La democrazia che muore di virtù 


di Roberto Pecchioli



Pubblicato su Ereticamente







Nessuno può più credere alla verità del regime chiamato democrazia liberale rappresentativa. I tre termini, come le scritte sul palazzo del Partito nel romanzo 1984, vanno lette al contrario. Il potere del popolo (democrazia) sfuma nel dominio di poteri non eletti (finanza, economia, tecnostruttura, organizzazioni transnazionali) e nell’evidenza che i resti della volontà popolare sono sequestrati da cricche partitiche e oligarchie burocratiche.
Liberale ha smesso di essere un aggettivo attinente alle libertà, trasformandosi nella legittimazione della privatizzazione del mondo e dell’esclusione di qualunque limite economico, morale, comportamentale.
 
Quanto poco il sistema rappresenti i cittadini è dimostrato dall’erosione continua dei votanti, oltreché dalle trappole normative, dagli sbarramenti da superare per ottenere almeno un diritto di tribuna nei parlamenti, dalle innumerevoli difficoltà pratiche frapposte alla partecipazione al dibattito pubblico.
La sedicente democrazia è in tutto plutocrazia, dominio del denaro: il nudo volto della “società aperta”, sbarrata a chi non ne condivide i presupposti, teorizzata da Karl Popper.

L’ultima prova è la frenesia bellica delle oligarchie, nonostante l’evidenza del dissenso popolare.

L’attuale guerra in Iran svela un’ipocrisia intollerabile dei gerarchi dell’UE.
Impotenti sul piano militare, neppure avvertiti da Israele e Usa di quanto stava per accadere, hanno emesso un comunicato che segnaliamo ai comici di Zelig.
Condannano la risposta iraniana contro “Stati sovrani” (i bombardamenti a basi e interessi statunitensi nelle varie monarchie arabiche) ma non l’aggressione contro l’altrettanto sovrano Iran.

Sarebbe divertente, se non parlassimo di tragedie, rilevare il grado di servilismo della stampa e della “cultura” delle democrazie liberali, unanimi contro l’Iran a cui vengono giustamente imputate violazioni dei diritti civili e politici non certo minori di quelle che avvengono quotidianamente in Arabia Saudita, negli Emirati e negli altri Stati “sovrani” –   posso ridere? –  dell’area.
Pieni di basi americane, vetrine del lusso e della tecnologia, miracolati dal petrodollaro, sostenuti dal lavoro semi schiavo di milioni di immigrati senza diritti, stivati in orrendi dormitori ben distanti dalle luci del varietà tecno finanziario. 
Paesi dominati da corrotte aristocrazie di sangue in cui non è rispettato alcun canone della sacra democrazia occidentale.
Che importa: stanno con noi, sbiancano i nostri affaracci, permettono di concludere business all’ombra di grattacieli climatizzati, sono comodi rifugi per ricconi che l’hanno fatta grossa dalle nostre parti.

Una premessa per una riflessione sulla bancarotta delle democrazie liberali che vivono un paradosso crescente: si presentano come garanti delle libertà civili, ma moltiplicano i meccanismi normativi che limitano, controllano e regolano il comportamento individuale e collettivo.

Le misure liberticide non vengono mai presentate per quello che sono –restrizioni, obblighi, divieti – sistematicamente giustificate in nome di principi postulati come superiori: salute, sicurezza, lotta all’odio, solidarietà, tutela dell’ambiente, eccetera. Il sistema si dice neutrale in termini valoriali e assiologici, ma legittima sé stesso in termini di virtù: uno stato etico di nuovo conio.
Il procedimento mille volte replicato funziona così: si introduce una restrizione (divieto, tassa, obbligo, sorveglianza). Questa viene giustificata da un valore morale presentato come ovvio, auto evidente: salvare vite umane, proteggere i bambini, difendere il pianeta, accogliere i rifugiati.
Il potere è rafforzato mentre il dissenso è neutralizzato, respinto nell’immoralità e nella malvagità. Il ricorso costante alla virtù per giustificare l’estensione della sfera normativa spiega la difficoltà di critica, screditata perché irresponsabile, insensibile, estremista (?). 
La mutazione scaturisce dalla perdita di sovranità esterna degli Stati: moneta, commercio, diplomazia, difesa, confini.
I poteri sono stati trasferiti a organismi sovranazionali (UE, BCE, NATO, OMS).
I governi nazionali, privati di sovranità reale, giustificano la propria persistenza con la bulimia legislativa interna a carico dei cittadini-sudditi.

Meno uno Stato è sovrano, più diventa esigente: compensa l’impotenza internazionale con il controllo soffocante sui comportamenti privati sino alla coercizione, producendo una forma di totalitarismo soffice, in cui la libertà è sospesa in nome di motivazioni virtuose, il contrario della pretesa liberale.
Il dispotismo morbido sembra funzionare meglio con governanti progressisti, paladini della nuova moralità invertita. In nome dell’uguaglianza, dell’inclusione, della lotta alla discriminazione e della salvezza ambientale, producono norme e idee che inquadrano, monitorano, correggono le condotte pubbliche e private.
Eredi del messianismo politico che un tempo mirava a liberare l’umanità estendendo diritti collettivi, hanno trasformato lo stato sociale protettivo in stato tutelare invadente, incaricato non di ridistribuire la ricchezza, ma di rettificare comportamenti, disciplinare abitudini, censurare opinioni in nome delle nuove virtù.
Qualsiasi dissenso è sospetto: opporsi alla norma fa apparire retrogradi, reazionari, innanzitutto immorali.

I conservatori (liberali quanto i loro deuteragonisti) non sono troppo diversi. Laddove gli uni invocano uguaglianza, gli altri strologano di ordine, stabilità, sicurezza.
Entrambi convergono verso lo stesso risultato: la proliferazione rizomatica di regole che soffocano la società e schiacciano la persona.
L’esempio dell’UE è illuminante: dal vincolo esterno al potere della finanza sino al Green Deal o al Digital Services Act, l’oligarchia esercita un potere che trasforma la prassi formalmente democratica in pilota automatico con il consenso trasversale delle grandi famiglie politiche.
Il dispotismo soft è la bandiera del regime declinante della democrazia liberale postmoderna; la virtù giustifica la continua crescita del controllo, ossia la progressiva riduzione delle libertà.
Un ambito in cui questo dispositivo si manifesta con evidenza è l’immigrazione.
I governi invocano costantemente la virtù umanitaria: accogliere i rifugiati, assistere i migranti, praticare la solidarietà. Giustificazioni morali che diventano trappole indiscutibili, alibi per legittimare politiche disastrose.

Gli effetti concreti dell’immigrazione incontrollata si manifestano nell’aumento della criminalità, dell’insicurezza, nell’aver sfigurato e diviso le società ospitanti. I servizi di sicurezza sono mobilitati secondo una logica di emergenza permanente, con la sorveglianza capillare degli spazi pubblici, da cui sono escluse le sempre più numerose enclavi etniche lasciate a sé stesse.

In nome della virtù umanitaria l’Europa ha aperto le frontiere, ma ha aumentato l’apparato di sicurezza. Telecamere, droni, tecnologie di riconoscimento biometrico incombono: il Grande Fratello ti guarda, o meglio la virtù proclamata – la generosità verso gli immigrati – in realtà rafforza il controllo sugli europei.
Il modello si può definire ipocrisia virtuosa: senza riconoscere la perdita di sovranità reale, gli Stati moltiplicano l’invadenza nella sfera quotidiana dei connazionali, regolamentano, burocratizzano, rendono illegittime le condotte più ordinarie. Viene invertita la regola liberale: è vietato tutto ciò che non è esplicitamente permesso, non è più permesso tutto ciò che non è esplicitamente proibito.
Il dispotismo moralistico non richiede brutalità: agisce in nome della salute, della sicurezza, dell’uguaglianza, dell’ambiente, della solidarietà umanitaria, alibi della frenesia regolatrice contro la vita privata. L’ingranaggio infernale alimenta l’illusione di un potere protettivo, in realtà esigente, accigliato, nemico. La stretta della costrizione è mascherata da virtù, ultima giustificazione delle democrazie postmoderne che sacrificano la libertà per celare l’impotenza. Non è una novità che regimi fragili o illegittimi tendano a rifugiarsi nella retorica morale.
Più fabbricano gabbie, più invocano la virtù. Più invadono le libertà, più affermano di proteggere la salute, l’uguaglianza, l’ambiente, la sicurezza, gli ultimi.
È uno scudo permanente, un ricatto che permette di nascondere la sfera del controllo e del divieto, neutralizzando il dissenso dichiarato preventivamente immorale o criminale.

Il dovere del pensiero critico è smascherare la logica ipocrita che veste di virtù la coercizione. L’obiettivo è ristabilire un’autorità chiara al vertice con funzioni sovrane: difendere i confini, amministrare la giustizia, garantire la sicurezza, tesa a rivitalizzare le libertà concrete: libertà di espressione, rispetto della sfera privata, rilancio delle comunità locali. Autorità in alto, libertà in basso, la massima di Charles Maurras; la cornice di un progetto comunitario deciso a restituire dignità di uomini e donne liberi.
Purché siamo ancora in tempo: il dubbio è legittimo.
La parola democrazia sopravvivrà alla sua esistenza reale? Potremmo chiamare con quel nome ancora per anni un sistema diventato perfetta dittatura. Le parole talvolta sopravvivono ai concetti che designano. Noi concepiamo la democrazia liberale non come un sistema di organizzazione politica, ma come l’unico legittimo, universale oltre tempi e luoghi.
Siamo incapaci di riconoscere che, come ogni invenzione umana, è il prodotto di circostanze e condizioni particolari.
Nella fattispecie, di parte dell’Europa e dei popoli da essa improntati in situazioni specifiche di sviluppo industriale, base intellettuale e omogeneità culturale. Non funziona ovunque o per ogni popolazione.

In particolare, la democrazia non sopravvive a sé stessa nella società multiculturale, in cui le persone non votano secondo i propri interessi economici e sociali, ma in base alla razza e alla religione. Un concetto diventato incomprensibile all’uomo occidentale contemporaneo che si vanta della propria indifferenza etnica. Ancora per un certo periodo continuerà a votare per ideologia e secondo gli interessi economici percepiti.

Non è così per le popolazioni con cui condividiamo ormai il medesimo spazio territoriale e politico, diventati “cittadini” per la distorsione del concetto, in origine legato ai “figli della Patria” (“enfants de le patrie”). È una partita persa se non comprendiamo la realtà.
Se tutti i gruppi che compongono una società multiculturale, tranne uno, agiscono politicamente a sostegno dei propri connazionali o correligionari, quel popolo ingenuo, prigioniero dell’astrazione moralistica, sarà sconfitto. Un gioco in cui l’individualismo liberale è perdente. Siamo ancora lontani dalla democrazia tribale, ma ci stiamo avvicinando; per nostra scelta e per aver accettato una democrazia formale, moralistica, specchio deformato di una virtù invertita.







Il Tyburn Tree era il nome popolare del grande patibolo che qui sorgeva.
Non si trattava di un “albero” vero e proprio, ma di una robusta struttura lignea di forma triangolare: tre pali verticali sostenevano altrettante travi orizzontali. Questa particolare conformazione permetteva di eseguire più condanne contemporaneamente, facendo di Tyburn il principale luogo delle esecuzioni pubbliche inglesi fino al 1783.

Tra il 1535 e il 1681, quel patibolo divenne teatro della morte di oltre cento Martiri cattolici, insieme a molti altri fedeli non ancora ufficialmente riconosciuti santi dalla Chiesa.

La persecuzione religiosa ebbe inizio nel 1534 quando, con l’Atto di Supremazia, il re Enrico VIII si proclamò capo supremo della Chiesa d’Inghilterra, rompendo con Roma dopo il rifiuto papale di dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina d’Aragona.

Chiunque non riconoscesse la nuova autorità religiosa del sovrano veniva condannato a morte per “alto tradimento”. Ebbe così origine lo scisma anglicano.

Le prime vittime furono san Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e il Lord Cancelliere san Tommaso Moro. Entrambi furono decapitati a Tower Hill nel 1535.
Pur non essendo stati giustiziati a Tyburn, il clima persecutorio che li condannò era lo stesso che avrebbe segnato il destino di tanti Martiri impiccati e squartati al Tyburn Tree.

Durante il regno di Elisabetta I la repressione contro i cattolici si intensificò.
Tra i martiri più noti di Tyburn ricordiamo: il padre gesuita Edmund Campion, nel 1581, e i suoi confratelli Robert Southwell e Henry Walpole, nel 1595.
Accanto a loro, vogliamo ricordare due laici, meno conosciuti, ma meritevoli di venerazione.

Il 25 febbraio 1570, san Pio V firmò e promulgò in Concistoro la bolla Regnans in excelsis, con la quale pronunciò la sentenza di scomunica contro la regina Elisabetta I, dichiarandola decaduta dal suo preteso diritto alla corona inglese; i suoi sudditi non erano legati dal giuramento di fedeltà verso di essa e sotto pena di scomunica non potevano prestarle obbedienza.
Il Papa si richiamava al Magistero dei grandi Papi del Medioevo, ma anche di Paolo III che, nel 1535, aveva dichiarato privato del regno il Re d’Inghilterra Enrico VIII, e di Clemente VIII che lo aveva scomunicato.  

Elisabetta cercò in tutti i modi di impedire che la bolla fosse introdotta e conosciuta nel suo regno, ma la notte del 25 marzo 1570, un gentiluomo di Southwark, John Felton, affisse una copia della bolla papale sul portone della casa del vescovo scismatico di Londra, accanto alla cattedrale anglicana di San Paolo.

La mattina dopo la notizia si diffuse nella popolazione di Londra che si riunì eccitata presso il palazzo del vescovo. Elisabetta andò su tutte le furie, e ordinò che si facesse uso della tortura per scoprire il temerario che l’aveva affissa. Felton, invece di fuggire, rivendicò l’onore dell’impresa, e dichiarò che molti esemplari della bolla circolavano già nelle mani dei fedeli della città.

Il 4 agosto Felton, condotto dinanzi al tribunale, negò pubblicamente la supremazia spirituale di Elisabetta, dichiarandosi pronto a morire per la fede cattolica.
Poi, per mostrare di non nutrire nessun odio personale contro la regina, si tolse dal dito un anello, in cui era incastonato un diamante prezioso e lo fece consegnare alla sovrana. Fu impiccato e squartato l’8 agosto 1570 e, come testimonia Francesca sua figlia; mentre il carnefice già ne stringeva in mano il cuore strappatogli dal petto fu udito ancora invocare per due volte il nome di Gesù.
John Felton fu beatificato da Leone XIII il 29 dicembre 1886.  Suo figlio Thomas si fece sacerdote e subì lo stesso supplizio nel 1588.

Al suo martirio seguì quello di John Storey, un anziano giurista, professore di diritto ad Oxford, che era stato membro del Parlamento negli ultimi anni di Enrico VIII.
Storey, dopo essere stato arrestato una prima volta dal 1548 al 1549, si rifugiò a Lovanio, ma all’avvento di Maria Tudor ritornò in Inghilterra, venendo nominato cancelliere delle diocesi di Oxford e Londra.
Arrestato di nuovo agli inizi del regno di Elisabetta riuscì ad evadere, riparando nuovamente nelle Fiandre, dove aveva preso la cittadinanza spagnola, mettendosi sotto la protezione di Filippo II. Nell’estate del 1570 fu attirato con un tranello a bordo di un vascello inglese, incatenato e portato a Londra, dove fu rinchiuso nelle prigioni della Torre e condannato a morte.
Il 26 maggio 1571 fu squartato a Tyburn. E’ stato beatificato da Leone XIII nel 1886.

Il supplizio di Storey fu analogo a quello di Felton e di tanti cattolici che sarebbero stati “impiccati, sventrati e squartati” a Tyburn.

Il condannato condotto su un carretto al luogo dell’esecuzione, veniva spogliato nudo, con le mani legate e impiccato in modo che il collo non si rompesse. Prima che sopraggiungesse la morte, veniva condotto al tavolo di squartamento e orrendamente mutilato, ancora vivo e cosciente. Il carnefice stava attento a non ledere organi vitali, in modo che il condannato restasse vivo sino al termine del supplizio.
Vicino al tavolo di squartamento, c’era un braciere dove veniva posto ogni pezzo di organo, per essere bruciato davanti agli occhi del suppliziato. Quando al suppliziato, ancor vivo, erano completamente strappate le viscere, il carnefice gli tagliava la testa e procedeva infine allo squartamento del corpo. Con un’ascia lo divideva in quattro parti, prima tagliandolo verticalmente poi, orizzontalmente, quindi in altre due metà.
I quarti del suo corpo venivano appesi in diversi angoli della città.

Così morirono molti Martiri cattolici inglesi sotto Elisabetta I, la sanguinaria.

Oliver Plunkett, Arcivescovo di Armagh, vittima di accuse infondate, fu l’ultimo cattolico a morire a Tyburn nel 1681.

Nel 1901 un ordine religioso di suore benedettine esiliate dalla Francia, le Adoratrici del Sacro Cuore di Gesù di Montmartre, acquistò il terreno in cui sorgeva il patibolo di Tyburn.
Nel luogo che aveva visto tanto sangue, istituirono un’Adorazione perpetua al Santissimo Sacramento, che costituisce ancora oggi il centro della Londra cattolica.
Al patibolo si è sostituito un altare dove si adora Dio, verità infinita e somma giustizia.






marzo 2026
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