Prevost e quell’incredibile messaggio


di Aldo Maria Valli


Pubblicato sul sito dell'Autore








Confesso che quando il 15 gennaio ho letto il messaggio che Leone XIV ha inviato al direttore della «Repubblica» per ricordare l’anniversario della nascita del quotidiano, fondato nel gennaio 1976 da Eugenio Scalfari, ho dovuto stropicciarmi gli occhi.

Ricordo il testo del messaggio: «II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquant’anni. E raccontato la storia della Chiesa. È questo il senso della libertà di stampa, che pur nella diversità di opinioni, dei punti di vista, delle culture, deve sempre agire con trasparenza, con correttezza, e offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera così il conflitto e costruisce la pace. Vi auguro di costruire sempre una comunicazione libera e dialogante, animata dalla ricerca della verità e senza pregiudizi. Buon cinquantesimo anniversario».

Immagino che Robert Prevost, statunitense trapiantato in Perù, sappia poco o nulla della storia di questo giornale italiano.
Altrettanto facile è immaginare che il messaggio sia stato scritto da qualcuno in Segreteria di Stato o giù di lì.

Ma che bisogno c’era di esaltare un giornale che ha sempre condotto battaglie anticattoliche e anticristiane?
Che bisogno c’era di fare riferimento a una «comunicazione libera e dialogante» quando il giornale ha dato un contributo decisivo alla distruzione delle radici cristiane del nostro Paese partendo da posizioni pregiudiziali?
Che bisogno c’era di parlare di libertà quando il giornale si è sempre messo al servizio delle istanze più libertarie e radicali, non di rado offendendo i cattolici (basti pensare all’aborto)?

E vogliamo ricordare la psicopandemia Covid?
Ricordo ancora un titolo della «Repubblica» che dipingeva noi che non stavamo al gioco della narrativa ufficiale (i «no vax» ci chiamavano) come poveri ignoranti: «L’identikit del no vax: licenza di scuola media, disoccupato e con disagio abitativo. Ricchi e istruiti non seguono le teorie anti somministrazione. Vaccinare vuol dire ridurre le disuguaglianze».
Sì, proprio una bella informazione libera, indipendente, trasparente, corretta e pensata per il bene comune!

E vogliamo parlare di Scalfari e delle sue immaginifiche interviste a Bergoglio, farsa indecorosa per l’informazione e per il Vaticano?

Quello stesso Scalfari che, prima ancora di fondare «Repubblica», con «l’Espresso» esaltò il divorzio e mise regolarmente alla berlina la Chiesa cattolica?

Nel 1983 mi laureai in Scienze politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore con una tesi in Teoria e tecnica dell’informazione che analizzava i modelli culturali dominanti nella «grande stampa» in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto.
A spingermi a scrivere la tesi era stato il professor Angelo Narducci, già Direttore dell’«Avvenire» (quando l’«Avvenire» era ancora un giornale cattolico) e ricordo che uno dei testi che più ispirarono il mio lavoro fu un articolo di Augusto Del Noce per la rivista «Prospettive nel mondo». Analizzava il nuovo dogmatismo laicista, di cui «Repubblica» è capofila, e aveva un titolo che diceva già tutto: «In nome della laicità dovremo accettare anche l’eutanasia degli anziani». L’articolo era del giugno 1981.

Chi voleva vedere in prospettiva era in grado di farlo. Ebbene, quella di Del Noce, e di pochi altri come lui, era libertà, non quella, al servizio dell’ideologia dominante, dell’«Espresso» e della «Repubblica».

Ma in Vaticano evidentemente o hanno la memoria corta o amano fare gli utili idioti.
O forse entrambe le cose.






gennaio  2026
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