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| Bechir Gemayel, eroe del Libano cristiano ![]() Bechir Gemayel incontra il popolo Evangelizzato fin dai primi tempi della Chiesa, fu nelle sue montagne coperte di cedri che i cristiani trovarono rifugio durante l’invasione islamica iniziata nel VII secolo. Mai sottomessi alla dimmitudine, la loro presenza sembrava destinata a scomparire all’inizio degli anni 1970. Ma l’emergere di un giovane capo dalla tempra dei più grandi eroi, fece svanire questo timore. La famiglia Gemayel Il 10 novembre 1947, la casa dei Gemayel era in festa: ad Achrafieh, storico quartiere cristiano di Beirut, era appena nato il sesto figlio di Pierre e Genevieve. Il piccolo Bechir fu subito portato nella chiesa San Michele del villaggio di Bikfaya, la roccaforte di famiglia situata non lontano dalle montagne. Fu lì che a partire dal XVII secolo si era sviluppata questa stirpe di illustri personaggi, ancorata ad una solida casa di pietra trasmessa di generazione in generazione; ogni gruppo familiare aveva dato i natali a grandi uomini: militari, medici, avvocati, giornalisti, diplomatici… I massacri di cristiani degli anni 1858-1860, ad opera dei Drusi, sotto l’influenza inglese, avevano costretto all’esilio una parte della famiglia; così il clan si installò a Mansourah, importante colonia libanese in Egitto, la cui economia era in piena espansione grazie alla recente apertura del canale di Suez. Il nonno paterno di Bechir, come medico, tornò in Libano agli inizi del XX secolo; la sua clientela a Beirut annoverava influenti personalità del Libano. Fervente maronita, il dottore Anime era noto per la sua fede e la sua integrità morale. Il padre di Bechir, Pierre, era nato a Bikfaya. Aveva nove anni quando la sua famiglia dovette andare in esilio a Mansourah, perché gli Ottomani decimarono i Libanesi con la carestia, durante la Prima Guerra Mondiale. A tredici anni ritornò nel paese dei cedri e proseguì i suoi studi presso i gesuiti. Meno brillante di suo padre, diventò farmacista a Place des Banons, a Beirut. La sua fama crebbe come grande sportivo: fondò la Federazione Libanese di Calcio e la rappresentò ai giuochi olimpici di Berlino del 1936. Molto impressionato da ciò che aveva visto lì, al suo ritorno diede un forte impulso alle Falangi Libanesi, un movimento sportivo che divenne rapidamente uno strumento di azione politica per i giovani nazionalisti libanesi. Pierre Gemayel fece pressione sulle autorità francesi per ottenere l’indipendenza del suo paese, che era sotto mandato dal 1918. Manifestò senza lasciarsi intimidire dalle minacce e il 22 novembre 1943 raggiunse il suo obiettivo, approfittando delle divisioni francesi fra i sostenitori di Vichy e quelli di De Gaulle durante la Seconda Guerra Mondiale. Il primo esemplare della nuova bandiera libanese nacque a casa dei Gemayel, disegnato sul pavimento e poi confezionato e cucito da Genevieve, la madre di Bechir. Genevieve aveva 25 anni quando sposò Pierre nel 1934. Donna dalla forte personalità, questa libanese era nata a Mansourah in una famiglia in esilio in Egitto, ella ritornò in Libano per le vacanze e fu allora che conobbe quello che sarebbe diventato il suo sposo. Ben preparata per la sua missione, era abile in ogni lavoro manuale ed anche nelle arti: musica e pittura; tanto che ricevette diversi premi da parte di Fouad, il Re dell’Egitto. Tenace ed audace, ottenne la segretamente la patente di guida a 16 anni e a 20 anni il brevetto di pilota d’aereo. La coppia Gemayel ebbe quattro figlie e due figli: Amine e Bechir. Madre devota, preparò le sue figlie ad essere delle spose esemplari e colte, capaci di gestire una casa e di allevare dei figli. Gli studi dei ragazzi furono al centro delle sue attenzioni, ma Bechir, troppo spigliato e turbolento, fu sempre uno studente mediocre. Pierre esercitò la sua autorità paterna; i pasti in famiglia si svolgevano in silenzio assoluto; dopo la Messa, le Domeniche erano dedicate a lunghe passeggiate. A fianco del padre, Bechir imparò il senso del servizio, la rettitudine e l’amore per il Libano. Per tutta la vita si rivolse al padre in piedi, per rispetto. La giovinezza di un capo La giovinezza di Bechir fu agitata: non sopportava la costrizione quando riteneva che fosse ingiusta. Suo padre doveva correggere i suoi capricci e la sua testardaggine. Testardo, burlone e paladino della giustizia, subì punizioni e convocazioni, fino ad essere espulso a 12 anni dal collegio dei Gesuiti di Jamhour. Dopo un percorso scolastico caotico, alla fine conseguì il diploma di maturità a 20 anni. C’è da dire che dopo aver lasciato il collegio si dedicò alla militanza politica nelle Kataëb, le Falangi Libanesi, per lui più appassionanti. Condottiero nato, egli riunì intorno a sé un gruppo di amici e prestò loro dei libri ben orientati. Le sezioni studentesche delle Kataëb organizzarono degli addestramenti paramilitari nelle montagne, aiutarono i più indigenti, parteciparono ai grandi avvenimenti locali e condussero incursioni e scontri di strada contro le attività antipatriottiche dei militanti pro-palestinesi di sinistra e dei musulmani panarabisti. Questi giovani strinsero amicizie e legami di lealtà duraturi, e più tardi saranno a fianco del Consiglio Militare delle forze libanesi. Nel 1966, durante le attività della sezione, Bechir conobbe una graziosa giovane di 16 anni: Solange, studentessa presso le suore francescane, dove studiava per diventare segretaria. Si frequentarono onestamente per 11 anni prima di essere pronti per sposarsi e mettere su famiglia nel marzo 1977. Fino ad allora mediocre e indisciplinato, Bechir si mise a lavorare assiduamente e nel 1971 conseguì la laurea, con lode, in diritto francese e libanese presso l’Università San Giuseppe. Iniziò ad insegnare educazione civica in una delle sue ex scuole: l’Istituto Moderno del Libano. I suoi allievi impararono il senso di responsabilità; rimasero colpiti per la sua calma, la sua franchezza e la sua capacità di ascolto. Alla fine dei suoi studi, Bechir scelse di diventare avvocato e seguì dei corsi negli Stati Uniti prima di fondare, nel 1974, un suo studio ad Achrafieh. Ma gli avvenimenti precipitarono. ![]() Bechir
e suo padre
La guerra inevitabile Più che una guerra civile, la guerra in Libano fu una guerra di liberazione, perché una buona parte della popolazione si schierò a fianco dello straniero in nome dell’Islam. A partire dal 1948, la società libanese accolse ampiamente i Palestinesi scacciati dalle loro case a favore degli ebrei sionisti, in seguito alla creazione dello Stato di Israele. Con generosità, i maroniti in Libano accolsero volentieri questi rifugiati di confine, che ben presto si sentirono come a casa loro. A partire dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, i Palestinesi vennero armati massicciamente dall’Unione Sovietica e dai paesi arabi. Lo Stato libanese, troppo debole, fu in gran parte sopraffatto e perse ogni controllo: nell’interno dei suo territorio cedette zone extra-territoriali, nelle quali l’esercito non poteva entrare. Bechir aveva 22 anni quando nel 1969 i libanesi cristiani furono costretti ad ammettere di essere invasi dai rifugiati. Questi, nel 1975, erano più di 600.000 su una popolazione di due milioni di abitanti. Unitisi ai musulmani libanesi, i Palestinesi crearono uno Stato nello Stato, gestendo una propria polizia, rapendo dei cristiani, che torturavano e a cui estorcevano denaro; molestando e violentando le donne cristiane nei loro campi. Nel 1970, Bechir Gemayel fu testimone diretto, essendo stato detenuto per ventiquattro ore. Il suo orgoglio esplose, decise di resistere e di liberare il suo paese dagli immigrati occupanti, con i quali avevano collaborato socialisti, comunisti, sunniti e drusi libanesi. Gli islamici si coalizzarono con i Palestinesi armati per scacciare i cristiani o sottometterli come impone il Corano. Bisognava reagire: «Più tardi sarà troppo tardi», dichiarò Bechir. Le prime forze armate delle Kataëb, 80 combattenti, sfilarono nel 1973. Due anni dopo, vi erano 3.000 giovani cristiani, addestrati in segreto nella montagna vicino a Jounieh. Il loro battesimo di fuoco fu l’assalto alle posizioni dell’OLP, l’Organizzazione di Liberazione della Palestina, molto più pesantemente armata. Il 13 aprile 1975 fu il primo giorno di un complotto che aveva lo scopo di eliminare il ruolo politico e culturale dei cristiani e trasformare il Libano in uno Stato islamico. Fu la resistenza del popolo cristiano a sventare questo progetto: lo slogan era «Non abbiamo alcuna intenzione di vivere sottomessi ad alcuno». Furono queste le dichiarazioni di Bechir per spiegare quello che era accaduto in quella soleggiata giornata ad Aïn el-Remmaneh, un quartiere di Beirut, dove le milizie palestinesi aprirono il fuoco contro i cristiani presenti sul sagrato della chiesa del Buon Soccorso, il giorno della sua inaugurazione. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: scoppiò la guerra. Gli uomini presero le armi e non lasciarono in vita nessuno dei 25 fedayin aggressori. Un’ora più tardi, il capo dei Drusi: Kamal Joumblatt, lanciò l’appello alla mobilitazione dei musulmani contro i cristiani, e una pioggia di obici si abbatté sulla chiesa del Buon Soccorso e sul quartiere circostante. Il bombardamento provocò subito la mobilitazione cristiana, nonostante le scarse risorse militari a disposizione. I combattenti si batterono ferocemente per sopravvivere: sulle strade, le battaglie lasciarono 120 morti in quattro giorni. Ogni uomo si affidò a Dio e alla Santa Vergine, consapevole dell’esito fatale di una lotta contro un nemico che raramente faceva prigionieri. ![]() Combattenti cristiani in primo piano Bechir Operazione sopravvivenza Si formarono dei commando cristiani d’elite, guidati dal formidabile Bejin, addestrati dai militari libanesi e da un ex ufficiale francese del 2° Reggimento Paracadutisti: François Borella. Data l’urgenza della situazione, ogni fucile era necessario e Jocelyne Khoueiry formò un battaglione femminile. Bechir si guadagnò il rispetto nelle battaglie urbane: il suo autocontrollo, il suo innato genio militare e la sua umiltà gli valsero la lealtà dei combattenti e della popolazione. Fu così che raggiunse gradualmente posizioni sempre più importanti, che culminarono nel comando supremo delle Kataëb, cioè del 60 % delle milizie cristiane. Bisognava proteggere i quartieri cristiani di Beirut, assediati e bombardati, assistere e parlare con le famiglie in lutto. I combattenti falangisti lottarono così accanitamente per la loro sopravvivenza, che la determinazione del nemico spesso vacillò. Riuscirono a resistere per mesi, con una manciata di uomini, di fronte ad un avversario meglio armato e numericamente superiore. Alcuni studenti francesi si unirono a loro. A volte, alcuni settori soccombevano, come il 16 gennaio 1976 a Damour, dove gli assalitori saccheggiarono, violentarono e uccisero gli abitanti: La Croce Rossa contò 580 cristiani morti, di cui dozzine con i corpi smembrati. Seguirono numerose battaglie: - nel quartiere degli hotel, nella zona di quarantena, a Dbayeh, a Tall el-Zaatar e altrove – caratterizzate da impressionanti successi difensivi. L’esercito nazionale libanese era ormai ridotto a niente, perché i soldati musulmani avevano disertato in massa - cioè il 60% degli effettivi - con i loro armamenti - per unirsi alla coalizione islamica: la Ummah. Bechir si rese conto che con trenta contro uno, armato solo di kalachnikovs e lanciarazzi, la sua lotta non poteva continuare; e siccome nessun paese occidentale voleva sostenerlo, stringe una alleanza pragmatica con Israele per procurarsi armi pesanti. Entrambi avevano il loro vantaggio. Infuriati, i musulmani aumentarono nel 1977 gli attentati terroristici, mentre la Siria invase buona parte del paese usando una forza fantoccio di deterrenza araba: la FAD. Arafat aveva detto a riguardo dei cristiani libanesi. «Ne elimineremo un terzo, un altro terzo fuggirà, il restante terzo si sottometterà». Ma ormai era troppo tardi: la guerra aveva permesso di radunare intorno a Bechir una squadra di uomini di una qualità eccezionale. Nel 1978, le Kataëb riescirono a liberare una caserma dell’esercito libanese assediata dai Siriani. Il Presidente del Libano: Elias Sarkis, comprende che l’avvenire del paese era ormai nelle mani del giovane capo cristiano. Per cento giorni, Bashir e la sua milizia furono accerchiati dall’esercito professionale siriano ad Ashrafieh: un bombardamento infernale, con 2.000 proiettili al giorno, si abbatté sulla popolazione civile, intere famiglie morirono e negli ospedali le operazioni vennero eseguite al buio. Ma, con grande stupore della stampa mondiale, i cristiani resistettero: i Siriani furono sconfitti e si ritirarono con pesanti perdite. Bashir, esausto, esultò. Le Nazioni Unite chiesero un cessate il fuoco; la vittoria politica internazionale fu significativa. Unificare l’esercito cristiano Nel 1979, gli attentati contro i cristiani continuarono col pretesto della «punizione»; diversi dei loro capi furono assassinati con delle autobombe. Fu così che Maya, la piccola figlia di Bechir di 20 mesi morì tragicamente insieme a sette guardie del corpo. Insieme alla sua sposa Solange, Bechir pianse davanti alla piccola bara bianca: «La mia piccola Maya è una dei nostri martiri, ma non sarà caduta invano. Si continua!». Quell’anno, una delle altre preoccupazioni di Bechir fu di sottomettere militarmente, con azioni di commando, altre milizie cristiane non Kataëb. Tra queste milizie, alcuni combattenti avevano ceduto alla tentazione insita in ogni guerra civile, comportandosi da criminali. Davanti a questo grave problema di coscienza, il 7 luglio lanciò una offensiva contro di loro, come prova di buona volontà. In seguito integrò senza distinzione i membri sani di tutte le milizie esistenti sotto un unico comando pluralista: le Forze Libanesi. L’esercito cristiano è ormai unificato, con 20.000 uomini mobilitati in permanenza, con i suoi squadroni corazzati, i suoi cannoni da 155 mm, i suoi porti privati, la sua pista di atterraggio. Ordine, disciplina, onestà e condotta esemplare. Sono le parole d’ordine di Bechir e sono applicate alla lettera. I musulmani prendono sul serio questi principii con questa dimostrazione di forza: Bechir esige dai suoi amici cristiani che siano integri. Divenuto l’indiscusso rappresentante numero uno del fronte cristiano, egli dovette preparare accuratamente i suoi discorsi, perché lo ascoltava il mondo intero. I suoi discorsi erano semplici e diretti; ed era attorniato da uomini esperienti e da eruditi che lo consigliano: Sélim Jahel, Charles Malek, Padre Sélim Abou. Senza compromessi, diceva la verità con cortesia e fermezza ai diplomatici e ai politici, arrivando fino a rimproverare il Vaticano per il suo sostegno ai Palestinesi a scapito dei cristiani d’Oriente. E’ il caso di ricordare che l’inviato di Bechir a Roma si era sentito dire dal rappresentante della Santa Sede: «Andate a parlare con i Russi!», nonostante Mosca avesse condannato a morte il capo cristiano. L’ambasciatore americano fu informato che i piani degli Stati Uniti per i Libanesi, elaborati senza di essi, non avrebbero funzionato, perché «solo i Libanesi possono decidere per sé stessi». Inutile prevedere di disarmarli: «Sappiamo quando abbiamo bisogno dell’esercito e quando no». Sicuro sulla sua forza militare, Bechir si fece beffe delle utopie americane sul suo paese: «Non abbiamo bisogno dei soldati americani per difenderci: sta a noi morire per la nostra patria, come hanno già fatto 4.000 martiri». Egli incoraggiava i suoi uomini dichiarando di essere fiero di stare fra loro: ammirando il loro spirito di sacrificio e le lezioni che davano al mondo. Parate spettacolari li riunivano, mostrando la loro perfetta organizzazione; così, il 22 ottobre 1980, per la Festa dell’Indipendenza, egli parlò davanti a 40.000 persone riunite nello stadio di Jounieh: «Noi siamo i santi di questo Oriente e dei suoi demoni, la sua croce e la sua punta di lancia, la sua luce e il suo fuoco. Noi siamo capaci di bruciarlo se ci bruciano le dita, di illuminarlo e se si rispettano le nostre libertà». ![]() Bechir assiste alla Messa con i suoi uomini La svolta di Zahlé Nel dicembre 1980, le truppe siriane decisero di occupare la città cristiana della piana di Bekaa: Zahlé, popolata da 200.000 abitanti. Le milizie delle Forze Libanesi impedirono loro l’accesso: sulle case della città si abbatterono assalti appoggiati da violenti bombardamenti di artiglieria. Cominciò l’assedio della città. La neve ostacolò le grandi manovre degli attaccanti e i commando cristiani Maghawir di Joe Eddé fecero delle meraviglie, conquistando una decina di posizioni nemiche. Umiliati da questa resistenza, i Siriani inviarono ingenti rinforzi. Ma invano. Nell’aprile del 1981, l’opinione pubblica internazionale fu colpita da questa impresa. Bechir divenne molto popolare; lo si sentì al microfono della RMC: «Nella montagna si sono verificati incredibili atti di eroismo. I nostri giovani sono stati obbligati a marciare per 48 ore nella neve, trasportando sulle spalle delle munizioni per i loro camerati di Zahlé. Dei combattenti sono morti di freddo mentre erano di guardia sulle alture». La popolazione cristiana tenne duro per mesi con costanza, in condizioni estreme, sotto piogge di proiettili. Gli Stati Uniti, ormai governati da Ronald Reagan dal gennaio 1981, cambiarono atteggiamento nei confronti dei cristiani del Libano, che impararono a rispettare: non si trattava più di sacrificarli all’Islam, ma di proteggerli. In Francia, era stato appena eletto François Mitterand che, paradossalmente, considerava la protezione dei cristiani del Libano una tradizione millenaria da preservare. Fu aperta a Parigi una rappresentanza diplomatica delle Forze Libanesi e Michel Rocard si recò personalmente in Libano per rendere omaggio a Bechir. Con tale sostegno, i Siriani si videro obbligati a togliere l’assedio della città. Con grande sorpresa di tutti, quando le truppe delle Forze Libanesi, estenuati da cinque mesi di combattimenti, uscirono vittoriose dalle loro trincee, il 30 aprile, erano rimasti solo 95 combattenti. Questa battaglia di Zahlé, ampiamente pubblicizzata, fu un trionfo per Bechir; la comunità cristiana lo acclamò ovunque. Egli divenne popolare anche tra i musulmani libanesi, ai quali tese la mano della riconciliazione. Nell’agosto 1981, Bechir fu ricevuto negli Stati Uniti, accompagnato dalla moglie Solange. Quanti ai Siriani, sostenuti dall’Unione Sovietica, erano infuriati e si vendicarono facendo assassinare, il 4 settembre 1981, l’ambasciatore di Francia a Beirut: Louis Delamare. ![]() Bechir col Capo di Stato libanese Camille Chamoun Un altro elemento che colpì la stampa internazionale fu il netto contrasto tra le zone amministrate dalle milizie cristiane e quelle in mano ai musulmani. I giornali pubblicarono la notizia sulla situazione esistente: «La zona cristiana è la Costa Azzurra del Libano, con un incredibile crescita immobiliare». A partire dal 1976, in queste zone le milizie presero il controllo totale in tutti gli ambiti, con una efficienza perfino superiore a quella dello Stato. Appoggiati dai comitati popolari, le Kataëb sovraintendono su tutto: dai trasporti pubblici alla manutenzione delle condutture idriche, dalla rete elettrica al servizio postale rapido. Bechir intervenne in diverse riunioni che trattavano gli argomenti più diversi. Centoventisei comitati si occuparono dell’istruzione e organizzarono l’aiuto gratuito per gli allievi in difficoltà. Gli ospedali erano riforniti prontamente di medicinali. Vennero arredati e mantenuti in efficienza i rifugi. Una casa di cura per i combattenti si occupava dei mutilati e dei disabili di guerra a spese delle Forze Libanesi, che provvedevano anche ai bisogni delle loro famiglie. I combattenti trascorrevano quattro giorni a settimana al lavoro o all’Università e tre giorni al fronte. La ridotta cristiana, composta da un milione di abitanti su una superfice di 2.000 chilometri quadrati, comprendente Beirut Est, nel 1981 appariva come un piccolo paradiso libanese, ed era difficile immaginare che poco distante ogni giorno la guerra continuasse. La Forze Libanesi imponevano tasse più basse di quelle dello Stato. Nascevano senza posa nuove imprese commerciali, talvolta per iniziativa di espatriati che ritornavano nel «paese di Bechir» per beneficiare del successo. Nasceva un vero e proprio Stato, ma Bechir ripeteva che si trattata di uno Stato pilota per il nuovo Libano, che bisognava ricostruire su tutto il suo territorio di 10.452 chilometri quadrati: «Non possiamo accontentarci di 50 chilometri di costa e i 20 chilometri di montagna. Libereremo tutto, altrimenti ciò che abbiamo fatto sarà stato vano». L’ultima ascensione Il 6 giugno 1982, gli Israeliani invasero il Sud del Libano: si trattò dell’operazione «Pace in Galilea», volta a provocare l’abbandono del Libano da parte dei Palestinesi nemici dell’OLP, e ad eliminare un focolaio di terrorismo ai confini con lo Stato sionista. Il 26 luglio, Bechir annunciò alla radio la sua candidatura ufficiale per l’elezione presidenziale libanese. Per lui, tutti gli occupanti stranieri – Siriani, Palestinesi, Israeliani, ecc. – non avevano più niente da fare in Libano; era tempo di riprendere il controllo del paese. Fece del ritorno di tutti i cristiani nelle loro case un principio intangibile e si mostrò intransigente con le arroganti richieste di Israele, suo principale fornitore di armi. Il capo palestinese Arafat comprese che la massa musulmana libanese si allontanava da lui e solidarizzava con Bechir. Sollecitò quindi l’arrivo di una flotta internazionale: americano-anglo-italo-francese, che arrivò il 18 agosto e in due settimane imbarcò 70.000 Palestinesi diretti verso altre destinazioni. Il 23 agosto, si riunì la Camera libanese e su 63 deputati, Bechir ottenne 59 voti contro 4 astensioni: i musulmani votarono per lui. Fu un trionfo. Il Presidente senza poteri a cui doveva succedere Bechir; Elias Sarkis, pianse di gioia: «Questo è il giorno più felice della mia vita; Bechir è stato eletto! E’ la ricompensa per sei anni di sofferenza». Convocò subito Bechir per chiedergli di barricarsi nel palazzo presidenziale, poiché era diventato il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale. Bechir non lo ascoltò, voleva rivolgersi al suo popolo, alle folle immense che acclamavano di gioia. Tutti erano convinti che infine stava per avere inizio la rinascita del Libano; i funzionari pubblici si misero al lavoro, la corruzione scomparve ovunque. Prima di insediarsi, Bechir riunì per l’ultima volta la sua squadra delle prime ore. Il 14 settembre, uscì di casa per trascorrere una parte della sua giornata nel Convento della Croce, dove incontrò sua sorella Arzé, religiosa, e sua moglie Solange. Verso le 16,00 arrivò nell’ufficio Kataëb di Achrafieh, e aveva appena iniziato la riunione quando una violenta esplosione fece saltare in aria l’edificio: Palestinesi e Siriani si erano vendicati. Il corpo di Bechir venne identificato in mezzo alle macerie grazie alla fede nuziale che portava al dito. Così Bechir rese l’anima a Dio all’età di 34 anni, Presidente del Libano, lasciando una vedova di 32 anni e due figli, oltre ad un popolo libanese inconsolabile. Un giornalista scrisse: «Mai nella storia del Libano un uomo ha suscitato tanta speranza e fatto scorrere tante lacrime». ![]() Il tempo di preghiera Il monaco-soldato E’ un caso che quest’uomo sia morto nel giorno della Festa della Santa Croce: il 14 settembre? Crediamo di no. Alcune ore prima dell’attentato, aveva detto in un discorso: «Quando si cerca di eliminarci e di cancellarci dalla mappa, Cristo stesso ci chiede di morire testimoniandoLo, ed è questo che sta accadendo in Libano. Io spero che all’estero tutti lo capiscano. Oggi noi rendiamo testimonianza a tutti i cristiani del mondo, proprio come i primi cristiani al tempo di Roma, che morirono anch’essi per testimoniare la fede e la religione cristiana». Bechir riteneva che la vera causa della guerra civile fossero la menzogna e la codardia praticate per decenni: « Solo la verità ci permetterà di salvarci e di tenere la testa alta ». La negazione della realtà ha causato in Libano 100.000 morti». La battaglia per la verità è dunque essenziale: «Non riusciremo mai ad uscire da questa crisi se in ognuno di noi non si attuerà una vera rivoluzione interiore, requisito per una riforma generale». Praticando il quarto Comandamento, Bechir ricordò ai suoi compatrioti il dovere di proteggere e di fare fruttificare il patrimonio ricevuto, per trasmetterlo ai propri discendenti. Per far questo era necessario riprendere il controllo del proprio paese; l’interesse del Libano doveva prevalere sull’immigrazione incontrollata e ostile. Nel febbraio del 1982, egli diceva ai giovani delle Forze Libanesi: «Dovete essere profondamente preparati per poter essere soldati su cui possiamo contare. Voi sarete la forza che impedirà al deserto di inghiottirci». Lo stesso giorno della sua morte, egli difese l’onore della sua patria contro gli arroganti mondialisti occidentali, precursori dell’odierno “wokismo”. «Noi abbiamo 6.000 anni di storia di cui siamo fieri e sappiamo che quello che dobbiamo fare per preservare questo patrimonio. Non abbiamo da ricevere lezioni di civiltà o di cultura da nessuno. Noi siamo fieri di quello che possediamo! Noi siamo fieri di tutto il nostro patrimonio!». L’insegnamento della scuola deve essere «un insegnamento derivato dalla nostra civiltà e da programmi di studio che riflettono il centro delle nostre vite. Noi vogliamo che i libri di storia insegnino la nostra visione della storia». Egli sa che «ogni sradicamento crea un vuoto psicologico, un inteso disorientamento dei cittadini e al tempo stesso apre una breccia abbastanza ampia da poter essere sfruttata dall’occupazione straniera». Al cospetto della dimmitudine che cercano di imporre con la forza i musulmani ai cristiani del Libano, Bechir è irremovibile: «Noi vogliamo vivere e camminare a testa alta! Non vogliamo rimanere in questo Oriente, perché le campane delle nostre chiese continuino a suonare quando vogliamo, nelle gioie e nei dolori! Noi vogliamo poter battezzare come vogliamo; noi vogliamo poter praticare come vogliamo le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni». Di fronte ai sacrilegi dei maomettani, Bechir non trema: «Ricostruiremo la chiesa di Damur, anche e l’hanno deturpata, profanata e saccheggiata!». Non si fa alcuna illusione sull’ecumenismo suicida praticato a partire dal Vaticano II: «Il mio problema non è vedere uno sceicco e un sacerdote che si abbracciano, o una moschea e una chiesa chiamare entrambe alla preghiera. Si tratta di immagini esteriori che ai miei occhi non hanno alcuna importanza». E avverte Papa Giovanni Paolo II che «I cristiani del Libano non sono materiale sperimentale per il dialogo islamo-cristiano nel mondo». Bechir sa che la massa musulmana non smette di voler realizzare la Ummah, la sottomissione della terra alla comunità islamica, ma da fatalisti usano baciare la mano che non possono tagliare, quella del più forte. Egli è ben consapevole dell’attendismo dei musulmani: «E’ impossibile sapere con certezza ciò che pensano. Peraltro, mi chiedo se lo sappiano loro stessi; essi sono in piena confusione ideologica». Con la vittoria di Bechir nella guerra, i musulmani capirono che fosse meglio per loro scegliere l’interesse nazionale del paese. Fu così che il deputato sciita Mohsen Slim osservò dopo l’elezione: «I musulmani del Libano appoggiano il nuovo regime dello sceicco Bechir Gemayel più dei cristiani. I fatti lo dimostrano». Bechir, come un fratello, mette in guardia il nostro apatico Occidente: «In Occidente vi è una decadenza evidente, forse una nuova definizione delle cose. Un giorno l’Occidente sentirà il bisogni di ritornare qui, alle fonti. L’Occidente deve rinnovarsi. C’è una decadenza dei grandi valori umani che hanno caratterizzato la diffusione dell’Occidente. Questa decadenza dei costumi, dei valori, della morale, comporta necessariamente una decadenza politica, mentre ad affrontarla vi è un blocco monolitico, una società sottomessa ad un sistema totalitario». Bechir è abituato a ricevere da Dio le grazie necessarie. Sua moglie Solange si ricorda che «Bechir non si addormenta se prima non ha pregato, pregato in ginocchio! Mi accorgevo che pregava perché lo faceva in ginocchio. Avrebbe potuto farlo discretamente a letto, non me ne sarei accorta, ma quella era la sua fede». Bechir amava recarsi all’Università dello Spirito Santo a Kaslik, per mettere a punto le sue scelte politiche e militari. Pregava, si confessava, assisteva alla Messa con i suoi uomini, si fortificava intellettualmente e riceveva dei consigli, specialmente da Padre Boulos Naaman, Superiore Generale dell’Ordine dei monaci maroniti. Padre Mouannès affermava che era questo il motivo per cui «La Resistenza aveva una base culturale, teologica e spirituale e al tempo stesso una purezza nell’attività politica». E testimonia: «Ognuno di noi deve portare la sua croce. Bechir fu chiamato alla croce perché potesse identificarsi col Signore. Questa chiamata culminò in una ondata di sangue ad Achrafieh, in un nuovo battesimo che fu un battesimo di sangue». Possa Dio donarci ancora uomini come questo. |