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| Leone XIV davanti al sinodalismo ![]() Trent’anni fa lo storico francese François Furet pubblicò un celebre libro che si presentava come un bilancio del comunismo del XX secolo, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica (Il passato di un’illusione, tr. it. Mondadori, Milano 1995). L’originalità dell’opera stava nell’essere una storia del comunismo, non come sistema di partito o di Stato, ma come forza di attrazione di un’idea che si è rivelata un’illusione, e dunque un’utopia. Il percorso di questa utopia, scriveva Furet, «è più misterioso della storia reale del comunismo». La sua diffusione nel mondo è stata infatti assai più vasta di quella del potere comunista. La scomparsa del cosiddetto socialismo reale ha significato però la perdita di credibilità della promessa storica, e dunque la sua fine perché il comunismo ha smesso di apparire come il futuro radioso dell’umanità. Da qui il titolo del libro di Furet: Il passato di un’illusione. Possiamo dire, però, che il passato dell’illusione sia veramente passato? Rispetto al Novecento pur mancando di un centro unitario qual era l’URSS, il comunismo sopravvive come sistema di potere, sia pure con diverse declinazioni, in Cina, in Russia, nella Corea del Nord, a Cuba. Ma ciò che soprattutto sopravvive è l’idea comunista, in uno spazio geopolitico ben più ampio di quello espresso dai regimi che la incarnano. Anche in società che non si riconoscono in sistemi politici comunisti, persiste un’atmosfera ideologica che si richiama, più che all’illusione, a quello che si potrebbe definire l’errore di fondo del comunismo. Il termine illusione indica infatti un ingannevole, ma talvolta nobile sogno, destinato ad infrangersi contro la realtà. L’errore si configura, invece, come la perseveranza di un’idea sbagliata anche quando la realtà la smentisce. L’illusione è animata dalla speranza in una società ideale, che appartiene al futuro, l’errore è mosso da una rivolta contro la realtà del presente. La società comunista, quale è esposta da Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista (1848), è una società ugualitaria e senza classi. Essa, spiega Nikolaj Bucharin in L’ABC del comunismo (1919), «eliminerà la divisione degli uomini in classi, ricchi e poveri, dominanti e dominati». Questa concezione materialista ed ugualitaria è evidentemente un’utopia. Tuttavia, l’errore comunista non risiede tanto nella sua proposta di un modello positivo di società, quanto nella pervicace negazione di ogni forma di disuguaglianza in tutti i rapporti sociali: governanti e governati, genitori e figli, uomini e donne, e così via. Oggi questo ugualitarismo si intreccia con altre narrazioni ecologiche, femministe, pacifiste, anti-colonialiste, anti-occidentali, “wokiste”. Il comunismo ha cessato di essere una teleologia della storia, per divenire la voce di una radicale protesta contro ogni ordine, autorità e differenza, naturale e sociale. Igor Safarevic ha mostrato come le origini del comunismo risalgono alle eresie medioevali e protestanti, come i Catari, i Fratelli del libero spirito, gli Anabattisti, le sette della Rivoluzione inglese (Il socialismo come fenomeno storico mondiale, La Casa di Matriona, Milano 1980). Il marxismo ha trasferito le istanze ugualitarie di questi movimenti all’orizzonte politico, presentandosi come una “religione secolare”, una formula che, secondo autori come Eric Voegelin e Augusto Del Noce, esprime l’immanentizzazione della tensione escatologica cristiana. Oggi però assistiamo alla ri-trasposizione di questi errori dalla sfera politica alla sfera ecclesiastica, sotto forma di un “sinodalismo” ugualitario, che, capovolgendo l’espressione “religione secolare”, potrebbe essere definito “secolarismo religioso”. Non è più la tensione religiosa che viene assorbita dalla politica, ma è l’ugualitarismo politico che viene assorbito dalla nuova religione progressista. L’ideologia sinodale, naturalmente, non ha niente a che fare con gli antichi e venerandi sinodi della Chiesa, né con una legittima forma di collaborazione del Papa con i cardinali e con i vescovi, attraverso organi consultivi, quali il Concistoro e i Sinodi. Il processo sinodale inaugurato dai vescovi tedeschi nel 2019 (Synodaler Weg) e teorizzato dalla teologia ultra-progressista, va inteso invece come uno strumento di democratizzazione della Chiesa, per trasformare la sua costituzione monarchica e gerarchica in una struttura ugualitaria in cui il Papa e le gerarchie ecclesiastiche sono svuotati del loro potere, che è traferito alle comunità locali. Il nuovo paradigma si fonda sull’idea di chiesa come comunità volontaria di credenti (believer’s church), definita in base a un patto tra uguali. Secondo questo modello, l’uguaglianza originaria dei membri precede l’istituzione e la legittimità nasce dalla volontà del corpo sociale stesso. Il comunismo applica questa logica volontaristica all’ordine politico ed economico; il sinodalismo la applica all’ordine ecclesiale, reinterpretando la Chiesa come comunità pattizia di uguali, piuttosto che come istituzione gerarchica di fondazione divina. Nella concezione sinodale l’autorità ecclesiale non è intesa come un potere che discende da Cristo attraverso una catena ininterrotta di successione gerarchica, ma come un mandato che emerge dal consenso della comunità dei fedeli, riuniti in assemblea permanente e deliberativa. Questa concezione ugualitaria, prima di essere formulata dalle sette protestanti, era già implicita nelle tesi di Marsilio da Padova condannate da Giovanni XXII nella bolla Licet iuxta doctrinam del 23 ottobre 1327. Secondo le tesi di Marsilio e di Giovanni di Jandun, l’autorità nella Chiesa non risiede nel Papa, ma nella comunità dei fedeli (universitas fidelium), senza che esista superiorità tra clero e laici, perché tutti i fedeli sono fondamentalmente uguali. Contro questi «figli di Belial», la Chiesa ha definito che:«è eretico, erroneo e contrario alla Sacra Scrittura» affermare che «tutti i fedeli sono uguali nel potere e nell’autorità spirituale», e che «tra sacerdoti e laici non vi è alcuna differenza se non secondo un ufficio umano» (J.V. Lograsso, Ecclesiae et Status fontes selecti, Gregoriana, Roma 1952, pp. 228-234). La Conferenza Episcopale tedesca si è autoconvocata per mettersi alla testa di un “cammino sinodale”, che ha l’obiettivo di estendere alla Chiesa universale le decisioni “vincolanti” del loro “sinodo permanente”, tra le quali la parificazione di clero e laici, l’ordinazione ministeriale delle donne, l’inclusione degli omosessuali nella Chiesa, aprendo loro tutti i sacramenti, anche il matrimonio (Julio Loredo, José Antonio Ureta, Processo sinodale; un vaso di Pandora?, con prefazione di S. E. il cardinale Raymond Leo Burke, Associazione Tradizione, Famiglia e Proprietà, Milano 2023). Gli errori dell’ugualitarismo comunista continuano dunque a diffondersi nel mondo. La Santa Sede è intervenuta più di una volta per mettere in guardia i vescovi tedeschi, fin da quando monsignor Filippo Iannone, che nel 2025 Leone XIV ha messo a capo del Dicastero per i Vescovi, scrisse al loro Presidente, il cardinale Reinhard Marx, per avvisare che questi temi dirompenti «non riguardano la Chiesa in Germania ma la Chiesa universale e, con poche eccezioni, non possono essere oggetto di deliberazioni o decisioni di una Chiesa particolare». I vescovi tedeschi, però, hanno ignorato ripetutamente i richiami di Roma. Il loro obiettivo, come osserva il vaticanista Nico Spuntoni, su “Il Giornale” del 17 gennaio, sembra quello di «innescare un contagio tedesco al resto della Chiesa». Il neo-comunismo sinodale troverà una nuova e più radicale espressione nell’Assemblea conclusiva del Synodaler Weg, che si terrà a Stoccarda, dal 29 al 31 gennaio? Oppure il processo rivoluzionario dei vescovi tedeschi conoscerà una ritirata strategica? In ogni caso, Papa Leone XIV si troverà di fronte ad una delle prime questioni dirimenti del suo pontificato. |