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| Padre de Blignières chiede un Ordinariato ai cardinali ![]() Padre Louis-Marie de Bligneres Alla vigilia del Concistoro del 7 e l’8 gennaio 2026, Padre Louis-Marie de Blignieres ha inviato ai cardinali una lettera in cui propone quello che lui presenta come una «via» per il Rito tradizionale. Dietro le formule garbate sul «dialogo» e il «quadro pastorale stabile», la realtà appare più cruda: si tratta di chiedere a Roma la costituzione di una giurisdizione speciale per la Messa tridentina, sul modello degli Ordinariati Militari. In altre parole, una struttura personale, non territoriale, posta sotto la diretta autorità della Santa Sede, in cui sarebbero raccolti sacerdoti e fedeli legati al Rito antico. Una soluzione che potrebbe essere sintetizzata nella richiesta di una «riserva» strutturata. Il percorso di Padre de Blignieres, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferreri, illumina questa proposta. Nel 1988, dopo le consacrazioni episcopali a Ecône effettuate da Mons. Marcel Lefebvre, il Padre fu tra quelli che scelsero il dialogo con Roma, contribuendo alla realizzazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Il principio era chiaro: evitare un «presunto» scisma in cambio di un permesso precario: continuare a celebrare la liturgia secondo i libri liturgici anteriori alla riforma di Paolo VI, ma a condizione di riconoscere pienamente la legittimità del Novus Ordo della Messa e del concilio Vaticano II. Questa logica del permesso, basata sulla paura dello scisma e sulla ricerca di un riconoscimento istituzionale, non ha mai cessato di confinare le Comunità Ecclesia Dei in una dipendenza strutturale dalle ingiunzioni conciliari. Un modello basato sugli Ordinariati Militari L’attuale proposta si inscrive esattamente in tale continuità. Don Mathieu Raffay, dell’Istituto del Buon Pastore, incaricato di spiegarne la portata, in una intervista concessa a Diane Montagna, si è preoccupato di precisare che non si tratta né di una richiesta rivolta a Papa Leone XV, né di una rivendicazione, ma solo di «un’ipotesi di lavoro» sottoposta ai cardinali. Il modello proposto è quello degli Ordinariati Militari. Un Ordinariato è una giurisdizione personale destinata a soddisfare un bisogno pastorale specifico e circostanziato. Applicare questo schema alla liturgia tradizionale significa qualificarla implicitamente come un bisogno particolare, marginale, e non come una norma cattolica. La giurisdizione proposta si sovrapporrebbe alle diocesi, senza sostituirle, lavorando «in coordinazione» con i vescovi locali. In chiaro: il Rito tradizionale sarebbe relegato in uno spazio parallelo, tollerato finché non finisse con lo sconvolgere l’ordine stabilito. Di fatto, in tal modo viene costituita una «riserva». Invocazione del pluralismo liturgico Questa logica si basa su una confusione dottrinale accuratamente ponderata. Padre de Blignieres e i suoi sostenitori suggeriscono che la soluzione sarebbe costituita dal riconoscimento di «due Riti latini distinti»: un Rito antico e un Rito riformato. Ora, questa idea è estranea sia a Summorum Pontificum sia a Traditionis custodes. Benedetto XVI non ha mai riconosciuti due Riti romani, ma «due usi di un unico Rito romano» (duo usus unici ritus romani). Questa distinzione è cruciale. Non si è trattato minimamente di un pluralismo di Riti, come quello che esiste legittimamente col Rito romano, il Rito ambrosiano e il Rito domenicano, ma di una eccezionale tolleranza pastorale, concessa per facilitare la «comunione ecclesiale» dei fedeli turbati dalla riforma di Paolo VI. Peraltro, questa continuità spiega perché Francesco ha potuto, senza cadere in una incoerenza interna al sistema, limitare e poi marginalizzare questo uso straordinario. Una volta ammesso che il Messale di Paolo VI è l’espressione normale, ordinaria e normativa dell’unico Rito romano, il Messale tradizionale può sussistere solo come una concessione, per sua natura revocabile. Gli Istituti Ecclesia Dei hanno accettato questo principio fin dall’inizio: per conservare il permesso hanno dovuto rinunciare ad ogni critica di fondo del Novus Ordo Missae e negare che esso esprimesse un altro Rito, o un’altra teologia della Messa. Da qui deriva una precarietà costitutiva che né gli indulti, né Summorum Pontificum, né oggi una giurisdizione speciale possono realmente risolvere. Ed è proprio su questo che la posizione della Fraternità San Pio X diverge radicalmente: la Fraternità considera il Messale detto di San Pio V – nella sua ultima edizione del 1962 – come l’unica legittima espressione del Rito cattolico romano. Essa non vede nel Messale di Paolo VI una riforma omogenea, ma una grave rottura, contrassegnata da una protestantizzazione della lex orandi, in contraddizione con la definizione dogmatica del Sacrificio della Messa stabilita dal concilio di Trento. Quindi, il rifiuto dell’obbedienza non è un capriccio disciplinare, ma una resistenza proporzionata ad un più grande pericolo per la fede e per la salvezza dei fedeli. La necessità di scegliere Il pluralismo liturgico sognato da Padre de Blignieres non soddisfa quindi nessuno. Per la attuale Roma conciliare esso è impossibile, poiché l’uso del Messale tridentino non potrà mai diventare l’uso ordinario di un Rito diverso: al massimo resterà un uso straordinario tollerato. Per la Fraternità San Pio X, tale pluralismo è insufficiente e moralmente inaccettabile, poiché finisce col riconoscere come normativa una liturgia carente, relegando la liturgia veramente cattolica in uno status di eccezione. Tra l’«espediente» giuridico e l’«operazione sopravvivenza» della Tradizione la scelta è chiara. L’estate del 1988 fu un momento decisivo: allora Mons. Lefebvre scelse di salvare la Messa per salvare la fede, al costo di una marginalizzazione istituzionale. A distanza di trent’anni, la Messa tradizionale gode di notevole vitalità, certo, anche nell’ambito Ecclesia Dei, ma soprattutto grazie ad un episcopato indenne dal contagio modernista, capace di assicurare la durata, la coerenza e trasmissione integrale della fede. Da parte loro, le Comunità dipendenti da Roma attualmente rimangono soggette al buon volere delle autorità conciliari, costrette a giustificare continuamente la loro esistenza e ad accettare che la Messa tradizionale sia trattata come una opzione tollerata. Pertanto, la questione non è solo strategica, è morale. Fino a che punto si possono accettare dei compromessi istituzionali senza tradire la verità? Una «riserva» liturgica, per quanto benevola possa essere, resta una «riserva»: un luogo in cui parcheggiare ciò che disturba. La Messa cattolica non ha bisogno di uno statuto speciale per sopravvivere; essa ha bisogno di essere riconosciuta per quella che è. Tra il sopravvivere sotto condizione e la fedeltà senza compromessi, il Concistoro appena concluso, col suo ostracismo nei confronti della Messa di sempre, ha dimostrato chiaramente quale strada sia veramente feconda e realistica per la Chiesa. |