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| Da quando ho smesso di chiedermi
gennaio 2026
“perché sono nato cieco?” ![]() Continuare a farlo significa infatti cedere ad un atteggiamento recriminatorio, per certi rispetti infantile, che se non è accettabile in molti casi, appare comunque deleterio anche quando sarebbe giustificato. Come persona non vedente avrei tutto il diritto di chiedermi perché questa condizione sia toccata in sorte proprio a me. Non si tratta di un diritto potenziale, astratto: ho pervicacemente e lungamente esercitato questo diritto chiedendo conto a tutti di questa mia condizione, ad iniziare dal Padre Eterno. Quello verso l’adultità è un cammino sempre in divenire e mai si può dire di essere arrivati, ma forse, ora me ne rendo conto, quel cammino è iniziato proprio quando ho smesso di farmi quella domanda. Se io infatti mi percepisco come vittima di una colossale ingiustizia ciascuno è, in qualche misura, chiamato a risarcirla. Naturalmente non lo si può fare, ma il punto non è questo. Non si tratta di un diritto potenziale, astratto: ho pervicacemente e lungamente esercitato questo diritto chiedendo conto a tutti di questa mia condizione, ad iniziare dal Padre Eterno. Quello verso l’adultità è un cammino sempre in divenire e mai si può dire di essere arrivati, ma forse, ora me ne rendo conto, quel cammino è iniziato proprio quando ho smesso di farmi quella domanda. Se io infatti mi percepisco come vittima di una colossale ingiustizia ciascuno è, in qualche misura, chiamato a risarcirla. Naturalmente non lo si può fare, ma il punto non è questo. Si sviluppa e cresce in me un atteggiamento recriminatorio, incapace di vedere le opportunità, certo oscure dischiuse anche da questa condizione. Non si tratta solo di vedere il mondo e di svolgere alcune azioni in modi diversi, e neppure di prendere atto che non poche esperienze sono irrimediabilmente precluse: si tratta di benedire tutta la propria storia, quindi anche la condizione in cui si è nati. Non una croce da portare, una zavorra di cui ci si sente imperscrutabilmente onerati, ma un modo, il tuo, di stare al mondo, di sentire, amare, accogliere, benedire il mondo. Esistono domande legittime, naturali ed anche giuste che però ad un certo punto occorre smettere di porsi. Continuare a farlo significa infatti cedere ad un atteggiamento recriminatorio, per certi rispetti infantile, che se non è accettabile in molti casi, appare comunque deleterio anche quando sarebbe giustificato. Come persona non vedente avrei tutto il diritto di chiedermi perché questa condizione sia toccata in sorte proprio a me. Non si tratta di un diritto potenziale, astratto: ho pervicacemente e lungamente esercitato questo diritto chiedendo conto a tutti di questa mia condizione, ad iniziare dal Padre Eterno. Quello verso l’adultità è un cammino sempre in divenire e mai si può dire di essere arrivati, ma forse, ora me ne rendo conto, quel cammino è iniziato proprio quando ho smesso di farmi quella domanda. Se io infatti mi percepisco come vittima di una colossale ingiustizia ciascuno è, in qualche misura, chiamato a risarcirla. Naturalmente non lo si può fare, ma il punto non è questo. Si sviluppa e cresce in me un atteggiamento recriminatorio, incapace di vedere le opportunità, certo oscure dischiuse anche da questa condizione. Non si tratta solo di vedere il mondo e di svolgere alcune azioni in modi diversi, e neppure di prendere atto che non poche esperienze sono irrimediabilmente precluse: si tratta di benedire tutta la propria storia, quindi anche la condizione in cui si è nati. Non una croce da portare, una zavorra di cui ci si sente imperscrutabilmente onerati, ma un modo, il tuo, di stare al mondo, di sentire, amare, accogliere, benedire il mondo. Sí perché anche un mondo in cui la luce non sia rilevante, in cui il colore sia ignoto, un universo non riducibile ai concetti di buio o di bianco e nero che rimandano comunque a paradigmi visivi, può essere benedetto. Negli incontri che promuove, nelle relazione che suscita, nella stessa testimonianza di fede che può offrire: ecco perché non farsi più quella domanda che mi teneva incatenato alla recriminazione è stata una liberazione. Un tentativo di sprigionare le energie residue senza pensare a quelle irrimediabilmente perdute o ontologicamente assenti. Ecco perché la vita adulta è forse iniziata da una domanda, non obliata o tacitata, ma superata: una domanda cui non si può e quindi non si deve rispondere. Un interrogativo che va scardinato dal mistero in cui alberga la vita di ciascuno e quella del mondo intero. Tanto le nostre piccole esistenze, quanto quella del cosmo, infatti, non sono idee chiare e distinte: sono matasse aggrovigliate da dubbi, problemi irrisolti, gioie immeritate, dolori affrontati o rimossi. Ma le nostre vite, queste nostre vite, sono accolte, amate, redente, sono salvate dalla sola cecità mortale, quella della disperazione. Una cecità che non dipende dagli occhi, ma dal cuore. |