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| Il progetto delle consacrazioni episcopali della Fraternità San Pio X … una grande opportunità per la Chiesa e per il mondo tradizionale? Lettera di Paix liturgique n° 1331, 9 gennaio 2026 ![]() Un cattolico devoto alla Sede di Pietro e all’unità della Chiesa, può rimanere impassibile davanti ad una tale situazione? Uno sguardo frettoloso o superficiale sarebbe tentato di vedere nella prospettiva di queste consacrazioni episcopali un ennesimo strappo nella tunica inconsutile di Cristo. Come se Leone XIV non avesse già il suo da fare per pacificare la Chiesa e per assicurare al messaggio di Cristo tutta la sua vitalità: il Cammino Sinodale tedesco con i suoi toni eterodossi, il discutibile accordo fra la Santa Sede e il governo comunista di Xi Jinping (criticato dalla gran parte dei cattolici cinesi e dal cardinale Zen), la questione particolarmente spinosa del tradizionalismo. Tale profondo desiderio dell’unità nella Chiesa, Leone XIV lo ha voluto legare strettamente al suo pontificato: assumendo come divisa «In illo uno unum / In colui che è uno siamo uno». Allora: queste prossime consacrazioni non vengono a complicare ulteriormente il compito che si è assunto il successore di Pietro? Le consacrazioni della FSSPX alla luce delle 3 virtù teologali Il primo abbozzo di risposta potrebbe articolarsi sulle tre virtù teologali. Per la Fede: noi sappiamo innanzi tutto che Cristo ha garantito alla Chiesa e ai suoi membri la Sua preghiera perché tutti siano «ut unum sint» (Giovanni 17, 21). Per la Speranza: noi sappiamo che nulla è inciso sulla pietra; e che ciò che è oggi, domani potrebbe assumere una forma diversa. In termini di speranza sappiamo in particolare che da un male o da una situazione complessa, Dio può trarre un bene maggiore. Il cantore Jacques Brel lo riassumeva con queste belle parole: «Ci sono terre bruciate che danno più grano del migliore aprile». Il mese di luglio sarà il mese di un raccolto abbondante per il mondo tradizionale a cui sarà data la pace? Infine, la vera Carità chiama ogni battezzato ad essere fermento di unità piuttosto che adepto della polarizzazione. Leone XIV dovrà affrontare con audacia questa cultura della polarizzazione. Il recente testo del cardinale Roche, che aveva previsto di leggere durante l’ultimo Concistoro, contribuisce a questa infelice polarizzazione: mentre il dialogo e l’ascolto dovrebbero essere all’ordine del giorno, l’attuale Prefetto del Culto Divino ha preferito diffondere un testo che difende fortemente la nuova liturgia e che è fortemente offensivo nei confronti della liturgia tradizionale. Martedì 3 febbraio 2026, Matteo Bruni, Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato: «I contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede proseguono con l’obiettivo di evitare ogni rottura o soluzione unilaterale relative ai problemi in atto». E se, in forza di queste tre virtù teologali, ci fosse proprio l’opportunità di ottenere infine un po’ di chiarore? E se questo annuncio delle consacrazioni rappresentasse in realtà una felice opportunità per l’intero mondo tradizionale e per la Chiesa in generale? Come abbiamo visto, all’indomani dell’annuncio del Superiore Della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la sala stampa della Santa Sede si è affrettata ad affermare che il dialogo con la Fraternità deve proseguire allo scopo di «evitare ogni rottura o soluzione unilaterale relative ai problemi in atto». Sembra programmato un incontro fra Don Pagliarani e il cardinale Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Di fronte alla prospettiva di queste consacrazioni, che sembrano sempre più probabili, il nuovo pontificato si trova nell’urgenza di dover prendere posizione sulla questione liturgica. Di questa prima prospettiva si può solo gioire. Nessuno sa finora se il nuovo intento di Leone XIV permetterà di creare un clima nuovo. Cinque mesi ci separano da questo famoso 1 luglio e da queste potenziali consacrazioni. Questo periodo, apparentemente breve, lascia alle parti la possibilità di porre sul tavolo la questione tradizionale. Con ambizione e chiarezza? Questo è il punto cruciale: perché se la cosa è possibile e anche soprattutto auspicabile. In effetti, per troppo tempo i fatti hanno dimostrato che le autorità romane non hanno trattato la questione con l’attenzione di una madre amorevole che vuole proteggere i suoi figli. La famiglia tradizionale (il mondo della FFSPX e il mondo dell’Ecclesia Dei riuniti) si trova più che mai al cospetto del suo destino. Diciamolo: l’attuale situazione, radicalmente diversa da quella del 1988, non presenta le stesse implicazioni. Molto più importante numericamente, la famiglia tradizionale è anche più saldamente radicata nell’ambito ecclesiastico. L’effetto del Summorum Pontificum ha contribuito alla diffusione del tradizionalismo nel mondo diocesano. I gesti di Francesco nei confronti della FSSPX hanno contribuito a legare la FSSPX alle curie diocesane, in particolare per i matrimoni. Il grande pellegrinaggio romano della Fraternità, svoltosi l’estate scorsa nella Città eterna per celebrare il Giubileo, figurava nel programma ufficiale della Santa Sede. Affermare un diritto per tutti: il libero accesso ai benefici della liturgia tradizionale Oggi si deve prendere atto del fatto che la maggior parte dei fedeli della famiglia tradizionale non sono più in conflitto tra loro. Da molto tempo si constata l’apertura dei cattolici alla liturgia tridentina, e questo è positivo. Soprattutto questi cattolici si trovano di fronte ad una sfida significativa: il tradizionalismo, malgrado il suo dinamismo e il suo irradiarsi al servizio del Vangelo di Cristo, viene ostacolato. Le discussioni meschine, in cui sono ferrati certi ecclesiastici, sulla necessità o meno di queste consacrazioni, non interessano i fedeli. I membri della famiglia tradizionale non cercano di distinguersi gli uni dagli altri, affermando di rappresentare il «tradizionalismo buono» o la «giusta opzione». La questione di fondo è un’altra. La loro preoccupazione, attraverso la prospettiva di queste consacrazioni, è affermare ad extra un diritto per tutti: il libero accesso ai benefici della liturgia tradizionale e nel contempo mostrare a Leone XIV le gravi ingiustizie a cui sono stati sottoposti per troppo tempo i fedeli legati a questa liturgia. Senza alcun dubbio, la pace liturgica ha bisogno di gesti simbolici; ma per durare e superare veramente le incomprensioni e risolvere i disaccordi, la pace ha bisogno di un dialogo sincero e benevolo tra gli attori responsabili. E’ solo a queste condizioni che la pace liturgica potrà diventare veramente feconda. Ed è proprio qui che sta il problema: l’esame di coscienza sulla riforma liturgica trarrebbe beneficio da una riflessione approfondita. La crisi liturgica che attraversa la Chiesa a partire dalla riforma del 1970 ha trovato difficilmente una onesta riflessione da parte della gerarchia. Cinquant’anni dopo la sua attuazione, questa riforma è stata veramente un successo catechetico e pastorale? Porre la domanda è già un rispondere. Inoltre, vi è indubbiamente una questione correlata: sulla base dell’immensa documentazione disponibile sull’argomento, il concilio Vaticano II, che ha voluto essere risolutamente «moderno» presentandosi come un concilio «pastorale», non ha forse ceduto all’arroganza degli anni 60/70? Il pensiero allora dominante, improntato ad un ingenuo ottimismo, aspirava ad essere profetico. Si annunciavano tempi nuovi e una nuova primavera per la Chiesa. A posteriori si può dire che i Padri conciliari, accecati dalla voglia di essere al passo con i tempi, purtroppo non si resero conto di quanto stessero lasciando l’istituzione ecclesiale impreparata per le sfide future. Possano le discussioni che si svolgeranno nei prossimi mesi rispondere a queste questioni. E a molte altre ancora. Dal dolore di un confronto possa emergere la gioia di una grande spiegazione. |