![]() |
![]() |
| Lettera ai cardinali in vista del primo Concistoro di Papa Leone XIV 5 gennaio 2026 La lettera è stata pubblicata da Diane Montagna il 5 gennaio 2026 sulla sua pagina Substack, insieme ad un suo commento sulla proposta contenuta nella lettera di costituire una giurisdizione ecclesiastica per la liturgia romana tradizionale, che potrebbe risolvere l’impasse creata dalla lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes. ![]() Cardinali in un Concistoro ordinario In vista della liturgia all’ordine del giorno del Concistoro straordinario dei Cardinali convocato da Papa Leone XIV questa settimana, uno dei più alti esponenti del clero tradizionalista francese ha inviato ai membri del Sacro Collegio una lettera in cui propone una nuova strada per il Rito Romano tradizionale nella Chiesa cattolica. La lettera, pubblicata in francese e in inglese (in calce il testo in italiano), mira ad aprire un dialogo costruttivo e a favorire un quadro pastorale stabile per le comunità e i fedeli legati alla liturgia romana tradizionale. La lettera, scritta da Padre Louis-Marie de Blignières FSVF, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, è datata 24 dicembre 2025, ed è stata inviata in formato cartaceo a quindici Cardinali noti per il loro interesse per la liturgia tradizionale, e per posta elettronica ad altri cento Cardinali, Il suo contenuto principale è una proposta per istituire una giurisdizione ecclesiastica – modellata in linea di principio sugli Ordinariati militari – dedicata al Vetus Ordo, che offra una struttura canonica che rispetti sia la tradizione sia la comunione con la Santa Sede. Padre Louis-Marie de Blignières, settantasei anni, è ampiamente considerato come una figura di notevole autorità morale e di vasta esperienza nel movimento tradizionalista. Nel 1988, in seguito alle consacrazioni episcopali di Mons. Marcel Lefebvre, Padre de Blignières fu tra i membri del clero che intrapresero un dialogo con Giovanni Paolo II, contribuendo alle discussioni che portarono alla creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei per riconciliare i gruppi legati al rito tradizionale. Egli h ricoperto il ruolo di Priore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer dalla sua fondazione nel 1979 fino al 2011, e poi nuovamente dal 2017 al 2023, guidando la comunità per più di tre decenni in due mandati. Il concetto di una giurisdizione ecclesiastica dedicata al rito tradizionale non è nuovo ed è stato discusso, in particolare tra le comunità tradizionali francesi, nell’ultimo decennio. Tali conversazioni, tuttavia, si sono in gran parte interrotte dopo la lettera apostolica in forma di motu proprio Traditionis custodes sull’uso dei libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II di Papa Francesco del 2021, che ha imposto severe restrizioni al Vetus Ordo. Per capire come potrebbe funzionare in pratica una tale giurisdizione, ho parlato con don Matthieu Raffray IBP, superiore del Distretto europeo dell’Istituto del Buon Pastore ed ex docente di filosofia alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma. Don Raffray, che conosce bene la lettera e sostiene la sua proposta, vanta una vasta esperienza pastorale e istituzionale, oltre a un apostolato sui social media che ha portato molte persone, in particolare giovani adulti, a convertirsi o a tornare alla fede cattolica. In questa intervista discutiamo di come potrebbe funzionare una giurisdizione ecclesiastica dedicata alla liturgia romana tradizionale: dal suo rapporto con le comunità ex Ecclesia Dei, alla formazione sacerdotale, al suo impatto sulla celebrazione della liturgia tradizionale nelle Diocesi esistenti. Don Matthieu Raffray osserva che la lettera non è stata inviata a Papa Leone XIV e non è una «richiesta o pretesa». Piuttosto, dice, è «un’ipotesi di lavoro indirizzata ai Cardinali» in vista del Concistoro del 7-8 gennaio 2026, e naturalmente dovrà essere esaminata e sviluppata ulteriormente, in particolare con l’assistenza dei canonisti. Un tale approccio, dice, «riconosce fin dall’inizio che questa proposta non è l’unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali possano non essere favorevoli a questa strada o possano suggerire vie alternative di studio. La lettera non cerca di imporre una risposta uniforme, ma di aprire una discussione seria e ragionata». Secondo don Matthieu Raffray, l’elemento più positivo della lettera è il suo approccio costruttivo e proattivo che mira a rafforzare «l’unità ecclesiale, in uno spirito di comunione e al servizio della Santa Sede». Ecco la mia intervista a don Matthieu
Raffray
Don Matthieu Raffray, qual è l’obiettivo centrale della lettera inviata ai Cardinali da Padre Louis-Marie de Blignières FSVF? L’obiettivo centrale
è quello di proporre una soluzione ecclesiale stabile e
costruttiva a un’opposizione che è diventata sterile e ha diviso
la Chiesa per molti anni, tra coloro che sono legati al Rito Romano
tradizionale e coloro che vi si oppongono. Osservando l’impasse
pastorale e umana prodotta da questo conflitto ricorrente, il testo
cerca di superare il confronto e di aprire una via positiva al servizio
della comunione ecclesiale.
Questa prolungata opposizione ha causato sofferenze reali, in particolare all’interno delle comunità legate alla liturgia tradizionale, che spesso si sono trovate in una situazione di fragilità istituzionale e, a volte, hanno dovuto affrontare atteggiamenti che suggerivano loro di non avere un futuro legittimo all’interno della Chiesa. La lettera prende sul serio questa realtà e sottolinea l’urgenza di una soluzione giusta, pacifica e duratura. In questa prospettiva, propone l’istituzione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un’Amministrazione apostolica personale o un Ordinariato – che fornisca un quadro canonico stabile per i sacerdoti e i fedeli che sono pienamente in comunione con la Santa Sede e legati al Rito Romano tradizionale. Lungi dal presentare questa liturgia come una minaccia o come un nostalgico rifugio in un passato idealizzato, il testo sottolinea la sua attuale fecondità come autentico mezzo di santificazione ed evangelizzazione, in particolare nelle società altamente secolarizzate. Pertanto, la lettera non cerca di rilanciare una controversia liturgica, ma di offrire una risposta istituzionale pragmatica, in continuità con la tradizione viva della Chiesa, che ha ripetutamente ideato strutture giuridiche per salvaguardare l’unità nel rispetto della legittima diversità. Il suo merito distintivo sta nel proporre una via d’uscita costruttiva da una situazione di stallo, piuttosto che entrare in una nuova fase di confronto interno. La lettera propone una giurisdizione ecclesiastica analoga per alcuni aspetti agli Ordinariati militari. Per i lettori che non hanno familiarità con queste strutture, potrebbe spiegare come funzionerebbe la giurisdizione proposta, in particolare per quanto riguarda la giurisdizione cumulativa e i rapporti con i Vescovi locali delle Diocesi già esistenti? La lettera attinge
all’analogia degli Ordinariati militari per mostrare come la soluzione
proposta potrebbe essere integrata armoniosamente nelle strutture
diocesane esistenti. Un Ordinariato militare è una giurisdizione
ecclesiastica personale, definita non dal territorio ma dalle persone
che ne fanno parte a causa di una particolare esigenza pastorale.
Nel caso presente, tale esigenza consisterebbe in un attaccamento libero e volontario alla liturgia tradizionale. La giurisdizione proposta si
sovrapporrebbe quindi alle Diocesi territoriali senza sostituirle, in
un quadro di complementarità e comunione. Il Vescovo incaricato
di questa struttura – a livello di Paese o di area linguistica –
lavorerebbe in coordinamento con i Vescovi diocesani per discernere,
secondo i contesti locali, le disposizioni pastorali più
appropriate.
Un punto chiave di questa proposta è che non cerca di isolare i fedeli legati alla liturgia tradizionale, ma piuttosto di offrire loro un quadro pastorale chiaro e legittimo, accessibile a chiunque possa trarne beneficio, sia su base temporanea che a lungo termine. Posta sotto l’autorità della Santa Sede e in armonia con gli Ordinari locali, tale giurisdizione potrebbe così contribuire a una cura pastorale più serena, al servizio della comunione e dell’unità all’interno della Chiesa. Cosa significherebbe concretamente la creazione di un Ordinariato o di una giurisdizione ecclesiastica personale per il Vetus Ordo per le ex comunità Ecclesia Dei, come la sua? L’intenzione è che queste comunità siano poste sotto l’autorità di tale Ordinariato? Data la diversità tra queste comunità, come verrebbero affrontate le preoccupazioni relative all’autonomia o al carisma? Concretamente, una tale
soluzione non comporterebbe alcun cambiamento sostanziale nello status
o nella vita interna delle comunità precedentemente associate
alla Pontificia Commissione Ecclesia
Dei.
Questi istituti manterrebbero la loro autonomia canonica, il loro governo proprio e il loro carisma specifico. Come già avviene, i loro sacerdoti potrebbero essere messi al servizio di diverse realtà ecclesiali attraverso accordi chiaramente definiti: sia all’interno delle Diocesi territoriali, sia, laddove le esigenze pastorali lo richiedano, all’interno dell’Ordinariato proposto o della giurisdizione personale. I rapporti tra queste comunità, l’autorità dell’Ordinariato e i Vescovi diocesani sarebbero regolati da chiare disposizioni canoniche, che garantirebbero il rispetto delle rispettive competenze di ciascuno e la piena comunione ecclesiale. Una tale configurazione consentirebbe di mettere l’esperienza liturgica e pastorale di queste comunità al servizio della Chiesa senza assorbirle o standardizzarle, offrendo al contempo un quadro giuridico più stabile e intelligibile per la loro missione. Come sarebbe organizzata la formazione sacerdotale all’interno di una tale giurisdizione ecclesiastica? Prevederebbe seminari propri, seminari condivisi o la cooperazione con istituzioni esistenti? In che modo la formazione garantirebbe sia la fedeltà alla tradizione sia la piena comunione ecclesiale? In linea di principio, un
Ordinariato o una giurisdizione ecclesiastica personale potrebbero
avere un proprio seminario, a condizione che le condizioni pastorali,
umane e istituzionali lo consentano. Tale possibilità
richiederebbe tuttavia un discernimento prudente e graduale e non
potrebbe essere prevista in modo uniforme o immediato.
In pratica, l’organizzazione
della formazione sacerdotale dovrebbe essere adattata alle
realtà di ciascun Paese o area geografica. A seconda del
contesto, ciò potrebbe assumere varie forme: l’istituzione di
seminari propri, laddove il numero dei candidati e la stabilità
delle strutture lo giustifichino; programmi di formazione svolti
all’interno dei seminari diocesani; o formazione impartita in seminari
o case di formazione appartenenti a comunità specializzate nella
celebrazione della liturgia tradizionale. Si potrebbero anche prevedere
soluzioni miste, che consentano una formazione condivisa in alcune
discipline accademiche, garantendo al contempo una formazione liturgica
e spirituale specifica.
Un approccio così graduale e pragmatico, fondato sulle reali esigenze pastorali, fornirebbe le garanzie necessarie per assicurare sia la fedeltà alla tradizione liturgica e dottrinale propria del Vetus Ordo, sia il pieno inserimento nella comunione ecclesiale, sotto l’autorità della Santa Sede e in coordinamento con le strutture di formazione esistenti nella Chiesa. Quali effetti pratici avrebbe l’istituzione di una tale giurisdizione sull’uso del Vetus Ordo all’interno delle Diocesi esistenti e sul clero diocesano che desidera celebrarlo? L’istituzione di una
giurisdizione ecclesiastica personale dedicata al Vetus Ordo avrebbe effetti principalmente
pastorali e pragmatici, da valutare caso per caso, in base alle
circostanze locali.
Nelle Diocesi in cui il Vescovo locale e i fedeli interessati sono soddisfatti delle disposizioni esistenti, non sarebbe necessario modificare l’attuale organizzazione: l’uso del Vetus Ordo potrebbe continuare ad essere esercitato pienamente nell’ambito del normale quadro diocesano. Al contrario, in situazioni caratterizzate da tensioni, o dove emerge un nuovo gruppo di fedeli, la giurisdizione proposta fornirebbe un quadro chiaro per la mediazione e il coordinamento. In tali casi, spetterebbe all’Ordinario della giurisdizione personale avviare un dialogo con l’Ordinario diocesano al fine di individuare le soluzioni pastorali più appropriate, nel rispetto delle rispettive competenze di ciascuno e per il bene dei fedeli. Per quanto riguarda il clero diocesano, si potrebbero prevedere diverse possibilità. I sacerdoti diocesani potrebbero essere messi a disposizione della giurisdizione personale per un periodo limitato o potrebbero richiedere l’incardinazione permanente al suo interno. Questa pratica seguirebbe un modello canonico già consolidato, paragonabile a quello dei sacerdoti diocesani che sono assegnati, in modo temporaneo o definitivo, al servizio degli Ordinariati militari. In questo senso, la creazione di una tale giurisdizione non mirerebbe a privare le Diocesi del loro clero o a imporre soluzioni rigide, ma piuttosto a offrire una flessibilità canonica in grado di rispondere con maggiore serenità alle esigenze pastorali legate all’uso del Vetus Ordo, al servizio della pace e della comunione ecclesiale. Data la sovrapposizione geografica tra le Diocesi e la giurisdizione ecclesiastica proposta, questa struttura potrebbe offrire soluzioni in situazioni che comportano la chiusura di chiese, edifici sottoutilizzati o il declino della vita parrocchiale? La questione dei luoghi di
culto e delle strutture parrocchiali richiede ancora una volta risposte
differenziate, fondate su un discernimento pastorale pragmatico e
attento alle realtà locali. La coesistenza geografica delle
Diocesi territoriali e di una giurisdizione ecclesiastica personale
consentirebbe di offrire soluzioni flessibili a un’ampia gamma di
situazioni.
In alcune parti del mondo, in particolare in Europa, dove un numero crescente di chiese viene chiuso o sottoutilizzato, una tale giurisdizione potrebbe fornire una risposta pastorale fruttuosa. Gli edifici ecclesiastici potrebbero essere affidati all’Ordinariato dai Vescovi diocesani attraverso accordi chiaramente definiti, garantendo sia la conservazione del patrimonio ecclesiastico sia il ripristino di una vita liturgica e pastorale stabile. In altri contesti, ad esempio in America Latina o in Asia, dove le dinamiche ecclesiali sono diverse e le esigenze pastorali sono più orientate alla crescita che alla ristrutturazione, l’Ordinariato potrebbe invece incoraggiare la costruzione di nuovi luoghi di culto, sostenuti dalle comunità locali. A seconda delle circostanze, si potrebbe anche prevedere l’acquisizione di edifici esistenti adatti all’uso liturgico e pastorale. Pertanto, in virtù della sua natura personale e della sua capacità di coordinamento con gli Ordinari locali, tale giurisdizione sarebbe in una posizione ideale per contribuire in modo realistico e ordinato alla gestione dei luoghi di culto, sostenendo la vitalità pastorale dove è fragile e promuovendo un uso più fruttuoso delle risorse ecclesiali esistenti, sempre in uno spirito di comunione e di rispetto delle responsabilità dei Vescovi diocesani. Come sottolinea la lettera, questa soluzione è stata proposta più volte in passato. Papa Benedetto XVI ha istituito gli Ordinariati anglicani con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus circa l’istituzione di Ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica dal 2009, ma ha scelto un approccio diverso – la lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum sull’uso straordinario della forma antica del Rito Romano – per affrontare il Vetus Ordo. Perché ritiene che una giurisdizione personale sarebbe una soluzione appropriata o addirittura preferibile oggi? Dopo la promulgazione della
lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, le
comunità e i gruppi tradizionali hanno cercato di collaborare
direttamente con le Parrocchie e le Diocesi, ma il fatto è che
in alcuni luoghi ha funzionato molto bene, mentre in altri no.
Pertanto, sembra ragionevole trovare una nuova soluzione. L’attualità di una soluzione basata sull’istituzione di una giurisdizione ecclesiastica personale si fonda innanzitutto su un chiarimento teologico. Infatti, i successivi approcci al Vetus Ordo hanno messo in luce una reale tensione riguardo al suo status liturgico. Papa Benedetto XVI, nella lettera apostolica in forma di «motu proprio» Summorum Pontificum, ha proposto un’interpretazione unificante parlando di due forme – ordinaria e straordinaria – dell’unico Rito Romano. Papa Francesco, al contrario, ha affermato esplicitamente che esiste una sola forma del Rito Romano, ovvero quella risultante dalla riforma liturgica. Di fronte a questa apparente contraddizione, la soluzione più coerente sembrerebbe essere il riconoscimento, de facto se non ancora pienamente de iure, dell’esistenza di due riti romani distinti: un Rito Romano antico o tradizionale e un Rito Romano riformato. Tale riconoscimento consentirebbe di superare un’opposizione concettuale che è diventata sempre più difficile da sostenere, offrendo al contempo un quadro teologico e canonico più chiaro. La pacifica coesistenza di due riti romani sarebbe inoltre in linea con la tradizione stessa della Chiesa, che da tempo sa come accogliere una pluralità di riti all’interno dell’unità della comunione ecclesiale. Corrisponde anche all’immagine evangelica del padrone di casa saggio che «trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche», riconoscendo che la fecondità della tradizione non sta nell’esclusione, ma nell’integrazione ordinata di ciò che è stato ricevuto e di ciò che è stato sviluppato. Da questo punto di vista, una giurisdizione ecclesiastica personale apparirebbe non solo come una soluzione pastorale, ma come l’espressione istituzionale appropriata di una realtà teologica ormai matura: vale a dire l’esistenza di due riti romani chiamati a coesistere pacificamente, al servizio dell’unità della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice. La lettera è stata inviata a Papa Leone XIV? Per quanto ne so, il testo
non è stato inviato direttamente al Papa. Questo punto è
significativo, perché la lettera non si presenta come una
richiesta o una pretesa, ma piuttosto come un’ipotesi di lavoro
indirizzata ai Cardinali in un contesto preparatorio. È proposta
come contributo alla riflessione, destinata ad essere esaminata e
sviluppata ulteriormente, in particolare con l’aiuto dei canonisti.
Un tale approccio riconosce fin dall’inizio che questa proposta non è l’unica soluzione possibile. È probabile che alcuni membri delle comunità tradizionali non siano favorevoli a questa strada o suggeriscano vie di studio alternative. La lettera non cerca di imporre una risposta uniforme, ma di aprire una discussione seria e ragionata. Ciò che appare più positivo in questo testo è proprio questo spirito costruttivo. Le comunità tradizionali sono state spesso criticate per aver adottato un atteggiamento prevalentemente reattivo o critico. Qui, al contrario, la lettera cerca di contribuire in modo proattivo alla costruzione dell’unità ecclesiale, in uno spirito di comunione e al servizio della Santa Sede. Una Circoscrizione ecclesiastica dedicata
all’antico rito latino
Signor cardinale, prima del Concistoro, dove la liturgia è all’ordine del giorno, mi prendo la libertà filiale di inviarLe questo breve memoriale. Fondatore di uno degli Istituti Ecclesia Dei (1), dal 1988 ho vissuto tutta la storia dei «fedeli cattolici che si sentono legati ad alcune forme liturgiche e disciplinari precedenti della tradizione latina». Ritengo utile fornirLe la mia testimonianza e suggerire una soluzione ecclesiale che potrebbe dare un quadro stabile a questi fedeli in piena comunione con la gerarchia cattolica e legati al Rito latino antico: creare una struttura ecclesiastica (Amministrazione Apostolica personale o Ordinariato) dedicata al Rito latino antico. I - I precedenti Questa formula è stata proposta più volte. Nel 1988 è stata suggerita dai fondatori degli Istituti Ecclesia Dei (2). Nel 1990, Dom Gerard Calvet, Abate di Barroux, ricevuto in udienza privata da Papa Giovanni Paolo II, ha suggerito la creazione di vicariati apostolici dedicati all’antico rito latino. Nel 1991, Una Voce negli Stati Uniti lanciò una petizione a favore dell’erezione di Ordinariati Personali. Nel 2001, una supplica al Santo Padre che chiedeva l’istituzione di Vicariati Apostolici, firmata dai Superiori delle Comunità e delle Opere laiche tradizionali, è sta consegnata al Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Nel 2002, la Santa Sede ha adottato a questa soluzione istituendo l’Amministrazione Apostolica Personale San Giovanni Maria Vianney, nella diocesi di Campos in Brasile. Il decreto istitutivo precisa: «All’Amministrazione
Apostolica è attribuita la facoltà di celebrare la Santa
Eucarestia, gli altri sacramenti, la Liturgia delle Ore e le altre
azioni liturgiche secondo il Rito Romano e la disciplina liturgica
prescritte da San Pio V, con le modifiche introdotte dai suoi
successori fino al beato Giovanni XXIII».
Poi Papa Benedetto XVI aprì nel 2007 un’altra strada con il motu proprio Summorum Pontificum. Questa via è stata chiusa nel 2021dal motu proprio Traditionis custodes di Papa Francesco. Nel 2023, Padre Reginald-Marie Rivoire ha fatto questa importante analisi: «Poiché sembra
confermare l’abbandono dell’espressione “due forme del Rito
Romano”», Traditionis custodes potrebbe paradossalmente
costituire un passo importante verso il riconoscimento di due Riti
latini a pieno titolo: il Rito «Romano» e il Rito
“moderno”. Se questa realtà, certamente del tutto inedita fosse
pienamente presa in considerazione dal legislatore, dovrebbe
logicamente condurlo – poiché «tutti i riti legittimamente
riconosciuti sono uguali in diritto e in dignità» (Cfr. Sacrosanctum Concilium n° 4) –
a istituire circoscrizioni ecclesiastiche personali che godano della
facoltà di celebrare tutte le azioni liturgiche secondo il Rito
Romano del 1962 (3).
II – Una possibile soluzione: Una circoscrizione ecclesiastica dedicata I fedeli laici e i sacerdoti che hanno un forte attaccamento all’antico rito latino e che sono in piena comunione con la Santa Sede e le altre parti della Chiesa, formano un gruppo sufficientemente numeroso e specifico da rendere opportuna la soluzione di una circoscrizione ecclesiastica dedicata. Nel 1988 la Santa Sede ha riconosciuto che questo gruppo possiede una vera e propria “identità” che è legittimo garantire (4). San Giovanni Paolo II la scriveva così: la liturgia appare tre volte (nn° 5c, 6° e 6c; la spiritualità (nn° 5a e 6a) e l’unità (n° 5a) (i primi menzionati); e anche la disciplina (n° 5c). La Santa Sede utilizza quindi, nei confronti di questo gruppo, lo stesso vocabolario che si può usare per parlare delle chiese titolari. La celebrazione dei sacramenti secondo i riti precedenti alle riforme post-concilari presenta inoltre, secondo San Giovanni Paolo II, alcune caratteristiche paragonabili a quelle dei luoghi orientali (5). L’opportunità di scegliere una circoscrizione ecclesiastica specifica per il rito latino antico è rafforzata dal fatto che questo gruppo presenta una propria identità, descritta così dal cardinale Castrillon Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei dal 2000 al 2009: «Non mi piacciono le
concezioni che vogliono ridurre il «fenomeno»
tradizionalista alla sola celebrazione del rito antico, come se si
trattasse di un attaccamento nostalgico e ostinato al passato. […] Qui
siamo spesso di fronte ad una visione cristiana della vita di fede e di
devozione, condivisa da molte famiglie cattoliche spesso con tanti
figli - che possiede le sue peculiarità: questa visione
comporta, ad esempio, un forte senso di appartenenza al Corpo Mistico
di Cristo, un desiderio di mantenere saldamente i legami con il passato
– che si vuole considerare non in opposizione al presente, ma nella
continuità della Chiesa – per conservare i punti di ancoraggio
più forti del cristianesimo un profondo desiderio di
spiritualità e socialità, ecc.» (6)
III - Convenienza ecclesiale della circoscrizione dedicata La Chiesa, nella sua lunga storia, ha sempre saputo trovare soluzioni pragmatiche per promuovere l’unità, salvaguardando gli elementi fondamentali della comunione ecclesiale (7). Tuttavia, il caso dei fedeli cattolici legittimamente legati «ad alcune forme liturgiche e disciplinari precedenti della tradizione latina» non ha ancora trovato una soluzione stabile. Da oltre sessant’anni questo gruppo continua ad esistere e a svilupparsi, ma manca il sostegno di un quadro giuridico adeguato alle sue legittime esigenze. La creazione di circoscrizioni ecclesiastiche dedicate favorirebbe la stabilità, la pace e l’unità. Data la sua specificità e l’esperienza della sua storia pluridecennale, e dal punto di vista di una pastorale ben intesa, sarebbe naturale che questo gruppo fosse sotto l’autorità di pastori dotati di carattere episcopale, e che questi vescovi provenissero dai gruppi che dovranno guidare. Questi vescovi sarebbero responsabili davanti alla Santa Sede e agli altri Ordinari. Ciò faciliterebbe tutto ciò che riguarda l’uso del Pontificale e del Rituale in vigore nel 1962 (ordinazioni, cresime, consacrazioni delle vergini, degli altari e delle chiese). Ciò alleggerirebbe il compito dei vescovi poco abituati a questi libri e preoccupati di non creare difficoltà con un presbiterio a volte riluttante. Grazie al carisma episcopale e al senso di comunione del collegio episcopale, ciò costituirebbe una garanzia di correttezza dottrinale e di prudenza pastorale. Per quanto riguarda l’apertura di luoghi di culto, questi vescovi dediti all’antico rito latino sarebbero in grado di concordarne le condizioni con gli altri Ordinari, sollevandoli dal compito di gestire tali luoghi. Per i sacerdoti e i fedeli che si iscrivono in queste circoscrizioni, ciò favorirebbe, al di fuori delle tensioni di una situazione contenziosa, un’accettazione del Vaticano II secondo la dottrina cattolica del consenso dovuto al magistero (8). Queste circoscrizioni avrebbero una giurisdizione cumulativa, come quella che esiste per le esigenze specifiche dei militari negli Ordinariati militari. I fedeli non sarebbero quindi separati dalle loro diocesi di residenza e manterrebbero i contatti con gli Ordinari locali. Un fedele tradizionalista sarebbe membro della Circoscrizione ecclesiastica dedicata senza cessare di essere membro della sua diocesi, dove potrebbe anche ricevere i sacramenti. Signor Cardinale, è in uno spirito ecclesiale che sottopongo alla Sua attenzione pastorale questa proposta, per uscire, con giustizia e misericordia, da una situazione bloccata dal 2021. E’ con grande speranza che essa porta a Sua Eminenza, sotto lo sguardo del Signore e della Sua Santa Madre, gli auguri dei devoti figli della Chiesa. 24 dicembre 2025 FR Louis-Marie De Blignieres Fondatore della Fraternità Saint-Vincent-Ferrier Blignieres@chemere.org NOTE 1 – San Giovanni Paolo II, motu proprio Ecclesia Dei, del 2 luglio 1988, n° 5c 2 – Roma-Fontgombault, 6 e 15 luglio 1988 testo consegnato al Cardinale Mayer, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. 3 – R-M Rivoire, Le motu proprio Traditionis custodes a l’epreuve de la rationalité juridique, DMM 2023 4 – Il 18 giugno 1988, una nota informativa della Santa Sede assicurava questi cattolici che «sarebbero state prese tutte le misure necessarie per garantire la loro identità nella piena comunione della Chiesa cattolica». 5 – San Giovanni Paolo II, Discorso alla Congregazione del Culto Divino, n° 3, 21, settembre 2001. 6 – Intervista alla rivista The Latin Mass, 5 maggio 2004. 7 – Cfr. Vaticano II, Decreto Unitatis Redintegratio, n° 4. 8 – Sul consenso differenziato che è dovuto a questo insegnamento, cfr. Lumen gentium n° 25; sulla questione dei possibili errori nelle parti non fallibili dell’insegnamento magisteriale, cfr. l’Istruzione Donum veritatis della CDF del 24 maggio 1990, nn° 23-24. |