Mons. Schneider critica severamente

il rapporto  del cardinale Roche


di Fraternità San Pio X






Mons. Athanasius Schneider all'ambone



Mons. Athanasius Schneider ha severamente criticato il recente rapporto liturgico redatto dal cardinale Arthur Roche per il Concistoro straordinario, del gennaio 2026, e che ha distribuito a tutti i cardinali.

Il rapporto non è stato oggetto di discussioni al Concistoro poiché il tema della liturgia è stato rinviato perché non c’era tempo.

Mons Schneider è stato intervistato sull’argomento dalla giornalista americana Diane Montagna, che ha pubblicato l’intervista sul suo sito Diane Montagna’s Substack

Monsr Schneider contesta le ipotesi storiche e le premesse teologiche del documento del cardinale. Egli sostiene che il rapporto non contiene un’analisi imparziale e attenta, ma è un approccio ideologico contrassegnato da quello che chiama «rigido clericalismo».

Mons Schneider sostiene che la Messa più fedele al Concilio fu l’Ordo Missae del 1965 e che quello promulgato dopo da Paolo VI – il Novus Ordo Missae – era stato ampiamente rigettato dal primo Sinodo dei vescovi svoltosi nel 1967 dopo il Concilio.

Egli contesta l’interpretazione che il cardinale fa della Bolla Quo primum di San Pio V, contesta l’affermazione secondo la quale il ripristino della liturgia romana tradizionale era solo una «concessione», e rifiuta l’idea che il pluralismo liturgico “congela la divisione» nella Chiesa.

Per Mons. Schneider, il rapporto del cardinale Roche «ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia che deve affrontare delle critiche serie e sempre più virulente, provenienti principalmente da una generazione più giovane, a cui tale gerontocrazia cerca di togliere la voce con argomenti manipolatori e in ultima analisi utilizzando il potere e l’autorità come armi».


Ecco di seguito un compendio di questa intervista

Il vescovo ausiliare di Astana nota innanzi tutto che il documento del cardinale Roche è segnato «da un evidente pregiudizio nei confronti del Rito romano tradizionale e del suo attuale uso».
Ed aggiunge che il documento sembra mirare alla sua eliminazione.
Accusa anche il testo di ricorrere alla manipolazione e alla distorsione delle prove storiche.

Diane Montagna fa notare che il cardinale Prefetto del Dicastero per il Culto Divino sembra confondere «riforma» e «sviluppo» di un Rito.
Mons. Schneider ricorda che la storia della liturgia dimostra che, a partire da Gregorio VII, nel IX secolo, il Rito romano non ha subito alcuna riforma significativa. «Il Novus Ordo del 1970 invece appare ad ogni osservatore onesto e oggettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito romano».

Il vescovo cita l’archimandrita Boniface Luykx († 2004), specialista in liturgia, esperto al Concilio Vaticano II e membro del Consilium incaricato da Paolo VI di elaborare la nuova Messa.

Luykx descrive i fondamenti teologici errati su cui si è basato il lavoro di questa
Commissione:
«Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principii tipicamente occidentali, ma errati:
(1) il concetto (secondo Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell’uomo occidentale moderno e della sua cultura, rispetto a tutte le altre culture; (2) la legge inevitabile e tirannica del continuo cambiamento che alcuni teologi hanno applicato alla liturgia, all’insegnamento della Chiesa, all’esegesi e alla teologia;
(3) il primato dell’orizzontale»
(A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131).


Mons. Schneider stigmatizza anche la falsa interpretazione della Bolla Quo primum di San Pio V.
Il cardinale Roche la descrive come la volontà di unificare il Rito romano; ma in realtà «essa autorizza esplicitamente tutti i Riti che vantavano un uso continuo di almeno duecento anni. L’unità non significa l’uniformità, come dimostra la storia della Chiesa».
«In tal modo, San Pio V ha permesso la continuità «dei Riti che avevano una storia continua di almeno due secoli, compresi degli si consolidati come i Riti Ambrosiano e Domenicano, i quali, non solo furono preservati, ma hanno continuato a prosperare nell’unità della Chiesa romana».

Il cardinale Roche sostiene inoltre la continuità della nuova Messa con la Tradizione;
Mons. Schneider contesta questa affermazione, accusandola di essere un argomento circolare (la conclusione che prova i principii e i principii che provano la conclusione).

E cita il cardinale Ratzinger:
«Il problema del nuovo Messale sta nel fatto che rompe con questa storia continua – che si è andata avanti senza interruzioni prima e dopo Pio V – e crea un libro del tutto nuovo che si accompagna con una sorta di interdizione di ciò che esisteva prima, il che è totalmente estraneo alla storia del diritto e della liturgia della Chiesa. Per quanto è a mia conoscenza sui dibattiti conciliari e dopo una rilettura dei discorsi pronunciati all’epoca dai Padri conciliari, posso affermare con certezza che non era questa l’intenzione».

E cita anche l’archimandrita Boniface Luykx che parla allo stesso modo.


Poi, Mons. Schneider difende la pluralità dei Riti, richiamando il Rito tradizionale e i Riti orientali, che non possono essere indicati come fossero una «concessione», come dice il cardinale Roche.
Il riconoscimento e il ripristino degli antichi libri liturgici deve essere considerato come l’espressione di una legittima pluralità nella vita liturgica della Chiesa.

Il vescovo del Kazakhistan difende poi la sua tesi: «la vera riforma della Messa secondo il Concilio» è quella del 1965 che fu «l’attuazione delle disposizioni della Costituzione sulla sacra liturgia».
Ed aggiunge che durante il primo Sinodo dei vescovi svoltosi nel 1967, dopo il Concilio, Padre Annibale Bugnini presentò ai Padri sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato (la futura nuova Messa). E la maggioranza dei Padri sinodali rifiutò tale Ordo Missae, che è poi l’attuale Novus Ordo.
Di conseguenza, oggi non si celebra la Messa del Concilio Vaticano II, che era l’Ordo Missae del 1965, ma la Messa rifiutata dai Padri sinodali nel 1967 perché era troppo rivoluzionaria.

Nella conclusione, per descrivere l’attuale crisi liturgica, Mons. Schneider cita nuovamente l’archimandrita Boniface Luykx: «Quando sparisce la riverenza, ogni culto diventa un mero intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso, le vittime sono i poveri e i piccoli, perché la realtà vivente della vita che scaturisce da Dio nel culto viene loro sottratta dagli “esperti” e dai dissidenti»
«Nessun gerarca, dal semplice vescovo al Papa può inventare alcunché. Ogni gerarca  un successore degli Apostoli e questo significa che è innanzi tutto il custode e il servitore della Santa Tradizione – un garante della continuità nell’insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera».

Quindi, Mons. Schneider rivolge una critica feroce all’autore di questo infelice rapporto: «Il documento del cardinale Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia che deve affrontare delle critiche serie e sempre più virulente, provenienti principalmente da una generazione più giovane, a cui tale gerontocrazia cerca di togliere la voce con argomenti manipolatori e in ultima analisi utilizzando il potere e l’autorità come armi».
«Tuttavia, la freschezza e la bellezza senza tempo della liturgia, associate alla fede dei Santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, in particolare tra i “piccoli” della Chiesa: i ragazzi innocenti, i giovani eroici e le giovani famiglie».

Anche se alcuni punti sono discutibili, nondimeno questa critica è ben fatta e benvenuta.
Speriamo che il cardinale Roche presti attenzione all’avvertimento posto a conclusione all’intervista: «Io consiglierei vivamente al cardinale Roche e a molti altri membri del clero più anziani e un po’ rigidi di riconoscere i segni dei tempi – o per dirla in senso figurato, di prendere il treno che sta passando per non rimanere indietro».



 


 
gennaio 2026
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