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| Israele e Cisgiordania, si fa strada l’annessione 17 febbraio 2026 ![]() Lunga coda di automobilisti palestinesi in attesa al checkpoint di Beit Furik, presso Nablus, il 5 aprile 2025. (foto Nasser Ishtayeh/Flash90) Sale la tensione mentre l’Autorità palestinese è sull’orlo della bancarotta. La scorsa Domenica 15 febbraio 2026 il governo israeliano ha approvato nuove misure volte a rafforzare il controllo sulla Cisgiordania occupata e a facilitare l’acquisto di terreni da parte dei coloni, in un atto che l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha condannato come una «annessione de facto», invocando l’intervento della comunità internazionale (vari governi hanno già espresso la loro condanna verbale, ma al momento nulla di più – ndr). Il voto dei ministri a favore dell’avvio di un processo di registrazione dei terreni per la prima volta dal 1967 è avvenuto una settimana dopo che il gabinetto aveva approvato un’altra serie di misure straordinarie che trasformano l’annessione strisciante in corso da anni in una vera e propria politica governativa. Le due mosse, avvenute a ridosso del faccia a faccia dell’11 febbraio tra il premier Benjamin Netanyahu e Donald Trump alla Casa Bianca, sono gli ultimi episodi di un processo accelerato dall’autunno 2023, quando l’attenzione generale è stata catturata dalla smisurata rappresaglia su Gaza per gli eccidi di Hamas del 7 ottobre: in due anni Israele ha raddoppiato la presenza militare in Cisgiordania, dove oggi sono attivi almeno 900 checkpoint e sbarramenti o ostacoli alla circolazione contro i 545 del 2023, ha esercitato una pressione costante sull’Anp per indebolirla, ha accelerato l’approvazione delle colonie non autorizzate e ha reso legittimi gli avamposti illegali. Gli assalti dei coloni sono diventati quasi quotidiani, con un’escalation di violenza senza precedenti durante la raccolta delle olive: nel solo mese di ottobre 2025 le Nazioni unite hanno registrato otto attacchi al giorno, il tasso più alto dal 2006; negli ultimi 28 mesi in Cisgiordania sono state uccise 1.113 persone, un quarto delle quali minorenni, e oltre 19mila Palestinesi sono finiti dietro le sbarre in «detenzione preventiva» (per periodi più o meno lunghi – ndr). Smotrich: Sopprimere l’idea di uno Stato palestinese Il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che la registrazione dei terreni è una «misura di sicurezza fondamentale», mentre per il gabinetto si tratta di una «reazione ai processi di registrazione illegale dei terreni promossi dall’Autorità Palestinese». Già le misure approvate una settimana fa avevano previsto che Israele allenterà i limiti alla vendita di terreni ai coloni e assumerà il potere di decidere come utilizzare i terreni nelle aree A e B, ufficialmente amministrate dall’Autorità Palestinese. L’obiettivo, ha ribadito il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, è quello di «uccidere l’idea di uno Stato palestinese»: secondo il suo manifesto del 2017 Israele dovrebbe infatti creare fatti irreversibili sul terreno che precludano ogni possibilità di uno Stato contiguo e costringano i Palestinesi ad accettare uno status di subordinazione permanente o a lasciare la Cisgiordania. Gli ultimi passi rispondono dunque alla strategia di diversi ministri del governo israeliano di inglobare i Territori nell’orbita politica e amministrativa di Israele. Le casse vuote dell’Anp e le tensioni nel Ramadan Stanotte (17 febbraio) per i musulmani inizia il Ramadan, un mese che storicamente infiamma le tensioni intorno alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme Est, mentre i Territori palestinesi occupati si trovano sull’orlo di una crisi totale. Da mesi si susseguono gli scioperi dei 150mila dipendenti pubblici palestinesi che ricevono solo una parte degli stipendi, con centinaia di migliaia di famiglie prive di reddito mentre negli ultimi due anni secondo le Nazioni Unite sono andati in fumo a causa delle restrizioni alla mobilità oltre 400mila posti di lavoro fra i Palestinesi che lavoravano in Israele. Le scuole sono passate a settimane di quattro giorni, limitando la capacità delle madri di lavorare; l’assistenza sanitaria e la raccolta dei rifiuti sono state ridotte. L’Anp potrebbe diventare insolvente nel giro di pochi mesi, ponendo fine alla fornitura di servizi a 3,2 milioni di Palestinesi. Potrebbe anche venir meno la cooperazione in materia di sicurezza con Israele che, finora, ha impedito lo scoppio di una nuova intifada su vasta scala. Shin Bet: Va crescendo il «terrorismo ebraico» Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha intensificato i raid contro Hamas e il Jihad islamico in Cisgiordania, in operazioni che hanno causato sfollamenti ma che secondo Israele hanno impedito attacchi terroristici anche grazie al coordinamento con le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese. Le autorità israeliane nel 2023 hanno contato 397 attacchi terroristici “significativi” in Israele e in Cisgiordania, mentre nel 2024 il numero è sceso a 255 e nel 2025 a 54. Al tempo stesso sono aumentati a dismisura gli attacchi incendiari e intimidatori dei coloni in Cisgiordania: secondo lo Shin Bet – il servizio segreto interno – tra il 2024 e 2025 le aggressioni e gli atti di vandalismo dei coloni sono aumentati del 27 per cento, mentre il numero di incidenti gravi classificati come “atti di terrorismo ebraico” è aumentato di oltre il 50 per cento, in particolare nelle aree di Nablus, Hebron e dintorni di Ramallah. Per gli osservatori internazionali l’aspetto più allarmante di questi attacchi non è la loro frequenza, ma l’impunità assicurata dal governo israeliano. La confusione creata dalla guerra a Gaza ha infatti permesso a Smotrich e ad altri leader del movimento dei coloni di passare dalle parole ai fatti. La posizione di Netanyahu è più ambigua: ha ripetuto che Israele non vuole assumere il pieno controllo dei Territori perché sa che il collasso dell’Autorità Palestinese implicherebbe per Israele la presa in carico di milioni di Palestinesi a cui fornire sussistenza e servizi, ma di fatto è consapevole che la sua sopravvivenza politica dipende dagli elettori nazionalisti-religiosi. Dalle elezioni d’autunno un cambio di rotta? Moderati israeliani e attori internazionali si aggrappano alla speranza che le elezioni per il Parlamento previste nell’ottobre 2026 possano cambiare l’approccio di Israele sull’occupazione e sull’autodeterminazione dei Palestinesi. Tuttavia affidarsi a tali auspici è rischioso. «Molti dei cambiamenti degli ultimi due anni sono irreversibili, soprattutto perché l’opposizione israeliana non ha presentato alcuna alternativa chiara alla visione degli annessionisti» spiega Shira Efron, analista israeliana del think tank Rand Corporation. «Se il movimento dei coloni non verrà frenato – osserva – le loro azioni aumenteranno le probabilità di scontri, renderanno necessaria una mobilitazione prolungata dell’esercito, acuiranno l’isolamento di Israele e costringeranno il Paese a farsi carico degli oneri dell’amministrazione civile in Cisgiordania». Dopo la nomina dei suoi esponenti più estremisti in dicasteri chiave come la Sicurezza interna (Itamar Ben Gvir) e le Finanze (Bezalel Smotrich), il movimento dei coloni ha tratto vantaggio dal trauma del 7 ottobre, dalla guerra a Gaza e dalla frammentazione dell’opposizione. Così, dopo aver aumentato i posti di blocco e le recinzioni per impedire ai Palestinesi l’accesso a molti dei loro terreni, con le recenti disposizioni si apprestano alle confische delle stesse terre «perché incolte» oppure «per proprietari assenti» (va notato che molti nuclei palestinesi non sono in grado di esibire documenti legali di proprietà sulle terre o gli immobili posseduti da generazioni – ndr). L’istituto di ricerca Tamrur Politography, che raccoglie dati sulla presenza israeliana nei Territori, conferma che dal 2023 il governo israeliano ha accelerato la crescita degli insediamenti in Cisgiordania: nel solo 2025 ha concesso quasi il doppio delle autorizzazioni per unità abitative rispetto al 2019 e al 2020, come si è visto ad esempio dall’approvazione lo scorso agosto di costruire 3400 alloggi nel corridoio noto come E1 che collega Gerusalemme Est a Maale Adumim, oggi una città di 200mila abitanti con infrastrutture turistiche e industriali. Mutamenti che terrorizzano L’espansione dell’occupazione è confermata da Anton Asfar, Segretario generale di Caritas Jerusalem. «Vado regolarmente in Cisgiordania – ha raccontato l’11 febbraio a Milano, ospite della Caritas ambrosiana – e ogni volta resto attonito dai cambiamenti sul terreno e dall’espansione continua degli insediamenti. Proprio mercoledì scorso mentre andavo a Jenin ho trovato un nuovo blocco e ho dovuto fare una deviazione; sono passato da una strada che percorro di rado e ho visto nuovi cancelli, nuove recinzioni, nuove strade per i coloni che vengono allargate e nuovi avamposti che continuano a spuntare come funghi in tutta la Cisgiordania: cambiamenti che terrorizzano le comunità locali per l’occupazione delle terre e per le provocazioni che impediscono di vedere una soluzione a questo conflitto. La situazione economica si è deteriorata moltissimo a causa della guerra a Gaza: i tassi di disoccupazione sono altissimi, non c’è turismo e le persone non sanno come sbarcare il lunario. La gente comincia a perdere la speranza e cresce l’emigrazione, poiché non tutti hanno la forza di restare in questa situazione rispetto alla quale non si vede una via d’uscita». |