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| La Salette: la grande apostasia e la vigilanza teologica dei fedeli di
Sidney Silveira
![]() La Madonna de La Salette L’avvertimento dato dalla Madonna a La Salette, in particolare nella formulazione attribuita a Mélanie Calvat secondo il testo ampliato pubblicato nel 1879 – «Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo» – rimane a tutt’oggi uno dei punti più dibattuti e, al tempo stesso, più distorti nella ricezione contemporanea delle rivelazioni private. Ciò non tanto per il suo contenuto intrinseco, quanto soprattutto per l’abuso di categorie teologiche che trasforma un giudizio prudenziale-disciplinare sulla Chiesa in una presunta condanna dottrinale, mai esistita. Va affermato fin da subito, con rigore e senza ambiguità: il monito de La Salette non è mai stato contestato dal Magistero in senso dogmatico o teologico. Ciò che è avvenuto, sotto il pontificato di Papa Pio XI, è stata una misura disciplinare e pastorale volta a contenere la diffusione pubblica del testo che, in un preciso periodo storico, veniva strumentalizzato in modo politicamente incendiario ed ecclesialmente divisivo. Un atto di governo non equivale a un giudizio sulla verità intrinseca di un’affermazione profetica: ne regola l’uso, non ne definisce l’essenza. Confondere questi due piani – disciplina e dottrina – non è un semplice errore tecnico; è un abuso categorico. Ma è ancora più grave quando tale confusione viene utilizzata per neutralizzare un monito scomodo. In breve: spesso, chi relativizza chiare definizioni dogmatiche in nome della “storicità”, assolutizza, senza scrupoli, un atto prudenziale quando serve a svuotare la portata di un messaggio severo. Si tratta di una strumentalizzazione selettiva dell’autorità ecclesiale, incompatibile con un minimo di onestà intellettuale. Vale la pena insistere su una distinzione che oggi viene sistematicamente trascurata, non per innocente ignoranza, ma spesso per convenienza ideologica. La Chiesa non ha mai squalificato teologicamente l’avvertimento di La Salette, né ha personalmente squalificato la veggente Mélanie Calvat. Non esiste alcun documento magisteriale che dichiari falsa, eretica o teologicamente inammissibile l’affermazione secondo cui Roma avrebbe perso la fede; ciò che esisteva era, come già affermato, una misura disciplinare e prudenziale riguardante la diffusione del testo del 1879 in uno specifico momento storico. Ripetiamolo: trasformare questo atto di governo in una presunta condanna dottrinale è un errore categorico; persistere in questo, dopo che la distinzione è stata chiarita, è intellettualmente disonesto. Allo stesso modo, non c'è mai stata alcuna impugnazione morale o personale della veggente. Al contrario, la traiettoria stessa di Mélanie pesa pesantemente contro qualsiasi sospetto di impostura o manipolazione. Non ha tratto alcun beneficio umano dalla profezia: non ha ottenuto potere, prestigio, agi o sicurezza; piuttosto, ha vissuto in povertà, emarginazione e sofferenza, portando fino in fondo il peso di una missione che le ha portato più solitudine che riconoscimento. Nella tradizione classica del discernimento ecclesiale, questo fatto non è secondario. Sebbene non dimostri automaticamente l’accuratezza letterale di tutte le formulazioni, esclude seriamente l’ipotesi di una frode consapevole, rendendo illegittimo qualsiasi argomento che tenti di squalificare l’avvertimento attraverso il sospetto morale nei confronti della veggente. Per tutte queste ragioni, è abusivo – e spesso malizioso – presentare la restrizione disciplinare del testo del 1879 come se si trattasse di un rifiuto teologico della profezia o di una censura personale a Mélanie. Niente di tutto ciò è accaduto. La Chiesa ha regolamentato l’uso pubblico, non giudicando la verità intrinseca; ha prudentemente taciuto, ma non ha condannato. Tra l’altro, va notato che una misura puramente disciplinare, come questa, può essere completamente revocata in futuro. Ciò che rende l’avvertimento de La Salette particolarmente grave è che non introduce alcuna nuova dottrina. Al contrario, riecheggia direttamente la dottrina scritturale della Grande Apostasia, annunciata da San Paolo in II Tessalonicesi, 2: “Nisi venerit discessio primum” (Se non la precede una prima discessione). La Scrittura non ammonisce invano; al contrario, un avvertimento solenne presuppone la reale possibilità dell’evento contro cui si mette in guardia. Se l’Apostolo parla di un’apostasia che precede la manifestazione dell’Anticristo, questa apostasia deve essere visibile, pubblica e sufficientemente grave da ingannare molti, anche all’interno dell’ambito ecclesiale. La teologia classica lo ha sempre riconosciuto. Gli autori della Scuola di Salamanca, tra cui Melchor Cano, hanno formulato un’argomentazione molto precisa: Cristo non avrebbe promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso sulla Chiesa se non fosse stato possibile per essa apparire, agli occhi del mondo, esattamente il contrario. La promessa di indefettibilità non garantisce una visibilità storica trionfante e costante; garantisce la sussistenza ontologica della Chiesa, anche quando la sua manifestazione storica è oscurata all’estremo. Questa distinzione tra essere e apparenza, tra essenza e manifestazione, è centrale. La Chiesa può rimanere Chiesa mentre, storicamente, appare priva di fede, ridotta a un residuo fedele, priva di chiarezza dottrinale nei suoi segni più alti. Il Mistero pasquale stesso ci fornisce qui la chiave ermeneutica: nel Sabato Santo, Cristo è vivo, ma tutto sembra perduto. Non c’è, quindi, contraddizione tra fedeltà ontologica ed eclissi storica. È esattamente in questo contesto che l’avvertimento de La Salette diventa comprensibile. Affermare che “Roma perderà la fede”" non equivale ad affermare il fallimento della Sede di Pietro o la distruzione della Chiesa. Significa affermare la possibilità di un estremo oscuramento della pubblica professione di fede, persino nel centro visibile dell’istituzione, al punto da indurre il mondo a credere che la promessa di Cristo sia venuta meno. Non è venuta meno, ma in apparenza è messa alla prova. Gli accadimenti degli ultimi decenni conferiscono a questo monito un nuovo peso. Scandali pubblici provenienti dall’alto clero, ripetute ambiguità settarie e gesti simbolici compiuti nel cuore stesso della Chiesa, come l’episodio della Pachamama in Vaticano, per citarne solo uno tra i tanti, hanno introdotto un’oggettiva confusione tra inculturazione e sincretismo, tra accettazione pastorale e relativismo settario. Indipendentemente dalle intenzioni soggettive dei loro nefasti protagonisti, tali atti hanno prodotto legittima perplessità tra i fedeli e dato all’opinione pubblica l’impressione che la confessione esplicita della fede cristiana non occupi più il suo giusto posto centrale. A questo si aggiunge un ecumenismo di tipo antiapostolico, che evita di affermare la necessità della fede esplicita per la salvezza e tratta la professione di fede come un ostacolo alla convivenza simbolica. Il risultato non è propriamente un’eresia formale, ma qualcosa di forse più grave: un’apostasia pratica in cui la fede rimane nominalmente affermata, ma sostanzialmente relegata in secondo piano. Non si tratta di giudicare le intenzioni, ma di riconoscere i fatti ecclesiali. In tale contesto, parlare di “legittima inculturazione” diventa problematico. Il Vangelo non si conforma alle religioni dei popoli: le giudica, le purifica e ne esige il superamento. La Tradizione ha sempre distinto tra cultura – che può e deve essere accolta – e falsa religione, che deve essere abbandonata. Quando questa distinzione viene meno, la missione cede il passo alla coesistenza simbolica e la fede cessa di essere proclamata come necessaria per la salvezza. Questa non è inculturazione; è abdicazione missionaria. Di fronte a tutto questo, l’avvertimento de La Salette non dovrebbe essere usato come un’arma contro la Chiesa visibile, ma come un richiamo alla vigilanza teologica e spirituale da parte dei fedeli. Non impone una fede obbligatoria, ma offre un segno serio, coerente con la Scrittura e la Tradizione, che ci impedisce di cadere nel lassismo, nel conformismo e nell’anestesia della coscienza. Prenderlo sul serio non significa rimuginare, né disperare, né negare la promessa di Cristo. Al contrario, significa amare la Chiesa reale, soffrire con essa, rimanere in essa e rifiutare la pia menzogna secondo cui non sarebbe in gioco alcunché di essenziale. Insomma, non essendo stato contestato dal Magistero, l’avvertimento de La Salette può essere legittimamente considerato oggi un grave segno dei tempi, che illumina la crisi contemporanea e ci chiama a una fedeltà più lucida, esigente e meno compiacente. La Scrittura non è oziosa. Gli avvertimenti divini non sono meramente decorativi: quando tutto sembra sicuro, appaiono superflui; ma quando tutto sembra crollare, rivelano pienamente la loro ragion d’essere. |