Difesa e illustrazione

della Corredenzione



di don Jean-Michel Gleize, FSSPX



Pubblicato sul Courrier de Rome n° 694, febbraio 2026







- I – Al servizio della mariologia: l’Accademia Mariana Internazionale

1.
Il 27 luglio 1946, l’Ordine dei Frati Minori istituì una Commissione Mariana Francescana, con sede nella Pontificia Università dell’Antonianum, a Roma, allo scopo di organizzare e dirigere tutte le attività mariologiche e mariane che si sarebbero svolte nell’Ordine.
Affidata alla presidenza del Padre Carlo Balić (1899-1977), titolare della cattedra di mariologia all’Antonianum, questa Commissione fu dotata di Statuti che prevedevano la creazione a Roma di una Accademia Mariana («Academia Mariana») che aveva lo scopo di organizzare delle conferenze scientifiche.

Questa Accademia fu inaugurata ufficialmente il 29 aprile 1947 dal Ministro Generale: Padre Pacifico Perantoni, durante il «Primo Congresso Mariologico dei Frati Minori d’Italia».

2. Nel frattempo, la Santa Sede aveva ricevuto numerose richieste per organizzare un congresso mondiale in occasione della proclamazione del dogma dell’Assunzione. Così tale congresso venne affidato all’Academia Mariana, la quale da allora si presentò col nome di Academia Mariana Internationalis.
Fu così che nel 1950, a Roma, all’Antonianum, si svolse l’ottavo Congresso Mariano Internazionale, a cui si aggiunse, su iniziativa di Padre Balić, il primo Congresso Mariologico Internazionale, a carattere puramente scientifico.
Ne seguirono altri nel 1954 e nel 1958.

3. Su richiesta di Padre Balić, l’8 dicembre 1959, il Sommo Pontefice Giovanni XXIII, col Motu Proprio Majora in dies, conferì all’Accademia il titolo di «Pontificale»; così che essa divenne la «Pontificalis Academia Mariana Internationalis (PAMI)  - col riconoscimento ufficiale delle attività dell’Academia - come organismo internazionale e centrale per la coordinazione del lavoro mariologico di diverse nazioni ed entità scientifiche, a cui fu affidato il Consiglio permanente per l’organizzazione dei Congressi mariologici e mariani internazionali.
Con i nuovi Statuti, approvati da Giovanni Paolo II l’8 gennaio 1996, la PAMI divenne membro del Pontificio Consiglio per la Cultura, mentre il suo Presidente e il suo Segretario da allora vennero nominati dal Papa.
Con la revisione degli Statuti, approvata dal Papa Giovanni Paolo II il 9 febbraio 1997, fu concessa alla PAMI la sede giuridica nello Stato della Città del Vaticano.
A partire dal 2000 i Congressi assunsero il loro nome attuale: «Congresso Internazionale Mariano».


- II – Il Congresso mariologico del 1950

4. Il primo Congresso mariologico internazionale, svoltosi a Roma nel 1950, aveva per titolo «Alma socia Christi», e il suo tema di studio era: «La cooperazione della Beata Vergine Maria nell’acquisizione e la distribuzione delle grazie» (1).
Il volume degli Atti raccoglie 22 studi di pari e grande valore. Tuttavia, quattro di essi si distinguono dagli altri per la loro profondità teologica: e sono quelli di Charles De Koninck (2), del Padre Charles Boyer (3), del Padre Rosaire Gagnebet (4) e di colui che allora era Padre Edouard Gagnon e che in seguito fu elevato al cardinalato (5).


- 1 – Padre Rosaire Gagnebet

5. Il grande merito di Padre Rosaire Gagnebet è di aver risposto qui, in maniera che si può ritenere definitiva, all’obiezione ben nota dei Protestanti, secondo i quali Cristo e solo Lui sarebbe Redentore e Mediatore, escludendo in anticipo la stessa possibilità di ogni «corredenzione», compresa quella della Madre di Dio: «Qual è il senso di tale corredenzione, che non aggiunge nulla alla redenzione di Cristo?».
Si potrebbe già rispondere con San Paolo, nell’Epistola ai Colossesi: «Completo nella mia carne ciò che manca alla Passione di Cristo, a favore del Suo Corpo che è la Chiesa» (6). Ma allora l’obiezione rimbalza: mancherebbe forse qualcosa all’atto redentore di Cristo?

6. Non dal punto di vista del suo oggetto: in effetti, «anche i benefici per Lei e per noi che derivano dalla cooperazione di Maria sono stati oggetto dei meriti di Cristo». Cristo ha meritato tutto per tutti, e in maniera sufficiente: «La corredenzione di Maria non appare quindi come un complemento oggettivo, di fatto necessario per l’accettazione della redenzione di Cristo da parte di Dio o per la sua efficacia per l’umanità».
Dal punto di vista del suo oggetto, dunque, la corredenzione di Maria non aggiunge nulla alla redenzione di Gesù. Ma non per questo diventa inutile.

7. Poiché, come ogni atto, l’atto redentore della Passione di Cristo non si definisce solo per il suo oggetto, cioè per le grazie che ci merita; si definisce anche per il soggetto.
Ciò che la corredenzione aggiunge è proprio il merito intrinseco di una creatura, che possiede così, per convenienza (o de congruo) il diritto personale a quelle grazie che Dio le elargirà sia a causa della sofferenza di Cristo sia a causa della sua stessa sofferenza.
Se ci si stupisce di ciò, fino a scandalizzarsi, allora ci si dovrebbe stupire, e anche scandalizzarsi, osservando l’azione delle cause seconde create, «quando l’Onnipotente è capace di operare tutto senza di esse ed esse possono agire solo per una virtù che proviene da Lui».
E per togliere la ragione d’essere di questo stupore e di questo scandalo, San Tommaso risponde che, se questo concorso della creatura è voluto dal suo Creatore, «non è per venire in aiuto a qualche impotenza di Colui che può tutto e fa tutto come causa prima, ma è per comunicare alle creature la perfezione della causalità, che le rende più simili alla prima Bontà, fonte di tutte le altre» (7).
Così, nell’ordine della salvezza, se Cristo è causa universale di tutti gli effetti della grazia, Egli tuttavia comunica agli uomini il potere di diffonderli tra loro. «C’è forse da stupirsi che a Sua Madre, che Dio Gli aveva dato come intima compagna nell’opera della nostra dolorosa redenzione, le abbia comunicato la dignità di corredentrice, che ci rende debitori anche verso di lei per la nostra salvezza?».
Vi è dunque qui una grande convenienza, che si spiega con il fatto stesso che la bontà divina vuole estendersi alla sua creatura.

8. Padre Gagnebet dimostra anche che questa corredenzione della Vergine, che è una cooperazione assolutamente unica all’atto col quale il Salvatore merita tutte le grazie per tutte le creature umane, è, non solo conveniente, ma anche possibile. In effetti, gli atti corredentori di Maria non concorrono all’atto col quale Cristo acquisisce le grazie particolari a lei destinate.
«Nel piano divino a cui si conformano le intenzioni di Cristo, la grazia di Maria è voluta come un principio subordinato dei doni destinati agli altri uomini. In virtù della sua unione con gli atti salvifici, Maria acquisisce un merito soggettivo de congruo con i doni destinati agli altri uomini, meritati per stretta giustizia da Cristo».
Si tratta solo del merito ai doni destinati agli altri uomini e non del merito ai doni destinati a se stessa, poiché il principio del merito non può rientrare nel merito.
Il merito di Maria è innanzi tutto meritato da Cristo, senza che Maria vi cooperi con la sua compassione, prima di poter essere esercitato in seguito in cooperazione con quello di Cristo.
Vi è dunque un ordine nella Redenzione, «ma è semplicemente dalla parte degli effetti o dei frutti della redenzione di Cristo che collochiamo quest’ordine di natura».
L’atto redentore della Passione di Cristo è unico e inseparabile dall’atto parimenti redentore della Compassione di Maria. La distinzione si colloca al livello degli effetti.
E Padre Gagnebet può concludere: «Allo stesso modo, è la grazia che ella ha ricevuta intuitu meritorum Christi, in considerazione dei meriti di Cristo, che la Madre di Dio sublimiori modo redempta, redenta nella maniera più sublime, deve la sua cooperazione alla redenzione oggettiva».


- 2 -  Padre Charles Boyer

9. Lo studio di Padre Boyer completa e sviluppa quello di Padre Gagnebet, mostrandoci in che consiste precisamente questa Corredenzione di Maria.
Dopo avere stabilito la possibilità e la convenienza di questa partecipazione della Madre alla Passione del suo divino Figlio, resta da indicarne l’esatta natura, nel senso che si tratta della Corredenzione assolutamente unica di Maria, distinta da qualsiasi altra nella Chiesa.

10. Scrive infatti Padre Boyer: «Che la Santa Vergine sia corredentrice, nel senso in cui lo sono le altre anime giuste che pregano per i peccatori, che si dedicano all’apostolato, che si santificano per gli altri, nessun cattolico può dubitarne.
Una tale corredenzione, che può chiamarsi corredenzione soggettiva, consiste solo nel fare beneficiare gli uomini dei meriti del Redentore acquisiti sulla croce del Calvario. Per l’abbondanza della sua grazia e per l’intensità della sua carità materna, Maria adempie questo ruolo in maniera sovraeminente. Con la sua intercessione, ella l’adempie anche in Cielo.
Ma quando si parla della corredenzione della Santa Vergine, si vuole indicare un’altra cosa. Si indica la sua cooperazione all’atto col quale Cristo ci ha redenti. Gesù è Redentore perché con la Sua morte ha redento l’uomo peccatore. Maria sarà legittimamente chiamata corredentrice se ha avuto una parte reale e meritoria nel sacrificio. […] Per il suo consenso amorevole ad essere la Madre del Redentore, Maria sarebbe già in qualche modo corredentrice; i Papi e i fedeli avranno il diritto di darle questo titolo, e nessun cristiano dovrebbe rifiutarlo.
Ma non è forse in un senso più pieno che Maria è chiamata corredentrice? Non ha forse donato il Redentore al mondo? Non ha anche collaborato col Redentore nell’atto stesso della redenzione? Non ha contribuito in qualche modo immediato alla costituzione del prezzo col quale l’uomo è stato redento? Occorre intendere bene la domanda».

11. La risposta a questa domanda si trova nelle fonti della Rivelazione. Padre Boyer ritiene qui che «il Protovangelo [Gn. II, 15], interpretato alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione, ci fornisce una risposta fondamentale. Infatti, «l’interpretazione mariologica, cioè quella degli autori che vi vedono la profetizzata vittoria della nuova Eva su Satana, è andata crescendo dalle origini fino alla Riforma». E cita l’affermazione «firmata da 113 Padri al Concilio del Vaticano [primo]: “Secondo l’insegnamento dell’Apostolo San Paolo contenuto nella Epistola ai Romani: capitolo V e VIII; nella prima Epistola ai Corinti: capitolo XV, versetti 24, 26, 54, 57; nella Epistola agli Ebrei: capitolo II, versetti 14-15; e anche in altri passi, il trionfo di Cristo su Satana, l’antico serpente, consiste, nelle sue parti integranti, in una triplice vittoria sul peccato e sui frutti del peccato, che sono la concupiscenza e la morte.
Ora, nel versetto 15 del capitolo III del libro della Genesi, è indicato che la Madre di Dio è associata a suo Figlio in questo trionfo e lo è in maniera unica.
E se a questo noi aggiungiamo l’adesione unanime dei Santi Padri della Chiesa, non dubitiamo che questo passo del Protovangelo prefigura la Beata Vergine che riporta questa triplice vittoria» (8).
Anche se questo testo è stato usato inizialmente per dimostrare la Concezione Immacolata di Maria «il più delle volte, nella sua dimostrazione è implicata la Corredenzione». Poiché qui è chiaramente affermato che, non solo la Madre e il Figlio non sono mai stati affetti dal peccato e da nessuna delle sue conseguenze, ma che la Madre ha avuto la sua parte nella stessa vittoria di suo Figlio: «E’ il Figlio (ipsum) che schiaccerà la testa del serpente, ma le inimicizie sono stabilite fra la Donna e Lucifero».
Non solo Maria vincerà il serpente con la sua Immacolata Concezione e con l’assenza di ogni peccato personale, ma «ne consegue anche che ella lo vincerà come lo vincerà suo Figlio: cancellando il peccato dal mondo. Il trionfo riportato su Satana è la buona novella del Nuovo Testamento e consiste nell’opera redentrice. Se Maria è stata associata a questo trionfo, lo è stata anche all’opera redentrice. Le inimicizie profetizzate e predestinale fra la Donna e Lucifero terminano col trionfo della Donna. Ella trionfa tramite suo Figlio, ma trionfa anche con suo Figlio. L’accento delle parole divine non sarebbe posto così fortemente sulla Donna se ella avesse solo il ruolo di dare alla luce il Redentore. Ella è veramente indicata come associata alla persona e all’opera di suo Figlio».

12. Padre Boyer mostra come, a partire da questi dati originari della Scrittura, «un po’ la volta i barlumi, prima rari ed esitanti, si sono trasformati in una grande luce».
Egli descrive, dai dati dei Padri, alcuni momenti significativi di questa storia. E conclude dicendo: «Questi antichi testi, di cui ricordiamo solo un piccolo numero tra i più significativi, indubbiamente non contengono la corredenzione con tutte le precisazioni dell’attuale teologia. Ma è difficile ammettere che essi  limitano il ruolo nell’opera della redenzione al solo fatto della sua maternità divina o alla sua azione per applicare i frutti di quest’opera già compiuta. Chiaramente, essi uniscono Maria a suo Figlio per l’opera stessa del Figlio: ella ne è l’ausiliatrice, la cooperatrice. Come Eva ebbe una parte attiva nella causa della nostra rovina, così Maria ha avuto una parte attiva nella causa della nostra restaurazione. 
E’ questa l’idea chiave che include una reale associazione di Maria all’azione redentrice di Cristo».

13. L’argomento decisivo sarà in seguito quello del Magistero.
«Le parole di Pio IX nella Bolla Ineffabilis su l’unione di Maria a Cristo, meritano molta attenzione. Senza dubbio lo scopo del Pontefice era di affermare la vittoria di Maria realizzata con la sua Concezione Immacolata; l’unione a Cristo a cui si richiama è estesa a tutta l’efficacia della Passione:
“Come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, avendo assunto la natura umana, annullò il decreto emanato contro di noi e lo sospese trionfalmente sulla croce, così anche la Santissima Vergine, unita a Lui da un legame strettissimo e indissolubile, sempre combattendo insieme a Lui e tramite Lui contro il serpente velenoso, trionfò pienamente su questo nemico e gli schiacciò la testa col suo piede immacolato”. Maria fu dunque associata all’azione stessa con cui Cristo riparò l’umanità.
Leone XIII ha spiegato questa unione dicendo di Maria che “offrì volentieri suo Figlio alla giustizia divina, partecipando alla Sua morte col cuore trapassato da una spada di dolore”» (9).
Padre Boyer ritiene che i testi dei Papi della prima metà del ventesimo secolo sono sufficienti per motivare la nostra adesione, e tra questi «un testo di Pio X (10) risolverebbe ogni dibattito: “perché ella supera tutti gli altri per la sua santità e per la sua unione con Cristo, e poiché Cristo l’ha unita a Sé nell’opera della salvezza degli uomini, ella merita per noi de congruo, come si dice, ciò che Cristo ha meritato de condigno”. […] E poiché è affermato poco prima nello stesso documento che Maria per la sua unione alla Passione di Cristo ha meritato di diventare la riparatrice del mondo decaduto (“promeruit illa ut reparatrix perditi orbis dignissime fieret”) e che questo titolo di riparatrice si distingue da quello di dispensatrice delle grazie come la causa dal suo effetto (“atque ideo universorum munerum dispensatrix”), noi pensiamo che in questa Enciclica si insegna la partecipazione di Maria all’atto redentore».

14. Dunque, l’insegnamento di San Pio X basterebbe già, ma secondo Padre Boyer «le parole di Benedetto XV sembrano davvero sfidare qualsiasi interpretazione diversa da quella della cooperazione di Maria all’atto stesso con cui Cristo ci ha redenti:
“Con suo Figlio sofferente e morente Ella soffrì e, per così dire, morì con Lui; per la salvezza del genere umano rinunciò ai suoi diritti materni sul Figlio e Lo sacrificò, per quanto era sua responsabilità fare, per placare la giustizia divina; così che si può dire a ragione che con Cristo ha redento il genere umano” (11).  La distribuzione delle grazie è l’effetto di questa azione corredentrice (“hac plane de causa”), ed è questa dottrina che Pio XI loda esplicitamente (12) e che peraltro egli ripete: “La Vergine ha partecipato con Gesù Cristo all’opera della redenzione”.
Pio XII parla allo stesso modo dei suoi predecessori: “Molto strettamente unita a suo Figlio, ella lo presenta sul Golgota all’Eterno Padre, aggiungendovi l’olocausto dei suoi diritti e del suo amore di madre, come una nuova Eva per tutti i figli di Adamo che portano la macchia del peccato originale” (13).
Più avanti, il Papa parla del ruolo di Maria nell’applicazione della redenzione già compiuta o, come si dice, della redenzione soggettiva. Ma non confonde i due ruoli».

15. Quindi la conclusione è inevitabile: «In presenza di testi così concordanti e così espliciti, bisogna convenire che la dottrina della corredenzione di Maria è frequente nell’insegnamento dei dottori; e per corredenzione noi intendiamo ciò che significa primariamente il termine, cioè una partecipazione, una associazione all’atto stesso col quale Cristo ha redento il mondo: la corredenzione soggettiva.
Al Calvario, Gesù e Maria erano uniti per l’opera che si stava compiendo. Questo è un dato che la riflessione teologica deve senza dubbio cercare di precisare sempre di più, ma che non deve né eliminare né sminuire. […] La corredenzione non consiste nella celebrazione sul Calvario di due sacrifici distinti e indipendenti: la Passione di Cristo e la compassione della Vergine. La corredenzione è l’unione di Maria con suo Figlio nel sacrificio del Figlio; e questa unione è realizzata col consenso eroico della Madre alla morte di suo Figlio e con l’offerta che ella ne fa per la salvezza degli uomini».


- 3 - Padre Edouard Gagnon

16. Lo studio di Padre Gagnon ricerca la ragione ultima di questa corredenzione di Maria.
Il nostro teologo comincia col ricordare cos’è che costituisce il mistero della corredenzione come tale, un richiamo che presenta il vantaggio di sintetizzare perfettamente le precedenti analisi dei Padri Gagnebet e Boyer.
«Dire di Maria che ha cooperato alla nostra redenzione, significa associarla, non solo nel dolore, ma anche nell’efficacia, alla morte di Gesù. Significa affermare che con Lui ella ha pregato, meritato, soddisfatto, offerto un sacrificio, e che anche il suo sacrificio, nella sua subordinazione al sacrificio di Cristo, ha causato la riconciliazione e la salvezza di tutti gli uomini».

17. La questione che si pone è sapere a che titolo Maria stia ai piedi della Croce. Lei sta lì, naturalmente, in quanto Madre di Gesù, ed allora «si può dire che dalla maternità divina derivi l’immediata partecipazione di Maria nella redenzione?».
La risposta affermativa può e deve basarsi su un semplice fatto: «I documenti pontifici che, soprattutto nell’ultimo secolo, hanno così chiaramente orientato la dottrina e la pietà mariane, non ricordano mai Maria ai piedi della croce senza sottolineare il suo titolo di Madre di Dio e senza far vedere in questa dignità la spiegazione della sua funzione corredentrice».
Così, per Leone XIII «Maria è stata scelta come Madre di Dio e per questo stesso è diventata la cooperatrice nella salvezza del mondo» (14). E altrove: «E’ da lei che è nato Gesù, lei è sua Madre, ed è questo che la rende degna di diventare la nostra mediatrice presso il Mediatore» (15).
San Pio X e Benedetto XV parlano allo stesso modo e Pio XI arriva a dire che la corredenzione è così legata alla maternità da costituire il suo stesso motivo (16).  

18. Se dunque si ammette che Maria ha cooperato alla nostra redenzione perché fu la Madre di Dio, rimane da ricercare «quale necessità unisce in Maria le funzioni di Madre di Dio e di redentrice degli uomini».

19. Si può dire che la rivelazione della maternità spirituale universale (o corredenzione) è contenuta nella rivelazione della maternità divina e nella sua definizione dogmatica?
«Deduzione troppo facile», dice Padre Gagnon. In effetti, ricordiamo che una relazione (e la maternità è una relazione) si diversifica, non solo in base al suo fine, ma anche in base al suo fondamento. Essa si diversifica materialmente in base al suo fine, come la relazione paterna dello stesso padre che si moltiplica man mano che si stabilisce nei confronti di ciascuno dei suoi diversi figli. Si diversifica formalmente in base al suo fondamento, come la duplice relazione di padre e tutore legale che lega lo stesso individuo al figlio come padre e alla madre come tutore, o la duplice relazione che lega lo stesso individuo al figlio da due prospettive diverse, come padre a casa e come insegnante di matematica a scuola (17).
Per stabilire che il concetto di maternità spirituale universale è contenuto in quello di maternità divina, «bisognerebbe dimostrare che il principio di maternità universale costituisce un concetto semplice e che la relazione di maternità verso Gesù e verso di noi è unica in Maria nonostante la dualità dei termini e la dualità dei fondamenti».
Ora, la dualità dei fondamenti (e quella dei termini) implica qui come conseguenza che in Maria la maternità divina sia altra dalla maternità spirituale universale: la corredenzione è formalmente altra dalla maternità divina e quindi la rivelazione della prima non è contenuta nella rivelazione della seconda. «Non è quindi dalla concezione della maternità che si può, tramite le deduzioni razionali proprie della teologia, giungere alla certezza del fatto della corredenzione» […] «Quindi, il dogma della maternità divina da solo non implica quello della corredenzione».

20. Senza alcun dubbio, è da questo dogma della maternità divina che si devono dedurre le prerogative e i privilegi di Maria. Poiché Dio glieli ha dati in ragione della missione che le ha affidato.
Al n° 31 della sua Mariologia, Padre Merkelbach lo spiega molto bene, rifacendosi a quanto affermato da Papa Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus.
E’ opportuno attribuire alla Madre di Dio, non tutte le perfezioni possibili, ma tutte le perfezioni necessarie o convenienti alla Maternità divina.
E Padre Gagnon afferma anche: «Sarebbe sbagliato collegare al dogma della Maternità divina la dottrina della corredenzione, per una necessità fondata sulla natura delle cose, poiché la teologia, per passare da una verità di fede ad una dottrina teologicamente certa si accontenta di un legame di convenienza stabilito dalla libera volontà di Dio. Solo la rivelazione scritturale e la Tradizione, interpretate dalla Chiesa, permetteranno alla nostra intelligenza di credere, come un dogma definito, che Maria ha cooperato in maniera immediata alla redenzione oggettiva». E infatti, «diverse convenienze, tuttavia, basate sulla maternità di Maria ci permettono già di accettare questa verità come del tutto al suo posto nella dottrina cristiana».

21. La più profonda di queste convenienze è che la Maternità divina dispone lo Spirito Santo a colmare Maria di una carità tutta particolare, la carità dell’Immacolata Concezione. Questa infatti è quanto mai conveniente alla Madre di Dio al fine di dare al Verbo Incarnato una dimora degna di Lui: «ut dignum filii tui habitaculum effici mereretur».
Questa pienezza di grazia e di carità scaturisce dalla maternità divina, anche se più per convenienza che per stretta necessità. Ed è giustamente questa carità che rende Maria corredentrice. Dal che, diventa quindi possibile dire che la Corredenzione deriva dalla Maternità divina, anche se non immediatamente e in forza di una identità di concetti, ma solo per deduzione logica. Infatti, la pienezza di grazia e di carità posta in Maria in ragione della sua dignità di Madre di Dio mette in lei un amore di Dio superiore a quello di ogni altra creatura.
Spiega Padre Gagnon: «Questo amore di Dio ha questo di particolare: che è un amore materno, l’elevazione per grazia dell’amore naturale che ogni vera madre degna di questo nome prova per il proprio figlio».
Senza dubbio, la maternità consiste strettamente in una relazione basata sul dono fisico di un corpo a cui Dio comunicherà la vita. Tuttavia, questo dono esige nell’uomo l’esercizio delle facoltà soggette alla sua libera volontà e il cui uso, per agire umanamente, egli deve regolare secondo la retta ragione. E’ dunque secondo la legge naturale che una donna desideri la maternità per perpetuarsi nei suoi figli, per darsi pienamente al suo sposo, per soddisfare una inclinazione sensibile di cui Dio ha fatto il mezzo per assicurare la perpetuazione del genere umano. E la madre ama il figlio, in cui si riflette lei e il suo sposo, di un amore tanto più spirituale e ragionato e tanto meno istintivo perché motivazioni più nobili  hanno guidato l’atto del concepimento. E la stessa natura esige che la madre si leghi a suo figlio con un legame misterioso che la tenga stretta a lui, per prepararlo alla sua missione di adulto e autosufficiente. 
Ora, «in Maria, l’amore di Gesù conserva tutta l’intimità dell’amore materno più perfetto, ma esso si eleva immediatamente all’ordine della carità, poiché nessun motivo naturale ha presieduto alla libera accettazione della maternità, e perché, fin dall’Incarnazione, l’angelo le presenta suo figlio come il Santo di Dio».
Qui, Padre Gagnon si riferisce alla riflessione di Padre Maria-Joseph Nicolas (18), di cui abbiamo già parlato (19). E Padre Gagnon conclude: «In breve, il Padre che chiede a Maria per Suo Figlio un amore di madre, deve trasformare questo amore in una carità soprannaturale. L’amore della madre più perfetta, diventato un amore soprannaturale, unirà Maria al suo Gesù come nessuna madre potrebbe mai esserlo con suo figlio. La grazia avrà sovrabbondantemente perfezionato la natura».

22. Certo, essendo il principio del merito la carità soprannaturale, Maria merita ai piedi della Croce in forza della sua carità unica, che è una carità donata nella sua pienezza ed è anche la carità dell’Immacolata Concezione, donata a Maria prima di essere donata al resto di tutta l’umanità,  donata in virtù di una preservazione e non di una liberazione.
Ma questa stessa carità, principio del merito, che è l’amore soprannaturale di una creatura per Dio, autore della grazia, è anche e ugualmente l’amore di una Madre per suo Figlio. E questo amore materno di Maria per Gesù la pone in un ordine diverso da quello del resto dei santi. Gli altri santi, una volta santificati per i frutti della Passione, possono meritare per i loro fratelli in un ambito più limitato. Ma Maria, per la sua carità materna, ha un potere del tutto diverso, e noi la vediamo, non solo «completare a posteriori nelle sue membra ciò che manca alla Passione di Cristo», ma stare vicino alla croce per soffrire con suo Figlio, unita nel dolore e nell’offerta, nell’intercessione e nella soddisfazione. In questo senso, Maria «non solo completa» nei membri del Corpo di Cristo ciò che manca alla Passione di Cristo; fa molto di più di questo: ella condivide con Cristo la stessa di Lui Passione, come solo una Madre può condividere con Lui ciò che soffre suo Figlio.   

23. Tutti i Papi hanno parlato in questo senso. Benedetto XV dice che «con suo Figlio sofferente e morente, Maria ha sofferto così tanto come se avesse accettato la morte, ella ha rinunciato così, per la salvezza degli uomini, ai suoi diritti materni su suo Figlio, e, per quanto poteva, ha immolato suo Figlio per placare la giustizia divina, così che si può affermare a ragione che  ella ha redento con Cristo il genere umano» (20). Pio XI dice che «Maria ha offerto Gesù come Ostia sulla croce» (21). Infine, Pio XII dice: «Fu lei che, unita strettamente a suo Figlio, Lo offrì all’Eterno Padre sul Golgota e al tempo stesso ha sacrificato i suoi diritti di madre e il suo amore materno a favore di tutti i figli di Adamo macchiati dal peccato; e se tramite il suo corpo ella era già madre del nostro capo, per questo nuovo titolo di dolore e di gloria, è diventata madre di tutti i membri» (22).


Charles De Koninck

24. Lo studio di Charles De Koninck completa felicemente e utilmente i tre interventi precedenti.
Egli dice: «Per vedere fino a che punto la Beata Vergine abbia partecipato in modo perfettamente unico alla Passione di Cristo, può essere utile ricordare alcune distinzioni peraltro molto elementari».

25. La tristezza – o il dolore – è la reazione che proviamo tutti nei confronti di un male presente. La tristezza si dice più propriamente della reazione provata di fronte al male dell’anima, mentre il dolore si dirà più propriamente della reazione provata di fronte al male del corpo, ma il termine «dolore» inteso in senso lato comporta entrambi i due significati; ed è quello che noi considereremo qui.
Essendo il male la privazione (o la frustrazione) di un bene normalmente dovuto, il dolore è la reazione provata di fronte a questa assenza, dovuta all’amore per il bene di cui si è privati. La mano ferita soffre fisicamente per la perdita della sua integrità e del suo equilibrio interno; la vedova soffre per la perdita del suo sposo e l’orfano soffre per la perdita dei suoi genitori.

26. Detto questo, entriamo nelle distinzioni elementari menzionate da Charles De Koninck.
Il dolore in senso proprio si dice della reazione provata di fronte al male che noi subiamo nella nostra stessa persona. Se noi proviamo qualche reazione di fronte al male subito da altri, si tratta più esattamente della pietà, e quando questa reazione ci spinge a portare efficacemente rimedio al male subito da altri, la pietà diventa misericordia. Pietà e misericordia si dicono in relazione al male subito da altri (23), mentre il dolore si dice in relazione al male subito da noi stessi.
Osserva Charles De Koninck «Teniamolo bene in mente: a differenza del dolore inteso in senso stretto, la misericordia – come la giustizia – si riferisce agli altri; si riferisce a noi stessi solo in senso figurato». E la «compassione» è intesa, in senso molto generale, come sinonimo di «pietà» o di «misericordia»: essa presuppone un male che si trova in altri. «Compatire, non è forse soffrire a causa di un male altrui, considerato come male proprio? Questa è la definizione della misericordia».

27. Da questo dobbiamo forse dedurre che la Compassione della Madre di Dio è quella della misericordia? «E tuttavia, nella liturgia delle due feste che hanno per oggetto la Compassione della Vergine (quella del venerdì della Passione e quella del 15 settembre) è il termine dolore che ricorre sempre. Non dovremmo forse intenderlo in senso stretto che è anche il senso comune?».
La soluzione di questo apparente dilemma è data da Charles De Koninck in una riflessione che  si allinea perfettamente con quelle di Padre Boyer e di Padre Gagnon. «La Compassione della madre del Salvatore è propriamente dolorosa, ed ha per oggetto il male proprio». In effetti, il male del proprio figlio è, per una madre o per un padre, un male strettamente proprio, poiché il figlio è per suo padre o sua madre «un altro se stesso».
San Tommaso si preoccupa di precisarlo: «Poiché è la compassione che si prova per la miseria altrui, la misericordia, nel senso proprio del termine, si riferisce ad un altro; se si dice che si ha misericordia per se stessi, è solo per comparazione, come a proposito della giustizia, e in quanto si considerano le diverse parti dell’uomo. E’ in questo senso che nell’Ecclesiastico (XXX, 24) sta scritto: “Abbi pietà della tua anima e renditi gradito a Dio”.
Dunque, come non c’è misericordia, propriamente parlando, nei confronti di noi stessi, ma piuttosto dolore, per esempio se ci capita un male crudele, così anche riguardo ai mali di coloro che, come i nostri figli o i nostri genitori, sono uniti a noi al punto da essere in qualche modo parte di noi stessi, non si tratta di misericordia, ma di dolore che proviamo come per le nostre ferite» (24).
Un padre o una madre provano per i loro figli sofferenti molto più che pietà: provano dolore, e un dolore veramente intimo. E Charles De Koninck sottolinea «Non si dovrebbe prendere alla leggera questa posizione secondo cui il figlio è “qualcosa dei genitori”. Questo è il fondamento stesso del diritto naturale dei genitori sul figlio (25). Vero è che il figlio, giunto alla maturità, finisce con l’appartenere a se stesso nell’ordine morale, ma le relazioni fisiche rimangono e i genitori non cessano di essere genitori: essi sono sempre i principii fisici del suo essere e l’originale di cui il figlio è l’immagine naturale, in cui i genitori esprimono fisicamente la propria natura».

28. Da quanto detto fin qui, deriva che la Compassione di Maria per Gesù è qualcosa di molto più profondo e intima della semplice pietà. Essendo suo Figlio, Gesù è una parte di ella stessa, poiché è vero uomo: negarlo significherebbe negare direttamente la realtà della natura umana di Cristo e quindi cadere direttamente nell’eresia del monofisismo. «Di conseguenza, la Passione di Cristo ferisce la madre, non in quanto “sarebbe considerata” solo come quella della madre: essa è veramente la passione dolorosa della Vergine – la Passione di Cristo è un male proprio di Sua Madre. E’ per questo che la Santa Vergine è sotto questo aspetto rigorosamente Madre dei Dolori: è con tutto rigore che la Passione di Cristo è al tempo stesso il dolore della Vergine-Madre. Quindi è in ragione della sua maternità che in un senso ben definito la Passione di Cristo e la Compassione di Sua Madre sono la stessa cosa. […] La Compassione della Santa Vergine è dunque assolutamente unica, proprio come la sua maternità. Ella sola può “soffrire la sofferenza di Cristo”, mentre gli altri possono solo provare pietà».

29. Negare questa assoluta unicità della Compassione della Madre di Dio, cioè negare che la Passione di Gesù sia unitamente e identicamente la Compassione di Maria, non significherebbe anche, quantunque questa volta in maniera indiretta, cadere nell’eresia del monofisismo, negando una delle conseguenze necessarie della realtà umana della Maternità divina? Noi pensiamo di sì.
E pensiamo anche che è questo tipo di negazione stia alla base della Nota dottrinale del cardinale Fernandez, pubblicata il 4 novembre 2025 e ancora recentemente elogiata, il 25 gennaio 2026, come benefica «per la crescita spirituale del santo e fedele Popolo di Dio» (26).  


- III – Cosa concludere?

30. Quando la Nota dottrinale afferma al n° 17 che «la ricerca teologica sulla cooperazione di Maria alla Redenzione, nel corso della prima metà del XX secolo, ha portato ad approfondire il contenuto del titolo di Co-redentrice», essa si guarda bene dal menzionare la riflessione dei teologi di cui noi abbiamo riferito nel numero di dicembre 2025 del Courrier de Rome. Essa non dice una parola dei lavori presentati al primo Congresso mariologico internazionale del 1950.
Ora, questa «ricerca teologica» non ha portato solo ad «approfondire il contenuto del titolo di Co-redentrice», essa ha chiaramente mostrato come il contenuto di questo titolo, e in definitiva il titolo stesso, sono richiesti dai dati originari e formalmente rivelati del mistero di Maria: la teologia ha mostrato, e in un modo che deve essere considerato definitivo, come la Corredenzione di Maria è strettamente legata per deduzione logica con la sua Maternità divina. Così facendo, tale lavoro teologico ha stabilito la definibilità della Corredenzione.

31. Ma di questa definibilità, il cardinale Fernandez e il Papa Leone XIV non ne vogliono sapere, per delle ragioni apertamente ecumeniche.
La loro nuova teologia si allontana sempre più dall’autentica dottrina cattolica, allontanamento che manifesta, se ce n’era bisogno, la persistenza di un vero «stato di necessità».


NOTE

1 - Academia Mariana Internationalis, Alma Socia Christi. Acta congressus mariologici-mariani Romae anno sancto MCML celebrati, vol. II : « De cooperatione beatae virginis Mariae in acquisitione et distributione gratiarum », Romae, 1952. Scaricabile dal sito dell’Académie: https://www.pami. info/pubblicazioni/
2 - Charles De Koninck, « La prophétie de Siméon et la Compassion de la Vierge Mère », p. 184-191.
3 - Charles Boyer, sj, « Réflexions sur la Corédemption de Marie », p. 2-12.
4 - Rosaire Gagnebet, op, « Difficultés sur la Corédemption : principes de solution », p. 13-20.
5 - Edouard Gagnon, pss, « Maternité divine et Corédemption », p. 49-60. Salvo indicazione contraria, le citazioni tra virgolette rinviano rispettivamente a ciascuno degli articoli studiati.
6 - Colossesi, I, 24.
7 - Padre Gagnebet cita qui la Somma Teologica, Prima parte, questione XXII, articoli 3 e 8 ; questione CIII, articolo 6.
8 - Wilhelm Hentrich, sj e Rudolf Walter De Moos, sj, Petitiones de assumptione corporea beatae Virginis Mariae in caelum definienda ad sanctam Sedem delatae, I, Civitas Vaticana, 1942, 97-98.
9 - Leone XIII, Jucunda semper, dell’8 settembre 1894.
10 - Si tratta dell’Enciclica Ad diem illum del 2 febbraio 1904.
11 - Benedetto XV, Inter sodalicia del 22 marzo 1918.
12 - Pio XI, Explorata res del 2 febbraio 1923.
13 - Pio XII, Mystici corporis del 29 giugno 1943.
14 - Leone XIII, Enciclica Supremi apostolatus dell’1 settembre 1883.
15 - Leone XIII, Enciclica Fidentem piumque del 20 settembre 1896.
16 - Pio XI, Enciclica Auspicatus profecto del 28 gennaio 1933.
17 - Cfr. ciò che dice San Tommaso d’Aquino nella Somma teologica, questione 35, articolo 5.
18 - Marie-Joseph Nicolas, op, «Le concept intégral de maternité divine » in Revue thomiste, t. 32 (1937), p. 81.
19 - Si veda il numero di dicembre 2025 del Courrier de Rome.
20 - Benedetto XV, Lettera Inter sodalicia del 22 marzo 1918.
21 - Pio XI, Enciclica Miserentissimus Redemptor dell’8 maggio 1928.
22 - Pio XII, Enciclica Mystici corporis del 29 giugno 1943.
23 - Somma teologica, 2a2e, questione 30, articolo 1. Questo rimane vero anche se San Tommaso sottolinea altrove (Somma teologica, Prima parte, questione 21, articolo 3, corpus) che la pietà o la misericordia è propria di colui che è «colpito da tristezza alla vista della miseria altrui come se fosse la sua». Il « come se » (« quasi ») qui deve mantenere tutta la sua importanza, poiché, in realtà, l’unione nella miseria non può arrivare fino a fare che la miseria altrui divenga veramente e formalmente la nostra miseria.
24 - Somma  teologica, 2a2e, questione 30, articolo 1, ad 2.
25 - Somma teologica, 2a2ae, questione 10, articolo 12 ; 3° parte, questione 68, articolo 10. Pio XI lo dice peraltro nell’Enciclica Divini illius Magistri del 31 dicembre 1929, a proposito dell’educazione.
26https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026-01/
leon-xiv-doctrine-de-la-foi-discours-eglise-vatican-pleniere-ddf.html





 


NOTIZIA



Don Jean-Michel Gleize è stato per quasi trent'anni professore di apologetica, di ecclesiologia e di dogma al Seminario San Pio X di Ecône.
E’ il principale redattore del Courrier de Rome.
Ha partecipato alle discussioni dottrinali fra Roma e la Fraternità San Pio X tra il 2009 e il 2011.
Oggi esercita il suo apostolato a Parigi, nella chiesa Saint-Nicolas-du Chardonnet, dove le sue conferenze sulla Chiesa sono molto seguite.




 
febbraio 2026
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