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| Essere in Giudizio di
Don Pierre-Marie Wagner, FSSPX
![]() Beato Angelico - Tutti i Santi Spetta a Dio giudicare le intenzioni,
perché solo Lui conosce il cuore degli uomini
«Ho l’impressione di essere giudicato»; questa persona è «in giudizio». Espressioni negative, dure, che a volte potremmo sentire – o usare – nei confronti di alcune persone. Il problema che vogliamo esaminare qui è quello della corretta valutazione che possiamo fare del prossimo, e del rischio del disprezzo – o della incomprensione - nei suoi confronti a causa di giudizi infondati o affrettati. Prima di parlare in particolare del giudizio temerario – che è quello di cui vogliamo trattare – è opportuno dimostrare che possiamo giudicare, poiché siamo umani, e bisogna sapere usare bene il giudizio, in coscienza, affinché esso sia ragionevole e virtuoso. Di che si parla quando parliamo di giudizio? Il termine giudizio viene dal latino judicium, che a sua volta deriva da jus dicere: cioè dire ciò che è giusto, ciò che è vero. Il termine giudizio può essere inteso in tre modi. Giudicare – enunciare una verità Il giudizio è prima di tutto un atto della ragione, che afferma o definisce qualcosa. Questo atto è fondamentalmente umano, e astenersi dal giudizio significa rifiutarsi di impegnarsi in una attività umana; pertanto nessuno può fare a meno di questo tipo di giudizio. Quando diciamo: questa casa è stata costruita da Pietro, o Pietro è un uomo, o rubare è peccato, noi esprimiamo dei giudizi. Nel caso in questione, si potrebbe dire che si tratta di semplici constatazioni: egli indossa scarpe bianche, lei non ha il cappello. Niente di più. Questo giudizio di verità avrà una connotazione morale nei due casi emblematici seguenti. ![]() San
Michele Arcangelo
Giudicare – discernere Questo è un atto di prudenza espresso da questo giudizio. Si dice che qualcuno ha buon giudizio quando esprime una giusta valutazione di una situazione: questo è il buon senso morale, più o meno naturale, più o meno acquisito con l’esperienza. Se possediamo questo giudizio, potremmo dire questo discernimento, nessuno si lamenterà. Giudicare – ritenere giusto In definitiva, questo è un atto di giustizia: questo giudizio consiste nel dare a ciascuno ciò che gli spetta. E anche in questo caso, giudicare è un atto buono: è naturale avere di ciascuno un’idea chiara. Esso è buono quando il giudizio è espresso con la dovuta riflessione e sufficiente cognizione di causa per giungere ad una conclusione. E’ questo tipo di giudizio che potrebbe rivelarsi problematico: se portasse a negare in modo indubitabile ad altri quella stima a cui avrebbero diritto, gratuitamente o quasi senza fondamento. E questo è il giudizio temerario. Il giudizio temerario Esso consiste nel pensare male del prossimo senza una ragione sufficiente, nell’affermarlo senza esitazione, con certezza. Ma non avendo elementi sufficienti, si giudicano le intenzioni, che sono dominio riservato a Dio, che è il solo a conoscere i recessi della coscienza. Quando non si hanno elementi sufficienti, si rischia di basare il giudizio su delle supposizioni. Per esempio: Oggi Giorgio non mi ha
salutato, dunque ha qualcosa da rimproverarsi (forse non mi ha visto,
è stanco, mi ha salutato ma io non me ne sono accorto…);
Non ha le scarpe della Domenica, quindi è un malo cristiano; Siccome io non ho le scarpe della Domenica e lui mi ha guardato, pensa certamente che io sono un malo cristiano, quindi mi sta giudicando. Si noti che si parla di sospetto – e non di giudizio – quando si comincia semplicemente a dubitare della bontà di una persona sulla base di indizi deboli, senza necessariamente presumerne la malizia. Questi sospetti sono dovuti alla fragilità umana. Presumere per certa la malizia di un altro sulla base di indizi poco consistenti, è un giudizio, e se riguarda qualcosa di grave il peccato sarà mortale, perché è sempre accompagnato da un grande disprezzo per il prossimo. Ecco perché San Paolo dice: Non giudicare prima del tempo (I Cor. IV, 5). E questo versetto è commentato così: Se non possiamo evitare i sospetti, perché siamo uomini, tuttavia dobbiamo trattenere i giudizi, cioè le sentenze definitive e stabilite. Tre cause del sospetto Cos’è che ci rende sospettosi, cioè inclini a vedere il male? Sembrano emergere tre ragioni principali. Quando qualcuno è di per sé malvagio, filtra tutto attraverso a sua malvagità: non c’è motivo di credere che gli altri siano migliori di lui. Si pensa quindi facilmente che una persona con la quale si è discusso o nei cui confronti si nutre un dio profondo o l’invidia, sia colpevole, e questo di indizi lievi: ciascuno crede facilmente ciò che vuole credere, afferma San Tommaso d’Aquino. Queste conclusioni affrettate derivano dalla precipitazione di una mente frivola, che non si sofferma a riflettere: molta immaginazione, poco buon senso (la mancanza di discernimento indicata prima): ci si accontenta delle apparenze, di una fisionomia, di un atteggiamento, di un modo di parlare o di qualche vezzo caratteriale. Troppo spesso questi giudizi sono senza appello, definitivi, perentori, ed è difficile modificarli. ![]() Infine, il confronto prolungato con i difetti altrui ha potuto dare agli anziani – o a coloro che sono stati feriti dalla vita – una ricchezza di esperienza di vita, rendendoli sospettosi. Va notato che il fatto di avere raggiunto una certa età non preclude che si possano acquisire delle cattive abitudini. Pertanto, a governare non sarà necessariamente l’esperienza, ma il vizio, se non saranno state affrontate le prime due cause. Che pensare di questa frase: «Non giudicate e non sarete giudicati» (Luca 6, 27)? Secondo Sant’Agostino, con questa fare si vieta il giudizio temerario, quello che riguarda le intenzioni del cuore o le cose incerte. Sant’Ilario aggiunge che dobbiamo credere che le cose divine siano olto al di sopra di noi, senza giudicarle. O anche, secondo San Giovanni Crisostomo, Nostro Signore ci vieta il giudizio che non provenga dalla benevolenza, ma dalla amarezza del cuore. Quindi, il divieto del Vangelo non riguarda ogni tipo di giudizio, in senso assoluto, ma solo ai difetti indicati prima. Conclusione per colui che giudica (o sospetta) Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? (Rom. XIV, 4) Spetta a Dio giudicare le intenzioni, perché solo Lui conosce il cuore degli uomini. Coloro che potremmo tendere a giudicare come inferiori forse sono favoriti da Dio più di noi. A volte essi sopportano delle prove interiori senza che noi lo sappiamo. Chi giudica tutto eviterà difficilmente il giudizio temerario: bisogna rimanere moderati nel giudicare il prossimo e preferire sbagliarsi più volte nel pensare il bene piuttosto che pensare male una sola volta. Per evitare che giudicare sia sinonimo di condannare. Attenzione anche agli sguardi, alle sottili allusioni, che non permettono di dire qualcosa, ma non di pensare meno. Conclusione per colui che pensa di essere giudicato Per prima cosa, anche se alcuni ci giudicano, non è il caso di tenerne conto, a meno che il Buon Dio non ci rimproveri ciò che gli altri trovano di condannabile in noi. Poi, basta poco per pensare di essere giudicati: uno sguardo incompreso, una freddezza innaturale, una cosa da poco, ma che può essere interpretata malamente. E allora si rischia di cadere nella trappola che si denuncia: questa tendenza a credere di essere giudicati, questa apprensione per un giudizio su di noi è in effetti un giudizio. E se temiamo lo sguardo degli altri, non sarà perché ci stiamo giudicando? Potrebbe darsi che qualcosa in noi abbia bisogno di essere corretto. Nei due casi Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? (Luca VI, 42) Poiché tutti noi affrontiamo le stesse tentazioni, gli stessi ostacoli, le stesse vicissitudini, l’atteggiamento cristiano è di aiutarci a vicenda a non dare scandalo, per incoraggiare i peccatori e riprendersi e progredire insieme sul cammino della santità verso Nostro Signore Gesù Cristo che siede alla destra di Dio Padre Onnipotente e che verrà a giudicare i vivi e i morti. |