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I dogmi del mondo al contrario ![]() Per Hannah Arendt “l’aspetto più spaventoso della fuga dalla realtà è l’atteggiamento nei confronti dei fatti come semplici opinioni”. La negazione della realtà conduce a una sorta di pensiero magico invertito che diventa unica fonte di verità. La sedicente democrazia è apertamente negata in nome di una moralità astratta, capovolta, il cui nome è “pensiero unico”. Ovvero unico pensiero per un gregge umano disabituato a ragionare, a dibattere accettando la differenza delle opinioni, delle idee, delle visioni del mondo. Nessuno più dell’uomo contemporaneo odia colui che pensa diversamente. Penso: dunque sono un nemico. Il sistema è implacabile anche se non ha ancora elevato forche e i linciaggi avvengono in forma mediatica per mezzo della rovina economica e sociale del reprobo. Uno è Chicharito, al secolo Javier Hernàndez, famoso calciatore messicano. Il malcapitato ha diffuso un video in cui sostiene che le donne sbagliano a voler sradicare la mascolinità, e che, anziché criticare gli uomini e competere con loro, dovrebbero essere più dolci e devote ai loro compagni. Mal gliene è incolto: la sua squadra ha deciso di non rinnovargli il contratto, la multinazionale Puma ha cancellato la sponsorizzazione. La federazione calcistica locale lo ha multato per diffusione di “stereotipi sessisti”; la Presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, non avendo altro di cui occuparsi, lo ha attaccato con veemenza. Il povero Hernàndez, che non ha offeso alcuno, né usato violenza (ma ciò che non piace al sistema diventa automaticamente discorso di odio) dovrà seguire un corso di “equità di genere”. Tutto questo in un sistema che afferma h.24 di essere democratico, tollerante, inclusivo. Nessuna deviazione è ammessa dal catechismo progressista. L’obiettivo è la sottomissione per mezzo del conformismo imposto come verità cacciando dal campo per indegnità chi si permette non di dubitare, ma di pensare. Nello specifico, la sottomissione maschile ai dogmi femministi serve egregiamente a castrare l’uomo, in particolare il suo potenziale oppositivo. L’omuncolo privato di se stesso, costretto a vergognarsi di ciò che è, assicura al potere la sopravvivenza. Chi contesterà più, chi avrà la forza, la volontà, il coraggio fisico e morale di ergersi contro il sistema, magari per abbatterlo? In Italia sgomenta il silenzio sull’omicidio e lo squartamento di un uomo da parte della moglie e della madre. Maschicidio, secondo le categorie del neo-pensiero. Ma no, non conta, non serve a indottrinare masse cretinizzate al verbo dell’uomo malvagio, violento, omicida verso le donne che ama. In questo caso il processo a reti e giornali unificati si fa alla vittima. Intanto, la cultura della morte segna altri successi nella marcia verso la disumanizzazione. Un articolo del New York Times chiede una “nuova definizione di morte” per aumentare il numero di organi umani disponibili. Il titolo è inequivocabile: gli organi donati sono troppo rari. Abbiamo bisogno di una nuova definizione di morte. Dell’uomo (e del feto abortito), come del maiale, non si deve buttare niente . Siamo parti e pezzi da staccare alla bisogna. La neolingua muta continuamente per ingannare meglio: prendiamo la parola “morto”, estendiamo la sua obsoleta definizione a chi è ancora vivo. Il gioco è fatto. “La soluzione è ampliare la definizione di morte cerebrale includendo i pazienti in coma irreversibile sottoposti a supporto vitale. Secondo questa definizione, costoro sarebbero legalmente morti indipendentemente dal fatto che una macchina ripristini o meno il battito cardiaco.” Chiaro, limpido, a patto di ragionare ancora, di non aver portato il cervello all’ammasso dei dominanti. Il ragionamento è semplice: abbiamo bisogno di più organi, non ci sono abbastanza persone disponibili. Pertanto dobbiamo ampliare la definizione di morte per includere le persone in coma, che, scandisce l’organo dell’oligarchia, non sono realmente vivi. “Le funzioni cerebrali più essenziali per la vita sono la coscienza, la memoria, la volontà e il desiderio. Se queste funzioni sono scomparse, non è forse giusto dire che una persona (in contrapposizione a un corpo) ha cessato di esistere?”. Irreversibilmente in coma diventa il nuovo standard per indicare la morte; si esercita così pressione sui sanitari – i boia seriali della nascente tanatocrazia - affinché dichiarino la morte delle persone se serve espiantare organi. Le istituzioni dissolvono la responsabilità in protocolli e linee guida, come abbiamo visto con il Covid. Basta barrare una casella su un modulo elettronico e scatta il dispositivo. Quando si inizia a confondere il confine tra vita e morte parlando di “vita significativa” o di “vita degna di essere vissuta”, si procede verso l’eugenetica, che sacrifica innanzitutto le persone “irreversibilmente in coma” (che talvolta possono risvegliarsi). Poi i disabili fisici e mentali, gli anziani, gli infermi, i depressi. “Una persona affetta da Alzheimer o demenza può essere considerata viva se non ricorda chi è o dove si trova? Una persona con morbo di Parkinson può essere considerata viva?” Più estendiamo la definizione di morte, più restringiamo quella di vita. Sono in ascesa politiche che degradano la vita umana, dal MAID (Medical Aid in Dying), la legge eutanasica che produce (usiamo consapevolmente questo verbo) almeno il cinque per cento di tutti i decessi in Canada, alla legge inglese sull’aborto tardivo o postnatale, espressione che sostituisce la parola infanticidio. Vari altri temi sono uniti dall’odio di sé dell’homo occidentalis. Un vescovo spagnolo ha attaccato duramente chi, nelle settimane scorse, ha sostenuto le proteste nella regione di Murcia contro l’immigrazione massiccia. Noi dobbiamo ripetere, costi quel che costi, che chiunque risponda a un’affermazione, opinione o constatazione qualificandola in termini di fascismo, razzismo, islamofobia, omofobia o xenofobia, è un disonesto o un imbecille. O entrambe le cose. Un aneddoto di Jorge Luis Borges ne L’arte dell’insulto narra di due gentiluomini impegnati in un’accesa disputa teologica. A un certo punto uno dei due non sa come rispondere e getta un bicchiere di vino in faccia all’avversario. L’altro, imperturbabile, commenta: “Questa è una digressione. Aspetto l’argomentazione”. Una discussione onesta richiede che temi o affermazioni siano presi in considerazione indipendentemente da chi li esprime, nel merito. Non è più così: il nemico è assoluto in quanto non è come “bisogna” essere. Non merita di essere ascoltato, quindi non deve parlare. Microfono staccato. La neolingua ha fatto spuntare come funghi velenosi neologismi che abusano della desinenza fobia, la paura che si fa malattia, problema psichiatrico a cui si risponde in termini sanitari. Parole inventate non per definire ma per condannare, come nel processo a Luigi XVI durante la Rivoluzione francese: maestà, noi non siamo qui per giudicarvi ma per condannarvi. Il vescovo che ha negato la qualifica di cristiani agli “ xenofobi” di Murcia è un acceso sostenitore del separatismo catalano. Come la mettiamo, eminenza? Anche lei un po’ xenofobo ? Non è incoerente amare la propria gente più di quella altrui, e adottare misure quando è in pericolo. È l’oicofobia a richiedere spiegazione, l’odio di sé, male dell’anima per cui serve uno psichiatra o un esorcista. I censori del presente sono tutti figli di Humpty Dumpty, personaggio di Alice nel paese delle meraviglie. “Le parole significano quello che io voglio che significhino.” Xenofobia è un vocabolo ingannatore. Dimentichiamo il significato etimologico pseudoscientifico del suffisso greco. Nel senso comune xenofobo dovrebbe definire la persona normale, che preferisce ciò che gli è proprio a quello che è di altri. E’ l’anomalia, non la normalità, ad avere bisogno di un vocabolo che la definisca. Preferire se stessi è la regola: al di fuori del deserto occidentale, nessuno dubita per un momento che sia naturale anteporre gli interessi del proprio popolo a quelli degli altri; non farlo è considerato non solo strano, ma anche immorale. La saggezza della Chiesa lo riconosce con la teoria dell’“ordo amoris”, l’ordine dell’amore a cerchi concentrici. Tutto cancellato dalla suggestione suicida della cultura capovolta, menzogne somministrate a masse a cui è stato sottratto il ragionamento, cioè il senno. Un episodio offre lo spaccato dell’impossibilità di scalfire i luoghi comuni, se piacciono al sistema: la morte della signora investita da un’auto condotta (??) da un gruppo di bambini rom. Fioccano le giustificazioni dell’atto dei giovanissimi, penalmente non imputabili. Affiora un luogo comune falso come l’oro di Bologna, l’innocenza infantile. Solo Luisella Scrosati, filosofa, ha avuto il coraggio di affermare ciò che tutti sappiamo in silenzio: i bambini non sono innocenti, fanno il bene e il male come gli adulti. La differenza – enorme - sta nell’educazione, nei principi che ricevono. Il male è in ogni essere umano. I più piccoli non hanno i filtri morali ed educativi per distinguerlo. Per questo ci sono i genitori, la scuola, la famiglia. La lezione autobiografica di Agostino d’Ippona è, al riguardo, illuminante . Ma l’onda mainstream sfida il senso comune per difendere il pregiudizio immigrazionista suggestionando in assenza di contraddittorio. Gustave Le Bon, teorico delle masse, citò un professore che propose agli studenti di misurare la velocità con cui un odore si diffonde nell’aria. I giovani furono disposti su varie file e fu aperta una bottiglia piena di un misterioso composto. La prima fila alzò la mano per segnalare l’afrore, subito seguita dalle altre; alcuni si sentirono male ma la bottiglia era piena d’acqua. Ciò che l’esperimento aveva misurato non era la diffusione di un odore, ma la velocità di contagio di una suggestione. La maggioranza degli esseri umani è atterrita all’idea di essere separata dal branco. Per farne parte è disposta a conformarsi ai suoi movimenti, ai suoi desideri, alle sue mode, ai suoi odi. Ragione e conoscenza possono ben poco contro questo fenomeno mimetico: difficile distogliere da una convinzione che non è stata raggiunta attraverso la ragione. Pochi riescono a mantenere autonomia di giudizio: serve forza di volontà per opporsi al dogma della maggioranza, abbandonare il branco ed esporsi alla sua furia. Il potere lo sa e come il pescatore getta la rete. Il pesce abbocca: è la storia del mondo. |