Pessime nomine di Leone

Così si consolida la rivoluzione del Vaticano II 


di Chris Jackson



ripreso e tradotto sul sito di Aldo Maria Valli









Il governo della Chiesa sotto Leone XIV ha reso ampiamente chiaro un concetto: l’ecclesiologia del Vaticano II è ora la norma magisteriale.
Leone XIV stesso ha affermato esplicitamente che gli insegnamenti del Vaticano II rimangono “la stella polare” per il cammino della Chiesa.
In pratica, ciò significa promozione per quei prelati che incarnano lo spirito di impegno ecumenico e interreligioso del Concilio.

Due recenti nomine, quella del vescovo Teodoro Mendes Tavares e del vescovo Francisco (Agnelo) Pinheiro, dimostrano quanto il dialogo ecumenico sia diventato una priorità quasi dogmatica.
Le loro carriere sono una vetrina degli ideali del Vaticano II in azione.

Il vescovo Tavares, missionario capoverdiano, è stato strappato all’oscurità dell’Amazzonia brasiliana per assumere la guida della sua diocesi natale.
Uno sguardo più attento al suo background la dice lunga.
Il vescovo sessantaduenne ha conseguito una laurea specialistica in ecumenismo presso il Trinity College di Dublino, una specializzazione insolita, impensabile per un prelato cattolico prima del Concilio.
La sua formazione accademica negli anni Novanta si è concentrata sulla promozione dell’unità tra i cristiani, sulla base dell’“Unitatis redintegratio” del Vaticano II.

Tavares ha poi trascorso quindici anni come missionario nella foresta amazzonica, implementando l’inculturazione e l’“accompagnamento” pastorale nelle comunità remote.
In Brasile è diventato vescovo di Ponta de Pedras (stato del Pará) e ha persino presieduto una commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
In breve, tutto il suo ministero è stato orientato all’agenda postconciliare: dal colmare le divisioni confessionali alla cosiddetta inculturazione.

Nominandolo alla prestigiosa diocesi di Santiago de Cabo Verde, Leone XIV ha di fatto premiato l’ortodossia conciliare di Tavares.
I resoconti locali sottolineano che ha “dedicato gran parte della sua vita” al ministero amazzonico e sottolineano la sua formazione in teologia ecumenica.

Tavares è il volto della Chiesa che il Vaticano II aveva immaginato: globale, dialogico e del tutto svincolato dalla rigidità tridentina.

Dall’altra parte del mondo, il vescovo eletto Francisco “Agnelo” Pinheiro rappresenta un modello simile in Asia.
Sacerdote di Goa, appena nominato alla guida della diocesi di Sindhudurg, in India, padre Pinheiro è da tempo noto come l’uomo di riferimento della sua arcidiocesi per il dialogo interreligioso.
Dal 2018 è responsabile ufficiale dell’arcidiocesi di Goa per, appunto, l’apostolato del dialogo interreligioso, impegnandosi a costruire “armonia tra le diverse comunità religiose” in una società multireligiosa.
È letteralmente uno specialista nell’attività di sensibilizzazione in stile “Nostra aetate”.

L’annuncio della sua nomina episcopale ha messo in risalto gli sforzi di Pinheiro nel promuovere la comprensione tra le religioni.
Con la sua nomina il Vaticano ha inviato un messaggio: la competenza nel dialogo interreligioso è ora una credenziale chiave per l’episcopato.

Come Tavares, padre Pinheiro è un agente sul campo del Concilio Vaticano II, un uomo che per anni ha incarnato l’apertura della Chiesa al mondo moderno e alle sue religioni. Ora, come vescovo, porterà quella bandiera nel cuore della comunità cattolica indiana.

Ed è significativo che Leone XIV lo abbia scelto rispetto a candidati più tradizionali. La decisione sottolinea che l’impegno ecumenico e interreligioso è considerato una virtù essenziale, praticamente un “dogma” non negoziabile per i leader della Chiesa di oggi.
Viceversa, i prelati più legati alla tradizione, che dà priorità all’integrità confessionale e alla conversione missionaria, vengono apertamente trascurati.

Questi sviluppi confermano una realtà: il cosiddetto “spirito del Vaticano II” si è consolidato in un’ideologia dominante. In uomini come Tavares e Pinheiro si vede il Vaticano II come modello permanente per la vita cattolica. L’enfasi del Concilio sull’apertura collegiale, il pluralismo religioso e l’aggiornamento non è più oggetto di dibattito: è la magna charta consolidata, l’“insegnamento profetico” che ispira ogni nuova iniziativa.

Ogni residua speranza che sotto Leone XIV il Vaticano II potesse essere reinterpretato o corretto è stata di fatto infranta.

L’ecclesiologia del Concilio, la Chiesa come “mistero di comunione” aperta al mondo, è ormai il metro di misura. Ogni prelato ambizioso lo conosce e si conforma di conseguenza.
Assistiamo così a una sorta di cartina di tornasole inversa: se mostri forte impegno nei progetti ecumenici sali in cattedra; se mostri scetticismo nei confronti del consenso postconciliare rimani ai margini (o peggio).

Le nomine di Tavares e Pinheiro sono dichiarazioni di principio. Annunciano che Leone XIV consoliderà l’eredità del Vaticano II come paradigma per il futuro, escludendo qualsiasi restaurazione preconciliare.

Anche la nomina, avvenuta il 14 febbraio, di monsignor Rubén Darío Jaramillo Montoya a vescovo di Montería è avvenuta in un ecosistema ecclesiale in cui la “credibilità pastorale” è sempre più misurata dagli applausi vaticansecondisti.

Iniziamo con la sottocultura liturgica a lui legata.
Numerosi profili e commenti indicano Jaramillo come strettamente legato al Cammino Neocatecumenale, con una formazione e un ministero come provenienti da quel mondo.
Sappiamo che l’ambiente neocatecumenale è associato a un peculiare approccio “comunitario” al culto che ha ripetutamente generato controversie, soprattutto riguardo al modo di ricevere la Comunione e alle consuetudini pratiche del movimento.

La scelta di Jaramillo conferma che le nomine di Leone XIV tendono a favorire uomini formatisi proprio all’interno di sistemi spirituali e liturgici postconciliari che considerano negoziabile tutto ciò che è venuto prima.

La stessa dinamica appare, in modo ancora più netto, nel caloroso elogio di Jaramillo da parte di Olga Lucía Álvarez, del movimento Donne sacerdote cattoliche romane.
In un post che descrive un incontro con Jaramillo, Álvarez lo descrive in termini affettuosi, lodandone il calore umano e la vicinanza alla gente, e offre preghiere e sostegno per il suo ministero.
L’immagine qui è devastante, perché la signora Álvarez fa parte di un movimento che sfida apertamente l’insegnamento cattolico sugli ordini sacri.

La Chiesa ha trattato il tentativo di ordinazione delle donne come un grave delitto, passibile di scomunica. Quindi, quando una voce che si autodefinisce “vescova donna” esprime entusiastico sostegno a un ecclesiastico diocesano emergente, il segnale dovrebbe essere difficile da ignorare.
Un pastore cattolico dovrebbe rifuggire da tale sostegno, considerandolo tossico, un segnale che qualcosa non ha funzionato nella testimonianza pubblica.
Ma oggi tutto ciò è considerato un merito o un irrilevante rumore di fondo.

La nomina di Jaramillo è un ulteriore dato di fatto: le scelte episcopali di Leone XIV sono in linea con la cultura ecclesiale che normalizza l’indifferentismo interreligioso e il linguaggio morale terapeutico.
Quando i paladini del dissenso applaudono i nuovi leader della Chiesa, vuol dire che qualcosa è cambiato nel sistema immunitario morale e dottrinale della gerarchia. Il regime produce sempre più vescovi la cui ascesa viene celebrata da coloro che più sono contrari all’ordine cattolico.

In sintesi, il regno di Leone XIV sta consolidando le rivoluzioni del Vaticano II e di Francesco: l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sono stati intronizzati come principi guida, quasi dogmi che plasmano tanto le nomine episcopali quanto i pronunciamenti papali.




febbraio  2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI