuttosto che dai cattolici.
E dire che fa il “professore” !
Forse è il caso di ricordare che fuori dalla Chiesa
cattolica non esistono solo i cristiani “protestatari” o protestanti che
dir si voglia, ma vi sono anche gli ortodossi.
Ora, proprio gli ortodossi si comunicano col pane, non
con l’ostia, come pare voglia distinguere il nostro professorone, ma, guarda
caso, la prima cosa che insegnano, e che praticano poi, è
che la Comunione non si “prende”, ma si “riceve”.
Il Pane eucaristico, spezzato dal prete, dal prete
viene posto in bocca al fedele, che rimane con la bocca aperta fin tanto
che il prete non ritrae il cucchiaino dalla bocca, perché non
accada che si disperda qualche particella del “Corpo di Cristo”.
E tale pratica risale ad un tempo immemorabile. |
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Nella Chiesa cattolica fino al Concilio Vaticano II e
nella Chiesa ortodossa fino ad oggi, si era e si è tutti stupidi,
o ridicoli, come dice il nostro professore ? O non c’è da pensare
che tutti fossero e sono innanzi tutto rispettosi del “Corpo di Cristo”
e timorosi di “mal trattarlo”?
E se di questo si tratta, è così difficile
dedurne che la Comunione in mano sia più suscettibile di indurre
ad un minore rispetto ?
Li riconoscerete dai frutti, sta scritto. E i frutti
sono sotto gli occhi di tutti.
I primi a dimostrare minore rispetto nei confronti
di Nostro Signore Sacramentato presente sull’altare, sono proprio i celebranti,
che nel corso della Messa non si inginocchiano più per adorare l’Ostia
appena transustanziata nella Consacrazione.
Per non parlare di blasfemie e di sacrilegi vari.
Altro discorso è quello della ormai abusata espressione
“cena del signore” (sempre rigorosamente minuscolo… ovviamente!).
Senza farla tanto complicata, ricordiamo che si tratta
di un clamoroso equivoco. Anche qui non è chiaro quanto involontario
o interessato.
Il Signore non ha istituito alcuna “cena”. La cena c’era
già, ed era la Pasqua ebraica, anch’essa annualmente ripetuta secondo
le prescrizioni dell’Esodo, vale a dire secondo le valenze rituali e non
semplicemente memoriali e conviviali.
Il Signore celebra la Pasqua ebraica con i suoi, osservando
pienamente la legge ( observáta lege plene cibis in legálibus,
si canta nel Pange lingua gloriosi), cioè seguendo una precisa
prescrizione rituale, e in quella occasione istituisce una nuova legge.
Trasforma il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue e li dà
in pasto ai dodici, dicendo: Questo è il calice del mio sangue,
della nuova ed eterna alleanza, il quale sarà sparso per voi e per
molti in remissione dei peccati.
Altro che banchetto, altro che “cena del signore”,
altro che rito nel quale si spezza il pane e lo si distribuisce!
Come dovrebbe sapere anche il più distratto dei
seminaristi, qui il Signore compie un’azione assolutamente incomprensibile
e inspiegabile, anticipa l’effusione del sangue che si compirà sul
Calvario e distribuisce ai dodici Sé stesso, in carne e sangue.
Qui non v’è alcun banchetto, qui siamo di fronte
a ciò che la Chiesa ha sempre chiamato “mistero”… “santi misteri”…
Qui non v’è alcun convivio, qui siamo di fronte all’azione che Dio
compie direttamente per il tramite del Suo Figlio al solo scopo di rinnovare
il patto e ristabilire il veicolo dalla salvezza per gli uomini di buona
volontà.
“Io sono la Via, la Verità, la Vita”, dice il
Signore.
Se un professore non ha ancora capito questo, sarebbe
bene che cambiasse posto e tornasse a sedersi sul banco dello studente…
chissà, con un po’ di fortuna, potrebbe capitargli un buon insegnante
che finalmente lo istruisca.
Come mai tanto accanimento su questo aspetto del banchetto
e del convivio ?
Intanto, in tutta evidenza, è più facile
parlare di banchetto piuttosto che di sacrificio: è più facile
parlare di convivialità piuttosto che di mistero. Poi, così
facendo, si riesce a prendere due piccioni con una fava (o favola, che
dir si voglia): per un verso si parla lo stesso linguaggio e si predicano
le stesse cose dei protestanti, che fa tanto fine!, per l’altro
verso ci si richiama alla “frazione del pane” del capo famiglia ebreo,
che fa ancora più fine!
Insomma, la risposta è: per desacralizzare
e banalizzare il mistero della S. Messa cattolica! Che lo si faccia
in buona fede, per incoscienza, o in mala fede, per connivenza!
E come sempre, in questi giornali diocesani, eccoci al
momento della superesaltazione del Vaticano II, fonte di ogni bene per
la Chiesa, come mai negli ultimi duemila anni!
"Vorrei che di fronte a esternazioni del tipo di quella
menzionata si levassero voci di cardinali, di vescovi e di conferenze episcopali
che con coraggio (in linguaggio più sofisticato con “parresia”)
dicessero che la riforma liturgica ha prodotto benefici enormi. "
Insomma, il nostro professore auspica che si riunisca
un nuovo Concilio per condannare Mons. Ranjith e per elencare gli enormi
benefici della riforma liturgica. E invita la Gerarchia ad esprimersi
con “parresia”, cioè, secondo lui, con coraggio e
con franchezza.
Disgrazia vuole che questo vecchio termine greco, usato
anche dai Padri della Chiesa, contenga anche una valenza più frivola
e più superficiale. Che gli stessi Greci segnalavano con timore.
Esso rimanda all’idea di cose dette per intero, senza discernimento, fino
all’idea di un parlare sconsiderato: tutto quello che esce (o scappa) dalla
bocca (pan e rhema).
Davvero singolare, tale dotto richiamo, una sorta di
lapsus:
rivelatore di una intima contraddizione presente nel pensiero dei cattolici
moderni. Pensano di dire tutto con coraggio e finiscono col ridursi
ad avere il coraggio di dire di tutto.
Contenti loro!
Cosa dovrebbe dichiarare, tra l’altro, questo nuovo
Concilio ?
“Che dalla introduzione della riforma la qualità
della partecipazione alla messa è enormemente migliorata.”
Noi non sappiamo se il nostro vada a Messa in un posto
segreto, o dica Messa presso un gruppo ristretto di amici, certo è
che sfidiamo chiunque a portarci in una chiesa in cui si dica Messa la
Domenica con la partecipazione del “popolo”, cioè con tutti i presenti,
o quasi, che seguono la Messa, cantano, recitano, rispondono nel corso
di tutta celebrazione. L’unica partecipazione “corale” riscontrabile è
l’affollamento per “prendere” la Comunione, ormai distribuita ed assunta
indipendentemente dalla pratica della confessione dei peccati. Non solo
non abbiamo mai visto le file di fronte ai confessionali, ma nelle nostre
chiese non si riescono più a trovare né confessionali, né
confessori.
Ad imitazione delle sale per riunione dei protestanti.
Questo sì che è un prodotto della riforma!
Sia della riforma liturgica conciliare, sia della riforma di Lutero e compagni!
Cosa dovrebbe dichiarare, ancora, questo nuovo Concilio
?
Che oggi, grazie alla riforma liturgica, " anche la
liturgia della parola è valorizzata, compresa l’omelia che nella
maggior parte dei casi ha sostituito la vecchia “predica”."
Ecco l’altro ritornello dei modernisti: la liturgia
della parola, la ricchezza del nuovo lezionario, l’importanza dell’omelia.
Tralasciamo quest’ultima, perché se un tempo le
“prediche” erano stringate e povere di dottrina, se lo erano, oggi le moderne
omelie sono dei lunghi monologhi ricchi di banalità, di luoghi comuni,
di sociologismo: insomma, i fedeli, la Chiesa, la Messa, hanno solo perso
col Concilio e col post Concilio.
Per quanto riguarda la “liturgia della parola”,
è
bene dire che si tratta di un colossale inganno: un giuoco di parole.
Per duemila anni la Chiesa ha sempre praticato questa
supposta “liturgia della parola”, ma con semplicità, con serietà
e con profondo rispetto per l’azione liturgica l’ha sempre chiamata “parte
istruttiva” della Messa. Un tempo addirittura la Messa si divideva
in Messa dei Catecumeni, la prima parte, e Messa vera e propria, la seconda
parte, “la parte sacrificale”; e alla seconda parte non erano ammessi
i Catecumeni appunto perché non erano ancora discepoli di Cristo.
E questo non il secolo scorso o nel nefasto Medio
Evo, ma al tempo degli Apostoli. E tutto perché, una cosa è
l’istruzione che deve darsi ai fedeli, catecumeni o battezzati, un’altra
cosa è la Messa: il rinnovamento del Sacrificio della Croce, la
celebrazione dei “santi misteri”.
Con la riforma conciliare ha avuto inizio l’ingannevole
propaganda che le letture e l’omelia facciano parte integrante del Sacrificio
della Messa, a immagine e somiglianza delle riunioni protestanti, dove
il Sacrificio della Messa è stato abolito ed è rimasta solo
la concione del “pastore” che sciorina una interminabile sfilza di parole…
parole… parole. L’abuso delle parole gabellato per “liturgia della parola”:
come si constata facilmente durante le nostre Messe moderne, in cui il
prete non smette mai di parlare, anche quando non ce n’è bisogno.
E il nuovo lezionario?
Due letture non bastavano, una Lettera apostolica e un
Vangelo, oggi ce ne sono tre: è stato ovunque aggiunto un brano
del Vecchio Testamento.
Mancava, si dice, per l’edificazione dei fedeli.
E siccome oggi, con la modernità e il modernismo,
la ricchezza si misura col metro della quantità, piuttosto che con
quello della qualità, ecco che il Vecchio Testamento dobbiamo cercare
di leggerlo tutto, se possibile; e che ti vanno a escogitare i sapienti
inventori della nuova liturgia ? Il ciclo triennale, cioè
un espediente tecnico per far finta di leggere tutta la Bibbia a Messa.
Diciamo far finta, perché anche i bambini capiscono
che questo “ciclo” di letture, come lo chiamano, è veramente qualcosa
di cervellotico: i fedeli dovrebbero coordinare la sequenza delle letture
nel corso dei tre anni e metterla in relazione con lo scorrere dell’anno
liturgico e con le cadenze annuali delle feste e delle celebrazioni liturgiche.
Sfidiamo
chiunque a farci parlare con un po’ di fedeli che non fanno altro che questo,
la Domenica e gli altri giorni.
Solo la megalomania dei moderni liturgisti poteva inventarsi
una fesseria del genere.
Per il semplice fedele si tratta, molto semplicemente,
di una impossibilità. Già alla prima Domenica dopo l’Epifania
il fedele non ricorda neanche più cosa è stato letto la prima
Domenica d’Avvento. Altro che ricchezza del lezionario. Con un minimo
di serietà si potrebbe parlare al massimo di pletora dispersiva
delle letture.
Per finire il nostro professore se ne esce con una battuta
davvero edificante: con la quale, senza volerlo, forse, rivela tutta la
sua presunzione: “ Non possiamo permettere che un oscuro segretario (Carneade,
chi è costui?) meni i suoi fendenti su di uno dei tesori più
preziosi della vita ecclesiale di oggi.”
Non possiamo permettere, ci dice con forza. Ma chi
è che non può permettere? Lui? … Ma… mi faccia il piacere!
Veramente ridicolo!… davvero patetico!
La verità è che lui si rivela essere uno
dei tanti poveri preti di periferia disposto a fare da paravento a chi
resta nascosto dietro le quinte per non correre troppi rischi. In cambio
pensa di poter acquisire così fama e influenza.
Caspita! Se osa bacchettare i prelati di Curia… varrà
pure qualcosa, il professore!
Ed invece non è altro che una specie di
prestanome: questa volta al servizio della guerra che i modernisti hanno
dichiarato al Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina
dei Sacramenti, Mons. Ranjith, per aver osato ricordare che la Chiesa è
una cosa seria, che la S. Messa è una cosa seria, che l’Eucarestia
è una cosa seria, e che oggi vi sono troppi preti e vescovi che
pensano si tratti di “cosa loro”, che pensano di poter fare a disfare questo
e quello come fossero dei padreterni, arrecando alla Chiesa un danno incalcolabile
e concorrendo a spingere alla perdizione le ànime dei fedeli.
Che il Signore preservi la Chiesa dalle conseguenze degli
errori degli uomini di Chiesa.
IMUV - maggio 2008
La Guida
7 marzo 2008
La liturgia è uno dei tesori più preziosi
della vita ecclesiale di oggi
Erano così belle le Messe di una volta ?
Com’erano belle e ben vissute le messe di una volta. Quelle
dei tempi antecedenti la riforma liturgica del Vaticano II. Di quando io
muovevo i primi passi da chierichetto, sovente al mattino presto, quando
ancora era buio e faceva freddo.
Erano belle soprattutto le messe della domenica, in primis
la “messa granda” che sapeva proprio di sacro. Era così sacra che
gli uomini in parte stavano in fondo alla chiesa, in parte nel coro dietro
l’altare, in parte appartati in sacristia, perfettamente indifferenti al
rito e a quello che accadeva in presbiterio ma occupati a parlare di affari
e di cronaca paesana. Per non dire di chi stava fuori. Soprattutto fino
alla preghiera di consacrazione. Perché prima la messa non contava,
era al massimo affare del prete, dei bambini e delle donne. Anche se qualcuna
di queste magari diceva il rosario. Tanto non è che si capisce più
di tanto l’evento liturgico. E alla comunione fatta alla balaustra e in
ginocchio gli uomini non andavano. Eccetto a Pasqua, ma “fatta” una settimana
prima, alle sette della “domenica delle palme”. E a proposito di Pasqua,
la “madre di tutte le Veglie” (Sant’Agostino!), la Veglia del Sabato Santo,
la celebrazione più importante di tutto l’anno vedeva presenti quattro
gatti. Però tutto sapeva di sacro. Così di sacro che invece
di coinvolgere nel rito escludeva. Forse è di questo clima che si
ha nostalgia nei sacri palazzi vaticani. Forse è di questa sacralità
che ha nostalgia Albert Malcom Ranjith, segretario della Congregazione
per il Culto divino, quando afferma che occorre tornare “con urgenza a
dare la particola ai fedeli direttamente in bocca, senza che essi la tocchino
(mi chiedo: nemmeno con la lingua che è parte del corpo umano?)
ribadendo in questo modo che nell’eucarestia c’e realmente Gesù”
(La Stampa, lunedì 25 febbraio, pag. 21). Come se chi la riceve
in mano negasse la presenza reale.
Ci sono almeno due grosse storture in ragionamenti del
genere, anche se fatti da chi oggi, purtroppo!, occupa posti di grave responsabilità
ecclesiale. La prima stortura sta nel ragionare: ci sono degli abusi, allora
torniamo indietro, ai tempi che furono. Cancelliamo le riforme introdotte.
Come se fossero le riforme a generare gli abusi e non viceversa la loro
insipiente applicazione. Insipienza che esisteva anche prima, come documentano
innumerevoli testimonianze, ad esempio quelle delle visite pastorali. Come
se fosse la comunione data in mano a provocare meno rispetto verso l’Eucarestia.
Non ci si accorge di cadere nel ridicolo? Sarebbe ben più sensato
mutare tipo di ragionamento. Ci sono degli abusi? Vediamo dove, quando,
da parte di chi e cerchiamo di correggerli. Motivando, spiegando, istruendo,
aiutando le persone a maturare, salvaguardando tutti gli aspetti del sacramento.
L’Eucarestia è sacrificio, certo, ma è anche banchetto, è
anche “cena del signore”, è rito nel quale si spezza il pane e lo
si distribuisce, secondo il comandamento del Signore. L’ostia è
solo una soluzione tecnica studiata per sopperire a difficoltà pratiche.
Certo questo atteggiamento è più difficile, più impegnativo,
più faticoso. Ma non è anche più sapiente e alla lunga
più redditizio? La seconda stortura sta nel chiudere gli occhi davanti
a tutto quanto di positivo la riforma liturgica ha prodotto, per notare
solo le pagliuzze del negativo.
Bisogna che qualcuno cominci a dirlo più chiaramente
e con più forza. Vorrei che di fronte a esternazioni del tipo di
quella menzionata si levassero voci di cardinali, di vescovi e di conferenze
episcopali che con coraggio (in linguaggio più sofisticato con “parresia”)
dicessero che la riforma liturgica ha prodotto benefici enormi. Che è
stata un dono per la Chiesa. Che sono state un dono anche le riforme di
carattere pratico. Che dalla introduzione della riforma la qualità
della partecipazione alla messa è enormemente migliorata. Che c’è
più coscienza del rito al quale si partecipa. Che oggi anche la
liturgia della parola è valorizzata, compresa l’omelia che nella
maggior parte dei casi ha sostituito la vecchia “predica”. Vorrei che si
dicesse che c’è ancora del cammino da fare ma che molta strada è
già percorsa e che bisogna essere grati a chi ci ha iniziati a percorrerla.
E che si dicesse anche che ci sono tanti preti e tanti laici che con dedizione,
fatica e sofferenza si impegnano a far crescere ancora la qualità
delle celebrazioni liturgiche, di tutte non solo della celebrazione eucaristica.
E mi si scusi se fra questi mi ci metto pure io. Non possiamo permettere
che un oscuro segretario (Carneade, chi è costui?) meni i suoi fendenti
su di uno dei tesori più preziosi della vita ecclesiale di oggi.
Don Giampaolo Laugero
Parroco del Sacro Cuore di Gesù
Mondovì
(Docente di storia della Chiesa presso lo Studio Teologico
di Fossano, don Giampaolo Laugero, venerdì 14 marzo alle ore 18,
interverrà sul tema “Rosmini e l’ambiguo rapporto Stato-Chiesa”
in una sala del Seminario Arcivescovile). |
maggio 2008
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