Quando la confusione tocca il sacro:

Maria, la Chiesa e il rischio dell’idolatria 


di Giulio Ferri



Pubblicato sul sito di Aldo Maria Valli





Nel cerchio rosso: Padre Robert Francis Prevost
inginocchiato durante una cerimonia per la Pachamama



Negli ultimi giorni è circolata una notizia che, se confermata, non può lasciare indifferenti.
Alcuni articoli hanno riportato alla luce una fotografia risalente al 1995, nella quale compare l’attuale Papa Leone XIV — all’epoca Padre Robert Prevost — durante un incontro accademico in America Latina, nel contesto di un rito legato alla pachamama.

Secondo quanto riferito, la vicenda sarebbe stata portata alla luce per la prima volta da Padre Murr, che avrebbe dedicato mesi a raccogliere documentazione per un libro di prossima pubblicazione sul Pontefice.

A rafforzare l’identificazione: tre sacerdoti agostiniani avrebbero confermato indipendentemente a Padre Murr che Robert Prevost è chiaramente visibile tra i partecipanti inginocchiati nella fotografia.
È vero che nessuno dei tre era presente al rito del 1995, ma il riconoscimento – secondo quanto riportato – sarebbe stato immediato e senza esitazioni.
A questo si aggiunge un elemento che rende la vicenda ancora più rilevante: il fatto che l’episodio sarebbe stato all’epoca documentato in una rivista interna degli Agostiniani.

Se questo dato fosse confermato, non saremmo più davanti a una semplice ricostruzione tardiva o a una fotografia isolata, ma a un fatto storicamente tracciabile, verificabile nelle fonti dell’epoca e dunque, almeno nella sua struttura generale, plausibile e documentabile.

Siamo quindi di fronte a un quadro che richiede certamente prudenza, ma che non può essere liquidato con superficialità. E soprattutto siamo chiamati a una domanda più profonda: che cosa significherebbe, sul piano teologico ed ecclesiale, un fatto del genere?

Se quanto emerso fosse vero – e sottolineo ancora: se fosse vero – non ci troveremmo davanti a un semplice episodio del passato, ma a un segno che interroga in profondità la coscienza della Chiesa.
Non un incidente isolato, ma il possibile indizio di una lunga e silenziosa trasformazione.

Non sono sorpreso. Ma sono profondamente turbato.

Perché un eventuale coinvolgimento, anche solo esteriore, di un chierico cattolico in un rito legato alla pachamama non può essere ridotto a folklore, né a semplice gesto culturale.
Qui non è in gioco una sensibilità personale, ma qualcosa di molto più radicale: il rapporto tra la fede cristiana e l’idolatria, cioè uno dei punti più decisivi della rivelazione biblica e della vita della Chiesa.

Viviamo in un tempo in cui si tende a relativizzare tutto: simboli, gesti, contesti.
Si dirà, come già si dice, che si trattava di un momento culturale, di un’espressione indigena, di un gesto di rispetto.
Ma la fede cristiana non ha mai considerato i gesti come neutri. Nella Scrittura, l’idolatria non è anzitutto un errore teorico: è un atto. È piegare il corpo, inginocchiarsi, offrire, partecipare davanti a ciò che non è Dio.
 
Ed è proprio questa dimensione concreta a rendere la questione grave, se confermata.

Dalla prima alle ultime pagine della Bibbia, il rifiuto dell’idolatria è assoluto.
I profeti non ammettono compromessi.
Elia non dialoga con i sacerdoti di Baal: li smaschera.
I Martiri dei primi secoli non accettano di offrire incenso all’Imperatore “solo come gesto civile”. Sanno che il gesto plasma la verità dell’uomo.

San Paolo lo afferma con chiarezza: non si può partecipare alla mensa del Signore e a quella degli idoli.

Se questo vale per ogni fedele, vale a maggior ragione per chi è stato configurato sacramentalmente a Cristo.
Un chierico non rappresenta mai soltanto se stesso. Egli è segno pubblico della Chiesa. Per questo la disciplina ecclesiastica non è un dettaglio formale, ma una custodia della verità.
Il Codice di Diritto Canonico lo afferma con chiarezza: il can. 1365 prevede sanzioni per chi partecipa attivamente a pratiche religiose non cattoliche; il can. 1371 richiama la responsabilità di chi genera confusione dottrinale; il can. 285 §1 ricorda che i chierici devono evitare tutto ciò che è sconveniente al loro stato.

Ma il punto più profondo non è solo disciplinare. È teologico. E qui entra in gioco Maria.

Maria non è semplicemente una figura della devozione cristiana. È il luogo concreto in cui Dio ha voluto incontrare la libertà della creatura. Il suo “sì” è un atto reale, storico, attraverso cui il Verbo si è fatto carne. In lei l’umanità non si limita a ricevere la salvezza: vi coopera. È per questo che la tradizione della Chiesa ha sempre riconosciuto in Maria una partecipazione unica all’opera redentrice di Cristo.
E proprio qui si comprende perché Maria è, in senso profondo, l’anti-pachamama per eccellenza.

La pachamama, nelle sue forme religiose, rappresenta la divinizzazione della natura: la terra come principio generativo, la realtà creata come fonte ultima di vita. Non dimentichiamo inoltre che a pachamama si facevano anche sacrifici umani, avvenuti anche nella nostra epoca.

Maria, al contrario, è la creatura che non trattiene nulla per sé, che non divinizza la natura, ma la apre totalmente a Dio. Non è la terra che genera il divino, ma la creatura che accoglie Dio.

Nella pachamama il movimento è dal basso verso l’alto: la terra che viene sacralizzata.
In Maria il movimento è dall’alto verso il basso: Dio che si dona e viene accolto.

La pachamama tende a confondere Creatore e creatura.
Maria li distingue in modo assoluto, proprio perché si dona completamente al Creatore.

La pachamama può diventare facilmente simbolo di un sacro immanente, indistinto.

Maria è il segno di una trascendenza che entra nella storia senza confondersi con essa.
Per questo Maria non è semplicemente un’alternativa tra tante. È il criterio.

Quando la Mariologia si indebolisce, quando Maria viene ridotta a figura simbolica o a modello etico, si perde anche la capacità di discernere tra il vero culto e le sue imitazioni. Tutto diventa intercambiabile, tutto diventa compatibile, tutto diventa “inculturazione”.
Ma l’inculturazione non è mai stata sincretismo. La Chiesa ha sempre saputo accogliere ciò che è vero nelle culture, ma anche purificarlo. Quando questa capacità si perde, si entra in una zona di ambiguità che finisce per intaccare la fede stessa.

Non sono sorpreso, perché questa deriva è sotto i nostri occhi da tempo. Ma proprio per questo il problema è più serio. Non riguarda un singolo episodio, ma una mentalità.

Dire queste cose non significa accusare persone. Significa prendere sul serio la verità.

Se i fatti fossero confermati, non si tratterebbe di cercare colpevoli, ma di riconoscere un errore e ristabilire chiarezza.

La Chiesa ha bisogno oggi di ritrovare la limpidezza del suo rapporto con Dio. E questa limpidezza passa anche attraverso Maria. Non una Maria ridotta, ma la Maria reale: la Donna del sì, la Madre che genera Cristo, la Mediatrice che conduce tutto a Lui.

In un tempo in cui tutto tende a confondersi, Maria resta il segno più chiaro che Dio non si mescola con l’idolo, ma entra nella storia per trasfigurarla.

E proprio per questo, da duemila anni, i cristiani compiono un gesto semplice e assoluto, che non ammette ambiguità: si inginocchiano. Ma solo davanti a Dio.


 


marzo  2026
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