I doni dei Re Magi

spazzano via le teologie disincarnate




di Gilbert Keith Chesterton






Adorazione del Magi

di Bartolome Esteban Murillo – Museo d’Arte di Toledo





Presentazione di La Nuova Bussola Quotidiana

In occasione della solennità dell’Epifania pubblichiamo alcuni estratti del brano Teologia dei regali di Natale di Gilbert Keith Chesterton, tratto da Lo spirito del Natale (D’Ettoris, Crotone 2013), per gentile concessione dell’editore.


Testo di Chesterton

Se il Vangelo non assomiglia a una pistola che fa fuoco, è come se non fosse per nulla annunciato. E se le nuove teologie suonano come il vapore che esce lentamente da un bollitore che non tiene, allora persino l’orecchio inesperto del principiante – che non conosce né la chimica né la teologia – può rilevare la differenza tra quel suono e un’esplosione.
È inutile che questo tipo di riformatori dicano di basarsi non sulla parola ma sullo spirito. Poiché sono persino più chiaramente in contrasto con lo spirito di quanto non lo siano con la parola.

A tal proposito, prendiamo un esempio fra i molti che vedono questo principio in atto: il caso dei regali di Natale.

Poco tempo fa, ho letto un’affermazione della signora Eddy sull’argomento: diceva che lei non «faceva regali» nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione, ma che si sedeva immobile a pensare alla Verità e alla Purezza in modo che tutti i suoi amici sarebbero diventati, per questo, migliori. (...) Non so se ci sia un testo della Scrittura o un Concilio che condanni la teoria della signora Eddy sui regali di Natale, ma la condanna sicuramente il cristianesimo, così come la vita militare condanna chi si dà alla fuga.

Le due attitudini – della signora Eddy e del cristianesimo, rispettivamente – non sono solo antagoniste a causa di differenti teologie, o di differenti scuole di pensiero: prima ancora che s’inizi a ragionare, è lo stato d’animo che è differente.

La più enorme e originale delle idee alla base dell’Incarnazione è che una buona volontà s’incarni; che venga, cioè, messa in un corpo. Un regalo di Dio che può essere visto e toccato: se l’epigramma del Credo cristiano ha un punto essenziale è questo.
Lo stesso Cristo è stato un regalo di Natale.

Una nota a favore dei regali materiali di Natale è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato con sé solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana.

Questi tre doni sono stati oggetto di chissà quante omelie, ma vi è un loro aspetto cui raramente è stata riconosciuta la giusta e meritata attenzione.
È alquanto bizzarro che i nostri scettici europei, mentre prendono in prestito dai filosofi orientali così tanto del loro determinismo e della loro disperazione, si prendano anche costantemente gioco dell’unico elemento orientale che il cristianesimo ha entusiasticamente incorporato, l’unico autenticamente semplice e affascinante.
Intendo, cioè, l’amore degli Orientali per i colori vivaci e l’eccitazione infantile che hanno di fronte al lusso. Uno dopo l’altro, gli scettici hanno invariabilmente giudicato la Gerusalemme nuova di san Giovanni un ammasso di gioielli vistosi e di cattivo gusto. Uno dopo l’altro, hanno denunciato i riti della Chiesa come esibizioni pacchiane di viola sensuale e d’oro sgargiante.

In realtà, nelle sue scelte, la Chiesa si dimostrò molto più saggia sia dell’Europa che dell’Asia. Si accorse, infatti, che l’appetito orientale per il rosso, l’argento, il verde e l’oro era di per sé innocente e appassionato, sebbene dissipato dalle civiltà inferiori per il loro indulgere alla mollezza e alla tirannia.
Al contrario, vide insito nella stoica sobrietà di Roma – sebbene apparentata all’equità e allo spirito pubblico della civiltà più elevata che esistesse allora – un latente pericolo di rigidità e di orgoglio.
La Chiesa prese tutto l’oro multi-sfaccettato e i colori brulicanti che avevano adornato così tante poesie erotiche e tante crudeli storie d’amore in Oriente, e con quella congerie variopinta di fiaccole illuminò le gigantesche dimensioni dell’umiltà e le più grandi cromie dell’innocenza.
Prese i colori dalla schiena del serpente, lasciando perdere, però, il serpente.

Il popolo europeo ha, nel suo insieme, seguito in questo la guida dell’istinto e dell’arte cristiani.
Niente tira più su di morale per la nostra tradizione popolare del guardare l’Oriente come a un insieme di forme pittoresche e di colori, piuttosto che a un sistema filosofico rivale.
Sebbene sia, di fatto, un tempio di vetuste cosmologie, noi lo trattiamo come un grande bazar, cioè come un enorme negozio di giocattoli.
Alla gente comune, pensando al Vicino Oriente, vengono più spesso in mente le Notti arabe, piuttosto che il Profeta arabo.

Costantinopoli fu conquistata da una cultura saracena che, a quel tempo, era immensamente inferiore alla nostra. Ciononostante, noi ci preoccupiamo non della cultura dei Turchi, ma dei loro tappeti.

Per anni, un certo ironico agnosticismo ha pervaso l’Impero Celeste. Ma noi Europei non ci informiamo sugli enigmi della Cina, ma solo sui loro puzzle. Consideriamo l’Oriente come una sorta di colossali grandi magazzini, e facciamo bene. È la cosa che dell’Oriente è più cordiale e più umano, ed è ciò che qualcuno chiama «violenza dei suoi colori» e «cattivo gusto delle sue gemme».

Solo dagli stessi scettici moderni, che ci propongono la tetra visione del mondo dell’Oriente miscelata ai più tetri costumi dell’Occidente, potremo sapere quanto cattive siano le altre cose orientali; la ruota del destino mentale, per esempio, o le lande desolate dei dubbi della mente.
Schopenhauer ci mostra il veleno del serpente senza la sua lucentezza; tutt’al contrario, la Chiesa dei primi secoli ce ne aveva invece mostrato la lucentezza senza il veleno. Cioè la lucentezza che la Cristianità era riuscita a estrarre dal groviglio delle cose orientali.
L’oro si è diffuso veloce come il fuoco nella foresta fino a lambire ogni manoscritto e ogni statuto, e ha cinto stretta la testa di ogni Re e di ogni Santo.

Ma tutto ciò ebbe origine da quel mucchietto d’oro che Melchiorre portò con sé quando attraversò il deserto per giungere a Betlemme.

Gli altri due doni sono ancor più contrassegnati dal grande segno del cristianesimo: l’apprezzamento dell’esperienza sensoriale e di ciò che è materiale. C’è persino qualcosa di sfacciatamente carnale nell’appello che l’incenso e la mirra fanno al senso dell’olfatto. (...) Comunque, tanto per dare un colpo al cerchio dopo averlo dato alla botte, se questa forma di asiatica luxuria è ammessa nel mistero cristiano, è solo per subordinarla a una semplicità e a una sobrietà superiore.

L’oro è portato in una stalla; i Re devono andare in cerca di un falegname.

I Magi sono in cammino, non per trovare la saggezza, ma piuttosto una forte e santa ignoranza. Quegli uomini saggi provenivano dall’Oriente, ma si diressero verso Occidente per incontrare Dio.







 







Abbiamo sinceramente pensato che Mons. Antonio Staglianò, inviando alla Redazione de La Bussola Quotidiana la propria replica ad un mio precedente articolo, intendesse intavolare un reale confronto sulla Nota dottrinale Mater populi fidelis e sul tema in questione legato al titolo mariano di Corredentrice ed alla verità teologica che esso sottende.
Dobbiamo invece constatare che le cose non stanno così, dal momento che il Presidente della Pontificia Academia Theologica, in un recente articolo pubblicato dal quotidiano Avvenire, si posiziona sui soliti luoghi comuni circa presunti pericoli nel chiamare Maria “Corredentrice”, senza scomodarsi di prendere in seria considerazione le numerose argomentazioni teologiche e pastorali in favore non solo della appropriatezza di questo titolo, ma anche e soprattutto della dottrina della partecipazione di Maria alla Redenzione, sia oggettiva che soggettiva.

Spiace constatare che Mons. Staglianò ricorra di fatto allo stesso metodo della Nota dottrinale: ignorare i solidi e fondati argomenti a favore della Corredenzione, presenti anche nel Magistero ordinario, e inondare il testo con le solite inconsistenti difficoltà, spacciando poi questa consapevole scelta minimalista come una posizione prudenziale.
L’articolo purtroppo manifesta anche la volontà di evitare il confronto con coloro che, se fossero stati consultati, avrebbero portato la Nota vaticana a conclusioni diverse: non è un mistero che i grandi assenti nella stesura e nella presentazione del documento siano proprio i mariologi, alcuni dei quali hanno al contrario espresso posizioni di riserva e di critica.
Queste analogie relative al modus operandi degli estensori di Mater populi fidelis e di Mons. Staglianò fanno sorgere il sospetto che dietro la Nota del Dicastero per la Dottrina della Fede possa esserci proprio la mano dello stesso Staglianò, l’unico che praticamente continua a difenderla a spada tratta, nonostante le evidenze contrarie che mostrano la triste realtà di un documento disonesto nel metodo, mediocre nel contenuto e raffazzonato nella forma.

«Il rischio insito nel titolo di “Corredentrice”», spiega Mons. Staglianò, «è quello di delineare, anche solo implicitamente, un percorso di salvezza parallelo a quello rivelato da Cristo. In questa prospettiva, l’opera di Gesù, che ha svelato il volto del Padre misericordioso, verrebbe tacitamente considerata come non pienamente sufficiente, o come avente a che fare con una giustizia divina che, da sola, limita la portata della misericordia. Ecco allora che l’intercessione di Maria, trasformata in “Corredentrice”, rischierebbe di essere vista come un accesso a una misericordia più grande e più accessibile, quasi alternativa a quella di un Dio la cui giustizia ne condizionerebbe l’amore».

Che il rischio paventato di contrapposizione tra la misericordia di Maria e la giustizia di Cristo – rischio per altro che potrebbe riguardare una porzione decisamente esigua e marginale dei fedeli cattolici e che certamente non costituisce uno dei problemi principali del nostro tempo – sia legato al titolo di Corredentrice è una fantasia di Mons. Staglianò.
Se il problema sussiste, esso si palesa ovunque si constati una devozione distorta alla Madonna in generale, e non alla Corredentrice in specifico.
Quali dati fornisce il Presidente della Pontificia Accademia di Teologia per supportare la sua affermazione? Nessuno. Ricorrere a Maria Santissima per evitare il presunto volto severo di Cristo può verificarsi anche nei confronti della devozione alla Madonna di Pompei, all’Ausiliatrice, all’Immacolata e persino alla Madre di Dio.
Cosa dovrebbe fare allora la Santa Sede? Pubblicare una Nota in cui si proibisce di ricorrere alla Madonna?

La validità dell’argomento “del rischio” di Mons. Staglianò richiederebbe poi di essere provata dalla possibilità di generalizzare il criterio che egli utilizza; si dovrebbe poter verificare che, anche in altre situazioni ove vi sia la presenza di un eventuale rischio di incomprensione, si sia optato per bloccare lo sviluppo teologico e un’eventuale definizione dogmatica.
Ma se così fosse, dovremmo cancellare dalla Chiesa praticamente tutti i dogmi. L’affermazione di tre Persone divine non corre forse il rischio di minare la verità dell’esistenza dell’unico Dio? Non è forse quello che, ancora oggi, ci rimproverano Ebrei e Musulmani?
L’affermazione che il Papa è Capo della Chiesa non mette forse a rischio la verità che lo è Cristo? E non è quello che ci rimproverano gli Ortodossi?
La dichiarazione dogmatica dell’Immacolata non corre forse il rischio di pensare che Maria non abbia avuto bisogno della salvezza di Cristo? Non è forse l’obiezione che continuano a muoverci i Protestanti?

Dal momento che l’applicazione del criterio di Mons. Staglianò condurrebbe semplicemente all’azzeramento della dottrina cattolica, tale criterio non può essere considerato valido.

Quanto «al percorso di salvezza parallelo», facciamo notare che né il titolo né la dottrina sottostante favoriscono questo rischio: il titolo, in virtù del prefisso “co-”, esclude esplicitamente l’idea di un parallelismo, precisamente per il fatto che Maria ci ha redenti con Cristo, unico Redentore, e non indipendentemente Lui; l’idea di una co-redenzione evoca costitutivamente una cooperazione con qualcuno, non un’attività parallela e indipendente.
L’accusa la si potrebbe semmai rivolgere al titolo di “Redentrice”, che pure è stato utilizzato nella storia della Chiesa, senza che venissero sollevati problemi pretestuosi.
La dottrina, poi, è fin troppo chiara nel sottolineare che ciò che Maria è lo riceve dal suo Figlio e lo esercita in unione e in subordinazione a Lui.

Mons. Staglianò incappa in un altro errore pretestuoso e grossolano: «Presentare Maria come “Corredentrice” implica, anche solo semanticamente, che l’opera di Cristo sia in qualche modo incompleta o necessiti di un complemento umano. Si insinua così l’idea di una seconda fonte di Redenzione, che affianca e in qualche modo “integra” la prima, minando l’unicità dell’evento salvifico».

Seguendo questo principio, dovremmo censurare nientemeno che San Paolo, il quale non si fa troppi problemi nel manifestare la propria intima gioia nella sofferenza, perché può così completare nella sua carne «quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1, 24).

Si potrebbe chiudere qui la questione, ma c’è dell’altro.

La singolare partecipazione di Maria alla Redenzione non è mai stata intesa come un complemento umano ad un’opera umano-divina incompleta, ma, al contrario, come la sovrabbondanza dell’opera di Cristo, che ha reso capace la Vergine di partecipare in modo attivo e immediato alla Sua opera. La corredenzione di Maria si rivela, al contrario di come scrive Staglianò, come la più sublime esaltazione della potenza di Cristo Signore e dell’eccedenza della Sua opera, del subisso della sua misericordia nel voler associare a Sé, per puro amore, una Madre immacolata nell’opera della Redenzione, rendendola capace di meritare, insieme con Lui, la nostra salvezza.
La corredenzione non insinua alcuna “integrazione”, ma una cooperazione suscitata e sostenuta dallo stesso Cristo.

Alla fine del suo articolo, si comprende come la posizione di Staglianò, anche in questo identica a quella espressa dalla Nota dottrinale, non sia affatto motivata dai possibili rischi di una comprensione distorta delle corredenzione di Maria, ma nasca da una riduttiva e insufficiente considerazione di Maria Santissima, intesa solo nella sua dimensione di «perfetta discepola che ci indica l’unico Redentore», «icona luminosa della creatura che, piena di grazia, si fida totalmente dell’unico Dio-Amore».

Ma questa impostazione, diciamolo apertamente, fa precipitare l’insegnamento della Chiesa su Maria nell’angusto orizzonte protestante, azzerando quanto il Magistero, soprattutto nel Novecento, Lumen Gentium inclusa, ha insegnato circa la sua persona e la sua singolare, attiva e immediata partecipazione all’opera della Redenzione.

Di positivo, in ogni intervento di Mons. Staglianò, c’è la conferma sempre più evidente di quanto poco spessore teologico si rilevi nelle ragioni di chi si oppone alla Corredenzione.

 




gennaio  2026
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