Leone XIV e il mito della restaurazione:

perché l’agenda di Francesco continua



di Gaetano Masciullo



Pubblicato il 20 marzo 2026

sul sito americano The Remnant









Leone XIV non sta avviando una restaurazione post-bergogliana, bensì una riorganizzazione della Curia fondata sulla coesione – inclusiva e strutturale – piuttosto che sull’unità dottrinale.

Dalle nomine, dalle decisioni e dagli orientamenti ecclesiologici, emerge in termini oggettivi una sostanziale continuità con Francesco, pur con metodi differenti, aprendo scenari di profonda trasformazione senza alcun ritorno al modello Wojtyla-Ratzinger.

Nelle ultime settimane, diverse importanti nomine fatte da Papa Leone XIV sono state interpretate da vari analisti, italiani e non, come un segno di una cauta riforma della Curia.
Si dice che il Papa agostiniano sia consapevole dei seri problemi causati dal pontificato precedente e che cerchi di ripristinare, molto gradualmente ma inesorabilmente lo status quo pre-bergogliano: questo che è quello che ci dice una certa narrativa.
Ma è realmente così?

Sono trascorsi circa dieci mesi dall’8 maggio 2025, giorno in cui il poco noto Robert Francis Prevost è stato elevato al Trono di San Pietro col nome di Leone XIV.
Sebbene per ovvie ragioni non possiamo conoscere il foro interno del Pontefice, tuttavia possiamo esaminare quanto accaduto finora per tentare di elaborare una “visione d’insieme”, utile, non solo per comprendere quello che sta accadendo oggi in Vaticano, ma anche a delineare alcuni scenari di ciò che accadrà nei prossimi mesi e anni.


Coesione non significa unità – significa mettere insieme ciò che potrebbe non essere più compatibile. Pertanto, nei prossimi mesi vedremo ulteriori progressi nella modifica della struttura del governo della Chiesa cattolica.


Il Papa della coesione non è il Papa dell’unità

Questa analisi deve iniziare da una premessa ribadita più volte: l’intera agenda di Papa Leone XIV assume come valore supremo e come obiettivo finale la coesione della Chiesa. Questo è bene espresso dal suo motto episcopale: In illo uno unum (Nell’unico Cristo siamo uno).

Tuttavia, è essenziale chiarire che coesione non significa unità teologica tradizionale.

L’unità, come nota teologica della Chiesa, è fondata sull’unità della dottrina cattolica, ed è pertanto esclusiva: non può includere quelli che non accettano di professare la dottrina nella sua interezza.

La coesione, da parte sua, è inclusiva: mira a mantenere nella Chiesa sensibilità e orientamenti teologici anche reciprocamente inconciliabili o logicamente incompatibili.

Questa visione è la chiave per comprendere la reinterpretazione prevostiana della sinodalità: non più come democrazia delle “comunità di base”, che è il modello latino-americano portato avanti da Bergoglio; né come uguaglianza qualitativa tra laici e vescovi, con predominanza quantitativa dei primi, che è il modello tedesco; bensì come partecipazione strutturata di vescovi e cardinali nella vita della Chiesa, con il Papa nel ruolo di arbitro e portavoce di qualcosa di simile ad un parlamento ecclesiastico.
Si potrebbe dire che i cardinali rappresentano la Camera Alta e le conferenze episcopali la Camera Bassa. Una sorta di anglicanizzazione della Chiesa cattolica.

In questa prospettiva, il ruolo dei laici nella sinodalità, secondo Prevost, non è tanto quello di determinare la direzione dottrinale o disciplinare, salvo in modo ausiliario, quanto di cooperare affinché quanto stabilito dal “parlamento della Chiesa” – ovvero il Collegio -  diventi effettivo nella vita ecclesiale.
A mio avviso, queste intenzioni diventeranno ancora più evidenti nei prossimi anni, a meno che non intervengano fattori che interrompano o modifichino il processo.

Tuttavia, molte conferme in questi giorni si stanno accumulando, a cominciare dall’annuncio del 19 marzo 2026 di Papa Leone, che ha convocato per il prossimo ottobre un incontro con “i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, nel tentativo di procedere, nell’ascolto reciproco,  ad un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare oggi il Vangelo alle famiglie, alla luce di Amoris Laetitia e tenendo conto di quanto si sta già facendo nelle Chiese locali”.


Una coesione minacciata su almeno tre fronti

La ricerca della coesione a tutti i costi conduce naturalmente ad un ecumenismo molto forte, talvolta al limite del sincretismo. Tuttavia, questo approccio si scontra con tre tensioni principali – reali o percepite – che oggi mettono alla prova perfino l’unità formale della Chiesa.

- Il Cammino Sinodale tedesco, ora guidato dal vescovo Heiner Wilmer – una figura dai toni a tratti “mistici”, ma certamente eterodossa – che attende il giudizio della Santa Sede sugli statuti approvati a novembre 2025 dallo ZdK e a febbraio 2026 dalla Conferenza Episcopale tedesca.
Si tratta di testi incompatibili col diritto canonico, ed è improbabile che l’ala progressista e maggioritaria dell’episcopato tedesco accetti senza resistenza il possibile rifiuto di Roma.
E a Roma, ovviamente, ne sono perfettamente consapevoli.

- La Chiesa cattolica in Cina. Gli accordi segreti fra la Santa Sede e il governo cinese – già rinnovati – scadranno nel 2028. La loro gestione è estremamente delicata, perché attiene alle relazioni fra Roma ed una comunità ecclesiale divisa fra la fedeltà al Papa e il controllo statale. 
I termini di tali accordi sono ormai di dominio pubblico: il regime comunista propone i candidati e il Vaticano conserva il diritto di veto, con l’impegno di non commentare alcuna attività cinese.

- La Fraternità San Pio X. Nel luglio 2026, la Fraternità consacrerà cinque nuovi vescovi, un atto che probabilmente riaprirà storiche tensioni e complicherà ulteriormente il dialogo con Roma – ammesso che ce ne sia mai stato uno.
La cosiddetta Santa Sede, oggi sempre zelante contro i difensori della Tradizione cattolica, ha minacciato sanzioni contro la Fraternità, la cui validità è messa in dubbio anche da molti laici e prelati che non ne fanno parte (me compreso: si veda la seguente analisi più approfondita.


Le nomine che avrebbero dimostrato la “volontà riformatrice” di Leone XIV

Alla luce di tutto questo, negli ultimi mesi si è diffusa negli ambienti cattolico-conservatori una narrazione secondo la quale Papa Leone sarebbe stato a conoscenza dei problemi della Curia e avrebbe operato per risolverli.
Se nei primissimi mesi, questa interpretazione poteva esprimere un cauto ottimismo, oggi rischia di apparire come colpevole ingenuità.

Cominciamo quindi, a sostegno di questa interpretazione, con le nomine di Papa Leone.
Il 26 settembre 2025, Papa Leone XIV ha nominato il vescovo Filippo Iannone, O. Carm., nuovo Prefetto del Dicastero per i Vescovi, smentendo le previsioni che vedevano come successore di Prevost alla guida di questo organismo molto importante della Curia, dopo la Segreteria di Stato e il Dicastero per la Dottrina della Fede, il vescovo Tagle.
Iannone, canonista come il Papa, sembra avere un orientamento piuttosto conservatore.

Tra gli estremi, troviamo personalità – nominate o promosse – che definire problematiche è un eufemismo: tra cui Ronald A. Hicks (New York, USA), scelto perché sostenitore della cosiddetta “etica coerente della vita”, una visione bioetica eterodossa diffusa negli ambienti cattolici progressisti degli Stati Uniti e appoggiata dallo stesso Leone XIV.

Sono sopraggiunte poi le nomine dei segretari personali.
Il peruviano Edgard Iván Rimaycuna Inga, fedelissimo del Papa, aggiunto il 27 settembre 2025; il sacerdote italiano Marco Billeri; mentre l’argentino Daniel Pellizzon è stato progressivamente rimosso. Pellizzon era giunto a Roma come segretario personale di Francesco anche grazie alla collaborazione operativa che intratteneva da tempo con il cardinale Fernández.

Si parla anche – ma non è ancora ufficiale – della scelta del nuovo Prefetto della Casa Pontificia, dopo anni di vacanza a seguito dell’esilio mascherato imposto da Francesco a Georg Gänswein.
La decisione sarebbe caduta sull’attuale nunzio apostolico in Italia e a San Marino, Petar Rajič, che verrebbe sostituito dal controverso Edgar Peña Parra, attualmente Sostituto della Segreteria di Stato.
Fonti parlano di un accordo con lo Stato italiano lo scorso 5 marzo, ma ad oggi non c’è stata alcuna formalizzazione. Questo possibile scambio di ruoli è stato interpretato anche come un tentativo di ripristinare l’equilibrio istituzionale precedente all’era bergogliana.
Tuttavia, occorre ricordare che, il 10 novembre 2025, Papa Leone aveva già scelto il vice reggente della Casa Pontificia, l’agostiniano Edward Daniang Daleng.

Infine, lo scorso 12 marzo, il fidato collaboratore di Francesco, il polacco cardinale Konrad Krajewski, già elemosiniere pontificio, è stato rimandato in patria e al suo posto è stato nominato un altro agostiniano: il vescovo spagnolo Luis Marín de San Martín.


Queste nomine sono sufficienti per parlare di volontà riformatrice?

Da una analisi più accurata sembrerebbe di no.

Per quanto riguarda Iannone, sembra che sia stato scelto per la sua esperienza sul fronte tedesco.
In realtà, la maggior parte delle nomine è ancora in mano della Segreteria di Stato e del segretario del Dicastero per i Vescovi: Ilson Jesùs de Montanari, che impone una linea pienamente bergogliana alle nomine episcopali. Ne è prova il fatto che Papa Leone XIV abbia confermato, lo scorso 14 febbraio, tutti i membri del Dicastero per i Vescovi di orientamento bergogliano, aggiungendone perfino uno con lo stesso orientamento.
Una mossa a dir poco singolare per un uno con intenzioni riformatrici.

Per non parlare dei vescovi che negli ultimi mesi continuano ad essere nominati in tutto il mondo – anche in sedi molto importanti – e che presentano più o meno lo stesso schema: sostenitori del femminismo teologico e sostenitori di un ecumenismo spinto fino al sincretismo.

Ovviamente, tra i nominati si riscontra una gradualità rispetto a questo schema, ma che non va oltre questo andamento: si va dall’estremo Joseph Grunwidl (Vienna, Austria), al probabile futuro cardinale aperto anche alle “cardinalesse”, allo stesso Filippo Iannone, più moderato, ma che nondimeno ha criticato recentemente la “resistenza alla sinodalità” in quanto denoterebbe una “mancanza di conversione”.

E’ indubbio che sia in atto un cambiamento, ma non necessariamente una riforma o una rivoluzione, si potrebbe parlare di neutralità, di una riorganizzazione in continuità con l’assetto precedente, quello di Francesco.


Tra questi estremi troviamo personalità – nominate o promosse – che è riduttivo definire problematiche: Sithembele Anton Sipuka (Città del Capo, Sudafrica), Cyril Villareal (Kalibo, Filippine), Stanislav Přibyl (Praga, Repubblica Ceca), Agnelo Jacinto Pinheiro (Sindhudurg, India), Francesco Antonio Soddu (Cagliari, Italia), José Antonio Satué (Malaga, Spagna); per non parlare di Ronald A. Hicks (New York, USA), presentato dai media come moderato o addirittura conservatore, ma in realtà scelto anche perché sostenitore della cosiddetta “etica coerente della vita”, una visione bioetica eterodossa diffusa negli ambienti cattolici progressisti negli Stati Uniti e appoggiata dallo stesso Leone XIV.

A tutto ciò va aggiunto un episodio molto eloquente come la nomina, avvenuta lo scorso 22 gennaio, di Carlo M. Redaelli a nuovo Prefetto del Dicastero per il Clero, un canonista come Prevost, ma certamente non allineato con la Tradizione e l’ortodossia della Chiesa.

Anche l’entusiasmo per il rimpatrio di Krajewski è facilmente smorzato dalla constatazione che il nuovo arrivato Luis Marín de San Martín era il numero 2 dell’ultra bergogliano cardinale Mario Grech nel Segretariato Generale del Sinodo, e che ha già dichiarato che la Chiesa non deve assolutamente guardare al passato, perché “rinnovamento non è restaurazione”.


Riforma o riorganizzazione?

Circa la rimozione (confermata solo ufficiosamente) del controverso Peña Parra, essa non deve essere necessariamente interpretata come una volontà di riformare la Segreteria di Stato, ma può essere vista in continuità con le scelte fatte in merito ai segretari personali.

Infatti, secondo l’organigramma curiale, la Casa Pontificia è l’ufficio che si occupa del diretto servizio alla persona del Papa secondo due aspetti: in quanto Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, egli è servito dalla Famiglia Pontificia; in quanto capo spirituale della Chiesa cattolica, è servito dalla Cappella Pontificia.

I membri della Famiglia Pontificia organizzano le udienze del Pontefice, sia pubbliche sia private, gestiscono i diversi servizi di anticamera, l’agenda degli incontri, archiviano i documenti confidenziali, ecc. Ovviamente si tratta di ruoli molto delicati.
L’esperienza delle Vatileaks [diffusione scandalosa di documenti riservati] ha dimostrato come la cattiva gestione di questo ufficio possa compromettere la reputazione del Papa e la sicurezza di dati sensibili che circolano all’interno della Santa Sede.

Ora, il Sostituto della Segreteria di Stato non assume un ruolo importante solo all’interno di questa Segreteria, ma è anche la figura più importante proprio all’interno della Famiglia Pontificia.
La rimozione di Peña Parra può quindi essere interpretata come il tentativo di riorganizzare la Famiglia Pontificia, che è il gruppo ristretto che ha accesso diretto alla vita più privata del Papa.
Se l’obiettivo fosse stato semplicemente quello allontanarlo da una influenza ritenuta negativa nella Segreteria di Stato, la scelta di assegnarlo alla Nunziatura in Italia sarebbe stata inefficace: la sede della Nunziatura è sempre a Roma e questo gli consentirebbe di mantenere comunque un peso negli equilibri vaticani, soprattutto considerando che il ruolo di Nunzio in Italia è quasi interamente formale. Questo trasferimento invece renderebbe molto più difficile a Peña Parra accedere a quanto è esclusivo della Famiglia Pontificia.

Inoltre, accanto alla voce sulla rimozione di Peña Parra deve essere anche notato il sicuro allontanamento dalla Cappella Pontificia di una figura vicina al mondo della Tradizione liturgica, cioè coloro che sono responsabili delle Messe e delle cerimonie del Papa, cioè Marco Agostini, rimosso lo scorso 1 gennaio, apparentemente con un pretesto.

Questo non significa che Leone non intenda dare una nuova configurazione alla Segreteria di Stato, che detiene de facto, almeno a Partire da Paolo VI, un potere “parallelo” a quello del Papa, caratterizzato dalla scuola diplomatica di Villot, Casaroli e Silvestrini, interrotto solo durante la reggenza di Benedetto XVI, ma subito ripristinato da Francesco.
Alla presunta rimozione di Peña Parra, infatti, bisogna aggiungere che il mandato di Pietro Parolin dovrebbe scadere a gennaio del 2030, e il suo naturale successore: Gabriele Giordano Caccia, è stato “promosso” Nunzio negli Stati Uniti.

In tal modo, il dossier sulla Segreteria di Stato rimane aperto, al pari di quello sul Vicariato della Città del Vaticano, ad oggi guidato dal controverso Cardinale Gambetti. Negli ultimi anni, Gambetti è stato accusato di discutibile gestione del cuore del cattolicesimo, al punto di avere reso possibili episodi di profanazione nella Basilica di San Pietro e di avere addirittura lavorato per l’apertura di un non opportuno ristorante sulla terrazza della Basilica.

Alla luce di tutto questo, bisogna riconoscere che un cambiamento è effettivamente in atto, ma ogni cambiamento non è necessariamente una (positiva) riforma o una (negativa) rivoluzione: può essere una semplice riorganizzazione in sostanziale – non accidentale – continuità con l’assetto precedente. 


Qual è il giudizio di Papa Leone su Francesco?

Visti i discorsi e gli atti, sia magisteriali sia di governo, è chiaro che Papa Leone XIV ha un giudizio molto positivo del pontificato di Francesco. Semplicemente non sembra condividere lo stesso metodo, ma certamente condivide gli stessi obiettivi e, almeno in gran parte, la stessa visione della Chiesa.
Per comprenderlo, non è più necessario sapere che Prevost partecipò ad una cerimonia in onore della sanguinaria dea andina Pachamama nel lontano 1995, anticipando di 24 anni Francesco in Vaticano.

Se Papa Leone avesse avuto un giudizio negativo sul governo e il magistero di Francesco, non avrebbe adottato un documento redatto sotto il pontificato bergogliano, ma rimasto inedito, come Dilexi Te (9 ottobre 2035), il quale richiama esplicitamente fin dal titolo un problematico documento magisteriale di Francesco; non avrebbe permesso la pubblicazione della eterodossa Nota dottrinale sui titoli mariani: Mater Populi fidelis (4 novembre 2025), esplicitamente indicata dal Dicastero come uno degli ultimi atti di Francesco; non avrebbe approvato un documento della Commissione Teologica Internazionale in cui viene ribadita l’eresia bergogliana della infinita dignità dell’uomo (4 marzo 2026); non avrebbe definito come “messaggio luminoso” l’eretica Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, da sviluppare ulteriormente nei mesi successivi (19 marzo 2026); non avrebbe esplicitamente elogiato i documenti di Fernandez, elencandoli uno per uno in occasione della Plenaria del Dicastero (29 gennaio 2026); non avrebbe corretto le lacune giuridiche di vari atti di Francesco, come ha fatto con la modifica della Legge Fondamentale del Vaticano per rendere giuridicamente possibile il governo di una laica; ma piuttosto li avrebbe abrogati, come ha fatto con altre decisioni meno gradite di Francesco, come nel caso della abolizione del monopolio dello IOR sugli investimenti o col decreto ideologico di Francesco che ha ridotto certi privilegi cardinalizi in tema di residenza.  

Papa Leone XIV, ha un giudizio positivo non solo su Francesco, ma anche sull’intera Curia di Francesco. Si ricordi che Prevost, appena eletto, affermò, il 24 maggio 2025,  che “i Papi passano, ma la Curia resta”. Si trattò di una affermazione problematica: infatti, in linea di principio, la Curia dovrebbe “morire” con il Papa. Il suo potere è vicario, cioè deriva totalmente dal Pontefice e per questo dovrebbe agire in persona papae, non come un organismo dotato di autonomia propria o di continuità indipendente. 

Bergoglio non è più un individuo, ma è certamente uno spirito che aleggia diffuso nella Curia.  Ciò che Leone sta cercando di fare è smantellare la forma di amorale familismo che sostiene la macchina vaticana, in cui figure di dubbia moralità, legate da una rete di reciproci ricatti, hanno cercato di preservare il proprio potere e la propria influenza. Si vedano a tal proposito: l’esito scandaloso del processo del Cardinale Angelo Becciu o l’analogo complotto ordito a suo tempo contro il Cardinale George Pell o ancora la pessima gestione di un caso molto delicato, emerso lo scorso 20 gennaio, da parte del cardinale arcivescovo di Madrid: Cobo Cano.


Cosa ci aspetta nei prossimi mesi?

Come ho già osservato in un’altra analisi, Papa Leone XIV è un “Papa di sintesi”; nel corso del suo pontificato – che presumibilmente sarà lungo – cercherà di ricomporre anche le tensioni che hanno attraversato l’intero periodo postconciliare. A favorire questa dinamica è anche un evidente dato demografico: oggi, le generazioni che hanno vissuto o interpretato il Concilio Vaticano II sono in declino e questo apre lo spazio per una nuova fase di preparazione e di riflessione.

 Come all’epoca sottolineò giustamente Ratzinger, il Concilio Vaticano II non fu semplicemente un concilio pastorale, come si ripete ancora oggi, ma soprattutto un concilio ecclesiologico.
Se si ignora questa dimensione, si ignora la reale portata del Concilio.

Nei prossimi mesi, dunque, vedremo ulteriori progressi nella modifica della struttura di governo della Chiesa cattolica. In realtà, ci sono già stati importanti segnali in questo senso, sebbene poco percepiti dagli analisti: il documento di studio sulla riforma ecumenica del ruolo del Vescovo di Roma (2024); la riproposizione del vecchio progetto di Montini della Legge Fondamentale della Chiesa, che dovrebbe funzionare come una sorta di Costituzione di diritto canonico.

La Chiesa si sta muovendo verso una profonda riforma ecclesiologica e questo procede lungo il cammino avviato dal Concilio Vaticano II: che ciò sia dovuto al magistero conciliare o alla interpretazione che gli è stata data, è un’altra questione.
Resta il fatto che è da quell’evento che è partito tale processo, che attualmente non accenna a fermarsi. 




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