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| Ma è vero che le aspettative sui sacerdoti sono insostenibile ipocrisia? ![]() Alcuni sono del parere che, su questo caso, dovrebbe calare il silenzio, limitandosi a pregare. La preghiera è necessaria ma, viste le pubbliche affermazioni del giovane sacerdote che generano confusione sull’insegnamento della Chiesa, poiché salus animarum suprema lex, appare opportuno accompagnarla con dei chiarimenti alla luce della dottrina cattolica. Pubblicamente, don Ravagnani ha affermato: «ci sono le aspettative nei confronti di noi preti, che a volte sono disumane. Come se noi fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, addetti al sacro, programmati per essere buoni. Ma, francamente, mi sembrava un’ipocrisia non più sostenibile». Parole apparentemente condivisibili ma, approfondendo la vocazione sacra, come ha fatto Mons. Landucci, si può scorgere perché la dignità e missione del sacerdote vadano veramente oltre l’umano. Va solo chiarito in che senso. Si proseguirà pertanto il discorso intrapreso, ma da un’angolatura psicologico morale (pp. 61-71): essa farà ulteriormente risaltare la superiorità della vocazione sacerdotale rispetto alle altre. Finora, si sono evidenziati elementi ontologico-giuridici che «prospettano soltanto dignità, poteri, posizione giuridica del sacerdote, tutte cose che egli riceve canonicamente dalla chiamata del Vescovo ed “ex opere operato” dalla sacra ordinazione». Ciò riguarda la validità del sacerdozio, ma nulla dice della virtù del sacerdote tanto che le suddette sublimi caratteristiche potrebbero coesistere «con la più tragica inferiorità spirituale, giunta fino alla perdita della vita soprannaturale, pur essendone per gli altri, la fonte». Pertanto, l’idoneità del candidato al sacerdozio va ben oltre l’aspetto formale della valida ordinazione e investitura canonica. Infatti, all’azione esterna si richiede interna partecipazione: l’Angelico, in considerazione dei divini uffici, afferma con scultoree parole che «è richiesta una perfezione interiore affinché qualcuno eserciti degnamente atti di questo genere» (Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 184, a. 6 co.). Tale “idoneità interiore” è interpretata dai migliori trattatisti di ascetica sacerdotale come ben più esigente di una semplice idoneità esterna di validità. Pio XII, nel discorso sul sacerdozio, pubblicato postumo, disse che «il carattere sacramentale dell’ordine sigilla da parte di Dio un patto eterno del suo amore di predilezione, che esige dalla creatura prescelta il contraccambio della santificazione». Pensiero già espresso nell’esortazione apostolica Menti Nostrae: «Sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo ufficio […] è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il “buon profumo di Cristo”». Similmente, Giovanni XXIII nell’Enciclica Princeps Pastorum (1959, n. II) ricorda: «è specialmente con la santità, infatti, che il clero può dimostrare di essere luce e sale della terra (Mt. 5, 13-14) […] può convincere della bellezza e potenza del Vangelo, può efficacemente insegnare ai fedeli che la perfezione della vita cristiana è una meta a cui debbono tendere con ogni sforzo e con perseveranza tutti i figli di Dio». La santità del sacerdote richiede dunque un “di più”: infatti, nello stato umano naturale, la santità è richiesta in virtù della dipendenza dal Creatore: essendo l’essere un dono permanente di Dio, «a lui va restituito, combaciando con la sua volontà e realizzando la legge della sua gloria». Ciò vale in generale per ogni creatura che, venuta da Dio, a Lui deve tornare. Nell’uomo cristiano ordinario tale esigenza è esaltata, «per la trascendente partecipazione della divina perfezione mediante la grazia e per essere costata il sangue di Cristo. L’anima soprannaturalizzata appartiene a Dio in modo superiore, in quanto resa, in certo modo, divina, e riscattata sul calvario, ed ha quindi una proporzionata maggiore esigenza di tornare a Dio e di combaciare col suo volere, ossia di attuare la santità perfetta». Nel sacerdote, invece, «la divinizzazione assurge ai fastigi del carattere, dei poteri sacri e della missione sacra, i quali danno un essere deiforme nella misura in cui danno l’operare deiforme» ed esso «si commensura al supremo potere della consacrazione eucaristica, sul Corpo Reale di Cristo, e al sublime potere sul Corpo Mistico […]». Tali poteri «creano quindi la massima appartenenza a Dio e il massimo titolo intrinseco di deiformità morale, ossia di santità». Dovrebbe essere evidente, poi, la superiore qualità reclamata dal superiore contatto con Dio poiché il sacerdote, a differenza del semplice laico, non solo riceve l’Eucarestia, ma la consacra. Inoltre, aggiunge Mons. Landucci, la superiore santità nell’anima del sacerdote è tempestiva: infatti, la santità «è una meta da raggiungere, è il termine di un itinerario di perfezione, in cui l’anima avanza per gradi, più o meno rapidamente. Nell’itinerario del sacerdote però il momento dell’ordinazione rappresenta già un punto di arrivo rispetto al nuovo piano di vita consono alla nuova specifica personalità e missione del sacerdote». L’ordinazione rappresenta cioè «un salto netto al livello superiore ontologico e giuridico, che deve essere accompagnato dalla proporzionata già acquisita sostanziale idoneità interiore». L’itinerario di perfezione proseguirà, ma con un nuovo «equipaggiamento di virtù, adeguato alla nuova altezza di vita. È come un alpinista di altissima montagna che, sollevato e deposto in elicottero a una quota di respiro superiore al normale, deve essere già attrezzato, con opportuno allenamento e opportuni apparecchi, a quella superiore respirazione, sotto pena di non saper vivere a quella quota e tanto meno di poter proseguire l’ascensione». Analogia che rende bene l’idea della differenza tra sacerdote e laico: infatti, l’elevazione soprannaturale di ogni cristiano, pur infusa nel battesimo è solo germe di nuova vita, che può svilupparsi sempre di più. Ma l’elevazione ai poteri e alla missione sacerdotale è completa fin dall’ordinazione. Dunque, «la santità interiore reclamata da tale sublime elevazione deve sostanzialmente già aversi fin dall’inizio». In tale prospettiva, la rinuncia al sacerdozio è conseguenza di quella “mancanza di equipaggiamento” senza cui è impossibile rimanere a quell’altezza a cui il sacramento dell’Ordine eleva. Ma Mons. Landucci si spinge oltre parlando di sovrumanità del sacerdote. Ogni cammino di santità ha una progressività, ma il confronto tra i diversi gradi vale solo a parità di specie dell’itinerario. Senza tale distinzione, si rischia di pensare che il suddetto concetto di “di più”, rispetto alla santità laica, sia in realtà un passo avanti, grande quanto si vuole, ma nella stessa linea di progresso di quest’ultima. Si potrebbe «essere indotti cioè erroneamente a concepire il cammino della perfezione come un unico itinerario del progresso spirituale, nel quale le prime tappe siano raggiunte con le virtù naturali, poi si abbiano le virtù soprannaturali della vita cristiana ordinaria e finalmente quelle più avanzate dello stato di vita sacro». Invece, spiega Mons. Landucci, la vocazione sacerdotale «non implica un semplice “di più” nella medesima linea soprannaturale della vita umana normale, ma è la chiamata a una vita di diverso ordine, che supera il livello comune soprannaturale», arrivando dunque a definirla come “sovrumana”. Chiaramente, non si tratta di una «sovrumanità assoluta, visto che la sacra vocazione riguarda dei puri uomini in carne ed ossa e, pur appoggiandosi a speciale grazia, non crea uno stato di vita miracoloso». Tali chiarificazioni sembrano al momento sufficienti per intravvedere l’erroneità del pensiero di don Ravagnani: certe aspettative sul sacerdozio cattolico non sono insostenibile ipocrisia, ma stupenda realtà. |