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| Istituto Islamico nelle scuole italiane. C’è chi dice no, ma la diocesi dice sì. E ti pareva ! ![]() Una moschea Pochi giorni fa è esplosa una forte polemica concernente una serie di iniziative “cultural-religiose” che l’Istituto di Studi Islamici di Piacenza ha realizzato in alcune scuole pubbliche della provincia e del capoluogo emiliano. La questione era già stata a suo tempo evidenziata da “Il Giornale”. Ecco l’incipit dell’articolo con cui il quotidiano, l’8 gennaio scorso, si è nuovamente occupato della faccenda: «Il caso sollevato da Il Giornale dell’Istituto Islamico di Piacenza che entra nelle scuole, anche elementari, sta generando un terremoto politico. L’Istituto di Studi Islamici Averroè, facente parte del Centro culturale islamico della medesima città, infatti, propone corsi di Islam: tra i casi di cui siamo a conoscenza c’è quello dei bambini di due quinte elementari delle scuole di Pontenure (Comune nel piacentino), che hanno visitato il centro. E poi quelli dei licei Melchiorre Gioia e Colombini, in cui il centro Averroè è entrato durante le ore di religione». L’articolo prosegue con il resoconto delle prese di posizione, fortemente contrarie a tali iniziative, da parte di esponenti del centro-destra. Non passano trentasei ore ed ecco comparire dalle colonne, manco a dirlo, di “Avvenire” una durissima presa di posizione contro quanto sostenuto da “Il Giornale”. La cosa interessante (e, peraltro, neanche tanto sorprendente) è che la stizzosa replica non proviene dall’Istituto Islamico bensì dalla diocesi piacentina. Anche in questo caso propongo alcuni estratti dell’articolo pubblicato dal foglio della Cei il 10 gennaio scorso: «La diocesi respinge la lettura allarmistica e sloganistica del quotidiano “Il Giornale”. In un comunicato congiunto invita a distinguere tra paure e realtà e difende il dialogo interreligioso come unica via evangelica. Anche la diocesi di Piacenza-Bobbio si inserisce nel dibattito scoppiato dopo il recente servizio del quotidiano “Il Giornale” che ha definito la città emiliana “focolaio islamico”. Lo fa con un comunicato a triplice firma – Claudio Ferrari, direttore Ufficio diocesano scuola, padre Mario Toffari, direttore Ufficio diocesano migranti, Emanuele Vendramini, direttore Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso – che prova ad andare oltre una ricostruzione giornalistica che “pare proprio una provocazione volta ad alimentare paure”. L’annuncio del Vangelo, oggi, ha una sola via: il dialogo, che non è assolutamente concessione a qualsivoglia iniziativa contro le leggi del nostro Paese, ma volontà di ricerca di una convivenza pacifica». Questi, in estrema sintesi, i fatti. Della questione in sé, intendo gli interventi dell’Istituto Islamico nelle scuole, mi interessa amaramente il giusto. In questi ultimi anni – tra presepi eliminati, Pasqua ignorata, ore di religione stravolte nel loro autentico significato e ricerca affannosa di una ossessiva inclusione sincretistica delle altrui fedi – la scuola pubblica italiana (non di rado affiancata da ardite emulazioni da parte di istituzioni educative cattoliche) ci ha purtroppo abituati a vederla amica di qualsiasi religione meno di quella cattolica. Le iniziative dell’Istituto Islamico costituiscono quindi solo l’ennesima riprova della inarrestabile decomposizione del tessuto cattolico nella società italiana. Il punto che mi interessa è un altro e riguarda, in particolare, il tema/rapporto tra un credente cattolico e il cosiddetto (e per me famigerato) dialogo interreligioso. In questo caso, infatti, non stiamo parlando di ecumenismo, cioè di tutto ciò che ci dovrebbe vedere sempre impegnati per contribuire al purtroppo chimerico obiettivo dell’unità di tutti i cristiani. Qui la questione è drammaticamente diversa e riguarda la presunta esigenza per noi cattolici di dover ricercare forme di comunicazione, confronto e dialogo – chiamiamolo come accidenti ci pare – con altre fedi non cristiane. Non intendo considerare, in tale scenario, il nostro rapporto con l’ebraismo. Si tratta di un tema che, per ovvi motivi, non può rientrare nella fattispecie che mi interessa trattare. Vorrei invece analizzare insieme a voi l’incredibile risposta della diocesi a “Il Giornale”. Rileggiamo alcuni allucinanti passaggi: «In un comunicato congiunto invita a distinguere tra paure e realtà e difende il dialogo interreligioso come unica via evangelica». E ancora: «L’annuncio del Vangelo, oggi, ha una sola via: il dialogo, che non è assolutamente concessione a qualsivoglia iniziativa contro le leggi nostro Paese, ma volontà di ricerca di una convivenza pacifica». Dunque, se le parole hanno un senso e non sono ghiande da dare ai porci, il dialogo di cui straparla la diocesi piacentina non va inteso – come sarebbe accettabile – come confronto esclusivamente interculturale, ma come strettamente connesso a un approccio evangelico da parte del credente, totalmente correlato ad aspetti comportamentali, di fede, teologici, dottrinali e pastorali. Insomma, in relazione a tutto ciò che ha che fare con la nostra esistenza vista in una dimensione/visione soprannaturale. In tale prospettiva l’obiettivo finale dovrebbe essere quello di ricercare una sintesi, un’osmosi tra fedi che sia capace di individuare e fare propria una dimensione religiosa sincretistica, in grado di guidare e indirizzare la ricerca verso un dio buono e comodo per tutte le stagioni e convinzioni. Inoltre, declinare i Vangeli come strumenti finalizzati alla «convivenza pacifica» significa ridurre la Parola di Dio a una miserevole dimensione laico-secolare; un annuncio alla stessa stregua di un’ideologia, di un manifesto socio-politico e per ciò stesso privo di qualsiasi afflato escatologico. Per la Chiesa cattolica militante la salvezza di ciascuno di noi deve dunque passare – obbligatoriamente, prioritariamente e inevitabilmente – non già dall’annuncio della Buona Novella, non dal cercare di vivere tra mille ostacoli e difficoltà una vita alla luce della parola di Dio e dell’insegnamento di Cristo, non dalla lotta quotidiana per rifuggire il peccato e le tentazioni del mondo, men che mai dalla preghiera e dal vivere con partecipazione la sacra liturgia (già da tempo fatta a pezzi dall’interno). Il Simbolo, il Credo? Nulla di tutto questo! Vivere il Vangelo significa invece, per questa nostra irriconoscibile chiesa, trovare una sintesi e un cammino comune con chiunque sia alla ricerca di “una dimensione”, non importa se basata su concetti, visioni, ideali e insegnamenti che nulla hanno avuto e mai avranno a che fare con il cristianesimo, anzi; molto spesso ne sono agli antipodi. Chiudo chiedendo a qualche esponente del clero e laicato cattolico, con umiltà ma grande decisione, di convincermi del fatto che, come credente, io debba dialogare (sottolineo sul piano religioso) con persone di altre fedi. Evidentemente, nei miei quasi settant’anni di una molto imperfetta vita di cattolico, mi sono completamente perso o non ho assolutamente compreso quegli insegnamenti evangelici, apostolici e dottrinali per i quali dovrebbe essere mio prioritario dovere di cristiano non solo camminare insieme a un musulmano, un buddista, un animista, un pachamamo o a un qualsiasi vattelappesca adoratore del dio Sole di qualche arcipelago nell’Oceano Pacifico, ma anche pregare con costoro un dio nel quale, tutti insieme appassionatamente, ci riconosciamo. Vi prego, cari vescovi, sacerdoti, suore, catechisti, teologi, seminaristi e laici appassionati, dimostratemi perché mai dovrei fare tutto questo e, soprattutto, in nome di che cosa? |