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| I Re Magi e l’Epifania ![]() Adorazione dei Re Magi Il giorno dell’Epifania, dal greco «manifestazione», è decisivo per il Cattolicesimo, essendo la dimostrazione che Gesù, fin dal principio della sua incarnazione, è il Salvatore universale, è il Re dell’Universo. Gli Angeli, infatti, annunciarono ai pastori l’arrivo dell’Emmanuele perché andassero ad adorarlo e la stella cometa fece da navigatore ai Re Magi, che dall’Oriente giunsero fino alla grotta di Betlemme per adorarlo e offrirgli i loro simbolici doni, dunque, tutte le genti, di ogni classe sociale, è stata chiamata e continua ad essere chiamata a riconoscere nel Figlio di Dio l’unico Redentore. Afferma sant’Agostino: «In ultima analisi Cristo, che avrebbe debellato in tutto il mondo con le armi spirituali il regno del diavolo, già da bambino sottrasse […] al dominio dell’idolatria, allontanando dalla peste di quella superstizione i magi che aveva convertiti a sé per essere da loro adorato. Non ancora su questa terra emetteva parole e già dal cielo parlava tramite la stella, mostrando chi era, perché veniva, per chi veniva, non con voce umana ma con la potenza del Verbo, che si è fatto carne. Questo Verbo, che in principio era Dio presso Dio, si è fatto anche carne per abitare in mezzo a noi: era venuto a noi e rimaneva presso il Padre. Nel cielo non abbandonava gli angeli e sulla terra chiamava a sé gli uomini per mezzo degli angeli; come Verbo risplendeva di incommutabile verità davanti agli spiriti celesti, e per aver trovato solo un angusto rifugio era adagiato in una mangiatoia. In cielo faceva apparire la stella e sulla terra si faceva conoscere per essere adorato» (Discorso 202, Epifania del Signore). La seconda Persona della Santissima Trinità nacque in terra con immensa umiltà, ma venne adorato come un sovrano, il presepio vuole rappresentare proprio questo: ogni elemento in esso contenuto parla di adorazione, da Maria Santissima a san Giuseppe, dal bue all’asino, dalle pecorelle alle oche, dai pulcini ai cani, dai pastori alle lavandaie, dai sassolini al muschio, dalla stella cometa alle sorelle stelle, dai pozzi ai pollai, dai fornai ai venditori di caldarroste, dai pescatori ai calzolai, dalle contadine ai Re Magi… è tutto uno straordinario inno di adorazione a Gesù nell’incanto della semplicità, della bellezza, dell’ordine universale. «Verbum caro factum est» e in Lui, dichiara sant’Agostino, eravamo prefigurati noi, per i quali è morto per farci risorgere. Ecco perché accettò dai Re Magi non solo l’oro come segno di onore, non solo l’incenso come segno di adorazione, ma anche la mirra come segno di sepoltura, inoltre «nei bambini uccisi da Erode mostrò l’innocenza e la bontà di coloro che sarebbero morti per il suo nome» (ibidem). L’Epifania celebra l’adorazione universale al Salvatore e, allo stesso tempo, l’universalità della Chiesa: Emmanuele, «Dio con noi», è giunto in terra per chiamare ognuno alla Verità e per indicare la strada per raggiungerla e salvarsi. I Re Magi, che appartenevano alla casta sacerdotale ereditaria della religione zoroastriana, hanno creduto nei segni celesti, «i cieli narrano la gloria di Dio» (Sal. 19, 2), li hanno saputi decifrare e hanno lasciato alle spalle l’idolatria pagana per genuflettersi a Cristo Re. Questi capi sacerdotali non hanno proposto alla Madonna e a san Giuseppe di educare il Bambino Divino nella loro religione, anzi, si sono convertiti all’inizio della Rivelazione della Verità; non hanno cercato un dialogo, un confronto, uno scambio di opinioni; non hanno neppure portato la loro esperienza o le loro interpretazioni, questi sapienti si sono umilmente prostrati alla Via, alla Verità, alla Vita. L’Epifania quindi non celebra l’ecumenismo, bensì l’universalità di Nostro Signore e della Sua Chiesa, ovvero la chiamata d’Amore divino dei gentili alla Fede. E il posto della stella cometa è stato preso dal Vangelo, che indica ancora e sempre alla conversione di ognuno attraverso l’Unto di Dio. Marco Polo lascia scritto di aver visitato le tombe dei Magi, i primi pagani convertiti, nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: «In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior» (Il Milione, cap. 30). Insegna il Dottore della Chiesa sant’Agostino, con parole ferme e incisive, lucide e amabili, tali da rapire l’anima ai cristiani del suo tempo, di oggi, di sempre, invitando i fedeli alla conversione e alla testimonianza del proprio Credo: «Noi dunque, carissimi, di cui quei magi costituivano le primizie; noi, eredità di Cristo sparsa fino agli estremi confini della terra; noi, per i quali è avvenuta l’ostinazione di una parte di Israele perché l’insieme dei pagani potesse entrare: ora che abbiamo conosciuto il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo, il quale per incoraggiarci quando nacque trovò rifugio in un angusto tugurio e ora per esaltarci siede nei cieli; ora lo dobbiamo testimoniare qui in terra, in questa dimora del nostro corpo, in modo da non ripassare per la via per la quale siamo venuti e da non ricalcare le orme del nostro anteriore modo di vivere. Questo significa il fatto che i magi non ritornarono indietro per la stessa strada che avevano percorso nel venire. Cambiando la via è cambiata anche la vita. Anche per noi i cieli hanno annunziato la gloria di Dio; anche noi siamo stati condotti ad adorare Cristo dalla verità che risplende nel Vangelo, come da stella nel cielo; anche noi abbiamo ascoltato fedelmente la profezia che è risuonata di tra mezzo al popolo giudaico – come testimonianza contro gli stessi Giudei che non sono venuti con noi -; anche noi, riconoscendo e lodando Cristo nostro re e sacerdote, morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro e incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una nuova via, ritornando da una via diversa da quella per la quale siamo venuti» (ibidem). |