Mons. Schneider:

«Perché attaccare pubblicamente la Fraternità Sacerdotale San Pio X,

minacciarla, chiamarla scismatica?»


della Fraternità San Pio X






Mons Athanasius Schneider 



Mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare della diocesi di Astana, Kazakistan, ha recentemente concesso una intervista a The Remnant – un sito americano - e un’altra a Certamen – un sito austriaco 

Egli ha invitato i suoi confratelli nell’episcopato a riconsiderare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, vedendo nelle prossime consacrazioni episcopali della Fraternità annunciate per il 1 luglio, un beneficio per la Chiesa e rivelando il suo auspicio di vedere un giorno Mons. Lefebvre canonizzato.


Una visione derivata da una conoscenza diretta della Fraternità

Il 25 marzo, in occasione del 35° anniversario della morte di Mons. Lefebvre, il giornalista americano Michael J. Matt ha ospitato il vescovo diocesano Athanasius Schneider nello studio dell’emittente americana The Remnant TV.

Qui il vescovo ha spiegato il suo percorso dal giorno in cui il Vaticano lo nominò visitatore ufficiale della Fraternità San Pio X:
«Papa Francesco chiese a me e ad altri tre vescovi, più di dieci anni fa, nel 2015, di visitare diverse case della Fraternità, in particolare i seminari.
«Ho quindi avuto la possibilità di conoscere direttamente la realtà della Fraternità, vivendo diversi giorni in diverse case, parlando con i Superiori, i professori e i seminaristi.

E per prepararmi ad adempiere questa missione ho letto numerosi documenti: una grande biografia di più di 800 pagine, documenti e scritti pastorali di Mons. Lefebvre, da quando divenne vescovo nel 1947 fino alla sua morte.
Ho impiegato numerosi mesi a leggere tutti questi documenti, e per svolgere la mia missione ho anche avuto accesso ad altri documenti negli archivi della Santa Sede.

Ho quindi acquisito conoscenza di questa questione tramite mezzi differenti, e credo ad un livello piuttosto elevato.

Da allora ho mantenuto regolari rapporti con diverse case, Superiori, sacerdoti e perfino famiglie della Fraternità.
E più la crisi nella Chiesa cresce sotto i nostri occhi, più mi convinco che l’opera di Mons. Lefebvre, lui stesso e la Fraternità, è opera della Chiesa, che la divina Provvidenza ci ha donato in questi tempi estremamente confusi e difficili».


Le consacrazioni episcopali del 1988 e quelle del 2026: un continuo servizio alla Chiesa

Esaminando i motivi e le intenzioni delle consacrazioni episcopali effettuate da Mons. Lefebvre nel 1988 senza mandato pontificio, Mons. Schneider considera che vi sia continuità con quelle che la Fraternità ha previsto di effettuare, sempre senza mandato pontificio, il 1 luglio 2026:

«Come ha detto Mons. Lefebvre a più risprese, e come i Superiori della Fraternità ripetono anche oggi, tali consacrazioni episcopali non sono da considerare come fine a se stesse, ma come un servizio reso alla Santa Chiesa, a tutta la Chiesa e alla stessa Santa Sede».

Quando Mons. Lefebvre consacrò i vescovi nel 1988, disse:
«Lo faccio per i Papi».
Cioè perché sia preservata l’integrità di tutto ciò che la Chiesa, la Chiesa romana e i Papi, fino al Concilio, hanno rigorosamente ordinato di osservare: la fede, la liturgia, la formazione sacerdotale, esattamente come la Chiesa aveva ordinato per secoli.

Mons. Lefebvre diceva:
«Noi facciamo solo quello che la Chiesa ha chiesto ed ordinato di fare per secoli. Allora, come potremmo fare qualcosa di cattivo, se questo è esattamente quello che la Chiesa ha ritenuto e perfino strettamente richiesto di fare per secoli e che ha generato dei santi? Questa formazione sacerdotale mantenuta per secoli, come potrebbe diventare improvvisamente nociva o scorreta?».

E Monsignore diceva anche:
«Noi non abbiamo introdotto assolutamente nulla di nuovo; facciamo solo quello che la Chiesa ha sempre voluto».  

Lo scopo era di trasmettere tutto questo nell’attuale tempo di confusione, che è solo temporaneo. Perché dobbiamo credere fermamente che le porte dell’Inferno non prevarranno contro la Santa Sede.

L’attuale situazione è una sorta di esilio di Avignone, se mi è permesso parlare in senso spirituale o metaforico. La cristallina chiarezza del magistero del Papa e della Cattedra di Pietro è oscurata. E anche la liturgia. E tutto ciò è oscurato perfino nella stessa Roma, che dovrebbe essere la luce e la roccia.

Questo non equivale in alcun modo al sedevacantismo, si tratta solo di qualcosa che si oscurato, allo stesso modo che Avignone aveva dei veri Papi, ma che non stavano a Roma. Roma rimase vuota per settent’anni.
Simbolicamente è lo stesso oggi: la Santa Sede è parzialmente oscurata dall’influenza del neo-modernismo, che è un naturalismo ed un relativismo. Ma questo è solo temporaneo.

La Santa Sede ritroverà tutta la chiarezza, tutta la foza, tutto il vigore della fede cattolica, della santa liturgia. Tutto questo ritornerà.
E Mons. Lefebvre ne era profondamente convinto.

Anche dopo le consacrazioni del 1988, egli diceva che forse in poco tempo riavremo a Roma un Papa forte, tradizionale. E allora, voi vescovi andrete da lui, gli offrirete il vostro episcopato e gli riete: «Santissimo Padre, prendete il nostro episcopato e fate di noi quello che volete». Perché il nostro episcopato non sarà più necessario, dato che questo compito sarà nuovamente assunto dalla Santa Sede e dal Papa stesso.

Io penso che quest’anno la Fraternità farà la stessa cosa, con la stessa intenzione e con lo stesso spirito: offrirà questi nuovi vescovi come un ponte in questi tempi molto scuri, e lo farà per la Santa Chiesa, per Roma, per i futuri Papi. 

E quando un giorno ci sarà di nuovo – lo ripeto – un Papa al 100% tradizionale – poiché questa è l’essenza del papato: essere al 100% tradizionale – e questo avverrà nel tempo voluto da Dio, non sappiamo quando, ma avverrà; allora penso che i nuovi vescovi consacrati a luglio dalla Fraternità andranno da lui e gli diranno: «Santissimo Padre, il nostro episcopato non è più necessario; siete voi che adesso assolvete a questo compito. Fate di noi quello che volete».

Questa era l’attitudine di Mons. Lefebvre ed io penso che sarà anche quella della Fraternità oggi, come essa ha dichiarato e come il Superiore Generale, Don Pagliarani, ha scritto al Papa Leone.
Una tale attitudine non è affatto scismatica».


Una confutazione delle accuse di scisma

Mons. Schneider ha voluto difendere la Fraternità contro le ricorrenti accuse di scisma rivoltele:

«Bisogna dunque correggere la nostra comprensione dello scisma. Negli ultimi secoli, noi abbiamo avuto una visione molto riduttiva dello scisma, una visione del tutto legalistica. Ed abbiamo avuto anche una visione riduttiva dell’obbedienza. Abbiamo anche assolutizzato l’obbedienza al Papa, che è una creatura, il Papa non è Dio.

«In realtà, lo devo dire, vi è nella psicologia di molte persone, tradizionali e conservatori, e anche in quella di molti vescovi e cardinali di oggi, una sorta di divinizzazione implicita del Papa; dico implicita, né formale né esplicita.
Di conseguenza, ogni disobbedienza è immediatamente etichettata: «Sei scismatico» perché hai disobbedito.

Questo era estraneo alla grande tradizione della Chiesa. Completament estraneo ai Padri della Chiesa. Io sono un patrologo e posso dirlo.
Quando Sant’Atanasio didobbedì a Papa Liberio, che lo scomunicò, tale scomunica fu formale, certo, secondo la legge.  Ma io credo che quella scomunica fosse invalida agli occhi di Dio. Papa Liberio, che aveva collaborato in qualche misura con l’ambiguità semiariana, come avrebbe potuto scomunicare il più grande difensore dell’ortodossia? Agli occhi della storia, io penso che la scomunica di Atanasio fu ingiusta, e penso che agli occhi di Dio essa fosse invalida.

Ecco perché penso che nell’attuale questione della Fraternità e nelle prossime consacrazioni episcopali, vi sia qualcosa di provvidenziale.
Dio lo permette perché siamo un grande famiglia e la Fraternità fa parte della nostra famiglia. Essa non è fuori dalla Chiesa.

Come hai ricordato, essa nomina il Papa nel Canone della Messa e nomina anche il vescovo del luogo. Essa ha ricevuto da Roma la facoltà di ascoltare le confessioni, e questa è ancora in vigore, non è stata revocata. Come potrebbe una comunità scismatica possedere la facoltà valida per la confessione? Che è una forma di giurisdizione.

Papa Francesco ha anche chiesto ai vescovi e ai parroci di concedere la possibilità di assistere canonicamente ai matrimoni. E in effetti i sacerdoti della Fraternità possono farlo. Inoltre in certi casi molto gravi di crimini sacerdotali, è accaduto, come mi ha riferito Mons. Fellay nel corso della mia visita apostolica, un caso è stato segnalato alla Santa Sede: e la Santa Sede delegò Mons. Fellay come giudice in nome della stessa Santa Sede, al fine di svolgere l’indagine canonica.
Come potrebbe uno scismatico fare un cosa del genere?


Dobbiamo dunque ritrovare una visione più equilibrata di ciò che è lo scisma e di ciò che è l’obbedienza nella Chiesa. Ogni disobbedienza al Papa non è automaticamente scismatica. Ed anche una consacrazione episcopale fatta contro la volontà del Papa, dunque illecita, non è di per sé un atto cattivo.
Alcuni rappresentanti delle comunità tradizionali derivate dall’Ecclesia Dei hanno pubblicamente dichiarato che una consacrazione episcopale illecita, contro la volontà del Papa, sarebbe intrinsecamente cattiva.
Questo è del tutto falso. Questo non è stato mai insegnato dalla grande tradizione della Chiesa.

Per esempio, il servo di Dio: il cardinale Josyf Slipyj, della Chiesa greco-cattolica, oggi riconosciuto per le sue virtù eroiche, consacrò segretamente tre vescovi a Roma contro la volontà di Papa Paolo VI, sapendo che Paolo VI non lo permetteva.
Bisogna quindi concludere che il servo di Dio Josyf Slipyi commise un male intrinseco, incorrendo nella scomunica automatica?
Certo che no.

Dobbiamo quindi ritornare alla grande visione equilibrata dei Padri della Chiesa del primo millenio. E di conseguenza, l’intenzione della Fraternità è chiaramente non scismatica, come ha ribadito più volte.
Essa agisce unicamante per rendere un servizio alla Chiesa e al papato.

E io penso che un giorno, dopo questa profonda crisi, la Chiesa sarà grata alla Fraternità».



La libertà della Fraternità San Pio X al servizio della Chiesa

Più avanti, Mons. Schneider ringrazia la Fraternità per la battaglia liturgica che conduce al servizio della Chiesa, e che egli fa sua, sottolineando l’impareggiabile libertà di cui essa dispone:

«Mons. Lefebvre, per amore della Chiesa, accettò di fare tale servizio a costo di essere sospeso dal Papa. All’epoca, nel 1976, cinquant’anni fa, nel contesto di cui abbiamo detto, un alto rappresentante della Santa Sede disse a Mons. Lefebvre: “Il nostro problema è la Messa”.

In quel momento, non si trattava ancora principalmente della questione dei problemi dottrinali del Concilio, si trattava piuttosto della Santa Messa, della Messa tradizionale. E questo alto rappresentante della Santa Sede disse a Mons. Lefebvre: «Se lei accetta di celebrare pubblicamente, davanti ai suoi seminaristi e ai suoi fedeli, anche una sola volta il Novus Ordo, allora tutti i nostri problemi saranno risolti».

Ma Monsignore rifiutò, e gli disse: «La mia coscienza non me lo permette». Perché agire in quel modo significava entrare nell’ambiguità.

Egli riconosceva la validità del Novus Ordo, sempre a condizione che fosse celebrato secondo le regole del Messale. Ma anche se celebrato in latino e secondo le rubriche, il Nuovo Ordo contiene degli elementi molto ambugui in particolare le preghiere dell’Offertorio e la seconda preghiera eucaristica, che indeboliscono molto pesantemente il carattere sacrificale e propiziatorio della Santa Messa, che tuttavia è lo stesso Sacrificio del Golgota.

Il Novus Ordo mette principalmente l’accento sulla Messa come pasto. 


Ora, questo è grave. Non si può dire semplicemente: «Si celebri il Novus Ordo in latino e ad orientem, e tutto sarà regolato».
Questo non è sufficiente. Poiché questi due elementi sono realmente molto ambigui. E noi non possiamo tollerare che, nell’azione centrale e più sublime della Chiesa – che è la ripresentazione sacramentale, l’attualizzazione del Sacrificio del Golgota, il più grande atto di adorazione reso a Dio sulla terra – che questo atto sia inficiato dal’ambiguità dottrinale.

Io non dico che il Novus Ordo sia eretico, no.
Ma esso indebolisce fortemente la dottrina.
La Chiesa non può permettersi di continuare così.

E’ per questo che la Fraternità rende un immenso servizio all’avvenire della Chiesa, evidenziando e chiedendo alla Santa Sede di correggere tali ambiguità dottrinali del Novus Ordo.

Le altre comunità cosiddette Ecclesia Dei, che hanno la Messa tradizionale, non osano dire queste cose. Se esse cominciassero a reclamarle, l’indomani riceverebbero un commissario e sarebbero messe in riga.

Lo abbiamo visto negli ultimi anni: tre fiorenti parrocchie della Fraternità San Pietro, in Francia, sono state chiuse dai loro vescovi del luogo, e tutti i loro ricorsi alla Santa Sede sono stati intili. La Santa Sede non le ha aiutate.

Mi è stato riferito recentemente, da fonte attendibile, il caso di un altro Istituto Ecclesia Dei in Europa: esso era già presente in una diocesi col consenso del vescovo precedente; ha chiesto al nuovo vescovo di formalizzare la sua presenza con una fondazione canonica, cosa che il vescovo poteva fare in base alla propria autorità, senza consultare Roma. Come previsto dal Diritto Canonico.
Tuttavia, il vescovo ha chiesto lo stesso a Roma: doveva riconoscere e stabilire ufficialmente questa comunità nella sua diocesi? E Roma gli ha risposto: «Non concedere questo riconoscimento».

Ecco quel è la situazione, la realtà.


Tre punti dottrinali più importanti da chiarire

Mons. Schneider indica gli stessi errori dottrinali fondamentali che indica la Fraternità San Pio X e che, a partire dal Vaticano II, necessitano di un esame approfondito nella Chiesa per poter essere corretti:

«Poi ci sono gli altri elementi dottrinali che devono essere discussi e dibattuti nella Chiesa: non si può semplicemente dire:  “Risolviamoli con la famosa ermeneutica della continuità”. No.
Non è intelletualmente onesto.
E’ questo un modo per cercare di quadrare il cerchio. Cosa che io chiamo acrobazia mentale. La cosa non funziona e non convince: lascia sussistere l’ambiguità.

La Chiesa non può permettersi di rimanere nell’ambiguità dottrinale.

E gli elementi sono principalmente tre.

Il primo è cosiddetta libertà religiosa, così come è stata formulata.
Quando la si legge semplicemente, così com’è, essa è altamente ambigua e favorisce il relativismo: tutte le religioni avrebbero lo stesso diritto ad essere diffuse e tollerate, e questo diritto non sarebbe solo civile, ma sarebbe radicato nella natura della persona umana, dunque sarebbe un diritto naturale.

Ora, il diritto naturale è voluto positivamente da Dio; e Dio non può volere positivamente che le religioni idolatriche abbiano lo stesso diritto di diffondersi al pari dell’unica vera religione che Egli ha comandato all’intera umanità: la religione cattolica.

Questo è dunque ambiguo, relativizzante, e questo è evidente a chiunque lo legga. E la conseguenza del preteso “spirito del Concilio”, come hai accennato, è che questa espressione di Dignitatis humanae è stata interpretata, in quasi tutte le facoltà di teologia e nei seminari del mondo intero, come se significasse, in sostanza, che tutte le religioni hanno lo stesso diritto, la stessa dignità, come se fossero delle vie uguali che portano a Dio.

Questo è quello che lo stesso Francesco ha detto ad Abu Dhabi.

Peraltro, al ritorno, in aereo, quando un giornalista gli ha chiesto se quella affermazione del documento di Abu Dhabi – secondo la quale Dio ha voluto nella sua saggezza creatrice la diversità delle religioni – non fosse relativista.
Papa Francesco rispose no, che quella frase non si discostava di un millimetro da ciò che il Concilio aveva insegnato sulla religione.

E in questo è fu onesto.

Certi sacerdoti tradizionali hanno scritto dei libri interi, di 500 pagine o più, per cercare di fare quadrare il cerchio e di spiegare che il tutto si può interpretare in senso tradizionale.
Ma il semplice fatto che una sola frase esiga cento o 500 pagine di interpretazione è già il segno che qualcosa non va, che vi è una grave ambiguità, e che essa deve essere corretta.

Questa formula, secondo la quale ogni persona umana è libera di scegliere la sua religione secondo la sua coscienza, senza essere impedita da chiunque a professarla, a praticarla e a diffonderla, individualmente e collettivamente, e che questo diritto è radicato nella natura umana … questa formula è applicabile solo alla fede cattolica.
Per le altre religioni bignona aggiungere: essa deve essere tollerata, certo, ma non è la stessa cosa.

La Chiesa lo ha detto fin dai Padri della Chiesa. Sant’Agostino, fra gli altri, ha detto: non si possono mettere le religioni pagane dell’Impero romano sullo stesso piano della fede in Gesù Cristo. I cristiani sono morti per questo.
Dunque questo punto deve essere corretto.

Il secondo punto è il falso ecumenismo. La dichiarazione secondo la quale altre comunità cristiane sarebbero, in quanto comunità, degli strumenti dello Spirito Santo nell’opera della salvezza, tale formulazione relativizza praticamente il posto unico della Chiesa cattolica e di fatto la mette quasi allo stesso livello delle altre comunità cristiane.

Sarebbe più esatto dire che lo Spirito Santo può utilizzare in queste comunità certe persone individuali come strumenti di salvezza. Ma non si può dire che le strutture di queste comunità, che sono oggettivamente eretiche o scismatiche, siano come tali degli strumenti di salvezza.
Anche questo è fortemente ambiguo.
E si vedono i frutti di queste ambiguità nel dialogo interreligioso e nell’ecumenismo: una costante relativizzazione dell’unicità della Chiesa cattolica.

Poi vi è quest’altra formula di Lumen gentium 16, secondo la quale noi cattolici adoriamo con i musulmani il Dio unico.
Come Lo si potrebbe adorare con i musulmani? E’ impossibile, anche dal punto di vista della natura dell’atto di adorazione. L’atto di adorazione del cristiano è sempre, sul piano soprannaturale, quello di un figlio di Dio. Mentre l’atto di adorazione di un musulmano, anche sincero, anche ignorante del Corano, come testo, che vuole semplicemente adorare il Creatore, è un atto di un altro ordine: non vi è la filiazione divina col Battesimo e la Fede. Il suo atto di adorazione è quindi essenzialmente diverso dal nostro.

Come possiamo quindi formulare semplicemente: “Noi adoriamo con i musulmani”?
E’ impossibile; e come minimo è altamente ambiguo. 

E allora, se noi adoriamo con i musulmani lo stesso Dio, perché evangelizzare i musulmani? Questa è la conseguenza.

E perché convertire alla Chiesa i protestanti e gli scismatici se le loro comunità sono anch’esse, come dice il Concilio, degli strumenti dello Spirito Santo per la salvezza?

Da sessant’anni, questi sono i frutti di queste formulazioni altamente ambigue: siamo arrivati ad una completa confusione e ad una totale relativizzazione della verità.

Il terzo punto serio è la cosiddetta collegialità, cioè la dottrina del tutto nuova, che non è stata insegnata dai Padri né dai Papi prima del Concilio, secondo la quale il collegio dei vescovi, con il Papa, possedierebbero in maniera permanente la suprema autorità su tutta la Chiesa.

Si tratta di una novità, che non è mai stata insegnata, ed è contraria al Vangelo.

Nostro Signore ha detto ad una sola persona: “Pasci le mie pecore … pasci i miei agnelli”, cioè i vescovi e tutto il gregge.
Non l’ha detto a Pietro e agli altri Apostoli insieme.

Avrebbe dovuto dire: “Pietro, e voialtri Apostoli con lui, pascete il mio gregge”. Ma non l’ha detto.

Quindi, l’insegnamento di Lumen gentium sulla collegialità, in questo senso indebolisce la tradizione cattolica e il Vangelo sulla struttura monarchica della Chiesa, stabilita da Dio.

Vi è un capo sulla Chiesa universale: Pietro, il papato. Vi sono dei vescovi a capo delle Chiesa locali. Non esiste un organo intermedio, divinamente istituito, che eserciterebbe in maniera permanente un supremo governo collettivo sulla Chiesa universale.

Questo è possibile solo in casi particolari, quando il Papa ritiene utile far partecipare il collegio dei vescovi al suo unico potere supremo, per esempio in un concilio ecumenico o in un sinodo particolare a cui dà valore universale.
Questo dipende dal Papa. Non può esservi costretto.

Da sempre, i Papi hanno sempre saputo di essere a capo anche del collegio dei vescovi. Nel corso della storia li hanno consultati i vari modi: nei sinodi o nei concilii.
Ma questo non cambia la struttura monarchica della Chiesa.

Queste tre questioni dottrinali sono dunque importanti; e devono essere risolte.
E in questo, la Fraternità San Pio X è un immenso aiuto per tutta la Chiesa, poiché spinge ad affrontare onestamente questi problemi dottrinali, così come quello del Novus Ordo.

Questo richiede del tempo, certo. Ma la Chiesa il tempo ce l’ha.

E’ per questo che ho rivolto questo appello a Papa Leone: «Per favore, costruisca un ponte. Dia il mandato apostolico per queste consacrazioni episcopali. Sarà un primo passo verso l’integrazione e la normalizzazione».

La situazione canonica non verrebbe interamente regolata, ma questo potrebbe venire più tardi. Ma un primo passo creerebbe già un clima di mutua fiducia per il dibattito che deve svolgersi nella Chiesa, con l’aiuto della Fraternità San Pio X.

Io spero e prego fino all’ultimo giorno per il miracolo che Papa Leone conceda questo permesso per le consacrazioni episcopali.
Bisogna credere come bambini e pregare perché questa sia per il Papa la strada giusta da seguire in questo contesto».


Deprorevoli attacchi pubblici contro la Fraternità in seno al mondo tradizionale

Mons. Schneider deplora le criche rivolte alla Fraternità da altri gruppi tradizionali o conservatori, invitando ad un atteggiamento più frasterno e costruttivo nell’attuale contesto di crisi:

«E io deploro anche, in questo contesto, che molte comunità tradizionali e alcuni vescovi o cardinali noti per il loto amore per la tradizione abbiano cominciato ad attaccare pubblicamente la Fraternità San Pio X, a qualificarla cime scismatica o a minacciarla di scomunica.
Questo non aiuta. Dovrebbe essere al contrario.

In questa immensa confusione nella Chiesa, con questa relativizzazione, queste blasfemie e sacrilegi sempre più frequenti nelle celebrazioni della Messa, con dei vescovi e cardinali che proclamano pubblicamente delle eresie senza essere puniti, che chiedono l’ordinazione delle donne o annunciano che presto ordineranno sacerdoti degli uomini sposati, senza essere rimproverati, senza essere nemmeno essere avvertiti;
per non parlare del “cammino sinodale tedesco” che mina del tutto la struttura della Chiesa per rimodellarla sulla comunità protestante, e con Roma che da anni non interviene; in questo contesto in cui il mondo diventa sempre più anticristiano, con l’imposizione mondiale dell’ideologia del genere e l’omosessualità, e con in Europa una crescente islamizzazione…

Per esempio: recentemente, il Primo Ministro spagnolo ha dichiarato che se in Spagna qualcuno criticherà l’Islam e il profeta Maometto, potrebbe essere imprigionato per cinque anni. Ma non ha detto la stessa cosa se qualcuno insultasse Gesù Cristo.

Questa è la situazione.

In un tale contesto, noi dovremmo unire tutti quelli che conservano ancora l’integrità della fede cattolica, della formazione sacerdotale e della Santa Messa – esattamente quello che vuole la Fraternità.

Già a novembre, il Superiore Generale ha chiesto al Papa, con prudenza e rispetto, di non opporsi a queste consacrazioni episcopali. Questa prima richiesta è stata bruscamente respinta.
Ma la Fraternità ci proverà ancora, e io credo che presenterà un’altra richiesta formale.

In questo contesto, io deploro con forza questi attacchi che vengono da ambienti tradizionali. Questo mi ricorda la situazione del IV secolo, durante la crisi ariana, che San Basilio Magno descriveva come una battaglia navale notturna, nella nebbia, dove invece di attaccare le navi nemiche, i buoni finivano con l’attaccarsi a vicenda.

Io ritengo che la nostra situazione sia la stessa. Perché la Fraternità San Pietro o altri dovrebbero attaccare pubblicamente la Fraternità San Pio X, minacciarla, definirla scismatica?
Essi invece dovrebbero dire al Santo Padre: “Santissimo Padre, noi pensiamo che lei dovrebbe fare un gesto generoso. Concedere ad essi, a titolo eccezionale, il permesso per le consacrazioni; che è di diritto ecclesiastico, non di diritto divino. Poi, lentamente, passo dopo passo, li integreremo e discuteremo con loro. Ci vorrà del tempo».

E’ questo quello che dovrebbero fare tutte le comunità Ecclesia Dei. Invece, esse attaccano.
E rischiano di entrare nella storia come quelli di cui parlava San Basilio, che in piena crisi attaccavano i loro fratelli».


Un appello per un futuro riconoscimento di Mons. Lefebvre

Mons. Schneider non ha nascosto la sua ammirazione per l’intrepido vescovo che fu Mons. Marcel Lefebvre, ed ha espresso la speranza di vederlo un giorno elevato sugli altari:

«Io invito tutte le realtà della Chiesa: la Fraternità San Pietro, che io apprezzo molto e che fa un lavoro eccellente, gli altri Istituti, i buoni vescovi, ad unirsi di più, ad essere più fraternamente positivi nei confronti della Fraternità San Pio X, affinché si possa formare insieme un’unica forza per risollevare la nostra Santa Madre Chiesa in questa situazione di emergenza senza precedenti.

Bisogna pregare per il Papa, perché Dio l’illumini. Il Papa deve essere il capo della tradizione; egli è il capo nato della tradizione. E questo avverrà. Noi dobbiamo chiederlo con fervore.

Io penso che le prossime consacrazioni episcopali – e spero sempre fino all’ultimo giorno che il Papa farà un gesto generoso – ma anche se questo non avverrà, Dio lo permetterà per il bene di tutta la Chiesa.

La divina Provvidenza sa come utilizzare tutto questo. 

Noi dobbiamo avere una grande fiducia nella divina Provvidenza e nella Madonna, che è la Nadre della Chiesa. Bisogna implorarla. E bisogna implorare anche Mons. Lefebvre.

Domani sarà l’anniversario della sua morte. Io sono convinto che un giorno, in avvenire, egli sarà riconosviuto dalla Chiesa come un grande vescovo. E non escludo che un giorno sia anche canonizzato come vescovo confessore nei tempi difficili.
Lui ha sempre amato la Santa Sede e i Papi, benché l’abbiano perseguitato, sospeso, scomunicato; lui che fino alla fine ha pregato per il Papa ed ha amato la Santa Sede e la Santa Madre Chiesa».


* * *

Nell’altra intervista, questa volta scritta, concessa al sito austriaco Certamen. Mons. Schneider ha deplorato che certi cattolici coltivino una forma di «divinizzazione» dell’autorità del Papa.


Una critica del “papalismo” e la questione di una eventuale scomunica

«Nel corso degli ultimi secoli si è diffusa una interpretazione errata e antitradizionale dei due dogmi del concilio Vaticano I: il primato di giurisdizione del Papa e l’infallibilità pontificia.
Ne è derivato una forma di “papalismo”, cioè una assolutizzazione, una quasi divinizzazione della persona del Papa, facendo di lui il centro di tutta la vita della Chiesa, a scaspito della centralità di Cristo e del radicamento nella Tradizione.

In una tale visione esasperata, ogni disobbedienza ad una decisione pontificia è considerata come uno scisma.

Inoltre, si è diffusa una errata comprensione dell’infallibilità pontificia, portando a considerare de facto ogni parola del Papa come fosse esente dall’errore.

E si è anche sviluppata una concezione riduttiva dello scisma, assimilando ad uno scisma ogni situazione canonica irregolare, indipendentemente dalle intenzioni e dal fatto che queste persone riconoscono il Papa e pregano per lui nella liturgia.

Inoltre, una consacrazione episcopale senza mandato pontificio è spesso considerata come un atto scismatico, cioè intrinsecamente cattivo, cosa che contraddice la costante tradizione canonica della Chiesa.

Prima del Codice del 1983, una tale consacrazione non era punita con la scomunica, ma solo con la sospensione.
Ancora oggi, dal punto di vista giuridico, essa rientra tra gli atti di usurpazione d’ufficio o di violazione della disciplina sacramentale, e non direttamente da quelli che attentano all’unità della Chiesa.   

Più ampiamente si è sviluppata una mentalità da positivismo giuridico, in cui l’osservanza di una norma ecclestica è posta al di sopra della necessità di preservare la chiarezza dottrinale e la purezza della fede e della liturgia».

Mons. Schneider confida nella capacità del Papa di elevarsi al di sopra delle pressioni esercitate da alcune parti:

«Il Papa possiede la piena ed intera autorità di governo e può agire liberamente, indipendentemente dai pareri dei suoi collaboratori.
Se dipendesse sempre da essi, non sarebbe veramente libero.
Il Papa deve tenersi al di sopra delle parti e agire da vero pastore e padre di tutti i fedeli, compresi i membri della Fraternità».

Malgrado tutto, resta possibile l’ipotesi di una scomunica nulla e ingiusta, senza che questo impedisca alla Fraternità di compiere il suo dovere:

«Se il Papa rifiutasse il mandato e punisse le consacrazioni con la scomunica, essa riguarderebbe giuridicamente solo i vescovi consacranti e consacrati, non i sacerdoti e i fedeli.
La vita pastorale continuerebbe probabilmente come prima.

E’ anche possibile che una maggiore attenzione mediatica attiri più fedeli e convertiti, soprattutto se l’attuale crisi nella Chiesa continuerà ad aggravarsi; a tutt’oggi, nulla indica un suo miglioramento».


Uno stato di necessità più grave di quello del 1988

Mons. Schneider sostiene che l’odierna situazione della Chiesa è più grave di quella del 1988; un tale stato di necessità giustifica ancor di più le prossime consacrazioni, in vista di una ripresa a cui tutti sono chiamati a contribuire:

«Noi assistiamo ad una situazione quasi apocalittica: diffusione delle eresie, legittimazione di comportamenti contrari alla legge naturale, sincretismo religioso, indifferentismo, attacchi alla disciplina sacramentale e al celibato sacerdotale, sacrilegi e perdita della fede; e questo talvolta con il coinvolgimento di membri del clero ad alto livello.

In una tale situazione, solo un intervento divino può apportare una soluzione: sia con una prova purificatrice, sia con una profonda conversione del Papa alla Tradizione, frutto delle preghiere e dei sacrifici dei fedeli, specialmente dei più umili.

Una cosa è certa: la Chiesa resta nelle mani di Dio.
E’ Cristo il pilota della barca della Chiesa, anche se sembra che dorma in mezzo alla tempesta.
Ma noi crediamo fermamente che Egli si sveglierà per calmare le onde e che la Santa Chiesa romana tornerà ad essere pienamente il faro e la cattedra della verità».






marzo 2026
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