Santa Sede e FSSPX.

Le radici del confronto e la situazione di oggi


di Chris Jackson


Pubblicato sul sito Bigmodernism

ripreso e tradotto sul sito di Aldo Maria Valli






Papa Paolo VI e Mons. Marcel Lefebvre



Per comprendere la situazione odierna tra Santa Sede e Fraternità Sacerdotale San Pio X, dobbiamo ricordare quanto accadde l’11 settembre 1976, quando l’arcivescovo Lefebvre incontrò Papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini).

L’incontro avvenne dopo che Paolo VI aveva ingiustamente soppresso il seminario di Lefebvre a Écône e aveva sospeso a divinis il monsignore (proibendogli di ordinare o esercitare il ministero sacerdotale) semplicemente perché Lefebvre si rifiutava di abbandonare la Messa e la dottrina latina tradizionale.

Paolo VI, che Lefebvre aveva giustamente accusato di aver attuato i disastrosi cambiamenti del Vaticano II, invitò l’arcivescovo ad “ascoltare”, ma l’atteggiamento di Montini fu tutt’altro che sincero.

Paolo VI, infatti, entrò in sala furioso, attaccando subito (“La posizione che avete assunto è quella di un antipapa!”) e accusando Lefebvre di essersi sostanzialmente messo contro la Chiesa.
Disse all’arcivescovo: “Avete giudicato il Papa infedele alla Fede di cui è il supremo garante… forse è la prima volta nella storia che ciò accade. Avete detto al mondo intero che il Papa non ha fede, che è un modernista… Se così fosse, dovrei dimettermi e invitarvi a prendere il mio posto nella guida della Chiesa!”.

Il sarcasmo e l’autocommiserazione che trasudavano dalle parole di Montini sono evidenti. Egli personalizzò la critica (“mi condannate, mi chiamate modernista”) anziché affrontare onestamente la sostanza dottrinale delle preoccupazioni di Lefebvre.

In effetti, la mossa iniziale di Montini era un falso: Lefebvre non affermò mai di voler sostituire il Papa; implorò semplicemente Roma di lasciare sopravvivere la Tradizione cattolica.
Eppure Paolo VI ebbe il coraggio di dipingere sé stesso come la vittima, pur essendo lui stesso colui che tradiva la Fede secolare e puniva coloro che la difendevano.

Nel 1976, l’arcivescovo Lefebvre non stava affatto “creando una chiesa parallela” né si stava proponendo come Papa rivale. Stava facendo esattamente ciò che la Chiesa aveva sempre fatto: formare i sacerdoti nella sana dottrina e nella liturgia tradizionale e rifiutarsi di ingoiare la “nuova religione” inventata dopo il Vaticano II.

Come disse Lefebvre a Paolo VI: “Sto facendo esattamente ciò che facevo prima del Concilio. Non riesco a capire come all’improvviso io sia condannato per aver formato sacerdoti nell’obbedienza alla santa Tradizione della santa Chiesa”.

Lungi dall’essere scismatico, Lefebvre professava fedeltà alla fede cattolica perenne; erano state le autorità vaticane ad allontanarsi da quella fede, abbracciando nuovi insegnamenti e pratiche.

In risposta all’invettiva personale di Paolo VI, Lefebvre cercò di spiegare che i cambiamenti postconciliari stavano distruggendo la Chiesa, lasciando clero e fedeli profondamente confusi e lacerati: “Con tutti questi cambiamenti, o rischiamo di perdere la fede o sembriamo disobbedienti… Molti sacerdoti e fedeli pensano che sia difficile accettare le tendenze emerse dopo il Vaticano II nella liturgia, nella libertà religiosa, nella formazione sacerdotale, nei rapporti con il protestantesimo. Non si vede come queste affermazioni siano conformi alla Tradizione della Chiesa”.

Lefebvre non era il solo a fare questa osservazione. “Ci sono tante persone che la pensano così”, osservò.

Eppure Montini non tollerava nemmeno l’accenno al fatto che il Vaticano II o le sue riforme potessero essere in errore. Al contrario, Paolo VI negò bruscamente qualsiasi problema: “Non è vero! Se ti è stato detto e scritto molte volte che avevi torto è perché avevi torto. Non hai mai voluto ascoltare…”.
Un’affermazione curiosa da parte di un uomo che si vantava del “dialogo”.
Stava di fatto dicendo: “Non discutere!”.

Montini aveva ormai preso la sua decisione: il Concilio e le riforme erano fuori discussione, e l’unica questione era la disobbedienza di Lefebvre.
Questo è un classico caso di gaslighting [manipolazione mentale, una forma di violenza nella quale il gaslighter mette in atto una distorsione della comunicazione con l’obiettivo di porre la vittima in una condizione di dubbio nei confronti di sé stessa, N.d.T.].

Paolo VI si rifiutò persino di riconoscere il crollo catastrofico della Chiesa sotto il suo pontificato; si comportò come se la critica di Lefebvre non avesse altro fondamento che l’ostinazione dell’arcivescovo.

In realtà, nel 1976 la Chiesa post-Vaticano II era in caduta libera, esattamente come Lefebvre e alcuni altri prelati lungimiranti avevano avvertito. Seminari e conventi si stavano svuotando, la partecipazione alla Messa stava crollando, regnava la confusione dottrinale e gli abusi liturgici dilagavano in tutto il mondo.

Eppure Paolo VI guardò Marcel Lefebvre negli occhi e insistette che tutto andava bene. Anzi, meglio che bene. A un certo punto ebbe l’audacia di affermare: “È necessario, allo stesso tempo, riconoscere che grazie al Concilio si registrano segni di un vigoroso risveglio spirituale tra i giovani e di un accresciuto senso di responsabilità tra fedeli, sacerdoti e vescovi”.

Questa affermazione sbalorditiva, un completo capovolgimento della realtà, offese profondamente l’arcivescovo e chiunque vivesse quel periodo buio.

Mentre Montini pronunciava queste parole, milioni di giovani cattolici abbandonavano la pratica della fede, i seminari erano pieni di aperto dissenso (se non di immoralità) e molti vescovi erano impegnati a reinventare la dottrina cattolica per adattarla al mondo secolare.
Fingere che un “rinnovamento spirituale” fosse in piena fioritura era una palese menzogna, o nella migliore delle ipotesi un’illusione.

In effetti, un commento cattolico tradizionale contemporaneo notava seccamente che la rosea valutazione di Paolo VI “giustificava” il Concilio semplicemente ignorandone i frutti devastanti (chiese vuote, meno vocazioni, caos dottrinale), mentre ogni esperimento veniva assecondato e solo la Tradizione era condannata.

Paolo VI stava di fatto dicendo a Lefebvre: “Abbiamo portato un grande bene con il Concilio; qualsiasi problema viene risolto; smettetela di lamentarvi”.
La storia ha dimostrato quanto ciò fosse falso.

L’amico intimo di Montini, il cardinale Giovanni Benelli, avrebbe definito il 1976 l’“anno terribile” per la Chiesa, e lo stesso Paolo VI disse che il “fumo di Satana” era entrato nel tempio, eppure, quando fu interrogato dall’arcivescovo, negò categoricamente la profondità della crisi e scaricò ogni colpa sulla “ribellione” di Lefebvre.

L’udienza del 1976 divenne così un esempio di ipocrisia conciliare.

Si pensi a come Paolo VI cercò di atteggiarsi a difensore della tradizione e dell’ordine, pur essendo l’artefice di innovazioni senza precedenti. “Ogni giorno ci sforziamo con grande impegno e tenacia di eliminare certi abusi, non conformi alla legge della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione”, affermò Paolo VI.

Disse a Lefebvre che se solo l’arcivescovo “si fosse sforzato di vedere e comprendere ciò che faccio e dico ogni giorno per assicurare la fedeltà della Chiesa a ieri e l’apertura all’oggi… non vi trovereste in questa dolorosa situazione”.

Questa è una duplicità sbalorditiva: Paolo VI invocava la “Tradizione” e il passato pur insistendo sulla novità del Concilio. Ammise: “Deploriamo gli eccessi; siamo i primi a cercare un rimedio”.

Eppure, subito dopo, dichiarò: “Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa… non avete ascoltato le mie parole”. Cioè: sì, possono esserci degli abusi, ma solo io (la persona stessa che li ha scatenati) posso affrontarli, e il vostro unico ruolo è obbedire e tacere.

Paolo VI stava manipolando l’arcivescovo Lefebvre: sosteneva di detestare gli “eccessi” e di voler garantire la continuità quando in realtà aveva promulgato una nuova Messa (novus ordo) che rompeva radicalmente con la teologia e la pratica cattolica, e aveva permesso una valanga di innovazioni in ogni ambito della vita della Chiesa.

La finta preoccupazione di Montini per gli abusi era vana; come gli fece notare Lefebvre, buoni sacerdoti e religiosi venivano perseguitati dai vescovi semplicemente per aver mantenuto le loro abitudini e tradizioni, mentre coloro che secolarizzavano tutto venivano favoriti.
Paolo VI non negò questa realtà, semplicemente la ignorò.

In particolare, quando l’arcivescovo Lefebvre chiese una modesta concessione, per consentire ai cattolici di ogni diocesi di avere una chiesa o cappella dove poter pregare come prima del Vaticano II, Paolo VI rifiutò categoricamente. “Siamo una comunità. Non possiamo permettere comportamenti autonomi nelle diverse parti”.

Lefebvre insistette: poiché il Concilio stesso “ammette il pluralismo”, perché non consentire almeno il pluralismo nei riti per coloro che sono legati alla Messa antica?
Se Vostra Santità facesse questo, tutto si risolverebbe”, disse Lefebvre.
Si offrì persino di cessare i discorsi pubblici e di ritirarsi nel suo seminario sotto sorveglianza, se solo alla Tradizione fosse stato concesso un posto legittimo.

Montini fu ostinato: non avrebbe concesso nemmeno un briciolo di spazio ufficiale alla Messa tradizionale o alla formazione tradizionale. “No, la Chiesa deve avere un solo rito… non possiamo permettere l’indipendenza di comportamento”.

È significativo che lo stesso Paolo VI avesse tollerato oltraggiosi esperimenti di “inculturazione” liturgica e una proliferazione sfrenata di nuove preghiere eucaristiche, ma avesse posto un limite alla coesistenza della venerabile Messa tridentina.

Tutto è lecito nella “grande tenda” della Chiesa postconciliare, tranne la Messa e la dottrina tradizionale. Questa era la politica di Montini.

Forse il momento più scandaloso dell’incontro fu quando Paolo VI lanciò un’accusa palesemente falsa contro l’arcivescovo Lefebvre; un’accusa che illustra la velenosa doppiezza che circondava l’intera vicenda. Nel bel mezzo del loro dialogo, Paolo VI affermò improvvisamente: “Non è vero, voi non formate buoni sacerdoti. Li fate giurare contro il Papa!”.
L’arcivescovo Lefebvre rimase sbalordito. Si prese letteralmente la testa tra le mani, incredulo. “Un giuramento contro il Papa? Come potete dire una cosa del genere, Santo Padre? Faccio firmare un giuramento contro il Papa!? Potete mostrarmi una copia di questo giuramento?” protestò.

Paolo VI non seppe rispondere se non ripetere: “Voi condannate il Papa!” e poi sprofondò nel sarcasmo sulle dimissioni.

In seguito fu confermato che un simile “giuramento anti-papa” non era mai esistito. Si trattava di una pura e semplice invenzione, probabilmente propinata a Paolo VI da uno dei suoi consiglieri (forse il cardinale Villot).
Persino la trascrizione ufficiale vaticana dell’udienza (redatta da monsignor Benelli) non fa menzione di questo presunto giuramento, sebbene Lefebvre abbia subito dopo riportato l’accusa di Paolo VI.

In breve, Montini o mentì consapevolmente in faccia a Lefebvre o si lasciò convincere da una voce maligna senza prove, il tutto per screditare il seminario dell’arcivescovo.

Il fatto che Paolo VI si aggrappasse a questa falsità dimostra quanto fosse parziale, persino paranoica, la sua mentalità.

Osservò il vescovo Tissier de Mallerais: “Né questo giuramento, né nulla di simile, sono mai esistiti. Quindi l’arcivescovo era stato calunniato durante l’udienza del Papa, il che spiegherebbe il senso di offesa personale di Paolo VI”.

A quanto pare Montini si era convinto (o era stato convinto da subdoli collaboratori) che Lefebvre fosse un fanatico sedizioso, arrivando persino a far giurare ostilità al Papa ai seminaristi. Se Montini ci credeva davvero, non c’è da stupirsi che considerasse Lefebvre una figura “antipapale”.
Ma era tutta una menzogna.

E, a dire il vero, anche dopo che Lefebvre lo aveva smentito senza mezzi termini, il Vaticano non si è mai scusato. Anzi, i suoi portavoce hanno cercato di negare che Paolo VI avesse persino pronunciato quelle parole.
Questo episodio da solo mette a nudo la profondità del tradimento e della malafede da parte di Roma.
Paolo VI e la sua cerchia ristretta non erano mediatori onesti; erano pronti a diffamare un fedele vescovo cattolico per giustificare la loro repressione della Tradizione.

Alla fine dell’udienza del 1976, Paolo VI chiese a Lefebvre di ritrattare pubblicamente le sue dichiarazioni e di sottomettersi incondizionatamente. Montini lo avvertì che “non poteva permettere uno scisma” e lo esortò a compiere un atto pubblico di obbedienza e pentimento.
Le parole di commiato di Paolo VI furono essenzialmente un ultimatum: ritrattate le vostre recenti dichiarazioni e cessate le vostre azioni divisive, altrimenti…

Poi guidò una preghiera di circostanza con Lefebvre e lo congedò.

In verità, come disse in seguito Lefebvre, si trattò di un dialogo tra sordi.
L’arcivescovo se ne andò profondamente addolorato, ma per nulla convinto di essersi sbagliato.

In un’intervista televisiva, pochi giorni dopo, Lefebvre dichiarò: “Il ghiaccio è rotto… è stato un dialogo, una prima trattativa… Speriamo in un via libera… Per noi non si tratta di scisma; stiamo continuando la Chiesa. Nella misura in cui il Papa è ancora in unione con i suoi predecessori, siamo in perfetta unione. Quando introduciamo delle novità, allora dobbiamo esaminare se questi cambiamenti sono conformi alla Tradizione”.

Quest’ultima riga riassume tutto: il punto cruciale è se Paolo VI e poi gli altri Papi, fino a Francesco e a Leone XIV siano in unione con il Magistero perenne.
Se hanno deviato, i cattolici devono resistere.

Lefebvre voleva la riconciliazione, ma non a prezzo del tradimento della Fede. Purtroppo, Paolo VI non aveva la minima intenzione di dare un “via libera” alla Tradizione; aspettò semplicemente che Lefebvre cedesse. L’arcivescovo non cedette e nel giro di dodici anni (dopo anni di infruttuosi tentativi di ottenere il permesso da Roma), consacrò quattro vescovi senza mandato papale nel giugno 1988.

Paolo VI non visse abbastanza per vedere quel giorno; ma, ironia della sorte, Giovanni Paolo II finì per fare esattamente ciò che Montini aveva minacciato, scomunicando Lefebvre e definendo le consacrazioni “scismatiche”.
 
La “ribellione” di Lefebvre, tuttavia, fu giustificata dalla storia: nel 2007, persino il Vaticano (sotto Benedetto XVI) ammise che la Messa tradizionale “non era mai stata abrogata” nonostante i tentativi di Paolo VI di sopprimerla.
E nel 2009 le ingiuste “scomuniche” del 1988 furono revocate (ebbene Roma non si fosse ancora pienamente riconciliata con la FSSPX).
In breve, la posizione dell’arcivescovo Lefebvre, secondo cui doveva obbedire a Dio e alla Tradizione piuttosto che a nuove direttive, si rivelò giustificata, mentre i radicali cambiamenti di Paolo VI portarono solo devastazione.

Lefebvre si era opposto con fermezza alle menzogne e alle intimidazioni di Montini, preservando per tutti noi la Messa dei secoli e il vero sacerdozio.
Tutto ciò che accadde in quello scontro del 1976 è sorprendentemente rilevante per la situazione della Fraternità nel 2026 sotto Leone XIV.
Le stesse accuse (disobbedienza, scisma, “separazione dal Papa”) vengono rivolte oggi alla FSSPX, e anche la risposta è la stessa: non siamo noi a separarci dalla Chiesa, sono stati i Papi conciliari a separarsi abbracciando una nuova religione.

Leone XIV sta essenzialmente continuando l’eredità di Montini, ma spingendola verso estremi ancora più sconvolgenti.

In sintesi, l’incontro del 1976 smascherò Paolo VI come un serpente infido. Parlò con doppiezza: ora invocando la Tradizione, ora disprezzandola; professando preoccupazione per gli abusi ma rifiutando l’unico rimedio (la Tradizione) che poteva guarirli; elogiando il dialogo ma rifiutando di discutere la dottrina; predicando l’unità mentre scacciava coloro che erano rimasti attaccati alla vecchia fede.

L’arcivescovo Lefebvre lasciò quell’incontro più convinto che mai che Roma avesse perso la bussola e che avrebbe dovuto continuare la sua opera senza approvazione, se necessario.
Come scrisse in seguito agli amici: “Non possiamo anteporre l’obbedienza alla Fede. Il Papa esige la mia sottomissione alla Roma modernista, ma io appartengo alla Roma cattolica di sempre”.

Nonostante tutte le minacce di Paolo VI, la coscienza di Lefebvre era in pace: “Se avessi qualcosa da rimproverarmi, smetterei subito… Ma sono attaccato al mio catechismo, al mio Credo, alla Tradizione che ha santificato i Santi in cielo. L’opinione pubblica potrebbe rivoltarsi contro di me domani, non importa. Ciò che conta è la fedeltà alla nostra fede”.

Il suo unico rammarico, dopo l’udienza, fu che Paolo VI non lo ascoltò veramente. Ciononostante, Lefebvre cercò fino alla fine di raggiungere un accordo, scrivendo persino una lettera cortese di ringraziamento a Paolo VI ed esprimendo la speranza di lavorare insieme per porre fine agli abusi.
Paolo VI rispose nel 1976 e di nuovo nel 1978 con lettere velenose in cui accusava Lefebvre di “ribellione” e chiedeva la resa totale.

Il dado era tratto.

Questa storia è fondamentale da ricordare, perché la FSSPX nel 2026 si trova essenzialmente nella stessa posizione.
Hanno presentato rispettosamente una petizione a Leone XIV; sono stati respinti e minacciati. Si trovano ad affrontare la prospettiva di nuove scomuniche o accuse di “scisma” se consacrano vescovi senza il via libera di Roma.
Ma, grazie all’esempio di Monsignor Lefebvre, sanno che queste condanne sono prive di significato agli occhi di Dio.

Come ha detto don Pagliarani, se dovessero arrivare nuove pene, “non avrebbero alcun effetto reale” e la Fraternità accetterebbe serenamente la sofferenza, la offrirebbe per la Chiesa e andrebbe avanti.

Nel 1976 Paolo VI chiese a Lefebvre di esaminare la sua coscienza davanti a Dio. Ebbene, Lefebvre lo fece, e Dio gli diede la grazia di perseverare, per il bene di milioni di anime oggi.
Sono Montini e i suoi successori che dovrebbero tremare di fronte a Dio, dopo aver diffuso così tanti errori e scandali.

In effetti, l’arcivescovo Lefebvre capovolse perfettamente la situazione: “Se continuate con questi cambiamenti che abbandonano la Tradizione, Santo Padre, vi troverete di fronte a un dilemma: o rinunciate a queste novità o rischiate la perdita di milioni di anime. Vi prego, in nome di Dio…”.

Ora, esaminiamo la situazione attuale sotto Leone XIV.

È davvero peggiore di quella dell’era di Paolo VI? Sorprendentemente, sì.
La crisi non ha fatto che aggravarsi, perché i rivoluzionari a Roma sono diventati più radicali e sfacciati con il tempo. Ciò che era eresia implicita ai tempi di Paolo VI è diventata eresia esplicita e vanagloriosa ai tempi di Leone XIV.
La maschera di pseudo-conservatorismo (che Paolo VI occasionalmente indossava, ad esempio condannando la contraccezione nell’“Humanae vitae”) è stata completamente abbandonata dal Vaticano odierno.

Ora assistiamo a un Leone XIV che continua con orgoglio l’eredità di Francesco. Un’eredità di indifferenza dottrinale, relativismo morale e ostilità alla Tradizione che Paolo VI aveva appena iniziato ad abbozzare.

Se l’arcivescovo Lefebvre definì la Chiesa riformata di Paolo VI “Chiesa conciliare” (implicando l’esistenza di una nuova Chiesa del Vaticano II, distinta dalla Chiesa cattolica di sempre), cosa possiamo dire della Chiesa di Leone XIV?
Ormai non pretende più nemmeno di essere cattolica. È una comunità umanistica, sinodale, neo-protestante che tollera ogni credo tranne il cattolicesimo.






febbraio  2026
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