SHOAH, VATICANO II

E

STATO D’ISRAELE


di  Don Curzio Nitoglia



Gli articoli dell'Autore sono reperibili sul suo sito
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NATHAN BEN HORIM


Secondo Nathan Ben Horim (Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, Padova, Messaggero, 2011), il cambiamento dei rapporti tra cristiani e giudaismo, avvenuto a partire dal 1959, è dovuto «a tre eventi: la shoah (1), la nascita dello Stato d’Israele e il concilio Vaticano II» (ibidem, p. 11).

Infatti, la shoah impone riflessioni storiche, politiche e morali di enorme portata, alle quali nessuno può sottrarsi.

Dalla shoah (1942-45) è nato lo Stato d’Israele (1948), che ha soprattutto un significato etnico e anche normativo-religioso per l’ebraismo.

Da queste riflessioni storiche, morali, politiche, etnico-religiose (dacché il giudaismo è un popolo o stirpe che si riconosce in una certa pratica etica o religiosità (2)) è nato il concilio Vaticano II (1962-65), che «segna una svolta epocale nella storia della Chiesa cattolica (3). […] Uno dei mutamenti più significativi del concilio ha riguardato il rapporto con gli Ebrei, […] “che rimangono ancora carissimi a Dio” » (ivi).

Per Ben Horim «Il cambiamento, nella visione cristiana degli Ebrei, non sarebbe mai avvenuto se non ci fossero state la shoah e la nascita dello Stato d’Israele» (ibidem, p. 12).

Il problema del concilio è sostanzialmente legato alla giudaizzazione del cristianesimo (Nostra aetate, 28 ottobre 1965) ed è indissolubilmente legato a quello della shoah e del sionismo.

Chi non vuole ammetterlo o è incapace di vedere la realtà o non vuole ammetterla, poiché non gli fa comodo.

Dopo Nostra aetate sono venuti altri Documenti post-conciliari sui rapporti ebraismo-cristianesimo.

Il primo di essi è: Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della Dichiarazione ‘Nostra aetate’ n. 4 (1° dicembre 1974). Esso è assai significativo ed esplicita la Dichiarazione Nostra aetate. Infatti, gli Orientamenti esortano a studiare l’ebraismo post-biblico a partire da come gli Ebrei odierni si auto-definiscono, ossia secondo la letteratura talmudica e post-biblica (ibid., p. 14).
Inoltre, gli Orientamenti esplicitano, dopo circa 9 anni, l’affermazione conciliare - ancora molto sfumata e imprecisa - secondo cui l’Alleanza tra Dio e popolo ebraico “permane” (ivi) e da essa, i Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell’ebraismo (26 giugno 1985), dopo altri 11 anni, esplicitano la portata non solamente spirituale o religiosa dell’ebraismo attuale, ma soprattutto “etnico-religioso-culturale, con una sua storia legata ad una Terra precisa” (ib., p. 15); ossia, “la questione della Terra e dello Stato d’Israele” (ib., p. 44), la quale ha portato, 8 anni dopo, al Concordato della Santa Sede con Israele (30 dicembre 1993, iniziato formalmente e giuridicamente il 29 luglio 1992 (4)), che “era la conclusione logica del cammino cominciato circa trent’anni prima con Nostra aetate, n. 4” (ib., p. 44).

In breve, l’ebraismo attuale è l’appartenenza etnica a un popolo o schiatta, che può o meno comportare una certa religiosità o meglio pratica spirituale, ma che ha come elemento principale ed essenziale il legame di sangue tra Ebrei e il legame storico-geografico con la Terra Santa, poi Palestina e oggi Stato d’Israele.
Questo è l’ebraismo odierno e post-biblico. Perciò, non si può parlare di esso riferendosi solo all’aspetto religioso, che è del tutto contingente nel giudaismo (può esservi o no, non modifica essenzialmente, ma solo accidentalmente, l’ebraismo), ma bisogna mettere in luce l’unità etnica o razziale e il legame che tale popolo pretende di avere ancora oggi dopo 2000 anni con la Terra dei propri padri, la Terra Santa, la Giudea, poi Syria-Palestina e oggi Stato d’Israele. «Trattandosi di ebraismo è praticamente impossibile tracciare una separazione netta e assoluta fra il livello interreligioso e quello dei rapporti politici con lo Stato d’Israele» (ib., p. 43).

Quindi, il popolo ebraico è il solo e legittimo padrone della Palestina, è ancora in “Alleanza” con Dio, non è stato sostituito dal cristianesimo. Se per 2000 anni ha abbandonato la Palestina; tuttavia, ha mantenuto il diritto di proprietà su di essa, datogli in eredità perpetua e inalienabile da Dio e l’avvenimento che gli ha fatto prendere coscienza di ciò, è stata la shoah, la quale ha mutato anche la mentalità dei cristiani e ha portato a Nostra aetate, che verrebbe meno, qualora cadesse il mito dell’olocausto e dello Stato d’Israele come regno perpetuo del popolo ebraico.


ACCETTARE IL CONCILIO?

Accettare il concilio Vaticano II (alla luce della Tradizione o meno, purché lo si accetti) equivale ad accettare l’Alleanza permanente tra Dio e l’ebraismo odierno, l’unicità etnico-razziale del popolo ebraico, lo Stato d’Israele (che implicitamente vorrebbe smentire la profezia di Cristo sulla distruzione del Regno d’Israele (5)) e accettare l’evento che ha fatto prendere coscienza di tutto ciò sia agli Ebrei, che si stavano assimilando nel XVIII secolo coll’Illuminismo al mondo cristiano o laico europeo, sia ai cristiani che si erano separati dalla “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) coll’insegnamento del Nuovo Testamento, interpretato unanimemente dai Padri ecclesiastici e dal Magistero costante della Chiesa sino a Pio XII (6).

L’ebraismo, attuale “Padrone di questo mondo”, domanda a tutti di riconoscere la shoah, la permanenza della sua Alleanza con Dio e il diritto di dominio sulla Terra Santa (1900 a. C. con Abramo sino alla distruzione del Tempio 70 d. C.), poi (dal 70 al 1948) Syria-Palestina, che oggi (dal 15 maggio 1948) viene ingiustamente chiamata Stato d’Israele.


BEN HORIM: L’INCONCILIABILITÀ TRA VATICANO II E LA TRADIZIONE CATTOLICA

L’ambasciatore Ben Horim racchiude in un sillogismo l’inconciliabilità tra dottrina cattolica tradizionale e quella pastorale del Vaticano II, nel seguente modo:

«L’esilio, dopo la distruzione di Gerusalemme, era stato interpretato dal cristianesimo come il castigo e la prova del rigetto. Il ritorno a Sion costituiva […] una provocazione per la teologia cristiana […]. Ora, Nostra aetate, cancellando l’accusa di deicidio e affermando la validità perenne delle promesse di Dio [Antica Alleanza] con le sue implicazioni, dovrebbe avere rimosso definitivamente l’ostacolo teologico. Quindi, la promessa della Terra [d’Israele] e il ricongiungimento del popolo [ebraico] con essa non dovrebbero essere escluse» (ib., p. 67).

È per questo che, parlando di ebraismo bisogna tenere presente l’elemento etnico, di “sangue e suolo”, di un popolo che possiede in perpetuo una Terra, che è in perpetua Alleanza con “Dio”.

I neo-modernisti hanno ribaltato la visione cristiana pre-conciliare dell’ebraismo, che aveva rifiutato Cristo Messia e Dio e che era stato abbandonato da Dio, il quale aveva eretto una Nuova ed Eterna Alleanza con tutti (pagani ed Ebrei fedeli a Cristo). Per cui il giudaismo era stato scacciato dalla sua Patria, distrutta nel 70 e rasa totalmente al suolo nel 135 da Roma.

Questa rivoluzione per diamentrum dei rapporti ebraico-cristiani è stata iniziata dal concilio Vaticano II con Nostra aetate (28 ottobre 1965) ed è approdata 28 anni dopo al riconoscimento dello Stato d’Israele da parte di Papa Giovanni Paolo II (30 dicembre 1993), alla luce della shoah (1943-45).
Shoah, Alleanza permanente di Dio col popolo d’Israele (concilio Vaticano II) e Stato ebraico, formano un tutt’uno; infatti, se si toglie uno solo di questi tre tasselli si nega tutto l’ebraismo attuale, nel suo desiderio di dominio del mondo, quale popolo eletto, “regale e sacerdotale”, “olocaustizzato”, ma “risorto” e “padrone di questo mondo” assieme alla sua creatura: l’americanismo (7), che gli ha dato la potenza bellica per terrorizzare chiunque osi “dubitare” della sua missione “divina”.

L’ebraismo si auto-presenta in primo luogo come popolo, poi come Stato e tutto ciò alla luce della shoah, che gli ha fatto ritrovare la sua identità, la quale stava per essere smarrita con l’assimilazione durante l’Illuminismo, alla luce di Nostra aetate.

Il Vaticano II e il post-concilio (Orientamenti, 1° dicembre 1974; Sussidi, 26 giugno 1985; Concordato tra S. Sede e Israele, 30 dicembre 1993) hanno recepito la lezione del rabbinismo farisaico e scomunicano chiunque metta in forse anche uno solo di questi tre “dogmi laici”.

Quindi, accettare il concilio Vaticano II (anche alla luce della Tradizione, che non è quella apostolica, la quale lo condanna, ma quella falsa, spuria e infera), significa accettare il giudaismo talmudico, che è la contraddizione del cristianesimo fondato da Gesù su Pietro (unità e Trinità di Dio, divinità di Cristo, Nuova ed eterna Alleanza con tutti i popoli che credono in Gesù vero Dio e vero uomo e nella SS. Trinità, che ha rimpiazzato la Vecchia Alleanza perfezionandola nel Sangue di Cristo).

Horim stesso riporta la convinzione che quasi tutti i cristiani hanno, ma che nessuno osa dire, mentre è espressa esplicitamente dai “Fratelli maggiori”: «La dottrina tradizionale [è un dogma di Fede, nda] extra Ecclesiam nulla salus è in contrasto con il discorso del Papa [Giovanni Paolo II] agli ‘esperti cattolici per l’ebraismo’, nel quale parlava della possibilità per ebrei e cristiani di raggiungere per vie diverse, ma finalmente convergenti, una vera fraternità della riconciliazione» (ib., p. 59).

Ecco qui smentita autorevolmente l’ermeneutica della continuità, dai nostri stessi “Fratelli maggiori nella Fede” (GIOVANNI PAOLO II, 1986) o “Padri nella Fede” (BENEDETTO XVI, 2011).

Horim, poi, cita la frase di Giovanni Paolo II a Magonza nel 1980 sull’«Antica Alleanza mai revocata» e conclude che “tali parole implicherebbero la coesistenza di due Alleanze valide” (ib., p. 60). Ma, allora il Figlio a che pro s’è Incarnato ed è morto in Croce per la salvezza di tutti gli uomini e non solo di una razza, se vi è un’Alleanza ancora in piedi che garantisce la salvezza di chi ne fa parte?



IL RAPPORTO ECUMENICO EBRAICO-CRISTIANO È RECIPROCO?

È interessante quanto dice l’Autore sulla reciprocità dei rapporti ecumenici ebraico-cristiani. Vale a dire: se il cristianesimo si è giudaizzato, col Vaticano II, anche l’ebraismo dovrebbe cristianizzarsi? (p. 76).

Egli risponde nettamente che l’argomento vale solo a senso unico; ossia, per i cristiani verso l’ebraismo; mentre non è assolutamente applicabile per gli Ebrei verso il cristianesimo.

Infatti,

1°) il cristianesimo ha fatto soffrire il giudaismo sino alla shoah; mentre, mai il giudaismo ha perseguitato il cristianesimo.

Al che si risponde facilmente citando i Vangeli e gli Atti degli Apostoli, i quali rivelano divinamente la persecuzione continua del giudaismo contro Gesù, gli Apostoli e i primi Discepoli cristiani. Inoltre, la storia ha dimostrato ampiamente che le persecuzioni attuate dalla Roma pagana contro i cristiani vennero aizzate dal giudaismo (v. Umberto Benigni, Marta Sordi e Ilaria Ramelli).

2°) Il cristianesimo è nato dal giudaismo, mentre il giudaismo non deve nulla al cristianesimo.

Anche qui la risposta è sin troppo semplice. Il cristianesimo è nato da Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che hanno decretato ab aeterno l’Incarnazione del Verbo nel seno della Vergine Maria. Ciò è rivelato nell’Antico Testamento (dalla Genesi sino ai Maccabei). Per cui, l’Antico Testamento era tutto relativo al Nuovo Testamento e a Gesù Cristo. Onde, Mosè e i Profeti annunziarono Cristo venturo, che fu rigettato dal “falso Israele” e accolto dal “vero Israele”; ossia, da coloro che fedeli allo spirito dell’Antico Testamento hanno accolto il Messia Gesù Cristo venuto, una “piccola reliquia d’Israele” (San Paolo) alla quale s’è unito il resto del genere umano (i Pagani). Il giudaismo attuale è il “falso Israele”, fedele alla lettera della Torah; ora, la “lettera uccide mentre è lo spirito che vivifica” (San Paolo). Quindi, il cristianesimo non ha ricevuto nulla di positivo dal giudaismo post-biblico, mentre il giudaismo mosaico o vetero-testamentario è relativo e ordinato totalmente al cristianesimo, senza il quale non ha ragion d’essere.

Per cui, il giudaismo odierno si trova oggettivamente in uno stato di errore e di accecamento, avendo rifiutato il Messia e l’Unico Salvatore del mondo e deve convertirsi a Cristo. La posizione giudaico-cristiana (sia da parte del Vaticano II, sia da parte ebraico-talmudica) è completamente capovolta e distorta, in rottura per diametrum e non in continuità con le due Fonti della Rivelazione.
Ora, Ben Horim persevera nell’indurimento di cuore e nell’accecamento della mente dei suoi antenati, asserendo: «Non c’è nell’ebraismo alcun elemento costitutivo della sua natura, che esiga un confronto col cristianesimo. […]. Pertanto, attese cristiane riguardo alla possibilità di cambiamenti teologici significativi nell’ebraismo saranno inevitabilmente deluse» (ib., p. 77). L’invocazione “Il suo Sangue ricada su di noi e sui nostri figli” continua a riecheggiare sulla bocca degli ebrei talmudisti.

Il problema di Cristo e del cristianesimo per l’ebraismo non esiste. Non è un dialogo (discorso tra due parti), ma un monologo del solo Israele, che vorrebbe indottrinare sub specie boni il cristianesimo e vi riesce con gli attuali prelati postconciliari, accecati e induriti di cuore. Questo è un “mistero d’iniquità”.


AGIRE ASSIEME

Conoscersi da vicino, interloquire: è la stessa vecchia tattica del neo-comunismo gramsciano verso i “cristiani adulti”, che li faceva agire assieme a esso, per renderli simili a sé. Agere seguitur esse, si agisce come si è.
Ora, se agisco assieme al comunismo, parto da una posizione tendenzialmente simile a esso e pian piano divengo inevitabilmente eguale a esso; se agisco assieme al giudaismo odierno, poco alla volta giudaizzo.
Il primato della prassi sulla teoresi è un caposaldo del talmudismo, del comunismo e del modernismo.
Bisogna agire come si pensa, altrimenti si giunge a pensare come si agisce”.



 

NOTE

1 - «Senza l’avvelenamento degli spiriti cristiani attraverso i secoli, l’Olocausto sarebbe stato impensabile» (NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, p. 51). Come si vede la shoah per l’ebraismo odierno ha una valenza teologica ben precisa, essa è figlia della dottrina cattolica rivelata e definita da San Pietro sino a Pio XII. Perciò, teologicamente parlando, accettare la vulgata sulla shoah significa rinnegare implicitamente la dottrina cattolica di Tradizione apostolica.   

2 - «Una fede religiosa legata a una Terra specifica» (NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, p. 70).
3 - L’Autore parla addirittura di «carattere rivoluzionario dell’inversione di rotta [di Nostra aetate, n. 4]» (NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, p. 73).  
4 -  GIOVANNI PAOLO II nella Lettera apostolica Redemptionis anno, del Venerdì Santo dell’aprile 1984 ha nominato esplicitamente e formalmente - primo tra tutti i Pontefici - “lo Stato d’Israele”; cfr. NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, p. 92.
5 -   La quale rimane in piedi in tutto il suo vigore, poiché Israele non ha più il Tempio, il Sacerdozio e non è un Regno pacifico, ma si trova da 60 anni in una guerra cruenta ed interminabile, che non riesce a vincere malgrado la sproporzione degli armamenti, coi Palestinesi (cristiani ed islamici), i quali abitano da 2000 anni la Terra Santa. Attenzione! Non bisogna dimenticarlo vi sono Palestinesi cristiani e cattolici-romani. Palestinese non è sinonimo di musulmano.
6 - «L’ultimo Concilio della Chiesa che si era occupato dell’ebraismo fu quello di Basilea nel 1431. Questo Concilio decretò il divieto per gli ebrei di avere contatti con i cristiani, essi dovevano essere esclusi dai pubblici uffici, costretti a portare un segno distintivo sulle vesti […]. Istituito da Concilio Lateranense IV nel 1215» (NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, p. 50 e 52). L’ultima Enciclica pontificia che ha parlato di deicidio del popolo ebraico è la Mit brennender Sorge di PIO XI (14 marzo 1937), la quale insegna formalmente che “Il Verbo avrebbe preso carne da un popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”. Ora, a partire da queste citazioni di due Concili dogmatici e del Magistero ordinario e autentico pontificio, che coprono un lasso di tempo di duecento (1215-1431) ed altri cinquecento anni (1431-1937) d’insegnamento ininterrotto. Dove sia la “ermeneutica della continuità” tra Magistero tradizionale e quello pastorale del Vaticano II non si riesce a capire. Essa è un ente puramente logico, che esiste solo nella mente dei “neomodernisti & neoconservatori” e non è un ente reale, che esiste nella realtà oggettiva ed extra mentale.
7 - «In ambito ‘cristiano’ non cattolico, esiste un robusto filone ‘sionistico’ che propone una lettura teologica dello Stato d’Israele. A quest’ambito vanno ascritti alcuni movimento protestanti americani, non privi d’influsso sulla vita politica statunitense durante la presidenza Bush jr. in particolare, ci si riferisce al ‘Dispensazionalismo’ evangelico, che predilige l’Alleanza terrena [di Dio] con Israele più di quella spirituale con la Chiesa, e, prospetta il compimento letterale delle promesse davidiche a favore d’Israele» (NATHAN BEN HORIM, Nuovi orizzonti…, cit., p. 22). Si noti come i teo-conservatori italiani stiano cercando di infiltrare le dottrine teo-conservatrici, filo-sioniste e americaniste in ambienti tradizionali, che sino a oggi hanno saputo resistere al flagello del neo-modernismo, per portarli al compromesso con la “cloaca di tutte le eresie”, come San Pio X definì il modernismo nell’Enciclica Pascendi dell’8 settembre 1907.





 
gennaio 2026
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