I frutti senza l’albero?


di Fraternità San Pio X









All’alba del 2026, mentre le società occidentali cercano dei riferimenti certi per affrontare il futuro, è diventato comune sentire lodare i frutti storici del cristianesimo.

Si celebra volentieri quello che esso ha prodotto: civiltà, patrimonio artistico, coesione dei popoli, senso del bello e del giusto. Molti responsabili politici e intellettuali riconoscono ormai che il cattolicesimo ha plasmato l’Europa e rimane un prezioso fondamento culturale.

Questo riconoscimento, di per sé, merita di essere ascoltato. Ma esso diventa insufficiente – e perfino pericoloso - quando costoro pretendono di conservare i frutti rifiutando l’albero che li ha prodotti.

Un’idea ampiamente diffusa difende oggi una forma di « laicità benevola» o «positiva».
Secondo questa concezione, lo Stato non sarebbe ostile al cristianesimo: lo accetta, talvolta perfino l’incoraggia, a condizione che rimanga confinato  ad una funzione culturale, patrimoniale o identitaria.
Il cattolicesimo è quindi tollerato, non per la sua verità, ma per la sua utilità sociale. Diventa una eredità, un segno di civiltà, un baluardo simbolico a fronte del vuoto spirituale e del disordine morale.

In questa ottica, la fede cristiana è presentata come la religione storica dei popoli europei, allo stesso titolo di altre tradizioni altrove. Quindi, Cristo è ridotto ad una grande figura morale, indubbiamente che ispira, ma privo della Sua divinità e della Sua regalità universale. La fede attiene ad un ambito privato; l’ordine pubblico sarebbe retto da una neutralità pretesa pacificatrice.

Ora, questa riduzione non è neutra. Essa si basa sull’idea che la divinità di Cristo sarebbe una costruzione storica e non una verità rivelata. Di conseguenza, diventa impossibile riconoscere a Gesù Cristo il diritto di regnare sulla vita sociale, culturale e politica. La fede è tollerata fintanto che non pretenda di ordinare il mondo.

Invece la dottrina cattolica insegna l’inverso: la Chiesa ha sempre affermato che Cristo, vero Dio e vero uomo, è Re per natura e per diritto e che la Sua regalità si estende a tutta la vita umana. Essa non si limita alle coscienze individuali né alle sagrestie. Come ricorda il magistero tradizionale, la vera pace e il giusto ordine non possono sussistere durevolmente laddove le società rifiutano di sottomettersi alla legge di Cristo.

E’ vero che il regno sociale di Cristo ha prodotto nel corso dei secoli dei frutti ammirevoli. Ogni popolo, secondo il proprio genio, ha incarnato la fede in forme visibili: Cattedrali, monasteri, città ordinate, arti sacre, musica, diritto, costumi. Esiste una fisonomia cristiana dei popoli, una cultura nata dal Vangelo vissuto e professato pubblicamente. Ma questa fioritura è una conseguenza, non una causa.

Il pericolo del nostro tempo è di soffermarsi sui frutti dimenticando l’albero. Credere che si possa preservare l’estetica cristiana senza l’Altare, la morale senza la legge divina, l’identità senza la verità. Ma la storia è chiara: quello che non è più riconosciuto come vero finisce con l’essere ritenuto superfluo, poi ingombrante. Un cristianesimo ridotto ad una funzione culturale è un cristianesimo condannato. Quello che si conserva per interesse sarà presto tardi abbandonato non appena questo interesse sembrerà sparire. Le Cattedrali diventano dei musei, la liturgia folklore e la legge naturale una opinione tra le altre.

I cattolici non possono accontentarsi di questo compromesso.
Cristo non è un mezzo al servizio delle nazioni, sono le nazioni che sono chiamate a sottomettersi liberamente al Suo regno. Egli non è un ricordo del passato, ma è vivente, presente e agente.

I frutti della civiltà cristiana sono preziosi; ma senza l’Albero di Vita essi appassiscono inevitabilmente. E senza Cristo Re, nessuna rinascita duratura è possibile.

Al lavoro, dunque, ognuno al posto del suo dovere di stato!





 
dicembre 2025
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