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| Don Davide Pagliarani risponde alle domande sulle consacrazioni episcopali ![]() Questo intervento è rientrato nello svolgimento dell’Università d’Inverno del Distretto di Francia della Fraternità, organizzato a La Martinerie, vicino Châteauroux. Erano presenti centinaia di partecipanti, in maggioranza giovani intorno ai vent’anni. Il testo qui riportato è stato leggermente rivisto per facilitare la lettura, ma è stato mantenuto fedele al senso esposto nell’intervento orale. ***
Prima domanda: Perché adesso? Domanda: Negli ultimi mesi sono
circolare delle voci sulle consacrazioni, in particolare a partire
dalla morte di Mons. Tissier de Mallerais. Alcuni si chiedono
perché lei abbia aspettato fino ad ora; e altri si chiedono
perché lei non abbia aspettato ancora.
Risposta di Don Pagliarani: E’ una questione di
prudenza. Prendere una tale decisione – che è una decisione
estrema, una decisione seria – è possibile solo se non esiste
alcun altra alternativa.
Ora, una tale scelta richiede un discernimento lungo, difficile, che deve essere fatto con calma e con la preghiera. E’ quello che abbiamo fatto. Il fatto che Mons. Tissier fosse morto non significava che dall’indomani si dovesse procedere a delle consacrazioni per sostituirlo. Certo, ci mancava un vescovo, ma la Fraternità ha potuto e può ancora continuare per qualche mese con due vescovi. Tuttavia, per un verso ci erano rimasti due vescovi, ormai avanti con gli anni; per altro verso, la situazione della Chiesa non sembra destinata a cambiare nei prossimi anni. Quindi eravamo arrivati al punto che si poteva, che si doveva prendere una decisione davanti a Dio, cosa che abbiamo fatto per il bene delle anime. E’ una questione di prudenza. Quando si prende una decisione come questa vi sono mille elementi da considerare; e questo richiede tempo. Io penso che la situazione sia matura di per sé e non solo in termini di necessità oggettiva. Direi che è anche matura la possibilità per tutti i fedeli di buona volontà di comprendere i motivi di questa decisione. Anche questo è importante. Si tratta di qualcosa che noi dobbiamo spiegare e che i fedeli devono poter comprendere. E io penso che oggi, con quello che accade nella Chiesa, ci siano tutti gli elementi per farlo. Le lettere inviate al Papa Domanda: Nella sua omelia del 2
febbraio lei ha detto di avere scritto al Papa, anche più volte,
due volte se non sbaglio. Se possibile, può darci più
particolari e dirci cosa lei abbia scritto e poi cosa il Papa abbia
risposto?
Risposta: Ho scritto al Papa una prima
volta prima del Giubileo a Roma, quindi ai primi di agosto, per
chiedergli udienza e, logicamente, per felicitarmi con lui per la sua
elezione. Non ho mai ricevuto risposta a questa lettera.
Nel mese di novembre ha allora scritto una seconda lettera, in cui ho messo per iscritto ciò che avrei voluto spiegare oralmente al Papa. Ho anche esposto le ragioni per le quali la Fraternità chiede dei nuovi vescovi e ha bisogno di nuovi vescovi. Ho chiesto al Santo Padre di comprendere la cosa, senza nascondere le divergenze dottrinali, senza nascondere tutti problemi che conosciamo. Ma ho sottolineato che la Fraternità vuole servire la Chiesa; che se noi conserviamo la Tradizione è per la Chiesa, affinché un giorno un Papa possa servirsene. Perché, conservare la Tradizione non significa semplicemente conservare dei principii. Conservare la Tradizione significa preservare le anime che la incarnano, che la vivono. Questo è il vostro caso, è il caso delle famiglie cattoliche tradizionali, è il caso di coloro che scelgono la vocazione religiosa o sacerdotale. Questa è la Tradizione. Non si tratta solo di libri o di principii. Ho dunque spiegato al Papa che è questo il servizio che vogliamo rendere alla Chiesa, fino al giorno in cui lui, o uno dei suoi successori, vorrà servirsene. Io ho inviato questa seconda lettera nel mese di novembre e la risposta mi è arrivata alcuni giorni fa – lo scorso venerdì, una settimana fa, otto giorni fa. Ora, questa risposta non prende in considerazione le nostre proposte, essa è molto semplicemente una minaccia di nuove sanzioni se la Fraternità persisterà nell’idea di consacrare dei vescovi. Ecco, è stata molto deludente, molto deludente. Alcuni giorni dopo, come sapete, noi abbiamo annunciato le consacrazioni. Perché consacrare nonostante la mancanza di autorizzazione del Papa? Domanda: Quindi, non avete ancora
ricevuto il consenso del Papa. Ciò nonostante, perché
ritenete di dover consacrare dei vescovi?
Risposta: E’ per il bene delle anime.
La sola cosa da considerare è la seguente: noi siamo qui in
terra per salvare le nostre anime; e questo lo sapete. Tutto quello che
facciamo nella nostra professione, nella nostra famiglia, nei nostri
progetti, tutto, senza eccezione, è ordinato, direttamente o
indirettamente, alla salvezza della nostra anima, alla nostra salvezza.
Ora, la Chiesa esiste per garantire i mezzi necessari per questa salvezza; su questo siamo tutti d’accordo. Ma la Chiesa ufficiale, oggi, in una parrocchia normale, offre i mezzi necessari per la nostra salvezza? Vi si trova tutto quello di cui abbiamo bisogno? Vi si trova un Catechismo veramente cattolico? Vi si insegna veramente la morale cattolica, cioè come bisogna comportarsi? Vi si insegna la verità? Vi si amministrano i sacramenti necessari alla salvezza, come la Chiesa ha sempre fatto? Vi è ancora il senso del peccato, il senso dell’assoluzione? Il senso della conversione dei costumi? Tutto questo è insegnato e praticato in una parrocchia normale? E’ evidente che no. No, perché allora voi non sareste qui; No, perché la Fraternità San Pio X non esisterebbe. Indipendentemente dalle consacrazioni, noi giustifichiamo già il nostro apostolato perché nella Chiesa vi è uno stato di necessità. Ebbene, è a causa di questo stato di necessità che la nostra decisione si impone; essa si impone, lo ripetiamo, per il bene delle anime. E io direi anche che è per mandare un segnale alla Chiesa. La stessa Chiesa deve comprendere – gli uomini di Chiesa, è chiaro - che esiste per servire le anime, per condurre le anime in Cielo, per salvarle dall’Inferno, per salvarle dal peccato. La Chiesa esiste per questo. Ora, questo manca, e manca sempre più. Da qui la necessità di fare tutto quello che possiamo per salvare le anime. E questo è ciò che si chiama stato di necessità. Si tratta, quindi di uno stato estremo, ma di uno stato che impone, che postula soluzioni proporzionalmente estreme; noi lo riconosciamo. La Fraternità sfida la Chiesa? Domanda: Lei parla molto della
nozione di servizio: servizio reso alle anime, servizio reso alla
Chiesa. Ma nella pratica – e questa è un’accusa che viene
rivolta alla Fraternità - questo era il titolo de La Croix, l’indomani dell’omelia da
lei pronunciata il 2 febbraio – la Fraternità sembra dare
l’impressione di sfidare la Chiesa.
Come si pone in rapporto a questa affermazione e cosa può rispondere? Risposta: Naturalmente, noi non
sfidiamo la Chiesa, noi la serviamo.
Noi serviamo la Chiesa nelle anime, lo ripeto. E tutto quello che facciamo – non lo si dimentichi, come ho continuato a ripetere – è fatto per mettere la Tradizione al servizio della stessa Chiesa, come istituzione, cioè del Papa e della gerarchia, perché la Tradizione appartiene alla Chiesa. Noi abbiamo ricevuto una eredità di cui beneficiamo, e che non ha avuto inizio nel 1970 con la fondazione della Fraternità San Pio X. Questa eredità è quella di duemila anni di storia della Chiesa, di duemila anni di magistero, di duemila anni di Tradizione. Noi preserviamo questa eredità per viverla noi stessi, per le anime che si rivolgono a noi; ma, lo ripeto, anche per la stessa Chiesa. E’ una fiaccola che manteniamo accesa anche per gli altri, anche per coloro che non condividono le nostre idee, anche per quelli che non sono cattolici. Poco importa: un giorno le anime dovranno convertirsi. Ma qualcuno dovrà predicare la verità, altrimenti a che si convertirebbero queste anime? E’ in questo senso che noi serviamo la Chiesa, non che la sfidiamo. Dire che la Fraternità sfida la Chiesa è, in ultima analisi, una cosa molto superficiale. No, la Fraternità rifiuta tutto ciò che distrugge la Chiesa. Ora, tutte queste idee nuove – e si potrebbero fare parecchi esempi – io ne cito uno, molto concreto e molto recente. Pochi giorni fa si è celebrata la Giornata della Memoria, il 27 gennaio, giornata dedicata alla memoria dell’Olocausto, della Shoah. In questa occasione, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede – cioè l’erede del Sant’Uffizio, anticamente chiamato Inquisizione romana, il nome è cambiato, ma si tratta sempre del tribunale dottrinale della Santa Sede, che esiste ancora oggi, e la cui funzione è centrale – ebbene, il cardinale che è a capo di questa istituzione, di questa congregazione romana, di questo Dicastero, come si dice oggi, ha dichiarato, in un discorso ufficiale rivolto a tutti i membri del suo Dicastero, che l’Inquisizione, - di cui questo organismo è l’erede – era paragonabile alla Gestapo. Il altre parole, la Santa Chiesa, che ha fatto tanti sforzi nel corso dei secoli per preservare la fede, avrebbe agito come la Gestapo sotto il regime nazista. Allora, chi ama la Chiesa? Chi ama la Tradizione della Chiesa? Chi ama la difesa della fede, della verità, della purezza dottrinale come è stata assicurata dalla Chiesa nel corso dei secoli? Chi ama tutto questo? Noi non abbiamo vergogna, non ci vergogniamo di condannare gli errori. E’ grazie a queste condanne e alle definizioni dogmatiche che abbiamo potuto conservare la fede. Paragonare questo tribunale dottrinale, a cui i Papi hanno dedicato tanta attenzione e tanti sforzi nel corso dei secoli, alla Gestapo, è un’infamia. E questo non è solo inammissibile, è un segno. Il segno che, sfortunatamente, alcuni si vergognano della Chiesa. Costoro si vergognano della loro madre. Noi non ci vergogniamo di nostra madre. Noi siamo figli della Chiesa. E’ in questo senso che la Fraternità viole servire la Chiesa. E’ molto importante capirlo. Noi abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Non dimentichiamolo mai. Lo stato di necessità e la missione canonica Domanda: Reverendo padre, lei ha
parlato di stato di necessità, e noi abbiamo capito che questo
stato di necessità consiste nel bisogno delle anime di ricevere
i sacramenti e la fede integrale.
Abbiamo anche capito che questo stato di necessità è universale: non riguarda solo questa o quella parrocchia, ma in certo modo, oggi riguarda le parrocchie di tutto il mondo. Tuttavia, spesso viene sollevata una obiezione a proposito del nostro ministero per le anime: la mancanza di giurisdizione che dovremmo avere su di esse, o la mancanza della missione canonica nella Chiesa, cosa che farebbe del nostro ministero una attività in qualche modo selvaggia. Già un tempo il seminario di Ecône è stato definito «seminario selvaggio» - non un seminario di selvaggi, attenzione, ma un seminario selvaggio – per indicare che lì si facevano le cose al di fuori delle regole. Cosa può rispondere a questo? Come giustificare, nello stato attuale della Chiesa, il nostro ministero per le anime? Invocare lo stato di necessità non sarebbe una sorta di scappatoia per giustificare quasi tutto? Risposta: Il principio fondamentale
è la salvezza delle nostre anime; questo è il motivo per
cui noi siamo sulla terra.
Se Dio ci concede qui sessanta, settanta o cento anni è per salvare la nostra anima. Ora, se non si trovano nelle
strutture ordinarie i mezzi necessari per questa salvezza, allora io
penso che tutti coloro che lo possano hanno il dovere di supplire con
altri mezzi.
In nome di che? In nome della carità. In nome della carità. Spesso si accusa la Fraternità di essere dura. Allora lasciatemelo dire: noi non siamo esenti dal peccato originale. Noi abbiamo bisogno dei sacramenti, della Confessione. Noi portiamo il peccato originale come tutti. E’ un fatto. Detto questo, noi abbiamo il dovere della carità: fare tutto quello che è in nostro potere, al nostro posto, per salvare le anime. Se noi non abbiamo la missione canonica, la missione ufficiale, è perché nella Chiesa vi è un problema. La Chiesa è sempre più rivolta ad altri obiettivi diversi dalla salvezza delle anime, obiettivi molto più legati a questo mondo. I problemi ecologici, per esempio… Si potrebbe parlare per delle ore della teologia «verde» di Papa Francesco. Perché questa fissazione per gli alberi, l’acqua, la pioggia, il clima? Perché questa fissazione? Perché se si perde la prospettiva eterna, se si perde di vista che questa vita è ordinata all’eternità, alla vita futura, che siamo qui per raggiungere la nostra salvezza, allora si concentrano tutti gli sforzi, non più per preparare il Cielo, ma per la conduzione di questa terra, fino a volerne fare un paradiso artificiale, perché praticamente non si crede più al vero Paradiso. A quel punto, i veri problemi diventano i prati, la pulizia delle strade, i rifiuti, l’acqua potabile, ecc. Queste sono forse questioni interessanti, ma non è la Chiesa che deve occuparsene. E’ dunque in nome della carità per le anime che, anche senza missione ufficiale, anche senza mandato diretto di una autorità che si preoccupa di altre cose e che ha altre priorità, noi dobbiamo aiutare le anime. E’ un dovere, con un titolo diverso, ma non per questo meno importante. Questo non significa che la Fraternità non abbia dei difetti. Non è perché noi invochiamo la carità che tutto ciò che facciamo sia esente dagli errori umani. No, noi siamo uomini come tutti gli altri. Ma noi abbiamo questa determinazione a servire la Chiesa con la massima libertà, e questo è molto importante. Niente deve fermarci; niente deve costituire un ostacolo per professare la verità, per la sua conoscenza, né per l’uso di tutti mezzi necessari per la vostra salvezza. Questo è cruciale. Siamo qui per questo. Il dilemma: Tradizione o comunione Domanda: Reverendo padre, i fedeli
qui presenti in gran parte non hanno conosciuto le consacrazioni del
1988. Essi non hanno dovuto scegliere. Alcuni sono convertiti e hanno
dovuto scegliere. Ma molti di noi siamo nati nella Fraternità,
per così dire, in essa siamo cresciuti. Abbiamo fatto le
Università d’estate, le Università d’inverno, abbiamo
tutti i requisiti.
E poi, anche se comprendiamo tutto quello che lei ha detto oggi, arriverà il momento, con le consacrazioni episcopali, che alcuni rischino di trovarsi, malgrado tutto, con la parte umana, di fronte ad una sorta di dilemma angosciante. Si può avere l’impressione che sia arrivata per noi l’ora della scelta e che si debba scegliere fra la Tradizione integrale, di cui lei ha parlato, e la piena comunione con la Chiesa. E’ così che questo dilemma rischia di presentarsi. Può completare la sua risposta guardando le cose da questo angolo di visuale? Risposta: Prima di parlare di dilemma,
bisogna ricordarsi che nel corso della vita, presto o tardi è
necessario prendere certe decisioni, certe scelte diventano necessarie.
E’ questo che fa la differenza, se vogliamo, tra il bambino e l’adulto.
Internet non
sostituisce i sacramentiIl bambino dipende dai genitori, sono loro che decidono per lui. Ma quando si diventa adulti bisogna assumersi delle responsabilità sempre più serie e importanti. Ora, le consacrazioni finiscono col presentare certamente la necessità di fare una scelta, una scelta che può essere difficile. Perché le consacrazioni hanno un carattere divisivo. Esse saranno un segno di contraddizione, se vogliamo, si potrebbe approfondire questa nozione. Esse dunque porranno ciascuno di noi, al suo livello, di fronte ad una scelta, una scelta che potrebbe avere delle conseguenze sociali. Vi potrebbero essere degli amici che, forse, non capirebbero. Ancora una volta, bisogna tenere conto che la posta in gioco è estremamente importante: si tratta della salvezza delle nostre anime e dell’esempio che possiamo dare agli altri. Adesso, circa il dilemma stesso, bisognerà scegliere fra la fede integrale, la Tradizione integrale, e la piena comunione con la Chiesa? No. In realtà, questo dilemma è mal posto. Lo dico con tutto il rispetto possibile. La domanda è legittima, ma è mal posta. Nella Chiesa, la comunione si fonda innanzi tutto sulla fede. Cosa significa essere in comunione? Essere in comunione con il Papa, con la gerarchia della Chiesa, significa condividere la stessa fede. Se vogliamo usare una espressione semplice, anche se forse non è la più precisa. Si è in comunione perché si credono le stesse cose. Si crede tutto quello che la Chiesa insegna, vi si aderisce, e per questo si è in comunione. Questo è molto importante. La comunione è questa. Non è un sentimento, non è un timbro amministrativo. No. La comunione è la comunione nella fede, nella fede integrale. In altre parole, nessun dogma, nessuna verità può mancare alla base della comunione, e nessun errore può esservi introdotto. Questo è cruciale. Ora, è proprio preservando la fede e la Tradizione della Chiesa che noi manteniamo la base di questa comunione. Quindi, voi vedete che la comunione con la gerarchia della Chiesa, in quanto tale, e la Tradizione integrale, sono due realtà alle quali noi non possiamo rinunciare. Non si tratta di scegliere tra l’una e l’altra. Non è un dilemma. Bisogna conservare entrambe, senza riserve. Evidentemente, non si può essere in comunione su degli elementi che, di per sé, non possono costituire la base di una comunione ecclesiastica. Un errore non può essere la base della comunione. Questo è cruciale. Esempio di errore dottrinale L’esempio che noi abbiamo considerato in questi ultimi giorni, e che è molto significativo, è l’affermazione di Papa Francesco secondo la quale la pluralità delle religioni sarebbe voluta dalla saggezza divina, voluta da Dio stesso. Dio avrebbe voluto la pluralità delle religioni in quanto tale. Questa affermazione è cattolica? Sarebbe Dio ad aver voluto la vera religione con a fianco gli errori? No. E’ un’aberrazione. E’ inconcepibile. Dio si rivela, si è fatto conoscere. Perché? Perché esiste una sola verità, la verità che ci viene da Nostro Signore con l’Incarnazione. Perché Nostro Signore si è incarnato? Per manifestare, tramite la Sua umanità e con la Sua predicazione, un solo Dio, una sola verità, un solo Vangelo. Come può dire un Papa che Dio ha voluto la pluralità delle religioni? E’ inammissibile. E’ folle. Sì, è folle. Allora, si può essere in comunione con una tale affermazione? Una tale affermazione può costituire la base della comunione cattolica? E’ fantascienza, è Star Wars, è inconcepibile. Tutto questo fa sorridere, e al tempo stesso è tragico. Sì, è tragico. Povere anime! Pensate alle anime che ascoltano queste parole. Allora è normale che ad un certo punto le persone si allontanano dalla Chiesa. Se Dio ha voluto la pluralità delle religioni, una tale affermazione può produrre nient’altro che l’indifferenza. E se si diventa indifferenti, presto o tardi si lascia la Chiesa. Chiedetevi: perché le persone non vanno più in chiesa? Perché giustamente affermazioni come questa, alla lunga, provocano niente altro che l’indifferenza per la verità. Possiamo essere in comunione con tutto questo? Assolutamente no. E’ impossibile. Vi è un solo Dio. E’ il primo Comandamento. E trattandosi di comunione, io ne approfitto per aggiungere una osservazione. Si dice spesso che la Fraternità non è in piena comunione. Tutti l’avete sentito: noi saremmo ai margini alla comunione ecclesiale, non saremmo in piena comunione. Ma cos’è la comunione parziale? Variabile? Ecco ancora una nozione tipicamente moderna, che non ha niente a che vedere con la teologia della Chiesa. Nella Chiesa, o si è membri o non si è, o si è in comunione o non si è. E’ come nel matrimonio. Nel matrimonio, o sei sposato o non lo sei. Non perché hai dei disaccordi con tua moglie o perché esiste un problema, che sei sposato al 90%. No. Il matrimonio, o è valido o è nullo. Lo stesso vale nella Chiesa: o si ha la fede cattolica, ed allora si è in comunione con la Chiesa, o non la si ha, e allora non si è in comunione. Questo modo moderno di parlare - «sono scismatici», «non lo sono», «sono in comunione», «non lo sono», «non sono in piena comunione» - tutto questo è solo chiacchera. O si è in comunione o non lo si è. E se si è in comunione, perché? Perché si ha la stessa fede. E’ la fede la base della comunione. Se vi è una gerarchia nella Chiesa, perché Dio l’ha istituita? Perché ci sono un Papa e dei vescovi che insegnano? E’ proprio per questo: per insegnare la fede, non per altro, non per l’ecologia, non per piantare alberi. Questo non è lo scopo della Chiesa. Domanda: Reverendo padre, lei
menziona tutti questi errori della Chiesa attuale e ce ne fa prendere
coscienza. Ma questa presa di coscienza è ormai diffusa. Si vede
che essi sono denunciati da lungo tempo, specialmente su internet.
Non sarebbe più opportuno lasciare che la Fraternità si sviluppi con la fiducia nella Provvidenza, piuttosto che intervenire con questo gesto pubblico, con queste consacrazioni che, come lei ha detto, creeranno una certa divisione e, forse, freneranno questo movimento? Risposta: Ci si potrebbe dire che
forse bisognerebbe lasciare che questo movimento continui. Grazie a
Dio, c’è nella Chiesa una certa presa di coscienza di questi
errori. Oggi si osservano delle reazioni impensabili venti o trent’anni
fa. Malgrado tutto, le piattaforme, internet, permettono quanto meno la
diffusione di buone idee. Questa presa di coscienza è favorita
dagli scambi, dalle piattaforme, anche al di fuori della
Fraternità.
Ognuno progredisce col proprio ritmo, secondo la sua prospettiva, ma questo fenomeno è innegabile. Vi è dunque una coscienza più viva di questi errori. E allora, non si dovrebbe forse lasciare che tale movimento si sviluppi, senza intervenire con un gesto forte come le consacrazioni episcopali che, in apparenza, potrebbero rischiare di distruggere tutto? Questa è una possibile impressione. Ma bisogna fare attenzione: una vita cristiana non può esaurirsi in una semplice presa di posizione. La professione di fede non consiste solo nel mettere un «like» dopo aver letto qualcosa di cattolico su internet o dopo avere ascoltato un podcast su YouTube. La vita cristiana, a partire da questi dati di fede, a partire da queste professioni di fede, deve tradursi in una vita in cui la grazia agisce realmente nell’anima. E questo passa necessariamente per i sacramenti, per il santo Sacrificio della Messa, per l’Eucarestia, per la Confessione e per l’insegnamento della dottrina. E’ stato Nostro Signore stesso che ha costruito la Sua Chiesa sui sacramenti. Le anime saranno santificate dai sacramenti fino alla fine dei tempi. E’ Lui che l’ha voluto. Ora, per avere i sacramenti servono i sacerdoti, e per avere i sacerdoti servono i vescovi. Quindi, non basta una semplice presa di coscienza generale, se al tempo stesso non si dispone dei mezzi concreti per sostenere ed aiutare le anime. E questi mezzi passano per il sacerdozio e quindi per i vescovi. Perché la Fraternità non può diventare un Istituto Ecclesia Dei? Domanda: Dunque, questa vita
cristiana di cui lei parla non è solo una teoria, né un
semplice atto di adesione intellettuale: essa richiede una messa in
pratica tramite la messa e i sacramenti.
Ora, oggi ci sono, senza dubbio più che 1988, numerose comunità in tutto il mondo- e non solo nel nostro paese, che beneficiano della Messa tradizionale e probabilmente anche di una buona parte del Catechismo tradizionale, e delle Confessioni tradizionali, ecc. Questo, non è forse sufficiente oggi? La Fraternità non dovrebbe cercare di ottenere uno status simile a quello di queste comunità? In che le consacrazioni offrono qualcosa di più di quello che queste comunità possono già fare? Risposta: Si tratta di una questione
delicata. Perché? Perché bisogna parlare concretamente
degli Istituti Ecclesia Dei.
Nel linguaggio più corrente, in Francia essi vengono talvolta chiamati i «ralliés» [i ricongiunti]; ma parliamo piuttosto degli Ecclesia Dei, che è più esatto. Ma essi non sono gli unici, esiste anche tutta una serie di sacerdoti diocesani che, senza appartenere ad un Istituto particolare, hanno riscoperto la Messa tridentina, soprattutto dopo il motu proprio di Papa Benedetto. Ci si può quindi chiedere: la Fraternità non dovrebbe anch’essa adottare questo status? Perché non dovrebbe diventare concretamente un Istituto Ecclesia Dei? E’ un interrogativo molto audace, provocatorio… Io voglio rispondere con semplicità e franchezza, ancora una volta. Fermiamoci ai principii: non giudichiamo le persone. Gli Istituti Ecclesia Dei esistono perché esiste la Fraternità San Pio X. Storicamente, essi cominciano ad esistere nel 1988, in seguito alle consacrazioni. Roma ha voluto creare una alternativa per tutti quelli che erano sensibili alla liturgia tridentina, tradizionale, ma che non volevano aderire al supposto «scisma» di Mons. Lefebvre. Ecco la storia. Si è dunque creata una categoria Ecclesia Dei, in seno alla quale si trovano diversi Istituti. Ora, a posteriori, che si può dire della vita di questi Istituti? Roma li ha protetti? Ha dato loro delle garanzie? Ha mantenuto le sue promesse? Questi Istituti sono realmente al sicuro grazie alla protezione romana? Hanno la libertà di dire tutto quello che pensano, o almeno tutto quello che noi speriamo pensino? Non hanno in realtà una spada di Damocle sulla testa? Ecco, questi sono i fatti, le cronache che voi conoscete quasi meglio di me. Questi Istituti si trovano in una situazione tale che, innanzi tutto, è il vescovo locale che può accoglierli o cacciarli, accettarli o escluderli. Ma se avete una famiglia e la cappella in cui andate a Messa viene improvvisamente chiusa perché il vescovo ha cambiato idea, dove andrete con la vostra famiglia? Ritornerete alla Messa nuova? Questa situazione molto particolare in cui essi si trovano, questa spada di Damocle che hanno sulla testa, fa sì che siano costretti al silenzio. Ora, quando si celebra la Messa tridentina, questo stesso mette inevitabilmente in discussione la nuova Messa, semplicemente perché questa non corrisponde alla prima; di conseguenza questo mette in discussione il Concilio, la nuova dottrina, ecc. Ma se voi non potete parlare liberamente, se non potete predicare liberamente, se non potete esprimervi liberamente, perché altrimenti vi verrà tolto il privilegio di celebrare questa Messa tridentina in quella cappella, allora siete bloccati. E quando non si dicono chiaramente le cose ogni volta che bisogna farlo, alla lunga si finisce col cambiare il proprio modo di pensare. Io lo dico sinceramente, non con amarezza, ma con compassione per questi poveri sacerdoti, per queste povere anime che cercano qualcosa di più serio, più tradizionale, sinceramente. Esse ne hanno diritto, ma lo cercano in un contesto in cui non hanno alcuna garanzia di poterlo mantenere per sempre. Ora, possiamo vivere senza la garanzia di conservare sempre la Messa, di avere assicurata una dottrina e una predicazione conformi alla Tradizione di sempre? Non possiamo mettere la nostra anima in una situazione così fondamentalmente precaria. Non possiamo farlo. Nel 2019, la Commissione Ecclesia Dei come tale – cioè come organismo che sovrintende a questi Istituti, è stata soppressa da Papa Francesco. E’ interessante notare che gli istituti esistono ancora, ma la struttura che li governava è sparita. Perché? La spiegazione ufficiale fornita dalla Santa Sede è che la Commissione Ecclesia Dei era stata istituita nel 1988 per permettere l’integrazione nella Chiesa di coloro che non volevano aderire allo «scisma» di Mons. Lefebvre, e che oggi costoro li si considera sufficientemente integrati nelle loro parrocchie. Questo non è vero, ma voi vedete l’intenzione che si nasconde dietro. Da parte mia, ritengo che, poiché ciascuno di noi ha un’anima sola, bisogna fare tutto il possibile per darle delle garanzie. Come cerchiamo di avere una casa, di riscaldarla, di mettere il cibo in tavola per vivere, così dobbiamo assicurare alla nostra anima delle garanzie almeno equivalenti. Ecco perché non penso che per la Fraternità sia l’ideale diventare un Istituto Ecclesia Dei. Ecco, non credo che si tratti della volontà di Dio. Non lo penso. Lo stato di necessità oggi Domanda: Reverendo padre, siamo un
po’ diretti: lei pensa realmente che la necessità delle anime
sia oggi tanto grave quanto lo fosse nel 1988?
Risposta: Io penso che esso oggi sia
ancora più evidente.
Noi abbiamo già dato questa definizione dello stato di necessità: è la difficoltà di trovare, in una parrocchia, i mezzi necessari per asicurare la nostra salvezza: la verità, la predicazione della verità e della morale cattoliche, e i sacramenti. Io penso che oggi sia anche peggio. Molto peggio. Le decisioni prese da Papa Francesco sono catastrofiche. Sì, catastrofiche. La morale tradizionale sul matrimonio è stata rovinata. E’ stata distrutta. Sempre in nome, ovviamente, della comprensione, dell’ascolto, della capacità di adattamento. E così tutto finisce con l’essere giustificato. Permettetemi di fare un
esempio molto concreto. Vi sono molti giovani tra voi, siete tutti
giovani, … beh, non tutti in realtà, ne vedo uno o due, ma la
maggior parte do voi, sì.
Un giorno avrete dei figli.
Immaginate cosa significherebbe andare con loro alla Messa e, in chiesa
una coppia di omosessuali venga benedetta dal prete, e scusatemi se
apro questo argomento.
Come spiegherete ai vostri figli che non si tratta di un matrimonio, che è una cosa eccezionale, ma che è stata comunque voluta da Papa Francesco, in nome dell’inclusione ecclesiastica? E questo rende le cose ancora più difficili. Come spiegare questa cosa a dei ragazzi? A dei ragazzi, non dimenticatelo, che si troveranno a loro volta di fronte ad un mondo estremamente aggressivo. Tutta questa campagna LGBT, tutte queste pressioni, - voi conoscete meglio di me tutte queste aberrazioni – diventeranno sempre più forti. E’ diabolico. Ma se voi avete una Chiesa che, invece di mettere in guardia i suoi figli e di proteggere le anime, benedice tutto questo, come lo spiegherete ai vostri figli? Come li educherete in tale contesto, quando loro stessi avranno dei dubbi, quando non comprenderanno più quello che accade? Bisogna proteggerli. Ecco cos’è lo stato di necessità. Forse questo esempio è un po’ duro, lo ammetto, ma è reale. E’ reale. La Chiesa è sul punto di entrare pienamente in tutte le grandi aspirazioni del mondo moderno. Tutta la questione LGBT la riguarda. Costoro sono andati a Roma in pellegrinaggio, a Roma, in pellegrinaggio, ma non per chiedere perdono per i loro scandali e per i loro peccati: no, ma per dimostrare che possono finalmente avere il loro pellegrinaggio in quanto sono LGBT, con tutto quello che ne segue. E’ inverosimile. E’ inverosimile. Ecco lo stato di necessità. E io penso che non riconoscere che questo è gravissimo, che bisogna proteggere le anime da tutto questo, sia quasi un peccato contro lo Spirito Santo, un negare che si sia un problema grande da cui bisogna difendersi. Ecco cos’è la necessità. Nel 1988 non eravamo ancora a questo punto, esisteva ancora una certa morale naturale, un certo senso del matrimonio. Oggi, tutto crolla. Le consacrazioni creano una gerarchia parallela? Domanda: Questo stato di
necessità, come lei ha dimostrato, è universale. E’ grave
poiché non fa che peggiorare. Esso attiene anche alla
società civile, quindi riguarda l’insieme della vita umana, sia
religiosa sia civile.
Questo portò Mons. Lefebvre ad effettuare le consacrazioni del 1988. Gli anni passano, questa situazione eccezionale si prolunga sempre di più e alcuni ci rimproverano di voler costituire nella Chiesa, con queste consacrazioni, una gerarchia parallela. Si capisce l’argomento della salvezza delle anime, ma cosa rispondere a coloro che ci accusano di creare una gerarchia parallela, cioè quasi una Chiesa parallela? Risposta: Bisogna che si capisca bene
cos’è una Chiesa parallela, soprattutto in rapporto
all’episcopato.
Una Chiesa in cui dei vescovi sostituiscono i vescovi della gerarchia cattolica: questa sarebbe una vera Chiesa parallela. Ora, la gerarchia della Chiesa, della Chiesa docente, è costituita dal Papa e da tutti i vescovi che hanno la giurisdizione, cioè i vescovi che hanno generalmente un titolo diocesano, i vescovi ordinari di una diocesi, i pastori ordinari che in quanto tali hanno l’incarico di insegnare. Si dice che essi hanno la giurisdizione. Ora, non tutti i vescovi hanno la giurisdizione nella Chiesa, almeno non nello stesso senso. Esistono dei vescovi che sono veramente vescovi, ma non ce l'hanno, per esempio: il vescovo di Châteauroux o di Parigi. Prendiamo per esempio un vescovo ausiliare: egli aiuta un altro vescovo nel suo incarico, ma non è il vescovo di una diocesi. Vi sono anche dei vescovi in pensione, i vescovi emeriti. Il vescovo emerito di Parigi, per esempio, non è più il vescovo della diocesi, egli rimane sempre vescovo, ma non esercita più la giurisdizione. I vescovi della Fraternità saranno esattamente dei vescovi senza giurisdizione. Saranno vescovi solo per aiutare le anime, per conferire loro i sacramenti, per servirli, ma non con quella autorità gerarchica che appartiene alla Chiesa gerarchica propriamente detta. E’ in questo senso che i nostri vescovi, quelli che abbiamo già e quelli che avremo, se Dio vuole, il 1 luglio, non avranno questo compito, questo potere che solo il Papa può concedere. Aggiungo che la Fraternità ha sempre mantenuto questi principi. Quasi quarant’anni dopo, essa ha sempre ben chiaro che i suoi vescovi sono lì per aiutare, per sostenere, ma non per usurpare una giurisdizione che solo il Papa può conferire. Questo è molto chiaro nella Fraternità. La Fraternità è la sola via di salvezza? Domanda: Reverendo padre, siamo
diretti: visto il ruolo che la Fraternità svolge oggi al
servizio delle anime, si può dire: fuori dalla Fraternità
non c’è salvezza?
Risposta: Riconosco che questa
è una domanda molto diretta.
Allora, no; la formula è «fuori dalla Chiesa non c’è salvezza» e non «fuori della Fraternità non c’è salvezza». Teologicamente non è esatto. E allora, come bisogna concepire la Fraternità, il nostro attaccamento ad essa, il nostro amore per essa? Bisogna capire che in questa situazione catastrofica, la Fraternità rappresenta per noi un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Non è la stessa cosa. Essa è per noi il mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa. Vi sono altri mezzi per rimanere fedeli alla Chiesa? Sì. Non possiamo dire che la Fraternità è, in assoluto, l’unico mezzo. Ma, concretamente, esiste alla nostra portata un altro mezzo che ci offra la stessa libertà e le stesse garanzie: ricevere la predicazione della verità, poterla professare, poter denunciare gli errori, denunciare coloro che li propagano, mettere in guardia i fedeli e garantire i sacramenti? Da un punto di vista teorico, non si può dire che esista solo Fraternità. Possono esserci altri mezzi. Ma allora, quali sono questi altri mezzi che offrirebbero le stesse garanzie? Ebbene, io vi rimando la domanda molto direttamente: ditemi dove trovate oggi, nelle parrocchie, le garanzie equivalenti. Ditemelo. Perché qui, secondo me, bisogna distinguere i principi teorici dalla pratica, hic et nunc, qui e adesso. Da parte mia, trovo molto difficile trovare, nella pratica, le stesse garanzie fuori dalla Fraternità. Io spero che questa sia una risposta abbastanza diretta. La Fraternità può essere paragonata ai farisei? Domanda: Al tempo di Cristo, i
farisei erano i custodi della tradizione. Essi si sono perduti per
orgoglio, fino a rifiutare il Salvatore che attendevano.
Cosa risponde a coloro che dicono che la Fraternità pecca per orgoglio?. Siamo i nuovi farisei? Risposta: Questa domanda non è
solo diretta, è brutale.
Tuttavia, io comincerò facendo una distinzione. Qui il termine «tradizione» è equivoco. La tradizione dei farisei era una tradizione artificiale, una tradizione umana contro la quale Nostro Signore si ribellò. Essa consisteva in tutto un insieme di riti secondari, banali, insignificanti, aggiunti alla vera legge di Mosè. Tali tradizioni umane erano imposte agli altri e i farisei se ne servivano per giudicare gli altri. Quindi si trattava di una religione diventata estremamente esteriore, rituale e in definitiva vuota. Per noi la Tradizione è tutt’altra cosa. Non dimentichiamolo. La Tradizione è, con la Sacra Scrittura, una delle fonti della Rivelazione. Dio si fa conoscere attraverso la Tradizione della Chiesa. Dio, che continua ad assistere la Chiesa nel corso dei secoli, ci fa conoscere la fede tramite la Tradizione, con la T maiuscola. E’ per questo che nel corso dei secoli vi è stato uno sviluppo del dogma e quindi nuove definizioni. Questa è l’eredità, il tesoro della Tradizione, che ci viene dagli Apostoli. Parliamo quindi di due realtà completamente diverse. La prima tradizione doveva essere abolita, ed è quello che ha fatto Nostro Signore. La seconda, la nostra, è indispensabile. Essa è necessaria per la nostra salvezza. Ora, se si chiede: non rischiamo, malgrado tutto, di diventare i farisei del XXI secolo? La domanda è legittima. E qui, faccio ancora una distinzione. L’ho già detto: noi portiamo il peccato originale come tutti gli altri. Noi non siamo marziani esenti dalla condizione umana. Siamo degli uomini come tutti gli altri. Ora, in tutte le situazioni concrete in cui interviene l’elemento umano vi è anche il peccato originale. Possiamo quindi avere talvolta, in un caso o in un altro, dei comportamenti scorretti; ma questo non incide sull’Istituzione come tale. Si tratta di errori umani che si possono commettere. Quando si vuole difendere la verità, talvolta si può fare entrare nel proprio zelo qualcosa di troppo umano. Sì, questo può accadere. Possiamo arrivare ad avere parole un po’ troppo dure o attitudini che non tengono conto a sufficienza la difficoltà dell’altro a comprenderci, all’avvicinarsi alla Tradizione, a fare il passo necessario. Questo può accadere, e allora bisogna correggerlo, come si coregge qualsiasi altro difetto. D’altro canto, è ingiusto – ed anche inammissibile – prendere questa o quella goffaggine, questo o quel difetto personale per porre l’intera Fraternità nella categoria dei farisei o degli zeloti. No, no, no. Ciò che noi rappresentiamo è la Tradizione della Chiesa. E bisogna distinguere. Ancora una volta, tra l’Istituzione, la verità che essa porta, e i difetti umani che possono esistere in alcuni o in altri. Che farà la Fraternità se Roma condannerà le consacrazioni? Domanda: In maniera più
concreta, tornando all’annuncio che lei ha fatto sulle consacrazioni
episcopali per la Fraternità San Pio X previste per il prossimo
1 luglio, consacrazioni che conferiranno il potere di Ordine,
cioè la capacità di amministrare i sacramenti, e non il
potere di giurisdizione, è necessario chiedere al Papa un
mandato pontificio, come previsto dal Diritto Canonico.
Senza fare profezie o fantascienza, lei pensa che Leone XIV possa accettare questa richiesta? O almeno astenersi dall’intervenire, tollerando che le cose si facciano senza approvarle esplicitamente? Come vede la situazione? Risposta: Tutto è possibile.
Sì, tutto è possibile.
Domanda: Io direi che: come Benedetto XVI ha revocato nel 2009 i decreti di scomunica - cosa che è apparsa come inaspettata – così penso che un Papa possa comprendere che la Fraternità agisce con una retta intenzione. Questo mi sembra evidente. Noi abbiamo una intenzione corretta. Noi siamo molto diretti, come abbiamo detto: noi diciamo ciò che pensiamo. Dunque, il Papa può comprenderlo, può perfino apprezzarlo, senza necessariamente condividere la nostra posizione. E se ha veramente a cuore le anime, allora, per il bene di tutte queste anime che in un modo o in altro, direttamente o indirettamente, si sono rivolte alla Fraternità o vedono in essa un punto di riferimento, io penso che un Papa possa teoricamente comprendere questa particolare necessità della Fraternità. E’ possibile. Sì, è possibile. Ma, ancora una volta, tutto dipende da Dio, dalla Provvidenza e dalla buona volontà del Papa. Io penso che il fatto di annunciare le consacrazioni con cinque o sei mesi di anticipo, ci permette di prepararci al peggio; ma questo permette anche al Papa di riflettere e, io spero, di ricevere da parte nostra le ulteriori spiegazioni al fine di comprendere meglio la nostra buona volontà. Tutto questo è possibile. Tuttavia, io non penso che il Papa aderirà integralmente alla Tradizione da qui fino al 1 luglio. Umanamente parlando, non è questa la prospettiva. Ma che egli possa comprendere, sì, questo è possibile. Che farà la
Fraternità se la Santa Sede decide di condannarla?
Lei ha detto che nella lettera di risposta del cardinale Fernandez, egli aveva espresso più minacce che altro. E come fedeli, noi pensiamo evidentemente alla scomunica che colpì i vescovi all’epoca; ci chiediamo anche se potremmo essere in qualche modo colpiti noi stessi. Cosa dobbiamo pensare di questo? Risposta: Nella vita, bisogna
scegliere. Lo continuo a ripetere.
La vera questione è la seguente: è meglio davanti a Dio garantire alle anime ciò di cui hanno bisogno per la loro salvezza – poiché non si tratta di un piacere, né di una preferenza, né di un privilegio, ma di una necessità – anche se ciò significa assumersene le conseguenze, oppure per paura di queste conseguenze abbandonare questa missione? Se me lo chiedete, da parte mia la decisione è già stata presa. Essa è stata annunciata il 2 febbraio. E’ una decisione molto grave e vi posso assicurare che essa è sta preceduta dalla preghiera, dall’attesa, dal discernimento. Noi non torneremo indietro. Non possiamo tornare indietro. Questo è nelle mani della Provvidenza del Buon Dio. Ma Dio chiede a ciascuno di noi di fare la propria parte. E mi sembra che nel 2026 la nostra parte, ognuno secondo il proprio posto, consista esattamente nell’andare avanti, nel pensare al futuro. Io oserei dire: come quelli che ci hanno preceduto hanno pensato a noi. Se oggi siamo qui è perché qualcuno ha permesso a ciascuno di noi di conservare la fede: i nostri genitori, le nostre famiglie, la Fraternità – e bisogna dirlo – Mons. Lefebvre. Non c’è niente da fare: più passa il tempo e più risplende la santità di Mons. Lefebvre. Com’è possibile che un solo uomo abbia potuto provocare tutto ciò che ha provocato? Come ha potuto resistere, trasmettere la fede, trasmettere la Tradizione, l’amore per la Chiesa, l’amore per le anime? E come ha potuto, da solo, ad un certo momento, trasmettere l’episcopato a dei vescovi che hanno potuto continuare la sua opera? Come ha potuto prendere, da solo, una decisione di una tale gravità? Per noi, oggi, è facile, perché abbiamo il senno di poi e camminiamo sulle sue tracce. Ma, ai miei occhi, la risposta è questa: è il più bel segno di santità. La vera santità è quella che permette ad un’anima di essere mossa dallo Spirito Santo, dalla saggezza di Dio, dal consiglio di Dio. Il segno di un’anima pura è di essere docile a tutto quello che lo Spirito Santo può ispirare. E più il tempo passa e più acquisiamo prospettiva, più diventa evidente che quest’uomo era realmente condotto dallo Spirito Santo. Che santità! E com’è incoraggiante constatare che non esiste alcuna crisi, né nel mondo né nella Chiesa, per la quale Dio non sia pronto a suscitare i mezzi appropriati e degli uomini capaci di sapere cosa bisogna fare, nel momento in cui è necessario farlo. Che esempio quest’uomo ci ha dato! Che grandezza! Che santità! E’ magnifico! E ogni anno che passa, questo diventa ancora più evidente. Noi non saremmo qui senza di lui. Vedete come una sola persona, un solo uomo, può cambiare la storia se è veramente uno strumento docile nella mani del Buon Dio e se è pronto a tutto per compiere la volontà divina. E’ questa la via della felicità. Questo è la ricompensa che Nostro Signore ci riserva, non solo nell’eternità, ma già nel tempo, in questa stessa vita. E poiché voi meditate sulla felicità, ebbene, oggi questo esempio ne è uno molto bello. Ultimo consiglio Domanda: Allora giustamente,
reverendo padre, un’ultima parola, per non essere troppo lunghi: che
consiglio darebbe più ampiamente ai fedeli in questa situazione,
ai nostri fedeli, a quelli che sono qui presenti. Che atteggiamento
dovrebbero tenere? Quale consiglio pratico darebbe? Lei ha già
parlato della preghiera, il che va da sé, ma concretamente, che
fare?
Risposta: Vorrei giustamente tornare
sull’esempio che ci ha lasciato Mons. Lefebvre.
Io direi: era un uomo libero, nel senso cattolico del termine. Bisogna che anche voi siate liberi. Voi vedete come il mondo accumuli intorno a noi ogni sorta di paure, di idee strane, di ostacoli che ci frenano. Un uomo libero è un uomo che in fondo ha un solo ideale e che riconduce tutto a questo unico ideale. Ecco il consiglio che vi do: meditate su questo, su questo esempio, su questa eredità che ci ha lasciato Mons. Lefebvre. Egli era davvero un uomo libero nel senso cristiano del termine, cioè che niente ha potuto fermarlo. Niente ha potuto costituire un ostacolo per lui nella conoscenza della volontà di Dio, né nel suo compimento. Ora, un uomo veramente libero, nel senso detto, in questa prospettiva, è un uomo felice sulla terra e certo nell’eternità. Il mio consiglio è dunque questo: cercate di liberarvi da tutto ciò che costituisce un ostacolo, da tutto ciò che pesa su di voi, da tutto ciò che vi impedisce di vedere dove deve andare la vostra anima, dove deve andare la vostra vita, affinché possiate andare avanti senza difficoltà, senza impedimenti. Questo è estremamente importante. E quali possono essere concretamente questi impedimenti? A volte è un pizzico di ambizione, a volte sono le paure, a volte è il pensiero. «Che si dirà di me?». E questi ostacoli possono moltiplicarsi all’infinito. Bisogna scoprire la vera libertà, che non ha niente a che vedere con la libertà di cui si parla oggi. La vera libertà è la libertà di fare del bene, di servire Dio. E’ questo che vi incoraggio a fare, è questo che vi auguro: di averla sempre di più. |