In memoria di un modernista:

Joseph Ratzinger – Benedetto XVI



di Pietro Pasciguei


Pubblicato sul quindicinnale SI SI NO NO

Anno LI, n° 21 - 15 dicembre 2025

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Il 31 dicembre 2022, Joseph Ratzinger rendeva l’anima a Dio per ricevere il Giudizio inappellabile dal divino Redentore.
Come tanti, anch’io avevo finito quasi per idolatrare Benedetto XVI, arrivando a considerarlo una sorta di nuovo san Tommaso d’Aquino dei nostri tempi, di fronte al pontificato disastroso di Papa Francesco.
Tuttavia, successivamente, mi sono chiesto se la crisi nella Chiesa fosse davvero iniziata nel 2013 e, mettendo da parte ogni presa di posizione ideologica e studiando la sana dottrina, il Magistero perenne e la vera teologia cattolica, la conclusione alla quale sono giunto (se si è sinceri e onesti intellettualmente, è l’unica conclusione alla quale si può giungere!) è che Joseph Ratzinger non può in alcun modo essere considerato il più grande teologo della storia o della nostra età contemporanea, né tantomeno identificato con il katechon biblico (dal greco τὸ κατέχον, “Colui che trattiene”), come taluni sostengono, in riferimento alla figura che, secondo 2 Ts. II, 6, ritarderebbe l’avvento dell’Anticristo e la fine dei tempi.
Al contrario, egli ha rappresentato un palliativo: non il medico che cura, ma colui che maschera la malattia con balsami preziosi.
Tesserne l’elogio soltanto perché metteva la mozzetta, l’ermellino, il camauro, il fanone, paramenti “gloriosi” ecc., (come qualcuno fa, oggi, nei confronti di Papa Leone) manifesta profonda ingenuità.
Una rivoluzione si può portare avanti anche in cappa magna! In ciò risiede, forse, la sua maggiore responsabilità, rispetto agli altri.

Di fronte a un male profondo e sistemico, non è sufficiente ricoprirlo con belle parole o linguaggi raffinati: occorre estirparlo.
La sua teologia presenta posizioni e orientamenti problematici, neo-modernisti (già riconosciuti dal suo professore M. Schmaus che, inizialmente, bocciò la sua tesi di abilitazione).

Tra gli eccellenti critici si annoverano mons. Antonio Livi, mons. Francesco Spadafora, mons. Bernard Tissier de Mallerais (La strana teologia di Benedetto XVI. Ermeneutica della continuità o rottura?, Edizioni Ichthys, 2013 - Vedi anche); Carlo Di Pietro (Joseph Aloisius Ratzinger. L'altra teologia del “papa emerito”, Edizioni Radio Spada, 2015), Enrico Maria Radaelli (Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo, Edizioni Pro Manuscripto, Aurea Domus, 2017); don Andrea Mancinella (Golpe nella Chiesa, Radio Spada, 2023); Aldo Maria Valli (in don Daniele Di Sorco [ed.] Parole chiare sulla Chiesa, Radio Spada, 2023); Danilo Quinto (Il grano e la zizzania, Controvento, 2025); don Curzio Nitoglia (Contra ciancias: https://doncurzionitoglia.wordpress.com); mons. Brunero Gherardini


Nel suo Introduzione al Cristianesimo (1968) – che viene propinato a tutti gli studenti di teologia al primo anno – Ratzinger aveva già enunciato i presupposti di una fede incerta, segnata dal dubbio, descrivendo il credente come sospeso “sull’oceano del nulla”, condannato a vivere nella tensione tra dubbio e fede, in una “tetra prigione” (Introduzione al Cristianesimo, p. 37).
Ma san Paolo insegna: «Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto […] essi sono dunque inescusabili» (Rm. I, 19-22).
La Scrittura è chiara, e la Chiesa insegna infallibilmente che l’esistenza di Dio può essere conosciuta con certezza dalla ragione, e che negare ciò comporta l’anatema.

La teologia di Joseph Ratzinger si pone in contrasto con l’insegnamento infallibile dei Concili dogmatici e dei Pontefici che hanno condannato gli errori modernisti.
Egli affermò che l’esistenza di Dio «rimane l’ipotesi migliore, benché sia un’ipotesi» (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 123).
Ma l’esistenza di Dio non può essere presentata come un’ipotesi fra le altre, un’opzione del libero mercato delle idee. Questa posizione equivale a una forma di fideismo, mascherata da apertura dialogica. La realtà di Dio è una certezza razionalmente conoscibile, incisa nella natura umana e confermata dalla retta coscienza. È doveroso richiamare ogni uomo alla sincerità interiore, a quel grido della coscienza che proclama: Dio esiste! – e impone il dovere di cercarlo nel cosmo, nell’ordine morale, nella legge naturale, e infine in Cristo.

Tuttavia, Ratzinger, pur riconoscendo l’importanza del riferimento a Dio nella vita pubblica, ha preferito un linguaggio ambiguo, rivolto al mondo politico, economico e culturale, nel tentativo di salvaguardare la dottrina sociale della Chiesa.
È così che è arrivato a proporre la hypothesis Dei come base minima per la convivenza civile, suggerendo agli uomini: “vivete come se Dio esistesse”.
Ma questo, lungi dall’essere un approccio pastorale efficace, risulta essere una resa al relativismo. Chi propone l’ipotesi, implicitamente nega la certezza; chi riduce Dio a un “come se”, spezza l’unità tra fede e ragione, tra verità e storia.
Come sottolineava Étienne Gilson nel suo L’athéisme difficile, l’ateismo non è una posizione razionale, ma una fuga: la filosofia autentica, da Platone a Tommaso, afferma con coerenza che Dio esiste, perché la realtà è fondata su un principio ordinatore.

Un passaggio decisivo per comprendere la traiettoria teologica di Joseph Ratzinger è la sua partecipazione come perito progressista e neo-modernista al Concilio Vaticano II, collaboratore del cardinale Frings, e parte attiva nel rovesciamento della teologia classica. 

Nella seconda sessione del Concilio Vaticano II (1963), si discusse se lo schema sulla Beata Vergine Maria dovesse essere trattato come documento autonomo oppure ridotto a capitolo dello schema sulla Chiesa. Tale dibattito rivelò lo scontro tra due impostazioni contrapposte: da un lato la corrente massimalista, rappresentata da Ottaviani, Balič, Piolanti, Bacci, De Aldama, Roschini, Santos, Siri e altri, erede della grande tradizione mariologica e orientata verso la definizione dogmatica di Maria quale “Mediatrice di tutte le grazie”; dall’altro la corrente minimalista, ispirata a un’impostazione filoluterana che, in nome del principio “Cristo unico mediatore”, rifiutava ogni ulteriore sviluppo della dottrina mariana.
All’interno di quest’ultima – il cosiddetto “fronte del Reno” –, si collocava in posizione di rilievo Joseph Ratzinger, accanto a Congar, Laurentin, Rahner, Liénart, Suenens, König, Schillebeeckx, Küng e ad altri rappresentanti di una teologia nordeuropea desiderosa di rimodellare la fede cattolica secondo categorie ecumeniche e storiciste.
Con il sostegno, più o meno esplicito, di Giovanni XXIII e poi di Paolo VI, questa corrente riuscì a imporre la propria agenda, orientata a ridimensionare in profondità la mariologia dogmatica, considerata un ostacolo ai rapporti con il protestantesimo. L’esito fu sancito il 29 ottobre 1963, quando la votazione sulla sorte dello schema mariano registrò 1.114 voti contro 1.074: un margine esiguo ma sufficiente a decretare la vittoria dei minimalisti e l’archiviazione della prospettiva di definire o discutere autonomamente il titolo di Mediatrice universale.

Il ruolo strategico dei principali esponenti del fronte del Reno – e tra essi quello di Ratzinger – fu determinante nel rovesciare la linea tradizionale difesa dalla Congregazione del Sant’Uffizio.
Questo interventismo teologico si colloca in un contesto più ampio.
Secondo quanto risulta dai documenti riportati da Mino Pecorelli (OP, anno I, n. 21/22, 12 settembre 1978), diversi teologi e prelati di area progressista, fra cui molti protagonisti delle manovre conciliari, risultavano affiliati alla massoneria; elenco riemerso in seguito nelle vicende giudiziarie legate al crack del Banco Ambrosiano e alla Loggia P2.
Tale quadro illumina l’imprinting culturale della corrente in cui operava Ratzinger e aiuta a comprenderne le priorità ideologiche.
La logica minimalista che ridimensionò Maria SS. non fu dunque un episodio isolato, ma parte della più ampia trasformazione teologica che impose il silenzio su temi essenziali quali l’Inferno, il demonio, il comunismo e la necessità di condannare l’errore.
Tutto fu sacrificato al “vangelo della gioia” conciliato con lo spirito del mondo, secondo la visione antropocentrica di Rahner – maestro e riferimento, almeno iniziale, dello stesso Ratzinger – che sviluppò la teoria del “cristiano anonimo”, preludio alla futura dottrina della redenzione universale promossa poi da Giovanni Paolo II, come analizzato da J. Dörmann. Il medesimo impianto teorico riemerse in modo clamoroso nel 1996, quando Ratzinger – divenuto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – respinse la possibilità di proclamare il dogma mariano della Corredenzione, sostenendo che «il significato preciso dei titoli non è chiaro e la dottrina non è matura».

Una risposta che manifesta l’incapacità tipica della teologia moderna di riconoscere la continuità organica della Tradizione. Perché, in verità, la dottrina è chiarissima: è insegnata, in modi diversi ma costanti, dai Padri, dai Dottori, dai Santi e dai Pontefici — e chi non la vede, semplicemente non vuole vederla.
Ratzinger giustificò inoltre il suo rifiuto affermando che il titolo di “Corredentrice” «si allontana troppo dal linguaggio della Scrittura e della Patristica». Ma questa è la solita scusa di chi ha smarrito la visione cattolica dell’unità indissolubile tra Scrittura, Tradizione e Magistero.

Se è vero che la parola “Corredentrice” non appare nei testi sacri, è altrettanto vero che non vi si trovano neppure i termini “Trinità”, “Transustanziazione”, “Consustanziale”, “Madre di Dio” — e tuttavia proprio questi costituiscono colonne portanti della Fede cattolica.
Dunque, o Ratzinger rifiuta anche tali dogmi, oppure è costretto ad ammettere che l’assenza di una parola non implica l’assenza della realtà dottrinale che essa designa.

Fin dal Seicento, teologi, predicatori e Vescovi hanno chiamato Maria Corredentrice, titolo confermato negli Acta Sanctae Sedis ai tempi di Leone XIII e san Pio X.
Nel XX secolo esso ricorre negli scritti e nei discorsi di Pio XI (quattro volte), Pio XII (una volta, in spagnolo) e perfino di Giovanni Paolo II (circa sette volte).
Negli stessi Acta Synodalia del Vaticano II, lo schema mariologico approvato da Giovanni XXIII riconosceva che il titolo di “Corredentrice del genere umano” è in sé corretto; l’unica ragione della sua esclusione fu la volontà ecumenica di “non disturbare” i protestanti.
A prescindere da tale scelta disastrosa, il titolo resta verissimo e perfettamente legittimo: negarlo significa negare la Tradizione, non tutelarla.


Un tassello ulteriore, fondamentale per valutare l’influenza di Ratzinger sul nuovo impianto dottrinale conciliare, è la genesi dell’espressione “subsistit in”, cardine della teologia del pluralismo ecclesiale e del latitudinarismo – già condannato dal Magistero, in particolare nella Mirari vos di Gregorio XVI (1832) e, con ancora maggiore solennità, nel Sillabo degli errori moderni promulgato di Pio IX (1864), autentico monumento della dottrina cattolica contro l’apostasia del secolo – secondo cui si dovrebbero “allargare i confini” della Chiesa.
Tale eresia, insinuandosi sotto l’apparenza di carità e di tolleranza, pretende di includere nella comunione cristiana non soltanto coloro che professano integralmente i dogmi cattolici, ma anche — in un primo grado di cedimento — quanti aderiscono soltanto agli articoli fondamentali del Credo niceno, così da abbracciare cattolici e scismatici; poi, in un ulteriore passo verso l’abisso, tutti coloro che credono in un Dio trascendente, creatore e provvido, così da comprendere cristiani, musulmani ed ebrei; e ancora, chiunque riconosca una qualche forma di spiritualità superiore; infine, in ultima dissoluzione, chiunque si professi filantropo o devoto all’umanità.

Secondo il latitudinarismo, in pratica, tutte le confessioni cristiane sarebbero ugualmente valide nella misura in cui condividono alcuni articoli fondamentali della fede (come la Trinità o l’Incarnazione), trascurando gli altri.
Tuttavia, parlare di un presunto “cristianesimo essenziale”, che si limiterebbe a pochi articoli fondamentali della fede, o appellarsi al celebre slogan “concentriamoci su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide”, è, teologicamente parlando, una bestemmia travestita da buona intenzione.
Questo è, in sintesi, il subsistit in.

È noto – e documentato – che il pastore protestante Wilhelm Schmidt, osservatore al Concilio, ha rivendicato la paternità di tale formula: «Ho proposto per iscritto la formula ‘subsistit in’ a colui che era allora il consigliere teologico del cardinale Frings, Joseph Ratzinger, che l’ha trasmessa allora al cardinale…».
Nella lettera del 3 agosto 2000 indirizzata all’abbé M. Gaudron, Schmidt precisa: «Non ho niente da obiettare alla pubblicazione di questa informazione» (cit. in Catéchisme catholique de la crise dans l’Église, Éd. du Sel, 2007, p. 71; anche in La Tradizione Cattolica, n. 28/29).
Questo dato – troppo spesso taciuto dai devoti “nostalgici” del teologo bavarese – dimostra il ruolo costitutivo di Ratzinger nell’elaborazione della formula che ha consentito alla dottrina conciliare di concepire la Chiesa cattolica non più come identica alla Chiesa di Cristo, ma come una sua semplice realizzazione tra altre, con gravissime conseguenze ecumeniche e dogmatiche.

Ratzinger definì la Gaudium et Spes, insieme alle dichiarazioni Dignitatis Humanae e Nostra Aetate, “una revisione del Sillabo di Pio IX, una specie di Contro-Sillabo”, cioè un atto di riconciliazione con la modernità e con la Rivoluzione del 1789.
Durante il Concilio, Ratzinger partecipò alla riforma del Sant’Uffizio, voluta per ridimensionare il controllo dottrinale: un gesto simbolico della sostituzione della difesa della verità con il dialogo.
Come Papa, commemorò positivamente l’incontro interreligioso di Assisi (1986), riconoscendone “il messaggio vibrante a favore della pace” e la “valenza pedagogica del pregare insieme”, pur tentando di evitare accuse di sincretismo.
In Turchia (2006) pregò nella Moschea B
Espresse rispetto verso il Corano e definì la libertà religiosa “espressione fondamentale della libertà umana”, in apparente contraddizione con il Sillabo di Pio IX.
In Germania (2011) Ratzinger lodò Lutero per la sua “spiritualità cristocentrica”, riabilitandone l’intenzione teologica e cancellando il giudizio secolare della Chiesa su di lui come eretico.
Già nel 1982, in Principles of Catholic Theology, aveva elogiato la comunità ecumenica di Taizé come “modello d’ispirazione ecumenica da riprodurre altrove”. Elogiò anche il modello di laicità come positivo, compatibile con la fede, capovolgendo la dottrina cattolica tradizionale sulla regalità sociale di Cristo e lo Stato cristiano.
Ratzinger reinterpretò i princìpi politici e religiosi moderni (libertà, laicità, pluralismo) in chiave teologica, legittimandoli come compatibili con il cattolicesimo. È la sostanza del modernismo.

Ratzinger non accettò la dottrina delle “due fonti della Rivelazione” così come formulata dal Concilio di Trento e ribadita dal Vaticano I.
Secondo l’insegnamento tridentino (Sess. IV, 1546), la Rivelazione divina è trasmessa alla Chiesa attraverso due fonti distinte: la Sacra Scrittura, ispirata dallo Spirito Santo, e la Tradizione apostolica, cioè la trasmissione orale di verità rivelate non necessariamente contenute nella Scrittura ma ricevute dagli Apostoli e trasmesse attraverso i secoli nella vita della Chiesa.
Questa dottrina è vincolante, in quanto definita dogmaticamente, e fu ulteriormente ribadita da san Pio X, che nel decreto Lamentabili Sane Exitu (1907) condannò come erronea l’opinione secondo cui la Rivelazione divina non sarebbe terminata con gli Apostoli o che la Tradizione contenga contenuti oggettivi e soprannaturali rivelati da Dio.
Ratzinger, al contrario, interpreta la Rivelazione non come un insieme di verità soprannaturali trasmesse in modo oggettivo e vincolante, ma come un “evento” personale, una “manifestazione” viva di Dio che culmina nella persona di Cristo.
Da questa visione, egli fa scaturire la Scrittura e la Tradizione non più come due fonti autonome e distinte, ma come due espressioni complementari di una medesima fonte, ossia della Rivelazione intesa come realtà relazionale, piuttosto che come deposito di dottrine trasmesse.
Tale posizione, formulata in termini sofisticati, confligge con la dottrina infallibile definita dalla Chiesa, e ricade nei princìpi del modernismo già condannati da san Pio X nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis, dove si denuncia precisamente il riduzionismo esperienziale della fede e la tendenza a concepire il dogma come espressione storica e mutevole della coscienza ecclesiale.

Inoltre, la concezione ratzingeriana della Tradizione come dimensione ermeneutica della Scrittura piuttosto che come fonte autonoma di Rivelazione oggettiva, conduce a dissolvere la nozione stessa di depositum fidei, sostituendo alla trasmissione fedele di contenuti rivelati una dinamica storicistica e pneumatica, che lascia spazio ad una possibile evoluzione del dogma, contraria al principio cattolico dell’immutabilità della fede.
La teologia ratzingeriana si oppone al dato rivelato come trasmesso dalla Chiesa per 1962 anni, e appare come espressione tipica del neo-modernismo condannato: essa tenta di evitare l’accusa di gnosticismo insita nell’idea di una Tradizione che custodisce verità “extra scripturam”, ma nel farlo cade in un errore uguale e contrario, riducendo la Rivelazione a pura esperienza cristocentrica mediata dalla comunità ecclesiale, secondo modalità che ricordano l’approccio evolutivo, immanentista e soggettivista del pensiero modernista.

Il motu proprio Summorum Pontificum (2007), spesso letto come gesto di riconciliazione con la Tradizione, fu, in realtà, un’operazione politica, non teologica. Lo stesso mons. Gänswein ammise che lo scopo era “allontanare i fedeli da Lefebvre” e riportarli “in pace liturgica” dentro il neo-modernismo.

Ratzinger sostituì nel proprio stemma la Tiara papale con la Mitria, in continuità con la deposizione della Tiara da parte di Paolo VI.
Diede pubblicamente la comunione a un protestante (Frère Roger di Taizé), atto di totale rottura con la disciplina sacramentale cattolica.

Il libro Ebrei e Cristiani, scritto insieme al rabbino Arie Folger, apparentemente innocuo, è, forse, la summa della sua teologia giudaizzante.
Il pensiero sottostante è chiaro: la fede cristiana non è più vista come l’unica vera religione, ma come una delle tante vie verso Dio; ebraismo e cristianesimo sarebbero due espressioni parallele della medesima Alleanza.
Questo è puro giudeo-cristianesimo, ossia il primo errore contro la Chiesa apostolica: la pretesa di mantenere in vigore la Legge mosaica accanto alla fede in Cristo.
San Paolo condannò questo veleno con parole che restano definitive: «Se vi lasciate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla» (Gal V, 2).
Eppure, Ratzinger rilegittima il Giudaismo postbiblico e lo pone sullo stesso piano della fede cattolica, negando di fatto l’abrogazione dell’Antica Legge.
Si arriva così a capovolgere l’intera economia della salvezza: l’Antica Alleanza non sarebbe mai stata revocata, e i “fratelli maggiori” – come li chiamava Giovanni Paolo II – conserverebbero ancora un ruolo privilegiato nel piano divino.
È l’esatto contrario di quanto insegna l’Apostolo: «Dio ha abbandonato IsraeleOra le promesse divine passano ai Gentili» (Rm. XI).

Con Ebrei e Cristiani, Ratzinger abbandona il dogma cattolico secondo cui “fuori della Chiesa non c’è salvezza” e apre la porta a un sincretismo teologico, mascherato da dialogo.
Ratzinger scrive testualmente: «Dai tempi di Auschwitz, è chiaro che la Chiesa deve ripensare la questione della natura del Giudaismo» (Ebrei e Cristiani, p. 39) e «gli eventi della Shoah resero ancora più urgente l’esistenza di uno Stato per gli Ebrei» (p. 65).
Con queste parole, egli eleva la Shoah a principio teologico e politico, facendone il fondamento di Nostra Aetate e dello Stato d’Israele. Si arriva perfino ad affermare che «nello Stato attuale d’Israele si può vedere un segno della perdurante Alleanza di Dio con Israele» (p. 15). È una bestemmia dottrinale: Dio non contraddice Sé stesso, e non può benedire un popolo che ha rigettato e crocifisso il proprio Messia.
La Vecchia Alleanza è stata sostituita, non “prolungata”: «Ego sum Dominus et non mutor» (Mal. III, 6).

Da questo presupposto, Ratzinger giunge persino a legittimare implicitamente l’esproprio della Palestina e la politica sionista come segno di “fedeltà divina”.
Ma Dio non può violare il Suo stesso comandamento: “Non uccidere, non rubare”. La riduzione della teologia a giustificazione geopolitica è una profanazione. È evidente che la Shoah, per Ratzinger, non è solo un evento storico, ma una nuova rivelazione, una meta-rivelazione che giudica la Croce di Cristo e la sostituisce come luogo teologico della salvezza.

Nel 2001 Ratzinger firmò la prefazione al documento della Pontificia Commissione Biblica Il popolo ebraico e le sue Sante Scritture. In quel testo, da lui ripreso in Ebrei e Cristiani, si legge: «Possono i Cristiani, dopo tutto quello che è successo, avanzare ancora la pretesa di essere gli eredi legittimi della Bibbia d’Israele?» (pp. 110-111).
È una domanda che contiene già la risposta: no. Si arriva così a negare implicitamente la divina ispirazione del Nuovo Testamento e la sua superiorità sull’Antico.

Nel documento del 1993 L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, Ratzinger aveva già suggerito che “la presentazione degli Ebrei nel Nuovo Testamento ha favorito l’antisemitismo”.
Dunque, non solo il Cristianesimo storico, ma la stessa Santa Scrittura sarebbe “responsabile” di Auschwitz. È il marcionismo rovesciato: non più il rifiuto dell’Antico Testamento, ma il rigetto del Nuovo, considerato colpevole di odio razziale.
Una bestemmia oggettiva, che toglie alle Scritture la loro ispirazione divina e dissolve la fede nel relativismo storico.

Nel suo intervento all’incontro di Gerusalemme, Ratzinger affermò che “la salvezza viene dai Giudei” (Gv. IV, 22) e che “non esiste colpa collettiva dei Giudei per la morte di Gesù”. Ma il Vangelo è chiaro: «Il suo Sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (Mt. XXVII, 25).
Ratzinger cancella la verità storica e teologica del deicidio, per adattarsi al linguaggio della diplomazia interreligiosa. In questo modo, egli non difende più Cristo contro la Sinagoga, ma giustifica la Sinagoga contro Cristo.
È il rovesciamento del Vangelo.

Quando poi afferma che “il Tempio non potrà più essere ripristinato”, lo fa per negare la dimensione escatologica che i Padri della Chiesa riconoscevano: sant’Ireneo (Adversus  haereses, V, 30, 3), sant’Ippolito (Comm. in Danielem, IV, 49) e san Giovanni Damasceno insegnano che la ricostruzione del Tempio precederà l’apparizione dell’Anticristo e la conversione finale d’Israele (cfr. AUGUSTIN LÉMANN, L’Anticristo, Effedieffe, 2014, pp. 100-102).
Negando ciò, Ratzinger dissolve anche l’escatologia cattolica.

Un ultimo aspetto riguarda la crisi contemporanea della dottrina cattolica della soddisfazione vicaria, che non solo scaturisce da un clima culturale avverso al sacrificio e da un’eclissi pastorale del senso del peccato, ma esiste una radice teologica ben più profonda e, per certi versi, sorprendentemente sistematica.
Mons. Bernard Tissier de Mallerais ha mostrato come una parte significativa della teologia postconciliare abbia fatto della “correzione” della dottrina anselmiano-tomista un vero programma teologico e fra i principali artefici di tale svolta si colloca proprio Joseph Ratzinger (cfr. Il mistero della Redenzione secondo Benedetto XVI, Torino 2012).

Il primo punto nevralgico riguarda il valore del Sangue del Redentore.
Ratzinger afferma: «Certamente non è un dono materiale: esso è soltanto l’espressione concreta dell’amore». Qui il Sangue — che per la Scrittura “ottiene la remissione dei peccati” (Eb. IX,22), che “riscatta” (1 Pt. I,18–19), che “paga il prezzo” (1 Cor. VI,20) — non ha più valore sacrificale, non è più offerta, non è più prezzo; è semplicemente “espressione concreta dell’amore”.
La sostanza del Sacrificio viene sostituita dal simbolo. L’effusione sacrificale del Sangue smette di essere un atto cultuale che produce effetti reali presso Dio, e diventa un linguaggio affettivo rivolto all’uomo.

A questa riduzione simbolica del Sangue segue la reinterpretazione del Sacrificio. Il Sacrificio cristiano, secondo Ratzinger, non consiste più in un’offerta oggettiva a Dio, ma in un dinamismo comunitario ed etico: «Il sacrificio cristiano consiste nel diventare gli uni per gli altri pane, Corpo dato e Sangue versato». 
Non vi è altare, non vi è vittima, non vi è offerta, non vi è placazione della giustizia divina. La Messa, così concepita, non è più la riattualizzazione incruenta della croce, ma un gesto ecclesiale in cui la comunità “diventa pane” gli uni per gli altri. L’intero ordine sacrificale viene interiorizzato fino a dissolversi.

Il nodo più grave emerge nel giudizio ratzingeriano sulla pena vicaria.
Egli afferma: «Cristo non prende su di sé la pena per i peccati, ma soffre con noi, non al posto nostro». È un’affermazione che, presa alla lettera, contraddice frontalmente la Dottrina cattolica e l’esplicita testimonianza della Rivelazione: «Cristo morì per i nostri peccati» (1 Cor. XV, 3), «Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui» (Is. LIII,5), «vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv. II, 2).
La Redenzione, così reinterpretata, perde la sua struttura oggettiva: Cristo non redime più in quanto capo che assume le pene del corpo, ma in quanto compagno di sofferenza.
La Croce diviene solidarietà, non soddisfazione. Coerentemente, Ratzinger dichiara insufficiente la stessa categoria teologica con cui la Chiesa ha sempre compreso il mistero del Calvario: «La categoria della soddisfazione come pena vicaria… non esprime adeguatamente il mistero cristiano».

Qui non si tratta più di una sfumatura, ma di un rovesciamento dell’intera Tradizione. Se la categoria di “soddisfazione come pena vicaria” non esprime adeguatamente il mistero cristiano, allora sant’Anselmo, san Tommaso d’Aquino, il Concilio di Trento, il Catechismo Romano, la liturgia latina, la teologia patristica e scolastica sarebbero inadeguati.
Ratzinger non approfondisce: nega!
L’esito finale è inevitabile: se Cristo non offre un Sacrificio, se il suo Sangue non è prezzo, se non prende su di sé la pena, se non soddisfa al posto nostro, allora la Redenzione non è più un atto oggettivo che cambia realmente lo stato dell’uomo dinanzi a Dio. È un gesto esistenziale, un appello morale, un simbolo che invita l’uomo al “superamento”.
È questo — e non un altro — il cuore della critica di mons. Tissier: la teologia ratzingeriana dissolve la struttura oggettiva della Redenzione e la sostituisce con un paradigma simbolico-affettivo che è incompatibile con la fede cattolica.

Alla luce di tali negazioni, la dottrina cattolica appare in tutta la sua forza.
Sant’Anselmo proclama che Dio non esercita un’ira cieca, ma richiede una riparazione che corrisponda all’offesa. E afferma con chiarezza: «Dio Padre non ha consegnato alla morte un innocente per un colpevole. Egli non ha costretto il Figlio a morire contro la sua volontà, né ha permesso che fosse ucciso contro il suo volere; ma Egli stesso, cioè il Figlio Gesù Cristo, di sua spontanea volontà ha sopportato la morte per salvare gli uomini» (Cur Deus Homo, I, 8).

San Tommaso porta questa intuizione al suo vertice: «Primo [Cristo] soddisfa pienamente per l’offesa colui che offre all’offeso ciò che questi ama in una misura uguale o ancora maggiore di quanto abbia detestato l’offesa.

Ora Cristo, accettando la Passione per carità e per obbedienza, offrì a Dio un bene superiore a quello richiesto per compensare tutte le offese del genere umano.

Primo, per la grandezza della carità con la quale volle soffrire.

Secondo, per la dignità della sua vita, che era la vita dell’uomo-Dio, e che egli offriva come Soddisfazione.


Terzo, per l’universalità delle sue sofferenze e la grandezza dei dolori accettati.

Perciò la Passione di Cristo fu una soddisfazione non solo sufficiente per i peccati del genere umano, ma anche sovrabbondante, secondo le parole di san Giovanni [1 Gv 2, 2]: “Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”» (S. Th., IIIa, q. 48, a. 2 co.).
E ancora: «Il capo e le membra formano come un’unica persona mistica. Perciò la soddisfazione di Cristo appartiene a tutti i suoi fedeli che ne sono le membra. Come anche quando due uomini sono uniti nella carità uno può soddisfare per l’altro» (S. Th., IIIa, q. 48, a. 2, ad 1).

San Paolo integra la dimensione ecclesiale della soddisfazione: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, della tribolazione di Cristo, manca nella mia carne» (Col. 1, 24).

Il Concilio di Trento definisce dogmaticamente: «Causa meritoria è il suo dilettissimo Unigenito e Signore nostro Gesù Cristo, il quale, pur essendo noi suoi nemici, per l’infinito amore con cui ci ha amato, ci ha meritato la giustificazione con la sua santissima Passione sul legno della croce e ha soddisfatto per noi Dio Padre» (Sessione VI, cap. VII).

Il Catechismo Romano insegna: «Tutti questi magnifici doni divini ci vennero dalla Passione: innanzi tutto perché si tratta di una soddisfazione integrale e perfetta sotto ogni punto di vista, che Gesù Cristo offrì a Dio Padre per i nostri peccati in una maniera mirabile. Anzi il prezzo da lui pagato in vece nostra, non solo pareggiò, ma oltrepassò i nostri debiti. Il Sacrificio inoltre fu sommamente accetto a Dio: appena offerto dal Figlio sull’altare della croce, l’ira e l’indignazione del Padre furono placate».

Tali concetti esprime l’Apostolo, quando dice: Cristo ci amò e si offrì per noi quale vittima e oblazione di soave profumo a Dio, (Ep. 5, 2).
A tale Redenzione si riferiscono le parole del Principe degli apostoli: Non siete stati redenti con oro e argento corruttibili dalla fatuità delle vostre consuetudini paterne e tradizionali, ma col Sangue prezioso di Gesù Cristo, agnello candido e incontaminato (1 Pt. I,18-19); e san Paolo insegna: Cristo ci ha liberato dalla maledizione della legge, diventando Lui maledizione per noi (Gal. III,13)» (Parte I, cap. V, n. 65).

San Pio X, nel Lamentabili, condanna l’errore modernista secondo cui: «La dottrina della morte espiatrice di Cristo non è evangelica, ma soltanto paolina» (Proposizione 38).

Ogni riga di questi testi contraddice direttamente le affermazioni di Ratzinger citate sopra.
Dove Ratzinger dice che il Sangue è solo “espressione concreta dell’amore”, la Chiesa proclama che esso è “prezzo”, “soddisfazione”, “propiziazione”.
Dove Ratzinger nega che Cristo prenda su di sé la pena, la Scrittura e la Tradizione affermano che Cristo “ha soddisfatto per noi Dio Padre”.
Dove Ratzinger dichiara inadeguata la categoria della soddisfazione vicaria, il Magistero la definisce dogmaticamente.
Il confronto è netto. Da una parte, una teologia che riduce la Croce a simbolo e rifiuta la soddisfazione vicaria; dall’altra, la dottrina cattolica indefettibile che proclama Cristo vittima, sacrificio, prezzo, soddisfazione, espiazione reale.
Le due visioni non possono coesistere.

Per questi motivi, l’impianto teologico di Joseph Ratzinger, pur espresso con linguaggio in apparenza rispettoso della Tradizione, risulta inaccettabile per chi intende mantenersi fedele alla dottrina immutabile della Chiesa, come custodita e definita dal Magistero autentico e infallibile, e deve essere rigettato come contrario alla fede cattolica.

In un’intervista rilasciata il 2 maggio 2018 alla rivista The Wanderer, mons. Antonio Livi rispose così alla domanda: “Pensa che la teologia di Joseph Ratzinger potrebbe essere una via d’uscita dalla crisi della Chiesa?”: «Assolutamente no. Già in Introduzione al Cristianesimo mostrava una cultura cattolica influenzata dal protestantesimo. Ha scelto di combattere il neo-tomismo e la teologia naturale, sostenendo che si possa passare direttamente dall’ateismo alla fede. Ma ciò è dogmaticamente inaccettabile: il Concilio Vaticano I e l’enciclica Fides et ratio affermano l’opposto. La via è quella dei praeambula fidei. Inoltre, da Papa, ha prodotto testi più teologici che magisteriali. Le sue encicliche sono al 90% teologia personale, e gran parte del pontificato è stata dedicata ai suoi volumi su Gesù di Nazareth» (Cfr. The Wanderer, intervista del 2 maggio 2018, pubblicata il 3 maggio).

Non è possibile confutare questa conclusione senza negare i testi stessi di Ratzinger o i testi stessi del Magistero. La contraddizione è documentale e logica, non opinabile. Per questo motivo, le conclusioni qui esposte non sono una tesi tra le altre, ma una constatazione teologica obbligata: il sistema ratzingeriano appartiene al modernismo; la fede cattolica appartiene alla Rivelazione immutabile.
Fra queste due visioni non esiste continuità, né mediazione possibile: accogliere l’una significa rigettare l’altra.

Ratzinger fu e rimase discepolo della nouvelle théologie condannata da Pio XII nella Humani generis
Non fu il “katéchon” che trattiene l’errore, ma uno dei principali ingranaggi della rivoluzione conciliare. Di questa, egli fu il più grande teologo!

Ratzinger viene esaltato perché ha reinterpretato dogmi, sacramenti e morale in chiave esistenziale, personalista, storicista; ha riletto tutta la Tradizione secondo gli schemi di Bultmann, Guardini, Heidegger, Hegel; ha trasformato il linguaggio del Magistero per renderlo “dialogico”, “pastorale”, non più definitorio.
Ratzinger fu il “polo conservatore” di un paradigma modernista.

Nel sistema postconciliare, Ratzinger ha avuto il ruolo strategico di razionalizzare gli eccessi progressisti, dare una patina ortodossa a posizioni che non lo erano, tenere unito il fronte cattolico evitando scismi.

La sua funzione è stata quella di cerniera, non di custode della Verità. Ha fatto da “ponte”, non da “baluardo”. E per questo viene celebrato. Inoltre, è stato un Pontefice, e questo, purtroppo, crea automaticamente un’aura.
In ambito accademico ed ecclesiale, l’essere stato Papa amplifica automaticamente l’autorità teologica, pone la sua produzione intellettuale su un piedistallo, impedisce un giudizio critico libero. L’effetto è semplice: se è Papa, allora dev’essere un grande teologo. È la fallacia dell’“autorità sacralizzata”.

Inoltre, Ratzinger aveva uno stile raffinato, elegante, apparentemente profondo. Scriveva con un linguaggio alto, estetico, suggestivo, con immagini simboliche potenti, con equilibrio e cortesia. Questo stile colpisce moltissimi lettori — soprattutto oggi, in un mondo teologicamente affamato di eleganza.
Ma lo stile raffinato non è garanzia di ortodossia. Anzi, spesso proprio i sistemi eterodossi si esprimono con parole affascinanti, morbide, poetiche.
Al di là dell’immagine, dei panegirici e della devozione culturale, le sue affermazioni teologiche reali — testuali, verificabili, inequivocabili — negano o svuotano elementi essenziali della fede cattolica.
Un teologo che nega o svuota questi pilastri non può essere considerato “grande teologo” in senso cattolico. Può esserlo all’interno della nuova teologia, non della vera teologia.

Ratzinger fu il più grande teologo … della Chiesa conciliare, del Vaticano II, ma non teologo cattolico nel senso pieno, oggettivo, tradizionale del termine.
Chi oggi continua a difenderlo come “il più grande teologo del nostro tempo” non fa che perpetuare l’inganno.
La verità è una sola: Ratzinger è stato il più pericoloso dei modernisti, perché ha dato al veleno del neo-modernismo post-conciliare il profumo della Tradizione.
E finché non si riconoscerà questo, la Chiesa resterà prigioniera dell’ambiguità.
Il rimedio non è l’ermeneutica della continuità – sempre proclamata ma mai dimostrata! – bensì la restaurazione integrale della Fede cattolica, quella dei Padri, dei Dottori e del Magistero di sempre.






gennaio 2026
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