Il documento del cardinale Roche

contro la Messa tradizionale,

presentato al Concistoro straordinario di gennaio 2026


della Fraternità San Pio X






Cardinale Arthur Roche


Un documento confidenziale del cardinale Arthur Roche, dedicato alla liturgia e che difende con forza Traditionis Custodes, è stato reso pubblico il 13 gennaio 2026 dalla giornalista Diane Montagna.

Distribuito ai cardinali in occasione del Concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio 2026, questo testo rivela che la Messa tradizionale figurava all’ordine del giorno, ma l’argomento non è stato scelto tra i principali temi di discussione. Tuttavia, esso tornerà sul tavolo nel prossimo Concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV per la fine del mese di giugno.

Il testo preparato dal cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino, e reso pubblico dopo il Concistoro straordinario di gennaio 2026, ha il merito di una certa chiarezza.

Datato 8 gennaio, questo documento conferma che per la Roma odierna, la riforma liturgica derivata dal Vaticano II è irreversibile, normativa, e che il Messale del 1962 può sussistere solo come una concessione provvisoria, strettamente limitata e senza alcun futuro stabile.

Non si tratta né di un testo marginale, né di una iniziativa personale.
Questo documento faceva parte dei dossier sottoposti ai cardinali per una riflessione, insieme ad altri temi fissati da Papa  Leone XIV: evangelizzazione, Curia romana, sinodalità e liturgia.
La Messa tradizionale era dunque discretamente all’ordine del giorno al più alto livello di governo della Chiesa.


La riforma liturgica: criterio di fedeltà conciliare

Strutturato in undici punti, il testo propone una vera radiografia dell’attuale approccio romano.
La contestazione della riforma liturgica di Paolo VI è considerata come un problema di accettazione del concilio Vaticano II.

Il mantenimento del rito tradizionale è percepito, non solo come fedeltà ad una forma immemoriale della lex orandi, ma anche come sintomo di una resistenza più ampia all’ecclesiologia conciliare, in particolare a quella di Lumen gentium.


Quando la riforma diventa criterio di continuità

Per giustificare questa posizione, il documento presenta una lettura distorta della storia della liturgia: quest’ultima darebbe stata «sempre» riformata, dai primi secoli fino al XX secolo, secondo un processo organico continuo.

Questa presentazione mira a neutralizzare ogni accusa di rottura, integrando la riforma di Paolo VI in una sequenza supposta omogenea.

Ma l’argomentazione è viziata: la riforma diventa sia il frutto sia il criterio di continuità. Se la liturgia cambia, ecco che il cambiamento diventa legittimo per definizione.
Ogni resistenza è squalificata in quanto nostalgia o fissazione sul passato, senza alcun esame dottrinale della riforma stessa.


San Pio V invocato contro la Messa di San Pio V

Uno dei passi più rivelatori è il richiamo a San Pio V e alla sua Bolla Quo primum.
Il documento sostiene che, dopo il Concilio di Trento, l’unità venne ricercata con l’unificazione rituale e trae l’implicita conclusione che l’unità odierna esigerebbe anch’essa un rito unico.

Il paragone è ingannevole. San Pio V non ha fabbricato un nuovo rito: ha codificato un uso plurisecolare per proteggerlo da innovazioni dottrinali.

Tuttavia, il testo del documento utilizza questo riferimento per legittimare una politica contraria: marginalizzare la liturgia tradizionale in nome dell’unità, nonostante tale liturgia sia proprio l’espressione compiuta della fede cattolica definita a Trento.


La Tradizione ridotta a principio malleabile

Il documento invoca una concezione dinamica della Tradizione, citando Benedetto XVI e l’immagine del «fiume vivo».
Ma questo riferimento serve solo a consolidare una gerarchia implicita: la riforma postconciliare è presentata come l’unica espressione autentica della Tradizione, mentre la fedeltà alla Messa tradizionale resta sospettata di immobilismo.

Quello che dovrebbe essere un principio di continuità consolidata diventa uno strumento di delegittimazione.
La Tradizione non sarebbe più ciò che trasmette fedelmente il deposito ricevuto, ma ciò che si identifica con l’ultimo stadio delle riforme promulgate dall’autorità.


«Senza riforma liturgica, niente riforma della Chiesa»

Il testo cita esplicitamente Papa Francesco: la riforma liturgica sarebbe la chiave del rinnovamento ecclesiale.
La liturgia non sarebbe più solo l’espressione della fede, ma una leva di governo, di cambiamento.

Il dibattito cessa di essere liturgico per diventare ecclesiologico: accettare la nuova Messa significa accettare la nuova concezione della Chiesa.

E’ qui che si rivela la vera natura del conflitto. La Messa non è un semplice oggetto disciplinare, essa è il luogo teologico per eccellenza: modificare la liturgia equivale a modificare la lex credendi.


Traditionis custodes: una conseguenza logica

Il documento fa pienamente sua la logica di Traditionis custodes.
Il Messale di Paolo VI è presentato come l’unica espressione della lex orandi del Rito romano.
Il Messale del 1962 è solo tollerato, concesso per strategia pastorale e suscettibile di essere revocato qualora compromettesse l’obiettivo dell’unità definita come uniformità a seguito del concilio Vaticano II.

Questa posizione non costituisce una rottura col passato recente, ma il coerente compimento di una linea continua a partire dal 1970.
Indulti, Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis custodes: ad ogni tappa, la Messa tradizionale esiste solo come eccezione, mai come norma.
Non si fa altro che spostare l’asticella della tolleranza in vista di una accettazione del Concilio e dei suoi sviluppi.


La conferma dell’analisi di Mons. Lefebvre

Tutto quello che oggi espone questo documento era stato anticipato da Mons. Marcel Lefebvre.
Negli anni settanta, egli denunciava una politica di concessioni temporanee destinate, non a preservare la Tradizione, ma a neutralizzarla, esigendo in cambio l’accettazione del Concilio e della nuova Messa.
I fatti gli danno ragione.

Le comunità dell’Ecclesia Dei vivono ormai in una precarietà giuridica permanente, costrette a giustificare la loro esigenza e a provare che della Messa non fanno una «bandiera».

Il documento del cardinale Roche conferma che questa precarietà non è accidentale, ma strutturale.


Un chiarimento in più

Questo testo conferma che per la Roma odierna non vi è e non potrà esserci «pace liturgica» basata sul riconoscimento pieno ed intero della Messa tradizionale.

Al cospetto di questa realtà, la posizione della Fraternità San Pio X appare, non come una opzione marginale, ma come la sola coerente.
Non si tratta di preferenze liturgiche, ma di fedeltà alla fede cattolica trasmessa, custodita ed espressa dal Rito immemorabile della Chiesa.

Il conflitto non è disciplinare: è dottrinale. Finché Roma non riconoscerà che la Messa di sempre è l’espressione normativa della lex orandi cattolica, ogni soluzione del tipo «tollerenza», «pluralismo» o «riserva» rimarrà un vicolo cieco.



Le versioni originali del documento in inglese e in italiano sono disponibili sul sito di Diane Montagna.
https://dianemontagna.substack.com/p/full-text-cardinal-roche-defends

E’ stata mantenuta la formattazione originale.


Qui, la copia della versione italiana.

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gennaio 2026
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