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| Papa Leone “apre” al Vetus Ordo Vescovo belga spinge per un clero sposato: tensione o coerenza? ![]() Papa Leone XIV parla di “unità” nella vita liturgica della Chiesa – ma dietro il linguaggio della riconciliazione si cela un interrogativo più profondo: unità in quale verità? Mentre il cardinale Parolin raddoppia la posta in gioco, i vescovi progressisti promuovono riforme radicali, il futuro della Messa tradizionale potrebbe non essere la soppressione, ma qualcosa di più sottile – e più pericoloso. Il significato della lettera di Papa Leone ai vescovi francesi Lo scorso 18 marzo, il cardinale Parolin ha inviato, in nome di Papa Leone XIV, una lettera ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes dal 24 al 27 marzo 2026, nella quale il Papa ha sottolineato, tra l’altro, che egli è “particolarmente attento” alla questione liturgica: “nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo” Questo riferimento ha entusiasmato molti cattolici vicini al mondo della Tradizione. Tuttavia, leggiamo tale riferimento della lettera nella sua interezza: “E’ preoccupante che nella Chiesa continui ad aprirsi una dolorosa ferita relativa alla celebrazione della Messa: il vero sacramento dell’unità. Per sanare [questa ferita] è certamente necessario avere uno sguardo nuovo su ciascuno di noi, con una maggiore comprensione della propria sensibilità; uno sguardo che permetta ai fratelli ricchi di diversità di accogliersi a vicenda nella carità e nell’unità della fede. Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che vi permettano di includere generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo, in conformità con le linee guida stabilite dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia”. Questa lettera si colloca in un contesto e in un momento storico molto particolari. La Francia odierna è uno di quei paesi occidentali in cui si registra un picco di conversioni al cattolicesimo ampiamente connesse col mondo tradizionale. Non si tratta solo di comunità riconducibili alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, come dimostra per esempio l’annuale pellegrinaggio a Chartres, che testimonia una vitalità che contrasta con la crisi generale delle ordinarie strutture parrocchiali. Leone XIV non vuole porre la Tradizione sullo stesso piano di altre sensibilità – liturgiche e dottrinali – che hanno ben poco in comune con la fede cattolica. Si tratta di un approccio che, paradossalmente, finisce col produrre lo stesso effetto di quello di Francesco, pur partendo da premesse opposte. Sebbene questa lettera abbia riacceso le speranze (forse illusorie) di molti cattolici della Tradizione, di cui ho già parlato nella mia precedente analisi, in realtà una lettura più accurata e più contestuale dell’evento può solo confermare quanto ho affermato proprio in quella occasione. L’intero discorso di Papa Leone è ancora una volta incentrato sulla formale unità della Chiesa, cioè sulla coesione, dove “i fratelli ricchi in diversità” devono comprendersi e accogliersi a vicenda “nell’unità della fede”. E tuttavia ci si può chiedere: quale fede? Come possono appartenere alla stessa fede il sacerdote che studia ed applica Amoris Laetitia e il sacerdote che studia e applica Casti connubii? Il problema di Papa Leone non consiste nel suo desiderio di reintegrare la “sensibilità” liturgica Tradizionale nella vita della Chiesa – cosa che lo distingue da Francesco – ma nel modo in cui intende farlo. Leone XIV non vuole semplicemente recuperare la Tradizione, vuole metterla sullo stesso piano delle altre sensibilità, non solo liturgiche, ma anche dottrinali, le quali hanno ben poco in comune con la fede cattolica. Si tratta di un approccio che, paradossalmente, finisce col produrre lo stesso effetto di quello di Francesco, pur partendo da premesse opposte. Francesco tendeva ad escludere la Tradizione, Leone XIV tende ad includere tutto, compresa la Tradizione. Ma includendo la verità accanto a posizioni con essa incompatibili - posizione condivisa e praticata dal super-modernista cardinale Matteo Maria Zuppi – inevitabilmente significa relativizzare la stessa verità. La dichiarazione di Parolin: “ritrattazione o coerenza” Il cardinale Pietro Parolin, il 26 marzo 2026, in una intervista concessa al vaticanista Niwa Limbu, ha ribadito la posizione del Papa: “Penso che noi tutti condividiamo questa valutazione del Papa, vero? Nel senso che la liturgia non deve diventare una fonte di conflitto e divisione tra noi”; ed ha aggiunto: “Sarà necessario trovare la formula che possa mettere insieme esigenze legittime. Ma credo che questo sia possibile senza trasformare la liturgia in un campo di battaglia”. Parolin e Leone condividono l’approccio fabiano alla trasformazione della Chiesa: niente scosse improvvise, ma un graduale e costante aggiornamento. Tuttavia, Parolin rimane perfettamente allineato con Francesco su un punto decisivo: l’idea che la tradizionale lex orandi rappresenti una visione di Dio, della Chiesa e della Redenzione, la quale è stata ormai superata dal Concilio Vaticano II. Un Concilio che, secondo l’interpretazione di Parolin, ha segnato il passaggio da una Chiesa “solo cattolica” ad una Chiesa “anche globale”. L’interpretazione di Parolin ha conseguenze dirette anche a livello liturgico, in linea con le intenzioni di Bergoglio, e in ultima analisi con l’attuazione di Traditionis custodes, fino al definito abbandono della liturgia tradizionale. Tra queste conseguenze vi sono una forte inculturazione, la cosiddetta creatività liturgica e l’adattamento del Messale alle sensibilità e culture locali. In questo contesto, non è più il prodotto culturale dell’uomo che deve convertirsi alla liturgia, ma la liturgia che deve convertirsi all’uomo. Alcuni potrebbero interpretare le parole di Parolin come un tentativo di non contraddire il Papa regnante, forse per il timore di una possibile riforma della Segreteria di Stato. Ma in realtà Parolin esprime un concetto molto semplice, niente di più: “La liturgia non dev’essere un campo di battaglia”. Secondo Parolin, il modo più diretto per eliminare il conflitto liturgico è semplice: applicare integralmente Traditionis custodes, riconoscendo il nuovo rito come “la sola legittima forma della cattolica lex orandi”. Tuttavia, anche con la possibile rimozione di Parolin dalla Segreteria di Stato, è difficile immaginare, almeno nell’attuale stato di cose, una riduzione della Segreteria che penalizzi la linea rappresentata da Petro Parolin. Lo conferma la scelta del nuovo Sostituto: Paolo Rudelli, un diplomatico formatosi secondo la linea Villot-Casaroli-Silvestrini-Parolin, favorevole alla Ostpolitik e quindi perfettamente inserito nella scuola dominante la Segreteria di Stato almeno dagli anni 1970. La visione di Parolin, quindi, si allinea parzialmente con quella di Papa Leone, ma questo non compromette minimamente il suo peso in Vaticano e nella Segreteria di Stato. E lui lo sa bene. Proprio perché Leone XIV non governa per esclusione, ma per la coesistenza di diverse sensibilità: egli accetta volentieri una pluralità di posizioni anche quando esse non coincidono con la sua. In un tale sistema, Parolin, non solo non perde influenza, ma continua a muoversi con disinvoltura nel suo ambiente, rafforzato dal fatto che la pluralità – anche la più dissonante – è esattamente ciò che l’attuale Papa considera un valore. La eloquente promozione di Heiner Wilmer A conferma di tutto questo, ciò che si è verificato negli ultimi giorni sul fronte episcopale è molto interessante. Nella mia analisi precedente ho sostenuto che tra i vescovi formatisi sotto Francesco e quelli promossi da Leone XIV non vi è differenza. Al massimo si può parlare di sfumature entro lo stesso schema: un continuum che va dal sinodalista moderato Iannone all’apertamente eterodosso Grunwidl, i due poli simbolici dell’episcopato di Prevost. Ho criticato anche l’idea – apparentemente molto diffusa, ma irrealistica – secondo la quale i vescovi progressisti avrebbero taciuto fino a quando il Papa avesse dettato una linea chiaramente contraria alle loro posizioni. Purtroppo, gli eventi degli ultimi giorni confermano che questa interpretazione non regge: la linea del Papa non frena i vescovi, proprio perché – lo ripeto – Leone XIV non chiede uniformità, ma pluralità di opinioni, anche quando sono apertamente diverse dalla sua. Ma veniamo ai fatti. Il 26 marzo 2026, Heiner Wilmer – un vescovo eterodosso protagonista del Cammino Sinodale tedesco e oggi Presidente della Conferenza Episcopale tedesca – è stato promosso dalla diocesi Hildesheim alla più prestigiosa sede di Münster. Una scelta che arriva proprio mentre la Santa Sede sta valutando gli Statuti della Conferenza Sinodale (Synodalkonferenz), l’organismo che di fatto funzionerebbe come un parlamento ecclesiastico permanente, composto con una maggioranza di laici ed una minoranza di vescovi, investito di poteri decisionali in materia di dottrina, morale, disciplina e pastorale, e che opererebbe perfino come organo di controllo, denuncia e sanzione di eventuali vescovi “dissidenti”. Un vero e proprio mostro giuridico privo di fondamento canonico. L’eloquente annuncio di Johan Bonny Ancora più eloquente è lo sviluppo verificatosi recentemente ad Anversa, in Belgio. Il vescovo locale: Johan Bonny, ha pubblicato una lettera pastorale in cui annuncia un piano molto concreto: formare ed ordinare uomini sposati al sacerdozio a partire dal 2028, presentando questa scelta come una risposta alla crisi vocazionale e come uno sviluppo naturale del processo sinodale. In altre parole: se il cammino sinodale si sta muovendo in quella direzione, perché fingere che nulla sia cambiato? Per Bonny, la questione non è più se la Chiesa ordinerà uomini sposati, ma quando e chi lo farà per primo. Nella stessa lettera, Bonny critica anche il recente pronunciamento della Santa Sede sul diaconato femminile, giudicando gli argomenti contrari “teologicamente deboli” e “antropologicamente superati”, arrivando ad affermare che il ministero ordinato “è un diritto delle donne”. Tra i vescovi progressisti sembra esserci un diffuso sentimento che oggi nella Chiesa si possa agire come se esistesse uno “stato di eccezione”. Nel contesto belga in particolare, vi è ancora un elemento che rimane non chiaro. E’ difficile da dimostrare, ma diverse indicazioni suggeriscono che non pochi sacerdoti – tra i pochi rimasti - vivono more uxorio, ignorando apertamente la disciplina ecclesiastica. Questo si evince da due recenti necrologi di sacerdoti, nei quali si parla senza alcun imbarazzo di “compagne di vita” e di “figli del cuore”, espressioni che alludono a relazioni stabili con donne divorziate o vedove con figli. Curiosamente, poche settimane fa, la dfiocesi belga di Namur mi ha assicurato che il fenomeno del concubinato dei chierici non esisteva e che quei due casi erano un’eccezione. L’insistenza di Bonny sulla questione sembra contraddire questa versione dei fatti. Non solo questo: anche il cappellano della Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, Anton Faber, ha dichiarato che “il celibato è un concetto elastico”, mentre egli appare regolarmente in pubblico con una donna, senza che l’arcivescovo Grunwidl – notoriamente eterodosso – sia finora intervenuto. A Vienna, i fedeli sperano, o forse si illudono, che lo farà in futuro. Mettendo insieme tutti questi pezzi del puzzle, non è difficile avere un quadro sufficiente chiaro. I vescovi progressisti credono in uno “stato di eccezione”? Secondo me, non si tratta di estemporanei sfoghi di vescovi progressisti “squilibrati”. Si tratta piuttosto di vescovi che agiscono coerentemente con ciò che credono. Essi seguono una precisa strategia: spostare gradualmente la finestra di Overton, tramite gli scandali, verso la normalizzazione di riforme già delineate decenni fa. Si ricordi la famosa “agenda dei quattro nodi” presentata nel 1999 dal cardinale Carlo Maria Martini – vero stratega del Gruppo San Gallo insieme ad Achille Silvestrini – che includeva esplicitamente il superamento del celibato ecclesiastico del clero. Tuttavia, l’elemento più profondo è un altro. Tra i vescovi progressisti, specialmente nell’area franco-tedesca, sembra esserci un diffuso sentimento implicito, forse non ancora elaborato con una teoria, consistente nell’idea che oggi nella Chiesa si possa agire come se esistesse uno “stato di eccezione”. A questo punto è essenziale chiarire che lo “stato di necessità” e lo “stato di eccezione” non sono la stessa cosa. Lo stato di necessità è contemplato dal Diritto Canonico, lo stato di eccezione no. Lo stato di necessità giustifica la violazione di una norma per evitare un danno maggiore, immediato e altrimenti inevitabile. Lo stato di eccezione, invece, consiste nella temporanea sospensione dell’ordine normativo per fronteggiare una emergenza percepita come tale. Un uomo che sfonda una porta per salvare un bambino dal fuoco, agisce in stato di necessità, perché la violazione e il danno alla proprietà vengono assorbiti e giuridicamente annullati dalla necessità di salvare una vita, dato che la vita del bambino vale più del danno alla proprietà privata. Lo stato di eccezione, invece, è la sospensione temporanea dell’ordine normativo per fronteggiare una emergenza percepita come tale. Applicato alla Chiesa significherebbe sospendere – totalmente o parzialmente – la legge divina, che nell’ordinamento canonico è il fondamento di tutta la restante legge umana ecclesiastica. Le legge divina ecclesiastica è irriformabile, mentre la legge umana ecclesiastica è riformabile. Il Papa è sovrano assoluto riguardo alla legge umana, ma ministro (cioè al servizio) della legge divina, sulla quale non ha alcun potere. Per questo motivo, lo stato di necessità – che non è uno stato di eccezione – non può mai essere contrario alla legge divina, mentre la violazione di una norma ecclesiastica può essere giustificata se compiuta per difendere un bene maggiore, urgente e altrimenti irraggiungibile, come la salvezza delle anime (il supremo bene della Chiesa). I vescovi progressisti, invece, spingono verso il cambiamento della disciplina e della dottrina, arrivando così a toccare la stessa legge divina – è il caso dell’ordinazione delle donne o della benedizione delle coppie omosessuali. L’eventuale ordinazione di uomini sposati senza la dispensa pontificia sarebbe un atto illecito ma valido, poiché il celibato sacerdotale rientra nella legge umana ecclesiastica; ma questo non è l’obiettivo ultimo di Bonny e dei suoi associati. Il loro obiettivo è la sovversione dell’intero ordinamento cattolico. Questa mentalità è particolarmente evidente in Germania. La Conferenza Sinodale è contraria al Diritto Canonico, ma soprattutto alla legge divina della Chiesa. Eppure viene portata avanti proprio perché i suoi promotori agiscono come se riconoscessero oggi uno stato di eccezione nella Chiesa. Quindi, questi vescovi, per un verso negano lo stato di necessità, contraddicendo perfino i Pontefici post-conciliari; per altro verso, questi stessi vescovi parlano e agiscono come se esistesse uno stato di eccezione, che in realtà non può essere contemplato dalla legge della Chiesa. |