Concistoro Straordinario:

qual è il suo vero significato?



di Gaetano Masciullo (Corrispondente in Italia di The Remnant)


Pubblicato sul sito americano The Remnant





Un modello parlamentare della Chiesa


Il Concistoro straordinario del gennaio 2026 non è stato un mero momento consultivo, ma una svolta strategica: sotto l’apparenza del dialogo e della “sinodalità”, si sta consolidando un modello parlamentare di Chiesa che relativizza il primato petrino e rende irreversibile la deriva neomodernista, mentre Papa Leone XIV appare sempre più come arbitro degli equilibri di potere.

Il Concistoro straordinario del gennaio 2026 non va letto come un semplice momento consultivo, ma come un passo decisivo nel tentativo di rifondare la Chiesa su basi procedurali e parlamentari, estranee alla sua natura divina.

Il Concistoro straordinario, convocato da Papa Leone XIV il 7 e 8 gennaio, ha rappresentato un momento molto importante e significativo per comprendere la direzione che prenderà la vita della Chiesa nei prossimi mesi o addirittura anni; tuttavia, il suo significato reale va ben oltre l’apparente formalità istituzionale.

L’evento – primo punto da sottolineare – coincideva con la conclusione del Giubileo del 2025 indetto da Papa Francesco e quindi, secondo numerosi osservatori, avrebbe segnato l’inizio concreto del pontificato di Prévost, un Papa che, pur formalmente “moderato”, appare oggi più come il garante della coesione tra correnti contrapposte all’interno della Chiesa, che come il custode primario della fede cattolica.


All’inizio del Concistoro, si è rapidamente deciso di ridurre i temi da quattro a due, tramite votazione. La stragrande maggioranza dei cardinali ha scelto di discutere di sinodalità e missione nel mondo moderno.

La convocazione dei cardinali di tutto il mondo a Roma era stata annunciata lo scorso novembre 2025 attraverso una lettera del cardinale Re, prontamente “fatta trapelare” e pubblicata sui media italiani e poi americani già il 16 dicembre 2025.

Ufficialmente, secondo quanto emerso, i cardinali sarebbero stati chiamati a discutere quattro temi principali: un approfondimento della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium sull’organizzazione della Curia romana, in particolare per quanto riguarda il rapporto di governo tra la Santa Sede e le Chiese locali; le modalità della “missione” della Chiesa nel mondo contemporaneo alla luce dell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium di Francesco; la pace liturgica; e, infine, la questione della sinodalità.

Attenzione: come mi aveva specificato a suo tempo il giornalista Nico Spuntoni, per quanto riguarda la pace liturgica la questione non avrebbe riguardato esclusivamente ed esplicitamente il ripristino della Messa tradizionale e il superamento di Traditionis Custodes, come alcuni osservatori vaticani avevano auspicato, ma, in senso più ampio, l’eventuale necessità di intervenire in qualche modo nella liturgia (non dimentichiamo che il progetto di Koch di un “Rito ibrido” è ancora in qualche cassetto vaticano, pronto per essere riesumato).

Tuttavia, durante il Concistoro, si è poi rapidamente deciso di ridurre i temi da quattro a due, tramite votazione. La stragrande maggioranza dei cardinali ha scelto di discutere di sinodalità e missione nel mondo moderno.


I cardinali che si erano preparati a intervenire sulla liturgia o sui rapporti con le Chiese locali si sono trovati in evidente difficoltà e imbarazzo, mentre hanno prevalso coloro che si erano preparati in anticipo sui temi della sinodalità e della “missione”.

Quindi, siamo costretti a constatare un primo sviluppo peculiare di questo primo Concistoro straordinario di Papa Leone: i cardinali che si erano preparati a intervenire sulla liturgia o sui rapporti con le Chiese locali si sono trovati in evidente difficoltà e imbarazzo, mentre hanno prevalso coloro che si erano preparati in anticipo sui temi della sinodalità e della “missione”. Questi, evidentemente, sono quelli più allineati al pensiero progressista e bergogliano, ostili o addirittura indifferenti alle controversie liturgiche in corso.

La scelta dei moderatori delle tre sessioni, tutti figure progressiste – Radcliffe, Tolentino e Tagle – non è certo casuale, ma indicativa di questa tendenza: il controllo del discorso e dell’agenda è stato strategicamente affidato a coloro che rappresentano l’eredità bergogliana più attiva.

Anche l’inversione dell’organizzazione convenzionale ha avuto un effetto molto pratico. Mentre in passato le sessioni plenarie di Sinodi e Concistori con i liberi interventi dei cardinali precedevano i lavori e le votazioni, in questa occasione è avvenuto il contrario: prima le votazioni, poi gli interventi.

In questo modo, come è facile intuire, eventuali cardinali “critici” non avrebbero potuto fare altro che esprimere, una volta che tutto era già stato deciso, il loro dissenso o i loro dubbi, e nulla più, come nelle migliori tradizioni democratiche occidentali.

Non meno preoccupante, almeno dal punto di vista dell’evocazione simbolica e dell’immaginario, è stato il ricorso a tavole rotonde secondo la ormai collaudata logica sinodale, che ha diviso i cardinali in base alla lingua e di fatto ha portato all’isolamento di alcune categorie – in particolare i più anziani e i non elettori.
Questa operazione non era meramente organizzativa, sia ben chiaro: essa è un chiaro strumento di controllo e marginalizzazione del dissenso (si veda qui quanto dichiarato dall’eroico cardinale Joseph Zen).

Il “terrore bergogliano” (che in passato aveva portato alla negazione della prebenda cardinalizia a Raymond Leo Burke o alla redazione di una lettera programmatica, anonima per timore di ritorsioni, pubblicata nel febbraio 2024) è ancora presente, e lo dimostra la manifesta riluttanza di alcuni cardinali “insoddisfatti” a esporsi apertamente.

Infatti, nei giorni successivi al Concistoro straordinario, diversi cardinali hanno ammesso il loro malcontento al blog italiano Messa in Latino, senza però avere il coraggio di metterci la faccia.
Questo diffuso senso di paura all’interno del Collegio spiega in parte il silenzio di molti alti prelati di fronte a scelte e atti di Leone XIV palesemente in contrasto con la dottrina e la perenne prassi cattolica (prime fra tutte, le nomine episcopali alquanto discutibili).

Il Concistoro ha confermato il predominio della Segreteria del Sinodo nell’organizzazione degli eventi.
Le immagini pubblicate dai media vaticani, con i cardinali più progressisti costantemente al seguito di Papa Leone XIV, rafforzano l’idea di un Pontefice impegnato a mediare tra correnti contrapposte, per amore degli equilibri di potere interni e sotto l’influenza degli eredi di Francesco.

Si è potuto notare la presenza costante di Tagle, Tolentino, Grech, Radcliffe (il quale ha aperto la strada con un’intervista al Telegraph), Fernández e altre figure della stessa linea, segno che il vero motore delle decisioni resta il partito bergogliano, deciso a consolidare rapidamente la “sinodalizzazione” della Chiesa e a rendere irreversibile la deriva neomodernista.

Il fatto che i cardinali non elettori e perfino molti cardinali curiali siano stati strategicamente esclusi mostra chiaramente qual è la priorità: dare voce e peso alla corrente bergogliano-sinodale, mentre altre voci – non solo quelle dei conservatori, ma anche quelle dei progressisti meno “allineati” – vengono emarginate.

L’annuncio che il Concistoro straordinario diventerà annuale, che l’Assemblea ecclesiale è stata confermata per ottobre 2028 e che ciò costituirà il culmine dell’attuazione del Sinodo sulla sinodalità, conferma l’intenzione di procedere, con apparente prudenza, verso la piena attuazione delle riforme avviate da altri.

Come spiegato dal Cardinale Grech nel marzo 2025, l’Assemblea ecclesiale non sarà un nuovo Sinodo, ma la fase di attuazione del Documento finale del Sinodo sulla sinodalità, riconosciuto da Francesco come parte del magistero ordinario (e così ritenuto infallibile).
Appare quindi sempre più evidente che il Sinodo sulla sinodalità non è altro che il tentativo di riproporre un Concilio Vaticano III sotto falsi pretesti, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la Chiesa cattolica.

Secondo i suoi promotori, un tale Sinodo dovrà infatti svolgersi in tre fasi: ascolto (2022-2023), discernimento (2024) e attuazione (2025-2030).
Ora siamo entrati nella terza e ultima fase.

Il profilo di Papa Leone XIV, confermato dal Concistoro, è ancora una volta quello di un rivoluzionario della decelerazione, ma inclusivo, favorevole al mantenimento dell’unità tra opposti dottrinali, morali e liturgici. La sua concezione della Chiesa e del Papato è fortemente di stampo “montiniano”: una struttura quasi parlamentare, si potrebbe dire, in cui il Collegio cardinalizio e le Conferenze episcopali di tutto il mondo assumono ruoli analoghi a quelli di una Camera Alta e di una Camera Bassa di uno Stato moderno.

Questo spiega anche perché, di recente, il Vaticano abbia “rispolverato” un vecchio progetto accantonato di Paolo VI, quello di redigere una Legge fondamentale della Chiesa, cioè una sorta di Costituzione da cui derivasse ogni codificazione canonica. Curiosamente, questo progetto è stato presentato dal Dicastero per i Testi Legislativi come “conciliare e sinodale”. Ante litteram, si potrebbe dire.

Un approccio giuspositivista che tradisce il complesso di inferiorità che, per decenni, alcuni cattolici di alto rango hanno nutrito nei confronti dei poteri istituzionalizzati della modernità.

Alla luce di tutto ciò, il Partito Bergogliano esercita ancora una funzione decisiva, sebbene Francesco sia morto e lo stesso Prévost non appartenga – in senso stretto – a questa fazione progressista, oggi maggioritaria.
Ciononostante, come abbiamo evidenziato in altre recenti analisi, dettano in larga misura l’agenda del Papa e vogliono “continuare ad accelerare” il processo di sinodalizzazione avviato nella Chiesa da Francesco.
Dopotutto, Prévost è stato votato (anche) da loro e può nutrire nei loro confronti solo un sentimento di “debito morale”.

La “Sinistra del Collegio”, per usare un linguaggio mutuato dalla moderna sfera politico-parlamentare, a cui purtroppo la Chiesa nelle sue più alte gerarchie sembra fare riferimento (anche se pubblicamente tende e tenderà sempre a negarlo), non è uniforme, contrariamente a quanto comunemente si potrebbe pensare.

Le tattiche riformiste ideate e attuate dagli alti prelati progressisti cambiano a seconda delle scuole di pensiero e delle correnti neomoderniste di appartenenza.
A mio avviso, potremmo suddividere la Sinistra del Collegio in quattro grandi sezioni, come nello schema seguente.





La parte più numerosa resta, come ho detto, quella che ho definito il “Partito Bergogliano”, cioè coloro che, come il loro capostipite, sono rivoluzionari dell’accelerazione, ma esclusivisti, cioè auspicano che le tanto auspicate “riforme”, da portare a compimento al più presto, determinino o provochino l’uscita o quantomeno la radicale emarginazione di tutte quelle frange considerate pericolose perché reazionarie, conservatrici, tradizionaliste e poco inclini alla mondanità.

Ci sono poi quei cardinali che, pur condividendo con i bergogliani la necessità di stravolgere la Chiesa nella sua natura e struttura, ritengono tuttavia che la strategia migliore per raggiungere questo obiettivo non sia l’esclusione forzata dei “nostalgici” lamentosi, ma la loro accoglienza.
In altre parole, si dovrebbe dare ai “nemici” un posto nella Nuova Chiesa per tenerli buoni.

Si chiamano perciò rivoluzionari dell’accelerazione, ma inclusivi (o liberali, se vogliamo), e tra le loro fila troviamo cardinali che, al tempo di Francesco, ottennero molta influenza e molto potere, come il capo dei vescovi italiani: Matteo Maria Zuppi o il marsigliese membro della Comunità Sant’Egidio: Jean-Marc Aveline.


Troviamo poi l’area di appartenenza dello stesso Papa Leone XIV, ovvero i rivoluzionari della decelerazione (come Parolin) ma inclusivi (come Zuppi e Aveline). Questi vogliono mantenere in piedi l’edificio ecclesiale tradizionale nelle sue forme esteriori, trasformandone progressivamente i fondamenti dottrinali, morali e giuridici, confidando che l’apparente continuità disinneschi ogni reale resistenza.

Tuttavia, durante il regno di Leone XIV, questi sembrano destinati ad avere scarsa fortuna, sebbene il loro voto – come si sussurrò nei giorni successivi al Conclave – indicasse la volontà di lasciarsi alle spalle i totalitarismi del Papa gesuita e la speranza di ricevere dall’agostiniano di Chicago un riconoscimento ancora maggiore.

Poi ci sono i rivoluzionari della decelerazione, cioè coloro che vogliono applicare nella Chiesa cattolica la strategia rivoluzionaria che, dal punto di vista storico, si è sempre rivelata più vincente, ovvero il fabianesimo o la “finestra di Overton”: le riforme liturgiche, dottrinali e morali devono essere molto graduali, quasi impercettibili, in modo da persuadere, se possibile, anche i cattolici più conservatori della bontà delle loro intenzioni.

Tra questi, alcuni sono esclusivisti, vogliono cioè escludere fin dall’inizio i più conservatori, soprattutto quelli legati alle forme liturgiche tradizionali: ciò che è stato faticosamente “riformato” finora con la tecnica della “rana bollita” non può essere disfatto.
l principe di questo partito è certamente il Segretario di Stato, Pietro Parolin, non a caso considerato da molti laici e sacerdoti, specie in Italia, addirittura una figura conservatrice del Sacro Collegio!

Troviamo poi l’area di appartenenza dello stesso Papa Leone XIV, ovvero i rivoluzionari della decelerazione (come Parolin) ma inclusivi (come Zuppi e Aveline). Questi vogliono mantenere in piedi l’edificio ecclesiale tradizionale nelle sue forme esteriori, trasformandone progressivamente i fondamenti dottrinali, morali e giuridici, confidando che l’apparente continuità disinneschi ogni reale resistenza. Per loro c’è ancora spazio per il dialogo e l’operatività, anche per i più conservatori e tradizionalisti.

A mio avviso, i rivoluzionari dell’accelerazione sono i più pericolosi nella misura in cui provocano scismi e confusione tra il laicato (che, a tutt’oggi, resta in gran parte conservatore nel mondo cattolico) e tra il clero; i rivoluzionari della decelerazione, invece, appaiono più pericolosi se li osserviamo da un’altra prospettiva, e cioè dal fatto che non si presentano e non si concepiscono come un fenomeno di rottura, ma come “sviluppo”; non come rivoluzione, ma come “discernimento”.


In questo modo, la sinodalità non appare più come un evento straordinario, ma come il nuovo principio costitutivo della Chiesa, destinato a relativizzare il primato petrino, a diluire l’autorità magisteriale e a subordinare la verità rivelata al consenso ecclesiale del momento.

Il Concistoro straordinario del gennaio 2026 non va letto come un semplice momento consultivo, ma come un passo decisivo nel tentativo di rifondare la Chiesa su basi procedurali e parlamentari, estranee alla sua natura divina.
Di fronte a questo scenario, il problema non è tanto stabilire se Leone XIV sia progressista o moderato (per quanto mi riguarda, la sua posizione è chiara), quanto se intenda esercitare il munus di San Pietro come custode della Tradizione ricevuta o come arbitro di equilibri tra forze ideologiche contrapposte.

Per i fedeli cattolici della Chiesa di tutti i tempi, ciò che è in gioco è ormai chiaro: non si tratta di preferenze liturgiche o di sensibilità pastorali, ma della sopravvivenza stessa della forma cattolica della Chiesa.

In tempi di confusione istituzionalizzata, l’unica vera riforma rimane quella insegnata dai santi: il ritorno integrale alla fede, alla dottrina, alla morale, ai sacramenti e all’ordine voluto da Nostro Signore Gesù Cristo.
Tutto il resto, per quanto abilmente mascherato, è solo politica ecclesiastica.




 
gennaio 2026
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