Concistoro?

No, concistorto


di Aldo Maria Valli


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Cardinali al Concistoro



In un precedente articolo [qui] abbiamo messo in evidenza come, durante il Concistoro, il cardinale Tucho Fernández, incredibilmente ancora a capo del Dicastero per la Dottrina della Fede, si sia schierato contro la “proclamazione ossessiva di dottrine e norme” e a favore di un vago kerygma inteso in modo sentimentale.

Una volta la vecchia Chiesa predicava Cristo crocifisso, lo scandalo e la spada, la porta stretta, la necessità della conversione, il timore di Dio, la richiesta di pentimento, l’obbedienza, la fedeltà, la mortificazione.

Ora la ditta Fernández diluisce e stempera, annuncia che “non tutte le verità della dottrina della Chiesa hanno la stessa importanza” ed esorta a mettere “in secondo piano ciò che non serve direttamente a raggiungere tutti” per promuovere la solita melassa modernista, per cui il kerygma è ridotto a vago annuncio dell’amore divino, slegato da verità e comandamenti concreti.

Ma un altro intervento merita attenzione: quello del cardinale Fabio Baggio, attuale Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ma dato sulla rampa di lancio verso incarichi più prestigiosi.

Incaricato di parlare della riforma della Curia voluta da Bergoglio, Baggio ha in pratica illustrato che cosa succede quando la visione teologica alla Fernández si trasferisce sul piano gestionale e istituzionale.
La premessa è ovvia: la Chiesa deve annunciare il Vangelo, ma poi arriva subito la nebbia: l’annuncio del Vangelo è “conversione missionaria”.
L’obiettivo: “Un rinnovato esercizio di aggiornamento iniziato dal Concilio Vaticano II”.

Eccoci: il Vaticano II come fondamento giuridico della rivoluzione permanente.

Per Baggio la riforma bergogliana è buona perché adotta come criterio la “salutare decentralizzazione” e dona alla Chiesa “il volto della sinodalità”, per cui “i dicasteri e gli uffici della Curia romana sono chiamati ad essere principalmente centri di ascolto”.

Le parole talismano abbondano e suonano bene alle orecchie moderniste, ma alla fine tutto si riduce alla solita zuppa indistinta: processi, assemblee, ascolto reciproco, camminare insieme.
Ma chi governa precisamente?

Il decentramento diventa lo strumento che consente di sperimentare sotto l’ombrello di una vaga “comunione”. Così una diocesi può benedire ciò che un’altra condanna, una Conferenza Episcopale può “discernere” sulla novità mentre un’altra non l’accetta, e i fedeli non si sentano confusi, perché la diversità è voluta dallo Spirito.

La sinodalità va nella stessa direzione.

Papa, vescovi, cardinali, fedeli: tutti in ascolto reciproco, tutti in ascolto dello Spirito.
Ma per andare dove?

Nella Chiesa che non vuole più dottrine emerge con prepotenza la dottrina del processo. Nella Chiesa antidogmatica si dogmatizzano ascolto e cammino, in un quadro tutto orizzontale.

Anche il documento di Baggio, come quello di Fernández, parla di missione, annuncio, evangelizzazione, ma sono concetti messi al servizio della melassa modernista dentro la quale si perde tutto ciò che in realtà è essenziale: la dottrina precisa e immutabile, la chiara condanna dell’errore, il timore di Dio, la necessità della confessione sacramentale, la legge morale oggettiva, la realtà del peccato mortale, l’unicità della vera Chiesa, l’obbligo di sottomettersi alla fede nella sua interezza, la sacra liturgia come culto offerto a Dio piuttosto che come piattaforma per i sentimenti della comunità.

Se Fernández tratta esplicitamente la dottrina e la norma come il problema e non come la soluzione, Baggio celebra l’aggiornamento e la novità come soluzioni buone di per sé.

Dentro la melassa la dottrina diventa facoltativa, l’insegnamento morale diventa accompagnamento, la liturgia diventa questione di stile, la disciplina diventa espressione di rigidità, i sacerdoti diventano facilitatori, i vescovi amministratori e i fedeli clienti che non devono farsi domande ma solo accettare ciò che il marketing modernista sforna dopo tanto ascoltare e camminare.

A Roma non c’è stato un Concistoro, ma un Concistorto.
Perché i concetti di dottrina, autorità e tradizione sono stati distorti.

Come scrive Chris Jackson [qui], in questa Chiesa in cui abbiamo Leone XIV ma il vocabolario è tale e quale quello di Bergoglio, “i fedeli non sono obbligati ad applaudire la macchina che divora la loro eredità”.

Quindi, se volete resistere, leggete il Concilio di Trento, non l’ultima esortazione.
Leggete la “Pascendi”, non l’ultimo prodotto sinodale.
Leggete il Catechismo Romano, non i testi pubblicitari sull’annuncio che deve essere attraente.
Tornate alla Messa che ha formato cattolici capaci di sopportare le difficoltà senza aver mai avuto bisogno di essere intrattenuti.
Confessatevi, digiunate, pregate, insegnate ai vostri figli la fede nella sua interezza, e lasciate perdere Roma, le sue giravolte e i suoi concistorti.





gennaio  2026
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