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| Lettera aperta al cardinale Fernández Umiltà intellettuale? Da che pulpito! ![]() Al Prefetto del Dicastero per la
Dottrina della Fede
cardinal Víctor Manuel Fernández Eminenza, nella sua recente meditazione di apertura della Sessione plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede [qui] di cui lei è Prefetto, ha richiesto “preghiera” e “umiltà intellettuale”, segnatamente evocando giganti della santità e della contemplazione come san Tommaso d’Aquino, san Giovanni della Croce e san Bonaventura. Santi e contemplatori di Dio che, se seguiti, producono una “consapevolezza del limite, del nostro bisogno di Dio” stesso, “per non cadere in un terribile inganno, lo stesso che ha portato agli eccessi dell’Inquisizione, alle guerre mondiali, alla Shoah, ai massacri a Gaza, tutte situazioni che si giustificano con argomentazioni fallaci”. In questa sua elencazione, tuttavia, manca clamorosamente un evento epocale che da ultimo ha sconvolto la vita di miliardi di persone. E la sensazione è che manchi per la posizione – almeno imbarazzante – assunta reiteratamente da Papa Francesco che l’ha creata cardinale. Una posizione di cieca fede in una (pseudo)scienza circa il virus Sars-CoV-2 e il cosiddetto vaccino: entrambi prestissimo rivelatisi il primo di bassissima letalità e curabile al domicilio con farmaci ordinari e il secondo né efficace né sicuro. Ciononostante la vaccinazione è stata presentata dallo stesso Francesco come “atto d’amore”, col seguito di un video vaticano e di una moneta d’argento commemorativi del vaccino stesso. Ma, come se tutto ciò non bastasse, il vaccino è stato posto a fondamento – per i dipendenti dello Stato Città del Vaticano che vi si fossero sottratti – della privazione del lavoro e dello stipendio. Il vaccino, insomma, è stato prospettato come principio assoluto, quasi un novello salvator mundi. Lei ricorda, invece, l’Inquisizione storica. Ma non pochi rammemorano come sulla base di quel cosiddetto vaccino sia stata condotta un’inquisizione socio-culturale, innescata proprio da Francesco, il quale tacciava di “negazionismo suicida” quanti rifiutavano di farsi inoculare. Come non pochi non dimenticano l’inquisizione avviata sempre da Francesco nei confronti – a tacer di quelli che lui considerava “rigidi” e “indietristi” – di quanti, da lui definiti “stupidi”, opinano diversamente sui cosiddetti cambiamenti climatici, benché in materia posizioni critiche si registrino anche tra scienziati eccellenti. Vede, cardinal Fernández, la gravità dell’inquisizione di Francesco è consistita proprio in ciò: nel fatto che egli l’abbia condotta non in ordine a temi teologici e morali e sulla base della verità, bensì anche su argomenti, come quelli appena menzionati, che non sono di competenza della Chiesa. O, quanto meno, non lo sono fino a quando non esistano probabilità o certezze sulla base delle quali la Chiesa stessa possa indicare o insegnare posizioni in materia morale connessa ai detti temi. Al contrario, su argomenti propri della Chiesa, perché concernenti in profondità la verità su Dio e sulla morale, Francesco ha, tra l’altro, omesso di dare quelle risposte che gli chiedevano non alcuni sprovveduti fedeli, qualche quisque de populo, bensì, per citare solo alcuni casi, quattro cardinali – circa i cinque dubia formulati nel 2016 sul documento “Amoris laetitia” -; e una serie di fedeli esperti (tra cui un vescovo emerito, un teologo, filosofi, un direttore di ricerca di Oxford; un rappresentante di avvocati cattolici; e un ex Presidente dell’Istituto per le Opere di Religione) che, nel 2017, proponevano a Francesco una correzione filiale. Francesco, dunque, si rivelava deciso, per non dire draconiano, su questioni, come detto, non di competenza della Chiesa e negatore di risposte, invece, su temi strettamente ecclesiali, rispetto ai quali avrebbe avuto il dovere di “dare” – come dice lei stesso nella sua meditazione – “risposte con autorità, di scrivere documenti che diventino parte del magistero ordinario, e persino di correggere e condannare”. Una volta, insomma, si diceva “Roma locuta causa finita”. Sotto di lui si doveva tristemente dire “Roma locuta causa initiata”. Non è sembrato, invero, che la Chiesa della misericordia, dell’ascolto, sinodale, ospedale da campo, in uscita – tutti concetti ricorrentemente usati da Francesco medesimo – sia stata davvero, e per “todos todos todos”, tale. Tanto che, a prosecuzione di quella impostazione, lei oggi non fa ammenda, per esempio, dello scandalo, in senso profondamente evangelico, provocato dal documento “Fiducia supplicans”, al quale si sono fermamente opposti non solo singoli vescovi, ma anche intere Conferenze Episcopali. Per lei, oggi, infatti la questione “più seria” è data anche dal fatto che “in qualsiasi blog, chiunque, anche se non ha studiato molta teologia, esprime la propria opinione e condanna come se parlasse ex cathedra”. Però, come già accennato, non risulta che persone che hanno studiato teologia e titolate siano state da Francesco e da lei trattate in modo diverso, ossia ascoltate e degnate di una risposta. Con l’aggravante che quei cardinali, quei vescovi, quei teologi ignorati non solo hanno studiato teologia, ma erano rivestiti, in molti, dell’autorità e del compito, tra l’altro, di assistere il Romano Pontefice sia nel “trattare le questioni di maggiore importanza” sia “prestandogli la loro opera nella cura soprattutto quotidiana della Chiesa universale” (Codice di diritto canonico, can. 349). Si deve ammettere, cardinal Fernández, che non di rado i blogger che lei oggi bersaglia non hanno studiato molta teologia, ma è altrettanto vero che sovente essi esprimono la loro opinione perché hanno, ancora e nonostante tutto, la fede. La fede che ha animato proprio san Tommaso, san Giovanni della Croce e san Bonaventura, i quali non hanno affatto confuso o diviso, ma, piuttosto, confermato e radunato il gregge del Signore, quantunque non fossero elevati alla dignità papale. Può dirsi che la stessa azione si sia inverata con Francesco, che l’ha preposta al Dicastero per la Dottrina della Fede? Dai frutti riconoscerete l’albero, insegna il Vangelo (cf. Matteo 7, 17-20). Frutti di confusione, di divisione, di eresia fino all’apostasia abbiamo dovuto vedere negli scorsi, tragici, anni. Se è vero, com’è vero, che abbiamo dovuto assistere persino alla celebrazione dell’idolo pagano della Pachamama in piena Basilica di San Pietro fino al documento di Abu Dhabi che, addirittura, rappresenta il “pluralismo e le diversità di religione” come frutto della “sapiente volontà divina”, con “la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Un Dio, dunque, che si contraddice, tra vero e falso, tra buono e cattivo e che è esattamente l’opposto del Signore della Divina Rivelazione, che comanda: ascolta, Israele (cf. Deuteronomio 5, 1)! Io sono il Signore Dio tuo: non avrai altri dei all’infuori di me (cf. Deuteronomio 5, 6-7)! Un Dio per cui Cristo, Mohammed, Buddha, Zoroastro sono tutti sullo stesso piano, dato che la mia religione – come chiarì lo stesso Francesco in uno dei suo ultimi viaggi – non è più importante della tua. Il Figlio di Dio, dunque, è svilito e ridotto a mero uomo, come uno qualunque dei fondatori delle altre religioni. Lei parla di “inganno” e di “argomentazioni fallaci” (che hanno condotto all’Inquisizione, alle guerre mondiali fino ai massacri a Gaza), ma le “argomentazioni fallaci” in verità consistono nel citare l’Aquinate e gli altri giganti della mistica e della teologia in modo pretestuoso, come per coonestare – col manto di una pretesa “umiltà” – quello che, di fatto, è un persistente relativismo teologico e morale, di proporzioni tali che mai si sono viste nella storia della Chiesa. E tremendo, perché non solo proveniente dal basso, ma anche determinato da coloro che dovrebbero essere i pastori, guide sicure, e non già ammannitori o recettori di “qualsiasi vento di dottrina” (san Paolo agli Efesini 4, 14). Il vero “inganno”, dunque, è proprio questo relativismo di cui le eventuali condanne ex cathedra che lei oggi colpisce come fatto assai grave sono, piuttosto, la conseguenza, l’effetto, la dimostrazione, il disvelamento per chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere (cfr. Matteo 13, 16). Sono l’urlo – invero non forte, ma fastidioso se lei vorrebbe silenziarlo – di chi, in mezzo a tanti che in questi anni sono fuoriusciti, rimane aggrappato alla barca della Chiesa, mondanizzata la quale nessuno vi entrerà, come ammoniva san Pio X. Oggi lei, cardinal Fernández, dovrebbe guardare alle cause vere, alle scaturigini reali dell’attuale gravissima crisi ecclesiale, anziché cercare di depistare, di deviare l’attenzione, verosimilmente presumendo che tutti i cattolici siano indifferenti, disattenti, superficiali, come se entrando in chiesa – per dirla col grande convertito Chesterton – si dovessero togliere non il cappello, ma il cervello. Le sfugge, infatti, che molti – benché privi di approfonditi studi teologici – sono ancora legati proprio, e “specialmente”, a “quelle verità centrali che costituiscono il cuore del Vangelo”; guardano, pur nella complessità del nostro tempo, a Dio, alla Chiesa e al mondo nella loro essenza, nella loro semplicità, ossia “sine plico”; il loro sentire e parlare è sì sì, no no, perché il di più proviene dal maligno (cf. Matteo 5, 37); hanno cioè la vera “umiltà”: l’intelligenza della fede. E voi? Salvatore Scaglia
battezzato e confermato nella Chiesa cattolica, laico di San Domenico, avvocato in utroque iure Palermo, 3 febbraio 2026, memoria di san Biagio |