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| Ecumenismo tra modernismo, relativismo, gender, gnosi… ![]() Sigle usate in questo articolo: QSE: Quaderni di Studi
Ecumenici
SAE: Segreteria Attività Ecumeniche – A.P.S. Dalla prima pagina del website del “Segretariato Attività Ecumeniche – A.P.S.” (SAE), leggiamo che esso è un’«Associazione interconfessionale di laiche e laici per l’Ecumenismo e il dialogo a partire dal dialogo ebraico-cristiano» (vedi qui: https://www.saenotizie.it/). Sul sito c’è una breve storia del SAE, «associazione laica e interconfessionale», fondata nel 1966 da Maria Vingiani (1921-2000) la quale sin dal 1947 promuoveva attività di dialogo e formazione ecumenica (vedi qui: https://www.saenotizie.it/sae/chi-siamo/breve-storia.html; vedi anche qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Vingiani). Maria Vingiani è stata definita tra l’altro: «madre dell’Ecumenismo italiano» e «una laica “adulta” e indipendente» (vedi qui: https://www.saveriani.it/missioneoggi/item/maria- vingiani-madre-dell-ecumenismo-italiano, 01 marzo 2020). * * *
Dal 23 al 29 luglio 2023 presso la Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli, Assisi (PG), a cura del “Segretariato Attività Ecumeniche – A.P.S.” (SAE), si è svolta la 59a Sessione di Formazione Ecumenica sul tema: «Chiese inclusive per donne nuove e uomini nuovi. “Edificati insieme per diventare abitazione di Dio” (Ef 2,22)». Gli Atti sono stati pubblicati nel “Quaderno di Studi Ecumenici”, n. 48/2023, (Suppl. al n. 3-4 del 2023 di “Studi Ecumenici” – rivista trimestrale, Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia). Proprietario ed Editore del Quaderno/Rivista è la Provincia Sant’Antonio dei Frati Minori (OFM) di Bologna. Da vari interventi tenuti in quella Sessione di Formazione Ecumenica, emergono idee e proposte che ritengo siano ben in sintonia con movimenti o atteggiamenti culturali quali il Modernismo, il relativismo, la teoria gender e la Gnosi… Il tutto, poi, si intona perfettamente con la cultura o mentalità della Massoneria. Non voglio dire né suggerire che siano Massoni o Massone i relatori e le relatrici che – come vedremo – espongono tali idee. Dico solo che quelle idee (con cui intitolo i paragrafi di questo mio studio) corrispondono perfettamente al “sentire” della e nella Massoneria, ovvero a quella mentalità che l’Uomo e la Donna iniziati in Massoneria possono giungere ad acquisire. Lo dico sulla base della mia esperienza poco più che trentennale di studi sulla Massoneria, su testi massonici. Inoltre, nel corso dei miei studi ho avuto anche colloqui con alcuni Massoni… 1. Secolarismo e superamento di opposti/contrari/dualismi… Nella “Prefazione. Proprio ora germoglia” (QSE, n. 48/2023, pp. 3-5), Cristina Simonelli (Docente di Teologia Patristica a Verona) scrive: «[…] La santità, infatti, non è rinchiusa nelle sacrestie e neppure limitata ai sagrati, spazi troppo angusti gli uni e troppo vicino agli edifici sacri gli altri. Corre piuttosto per le strade comuni, nei luoghi profani e mescolati, negli spazi non autorizzati e in questo modo attraversa e attrae anche le Chiese e le religioni verso l’aperto che può accoglierle, trasformarle e benedirle, senza separazioni ma conservando ogni differenza, ogni peculiarità» (pp. 4-5, grassetto mio). Sembra proprio che l’Autrice esorti all’«uscita dalle rigidità di ogni binarismo» (p. 5, grassetto mio). 2. Nessuno rivendichi «il primato della Verità»… Nell’“Introduzione alla Sessione” (QSE, n. 48/2023, pp. 7-14), l’allora Presidente SAE, Erica Sfredda («Predicatrice locale valdese») afferma: «Siamo una
comunità al cui interno sono raccolti uomini e donne appartenenti a diverse confessioni
cristiane e a diverse religioni, perché abbiamo imparato
che possiamo, e dunque dobbiamo, vivere il dialogo a partire dalle
differenze che ci caratterizzano, perché insieme vogliamo iniziare, o proseguire, un
cammino trasformativo verso Dio» (p. 9, grassetto mio).
Erica Sfredda prosegue: «Essere interconfessionali e interreligiosi significa, quindi,
non tanto difendere la diversità, quanto accogliere l’idea che
tutti e tutte dobbiamo convertirci insieme all’unico Signore a partire
dalle nostre specificità, avviando un dialogo profondo,
rispettoso, in primis col
mondo ebraico, nella consapevolezza che la testimonianza del popolo biblico è
il riferimento comune per i cristiani divisi, la radice da cui
siamo tutti e tutte portati (Rm 9-11) e nella quale, necessariamente, si fonda un
corretto ecumenismo. Ma un dialogo aperto anche alle altre
religioni, visto che il cristianesimo, nella sua ricerca e
testimonianza di unità, è coinvolto nella prospettiva
universale dell’unità di tutta la famiglia umana. Un dialogo in cui tutti i cristiani sono
alla pari, in cui nessuna confessione si possa attribuire il primato
della Verità, ma che riunisce, alla pari, le confessioni cristiane
che insieme si confrontano con le altre religioni e con il mondo
secolarizzato, spesso non credente, frequentemente disinteressato a
qualsiasi dimensione spirituale» (p. 9, grassetto mio, corsivo
del testo).
Secondo Sfredda: «L’ecumenismo come stile di vita, crediamo, è dunque l’evangelizzazione più urgente oggi […]» (p. 10). 3. Aperture… Oltre confini identitari… Gloria Anzaldua… Nella relazione “Ascoltare un tempo di cambiamento” (QSE, n. 48, pp. 27-37), Lucia Vantini («Teologa cattolica – Presidente Coordinamento Teologhe Italiane») sembra positivamente sensibile all’ideologia gender, allorché annovera tra «le differenti oppressioni generate dalla postura intollerante» anche l’«omofobia» e la «transfobia» (cf. p. 35). Vantini suggerisce tra l’altro: «vigilare sul nostro attaccamento alle mappe
tradizionali» (p. 35, grassetto mio), «smarcarsi dalla logica dei confini
identitari per ritrovare quella dei limiti condivisi» (p.
36, grassetto mio), «decostruire
le interpretazioni ingiuste della differenza sessuale: […] normatività eterosessuale
irrigidita nell’universale» (p. 36, grassetto mio). Circa
l’uscire «dalla logica dei confini identitari», Vantini
propone il concetto di «terra di mezzo (nepantla)» della
scrittrice Gloria Anzaldua
(cf. p. 36).
Da breve ricerca su internet, scopro che Gloria Evangelina Anzaldua (1942-2004), scrittrice e sociologa statunitense, è stata sostenitrice del femminismo e della teoria “queer”, si è letterariamente o culturalmente identificata con il dio “Shiva” che congiunge eterosessualità e omosessualità, per superare e trascendere barriere e convenzioni sociali… Gloria Anzaldua si è dichiarata devota sia della Madonna di Guadalupe che di divinità afro-americane… Gloria Anzaldua ha avuto relazioni sessuali sia con uomini che con donne, identificandosi come lesbica o “queer”… (vedi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Gloria_Anzald%C3%BAa). 4. «Elementi di positività» nella teoria gender e nell’omosessualità… Altrettanto emblematica è anche la relazione “Umano plurale. Tra la Scrittura e l’oggi” (QSE, n. 48, pp. 53-70) di Roberto Massaro, «Professore associato di teologia morale presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari e invitato presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma» (p. 53, nota *). Su internet si trovano altri dettagli circa l’Autore: Don Roberto Massaro è Presbitero della Diocesi di Conversano-Monopoli, docente «Invitato» presso l’Accademia Alfonsiana di Roma e presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, «collabora come esperto nell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della Conferenza Episcopale Italiana» (vedi qui: https://www.pul.it/team/massaro-roberto/). In quegli Atti del SAE, Don Massaro afferma: «[…] non ci si può accostare alle persone
transgender o omosessuali, ricorrendo, in modo superficiale e
sbrigativo, solo al concetto di legge naturale o a certe limitate
interpretazioni della Scrittura o dell’antropologia cristiana che
individuano nella dualità sessuale maschile e femminile l’unica
forma in grado di realizzare le dimensioni essenziali (unitiva e
procreativa) dell’unione coniugale. La relazione eterosessuale
manifesta certamente in pienezza queste proprietà, ma affermare
ciò non significa escludere a
priori che la relazione omosessuale possa anche presentare
elementi di positività» (p. 67, grassetto mio,
corsivo del testo).
Don Massaro prosegue: «Si impone, pertanto,
la necessità di una riflessione ad ampio raggio che, proprio
partendo dagli studi sul cervello umano, sostenga le persone
appartenenti alla comunità LGBT+ nell’accettazione di sé
e nella ricerca di una vita cristiana pienamente realizzata e integrata
nella comunità ecclesiale. Il rischio […] è che la morale
sessuale continui a essere considerata “causa di incomprensione e di
allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno
spazio di giudizio e di condanna”» (p. 67).
Insieme al Prof. Giovanni Del Missier [docente presso l’Accademia Alfonsiana, e le Pontificie Università Lateranense, Urbaniana e Gregoriana; vedi qui: “L’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà il gender?”, in https://www.promundivita.it/post-delmissier/], anche Don Massaro ritiene che: «il gender
possa costituire una nuova categoria euristica con cui comprendere
meglio la sessualità umana nelle sue sempre più
ampie sfaccettature, rinunciando a quella sterile e inutile
contrapposizione natura-cultura che, talvolta, smorza e chiude ogni
tipo di riflessione» (p. 68, grassetto mio).
Mi permetto di osservare che anche alle persone LGBT occorre indicare la bella virtù della castità… E che la «morale sessuale» viene incompresa anche da certi Pastori e moralisti che si aprono alla mentalità gender o LGBT, ribaltando, su questa materia, l’insegnamento della Sacra Scrittura, della Tradizione e del Magistero della Chiesa. 5. La Chiesa «che ancora non c’è»… All’inizio del suo intervento, “Per un linguaggio non sessista. Come parliamo di Dio?” (QSE, n. 48, pp. 71-77), la teologa Marinella Perroni («CTI – Roma») afferma: «[…] ho creduto nel SAE fin da quando
facevamo le riunioni a casa di Maria
Vingiani e io ho scoperto che l’ecumenismo
era l’unica possibilità
che le Chiese avevano di riscattare il proprio passato e, soprattutto,
di costruire il loro futuro: per me il SAE è icona di questa
Chiesa che ancora non c’è, ma che è l’unica che potrebbe essere in grado di
raccogliere le sfide interreligiose che vengono dall’oggi»
(p. 71, grassetto mio).
Poi, Perroni cita alcuni brani di un articolo della scrittrice Elena Löwenthal (pubblicato su “La Stampa” del 22-07-2023), la quale afferma che «Tutto è più fluido, oggi, anche in questo [delle religioni] mondo»; lo spazio della fede è aperto, «una società multicolore è anche necessariamente una società multiconfessionale» (cit. da Perroni, p. 71). In effetti, le idee emergenti dalle relazioni di questi Atti SAE rafforzano proprio questa fluidità: dal non possedere la Verità al gender… 6. L’Umanesimo progressista e giudice… SAE: sì al sacerdozio femminile… Nella relazione “Per un linguaggio non sessista. Come parliamo di Dio?” (QSE, n. 48, pp. 79-85), Vladimir Zelinksy («Teologo ortodosso – Brescia»; vedi anche qui: https://www.saveriani.it/collaboratori/item/vladimir-zelinsky) scrive: «Nella società
occidentale, come anche nella cristianità, da un pezzo è
comparsa una voglia di giudicare, a volte processare il proprio passato, il nostro
linguaggio religioso incluso. […] Ma prima di condannare ci
dobbiamo chiedere: chi è il giudice che può condannare o
assolvere? Credo che questo giudice
sia l’umanesimo – nel suo significato moderno o postmoderno – la coscienza attuale che si rinnova
come si cambia l’uomo stesso che si scopre sempre di nuovo. L’uomo modifica la propria fede sulla base
delle rinnovate esigenze, delle sfide recenti a cui il mondo,
nella sua trasformazione permanente,
rimanda» (p. 79, grassetto mio).
Si direbbe che anche Don Zelinsky si assoggetti a quel «giudice», «l’umanesimo», allorché poco oltre afferma: «[…] nel nostro gruppo teologico del SAE abbiamo
discusso a lungo la questione del sacerdozio femminile. Insieme
più o meno siamo arrivati alla
conclusione che non ci sono argomenti scritturistici e teologici validi
che dovrebbero impedire per sempre le ordinazioni delle donne»
(p. 80, grassetto mio).
7. Parlare di Dio in modo non-patriarcale… Ministeri per le donne… Nella relazione “Per un linguaggio non sessista. Come parliamo di Dio?” (QSE, n. 48, pp. 87-96), Lidia Maggi («Pastora battista – Dumenzana (VA)»), insieme al SAE, è convinta che: «Un Dio narrato attraverso immagini
esclusivamente maschili (Padre, Re, Signore, Pastore,
Onnipotente, Creatore) rispecchia una
Chiesa prevalentemente
patriarcale, dove le donne trovano poco spazio per fare udire la
propria voce per narrare le grandi meraviglie di Dio. Lo abbiamo
imparato insieme nel confronto ecumenico: ogni modo di dire il divino è
parziale e metaforico; nessuna immagine può racchiudere
l’inenarrabile, l’eccedenza di un Dio che è sempre più
grande di come possiamo raccontarlo. Ma l’eccedenza espressa unicamente con
immagini maschili, di fatto, ha dato forma a Chiese dove il protagonismo femminile è relegato
in secondo piano rispetto a quello maschile fino a escludere le donne da alcuni
ministeri. Una situazione che ci
fa soffrire» (p. 87, grassetto mio).
Più avanti, la pastora Maggi scrive: «[…] Sono grata a
queste sorelle che mi hanno permesso di intuire quanto sia più
facile rischiare di farsi immagini
fisse del divino quando il modo maschile di nominarlo si assolutizza
fino a perdere l’umana imparzialità del linguaggio»
(p. 93, grassetto mio).
Quasi al termine della relazione, Lidia Maggi afferma: «Smascherare il sessismo che deforma il linguaggio per dire Dio e lo stile della Chiesa di Gesù può diventare il compito che accomuna sensibilità teologiche differenti, persino opposte, e che opera trasversalmente a tutte le Chiese. Insieme allo smascheramento occorrerà potenziare la ricerca biblica sul tema, nonché trarre dal tesoro della sapienza antica e delle riflessioni moderne la ricchezza di un immaginario femminile e di un linguaggio inclusivo che appartiene al patrimonio delle Chiese» (p. 96, grassetto mio). Secondo Lidia Maggi, occorre «camminare insieme per arginare il linguaggio sessista in nome della maggior grandezza di Dio e della comunione inclusiva – trinitaria – delle nostre Chiese» (p. 96, grassetto mio). 7. No al Concilio di Trento e a dottrine definitive! Ordinazione delle donne! Nella relazione “Uno snodo critico. Chiese, ministeri, donne” (QSE, n. 48, pp. 97-122), circa l’ordinazione “in sacris” delle donne, Serena Noceti («Teologa Cattolica, ATI – Firenze») sostiene che non bisogna fare riferimento «alla teologia del sacerdozio della Scolastica consacrata dal decreto De ordine del Concilio di Trento», occorre abbandonare la «tradizionale prospettiva cristologico-ontologica sacerdotale» (cf. p. 104), e invece «è essenziale il confronto ecumenico, con le Chiese che hanno deciso, già a partire dal 1853, di ordinare donne al pastorato o con le Chiese antico orientali che hanno mantenuto da secoli la prassi di ordinazione di diacone/diaconesse (ad esempio la Chiesa armena)» (pp. 104-105). Più avanti, Noceti scrive: «Papa Francesco ha esortato più volte i teologi cattolici a essere coraggiosi, responsabili, aperti a nuove prospettive in teologia» (p. 106). Mi permetto di rilevare che, alla luce di varie esperienze contemporanee, in certi ambienti ecclesiali, il coraggio e le nuove prospettive vengono di fatto auspicati più per lo scardinamento e il superamento che non per la difesa di dottrine cattoliche tradizionali o dogmatiche… Serena Noceti sa bene che Papa Giovanni Paolo II ha dichiarato più volte «l’impossibilità dell’ordinazione sacerdotale delle donne» (p. 108). Al riguardo, Noceti cita anche l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1976 (cf. p. 110) e il documento “Ordinatio sacerdotalis” (1994) di Giovanni Paolo II il quale afferma che la Chiesa non ha la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che tale sentenza «“deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”» (cf. p. 111). Invece Noceti è a favore dell’ordinazione delle donne: secondo lei, il ministero ordinato non dev’essere collegato alla potestà sacra, ma all’annuncio del Vangelo, e occorre abbandonare «la teologia tradizionale post-tridentina» in favore della «visione conciliare» (cf. pp. 114-115)… Secondo Noceti: «Non è possibile prendere posizione nel dibattito sull’ordinazione delle donne rifacendosi, in modo esclusivo e sul piano fondativo, all’“in persona Christi (capitis)” o alla rappresentanza fisica maschile del Cristo nella celebrazione eucaristica, perché questa non è la prospettiva adottata dal Vaticano II […]» (p. 116). Per cui: «Un passo possibile ora: l’ordinazione ministeriale delle donne diacono/diacone» (p. 116, grassetto del testo). Noceti auspica: «un cambiamento anche così radicale nella configurazione ministeriale della Chiesa cattolica» (p. 120), «nuove interpretazioni della Scrittura» (p. 120), «una Chiesa gender-strutturata e pensata» (p. 121, grassetto mio). Il diaconato femminile auspicato da Serena Noceti non è quello di «un ministero istituito laicale, di donne laiche, che si dedichino alla assistenza e alla carità, come ad esempio il card. Walter Kasper ha proposto» (p. 121), ma si tratta invece di «un ministero ordinato e non un servizio laicale» (p. 121). In realtà, anche l’ordinazione ministeriale diaconale, essendo “in sacris”, è impossibile. Ma teologhe e teologi come Noceti non lo comprendono. Infine, la teologa Noceti si appella alla sinodalità, al processo sinodale: «La Chiesa cattolica-romana è impegnata in un cammino sinodale di riforma missionaria e sinodale: nessun reale rinnovamento ecclesiale e nessuna riforma strutturale possono avvenire senza un correlato e contestuale cambiamento sul piano della ministerialità (ordinata e non). Tutto questo deve avvenire anche in prospettiva di genere […]» (p. 122, grassetto mio). 8. La Chiesa che verrà: sinodalità protestante, pluri-confessionalità… Nella relazione “Uno snodo critico. Chiese, ministeri, donne” (QSE, n. 48, pp. 123-141), il protestante Davide Romano («Docente e Direttore dell’Istituto avventista di cultura biblica (IACB) “Villa Aurora”, Firenze») scrive: «Il protestantesimo, per parte sua,
sente di aver fatto proprio senza
riserve il modello sinodale di Chiesa» (p. 135, grassetto
mio).
Secondo Davide Romano, «la Chiesa che potrà venire»
(p. 138) dovrà essere pluralista,
«nel rispetto dei generi», inclusiva, sinodale, «egualitaria»
(cf. pp. 138-139), senza «nessun
pregiudizio gerarcologico» (p. 140, corsivo del testo),
«ecumenica» nel senso che «le diverse tradizioni confessionali
non sono necessariamente un accidente storico umano molto umano; esse […] sono
anche il risultato della diversa
precisazione dei carismi che lo Spirito Santo ha suscitato al
fine di rendere possibile l’annuncio dell’Evangelo nei diversi scenari
e in molti modi» (p. 140, grassetto mio, corsivo del testo).9. Un pastore omosessuale e «l’etica liberante» (relativismo)… All’inizio della relazione “Per un’etica liberante” (QSE, n. 48, pp. 159-170), Gabriele Bertin, «Pastore valdese – Brindisi», si dichiara «omosessuale» (p. 159) e propone «l’etica liberante» che parte «da una liberazione verso se stessa, come prassi, rinunciando a porsi come assoluta» (p. 166, grassetto mio), «un’etica in divenire» (p. 166, grassetto mio), «che liberi, in un certo senso Dio dalle gabbie borghesi e benpensanti» (p. 169). Più avanti, Bertin afferma: «Non credo che
un’etica liberante, in una prospettiva di fede, possa oggi non essere
associata ad altri termini quali: decolonialità,
transfemminismo, nuovo maschile, equità economica, fobia
della disabilità. Credo, in conclusione, che il primo passo da
muovere per la creazione e la proliferazione di forme liberanti di
etica, sia quella di comprendere e abitare la complessità della
realtà, riconoscendo la mia
parzialità di visione e di vissuto. L’etica liberante
è quella che ci permette di sovvertire
quelle teche nelle quali è così comodo ordinare il mondo
e chi lo abita. Certo, il rischio è un continuo mettere in discussione tutto,
un buco nero. Io non lo chiamerei così, ma parlerei piuttosto di
un’etica mobile,
ovvero che sappia ridefinire e muovere
i confini e interrogarsi sempre e di nuovo alla luce della
realtà nella quale deve operare» (p. 170, grassetto mio).
10. «Per un futuro diverso», sinodale: Chiesa & teologia “nuove” [o altre?]… Nella relazione “Per un futuro diverso” (QSE, n. 48, pp. 195-205), l’Arcivescovo di Catania Mons. Luigi Renna è entusiasta dell’attuale processo sinodale, dei suoi frutti, auspici e mète future. Così esordisce: «Un futuro diverso si sente nell’aria da tempo, è frutto di un processo che il Concilio Vaticano II ha incoraggiato nella Chiesa cattolica in quanto a consapevolezza, ricerca di vie nuove, ricchezza di temi che forse nel passato si aveva un po’ di timore a palesare» (p. 195, grassetto mio). Anche Mons. Renna vuole una Chiesa sinodale «permanente» (cf. p. 197), perché lo stile o strumento sinodale «è il solo che ci può salvare dall’immobilismo» (p. 197, grassetto mio)… Circa i divorziati risposati, Mons. Renna sembra soddisfatto dell’esortazione post-sinodale “Amoris laetitia” ma è rammaricato perché «molte Chiese sono state tiepide nell’accogliere i processi da avviare così come erano stati pensati nel capitolo VIII» (p. 200, grassetto mio). Circa l’accoglienza dei LGBT+ e il Sinodo, l’Arcivescovo di Catania cita (p. 201, testo e nota 12) il «Gruppo sinodale formato da sacerdoti che hanno un orientamento omosessuale» e il loro testo, “Con tutto il cuore”, pubblicato sulla rivista “Il Regno Documenti” 68 (2023) 3, e anche l’articolo del gesuita P. Giuseppe Piva, “Con tutto il cuore. Da dove nasce il documento dei 50 sacerdoti omo-bisessuali”, pubblicato in “Il Regno Attualità”, 68 (2023) 4, pp. 78-80. Circa l’accoglienza delle persone LGBT+, Mons. Renna afferma: «Da questo punto di vista credo che il magistero cattolico debba valutare meglio la ricerca teologica che si è sviluppata negli ultimi cinquant’anni. Un documento organico su alcune questioni di etica sessuale è del 1975, mentre quello sulla cura pastorale delle persone omosessuali, è una Lettera della stessa Congregazione ai Vescovi del 1986: sono stati dei capisaldi, ma non tengono conto di quanto la ricerca teologica abbia camminato, né di quanta pastorale è stata messa in atto» (p. 202, grassetto mio). Vediamo un attimo cosa dice, tra l’altro, il documento “Persona humana” dell’allora CDF (1975) al n. 8, circa gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso: «[…] gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati e che, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione» (vedi qui: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc _con_cfaith_doc_19751229_persona-humana_it.html). Inoltre il documento della CDF dichiara la illiceità dei rapporti prematrimoniali (nn. 6-7), della masturbazione (n. 9) e condanna la teoria dell’«opzione fondamentale» (n. 10). La Lettera della CDF del 1986 ai Vescovi, circa l’omosessualità, oltre a ribadire quanto sopra affermato dal documento “Persona humana”, poi osserva: «Tuttavia oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all’interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali» (vedi qui: https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ con_cfaith_doc_19861001_homosexual-persons_it.html). A questo punto vien da chiedersi se i cosiddetti progressi teologici e pastorali cui accenna Mons. Renna neghino questi e altri «capisaldi» dei due documenti magisteriali sopracitati… Più avanti, circa quelle visioni teologiche che rifiutano la benedizione di coppie omosessuali, Mons. Renna le definisce: «visioni che non si sono staccate da una teologia che non ha scandagliato adeguatamente il tema e rischia anche di essere molto influenzata da ideologie omofobe» (p. 202, grassetto mio). Teologia morale cattolica influenzata da ideologie omofobe? Eppure nella lettera sopracitata del 1986, la CDF, al n. 9, metteva in guardia i Vescovi da alcuni «gruppi di pressione»: «[…] Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione». La CDF affermava che si tratta di «un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi pastori […]». 11. Un Dio al femminile o al di là del maschile e del femminile… LGBT+… In un video postato su YouTube circa 5 anni, c’è un’intervista del gruppo omosessuale-cristiano (omosessualista) “La Tenda di Gionata” alla pastora valdese Letizia Tomassone sul cammino spirituale con persone LGBT+ (vedi qui: https://www.youtube.com/watch?v=vBAKGdgK5U8). A un certo punto, la pastora Tomassone dice che «nel Cristianesimo Dio è descritto sempre al maschile, in modo patriarcale, in modo gerarchico, e quindi come donna sono… ero interrogata da questa questione. Avevo bisogno di sentire, di poter immaginare Dio al femminile e anche Dio al di là del femminile e del maschile, quindi il Divino in un flusso, in una fluidità, in una trascendenza rispetto ai generi» (min. 1:25-2:02, grassetto mio). Questa sorta di anti-maschilismo e di ricerca-configurazione (trans-)femminista di Dio, la pastora Tomassone la fa emergere anche nella sua relazione “Per un futuro diverso” (QSE, n. 48, pp. 207-215) nella Sessione di Formazione Ecumenica del SAE del luglio 2023. Ella vuole una «Chiesa inclusiva» (p. 207, corsivo del testo), non le piace che «le Chiese si trincerano dietro l’identità maschile di leader, Padri della Chiesa, teologi, e dietro nomi divini che rappresentano solo il maschile» (p. 208, corsivo del testo). Secondo Tomassone occorre «superare questa situazione dominante», «cambiare le metafore e le immagini del divino»… Ella parla di «relazione fra maschile e femminile in Dio» (cf. p. 208), e dice che occorre «smantellare» il «kyriarcato» che crea «sessismo, razzismo, differenze tra religioni» (cf. p. 208, corsivo del testo)… dare voce nella Chiesa anche a «le persone LGBT+» (cf. p. 209)… Letizia Tomassone auspica una Chiesa: « – che non abbia definizioni e risposte già pronte, sui temi etici, dove le Chiese hanno sempre esercitato un feroce controllo sui corpi e sulle sessualità; – che abbia quella carica profetica che le permette di destrutturare il patriarcato e la sua architettura ecclesiale; […]» (p. 210, grassetto mio). La pastora Tomassone accusa la Chiesa Cattolica di «misoginia» perché non consente alle donne di fare benedizioni… Se la pastora visitasse il Santuario di Caravaggio potrebbe ammirare la statua della Madonna benedicente, apparsa a Caravaggio nel 1432 (vedi qui: https://www.santuariodicaravaggio.org/il-santuario/lapparizione/). C’è pure la statua della Madonna benedicente sull’Autostrada A1, svincolo di Orte, inaugurata nel 1989 da Papa Giovanni Paolo II (vedi qui: https://www.autostrade.it/it/comunicazione-e-media/mediateca/archivio-storico/-/ media-items/media/playlist/storico-celebrita-in-autostrada). Anche la pastora Tomassone apprezza la filosofa indigena americana Gloria Evangelina Anzaldua (cf. pp. 213-214). Come ho scritto sopra, Gloria Anzaldua elogiava “Shiva” quale simbolo di divinità transessuale che univa e superava il maschile e femminile, ed ella stessa era sia eterosessuale che omosessuale (vedi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Gloria_Anzald%C3%BAa)… Più avanti, Letizia Tomassone parla di «relazione», «empatia»: «[…] Relazione in cui la pelle, il toccarsi, la vulnerabilità reciproca e comunque la possibilità di ferire i corpi o di accarezzarli ci rimandano a relazioni di vita contrapposte a relazioni armate. La pelle è immagine di questa relazione, in cui Dio si fa amica e amante» (p. 214, grassetto mio). Dio «amica», al femminile… Poco oltre, Letizia Tomassone afferma che «una teologia della relazione vede Dio che cambia: un Dio che incontra e si lascia trasformare, che esiste nella relazione, che suscita una Chiesa che si lascia trasformare nell’incontro […]» (p. 215, grassetto mio, corsivo del testo). 12. Dio maschio e femmina secondo la Qabbalah… Negli Atti della 59a Sessione di Formazione Ecumenica del SAE, dopo le “Relazioni” (QSE, n. 48, pp. 15-224), ci sono le “Meditazioni bibliche” (225-264), le “Liturgie” (pp. 265-278), i “Laboratori” (pp. 279-316). Concludo l’analisi di questi Atti, segnalando solo la prima delle “Meditazioni bibliche”: è “Isaia 66,13” (QSE, n. 48, pp. 227-233) a cura di Marco Cassuto Morselli, «Presidente della Federazione delle Amicizie Ebraico-Cristiane». Cassuto Morselli espone e condivide princìpi (gnostici) della Cabala ebraica o Qabbalah che ben si armonizzano con quelli del femminismo o transfemminismo emergente dalle relazioni SAE sopracitate. Cassuto Morselli scrive: «Per secoli e secoli è prevalso l’aspetto maschile e paterno della Divinità tanto che, quando Giovanni Paolo I parlò di Dio come madre, le sue parole suscitarono grande scalpore. Eppure, come abbiamo visto, nelle Scritture non mancano riferimenti all’aspetto materno della Divinità. Non si tratta di voler piegare i testi biblici alla sensibilità odierna, ma di riscoprire in essi aspetti trascurati da una cultura patriarcale e maschilista» (pp. 228-229). Apro una parentesi. Voglio credere che Giovanni Paolo I, nel dire che “Dio è madre” non l’intendesse al modo della Qabbalah, ma che volesse semplicemente dire che l’Amore di Dio è più grande dell’amore di una madre. In effetti, per Cassuto Morselli e per la Qabbalah, Dio, «Eloqim» (Elohim), è «maschio e femmina», come pure Adamo è «maschio e femmina», «a immagine e somiglianza di Eloqim» (cf. p. 229). E poco oltre, Cassuto Morselli, citando lo studioso ebreo Gershom Scholem, illustra la dottrina della Qabbalah relativa alle «Sefiroth», emanazioni divine, «sfere maschili» e «sfere femminili» (cf. p. 230)… Cassuto Morselli parla de «l’aspetto maschile e l’aspetto femminile della Divinità» (cf. p. 231). A pag. 233 c’è l’immagine dell’Albero Cabalistico delle 10 Sephiroth… Cassuto Morselli scrive: «Se osserviamo l’albero delle Sefirot, vediamo sfere maschili, come Hokhmah e Tiferet, e sfere femminili, come Binah e Malkuth. Rav Elia Benamozegh – del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita – ritiene che nessun titolo sia più adatto a Dio che quello di Madre […]» (p. 230, grassetto mio, corsivo del testo), ossia – spiega Benamozegh – Dio è la «“causa prima”», «“la intelligenza assoluta di Dio”», «“Shekinah”» (cf. pp. 230-231)… Poco oltre, ancora illustrando concetti cabalisti, Cassuto Morselli afferma che «nella sua assoluta trascendenza» Dio è «al di là della differenza maschile e femminile» (cf. p. 231), ma nel «suo aspetto rivelato, la struttura della Divinità è articolata in Sefirot le quali sono sia maschili che femminili» (p. 231). Verso la fine della sua meditazione, Cassuto Morselli afferma: «L’unità iniziale e finale trascende il riferimento al genere maschile o femminile. Ma Ha-Shem desidera dimorare nel mondo che ha creato e in questo mondo l’esistenza del maschile e del femminile è essenziale quanto l’esistenza del tempo e dello spazio. La sua essenza inconoscibile deve pertanto essere conosciuta attraverso l’armonia degli opposti» (p. 232, grassetto mio). Mi permetto di osservare che in verità i cherubini biblici nel Santo dei Santi non erano raffigurati come maschio e femmina. Probabilmente è la Cabala ebraica o i Cabalisti che, alla luce della dottrina delle Sefiroth, ritengono quei due cherubini l’uno maschio e l’altro femmina… Osservazioni conclusive: dal Modernismo alla Gnosi (e alla Massoneria?) Ripercorriamo in sintesi le relazioni sopracitate evidenziandone le idee fondamentali e vediamo come queste, ben concatenate tra loro, si ritrovano in quel “bacino” o “deposito” culturale che è la Massoneria, Società o Istituzione Iniziatica, ben diramata in varie Massonerie sia maschili, sia miste o “androgine” (maschili e femminili), sia femminili. Come scrivo da anni, ci sono tante Massonerie, ma i loro princìpi, riti e simboli sono sostanzialmente gli stessi. Ritengo, anzitutto, che dagli Atti di quella 59a Sessione di Formazione Ecumenica SAE, traspare come idea fondamentale quella stessa che costituisce il cardine del Modernismo già denunciato da Papa San Pio X: ossia che la verità non è fissa né immutabile, ma è in continua evoluzione con l’uomo, per l’uomo e nell’uomo… In forza di questo relativismo, i dogmi non contengono verità assolute ma solo “immagini” che devono adattarsi al sentimento religioso, o (in termini moderni) sinodale… Sul relativismo o evoluzionismo della Verità, si basa il progetto di riforma della Chiesa auspicato dai Modernisti sin dal tempo di Pio X, fino al presente… Al riguardo, rimando a una relazione tenuta nel 2018 dal Prof. Roberto de Mattei (vedi qui: https://www.corrispondenzaromana.it/il-modernismo- radici-e-conseguenze-storiche/; vedi anche: https://www.robertodemattei.it/modernisti-di-ieri-e-di-oggi/). In effetti, secondo varie relazioni sopracitate (riassumo in corsivo): non esiste una verità né un’etica che siano definitive e immutabili, nessuna Confessione o Religione può pretendere il primato della Verità, la Chiesa deve cambiare e diventare “aperta”, “pluriconfessionale”, occorre superare tutti i dualismi o binarismi e confini identitari… Ora, l’approccio relativista alla Verità è tipico della Cultura Iniziatica della Massoneria sin dalle Costituzioni massoniche della Gran Loggia di Londra e d’Inghilterra del 1723, redatte dal pastore presbiteriano James Anderson. Poi, sulla base del relativismo antropocentrico del Modernismo (e della Massoneria), è facile passare ad auspicare l’ordinazione in sacris (almeno diaconale) delle donne, e a superare ogni dualità, anche quella maschio-femmina… Circa il superamento di contrari/dualismi/binari, osservo che, al riguardo, in Massoneria, c’è il Pavimento di Loggia a scacchi bianchi e neri… Al 30° e 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato c’è l’Aquila a due teste… A cosa porta il superamento del «binarismo» maschile-femminile? Nei sopracitati Atti SAE abbiamo visto elogi almeno impliciti alla scrittrice omo-bi-sessuale Gloria Anzaldua, promotrice della teoria “gender” o “queer” (cf. Relazioni Vantini e Tomassone), poi l’affermazione secondo cui ci sarebbero elementi di positività nelle relazioni omosessuali (cf. Relazione Massaro), l’elogio a un Dio al femminile o fluido (cf. Relazione Tomassone), o maschio-femmina secondo la Qabbalah (cf. Relazione Cassuto Morselli). Tanti anni fa ho consultato “Nea-Agorà”, rivista massonica barese del Grande Oriente d’Italia – Palazzo Giustiniani (GOI). Sul numero di novembre-dicembre 1998, dall’articolo “Le interviste di Agorà – Chi è don Franco Ratti, fondatore del Mo.Co.Va.” (p. 34), emergono alcune delle teorie che ho sopra esaminato: sacerdozio alle donne, liceità dell’omosessualità. Ancora in quel numero di “Nea-Agorà”, nell’articolo “Giubileo e Crepuscolo”, don Franco Ratti elogia Martin Lutero quale «profeta cattolicissimo» (pp. 35-36)… Torniamo alla relazione di Cassuto Morselli. Costui cita con elogio il Rabbino Elia Benamozegh (1823-1900), secondo cui Dio è Madre… Ebbene, nel libro “Israel et l’Humanité. Etude sur le problème de la réligion universelle et sa solution” (Ernest Leroux éditeur, Paris 1914), Rav. Elie Benamozegh afferma che la teologia massonica («la théologie franc-maçonnique») è teosofia («théosophie») e corrisponde a quella della Cabala ebraica, «Kabbale» (cf. pp. 70-71). Rav. Benamozegh afferma che nella Massoneria c’è una dottrina segreta introdotta dai Rosa-Croce gnostici. Tale Gnosi («gnose») è appannaggio degli Alti Gradi Massonici. Tra i “moderni autori” che trattano di tale «théologie franc-maçonnique», Rav Benamozegh cita anzitutto il massone Albert Pike (cf. pp. 70-71, nota 1). Benamozegh riferisce anche la dottrina cabalista dell’androginia di Adamo («androgyne»), maschio-femmina (cf. p. 290) e della bisessualità di ogni anima umana («chaque âme a été comme Adam bissexuelle»: cf. p. 291). * * *
Concludo. Una Chiesa costruita su idee, princìpi, auspici sopra esaminati, non è più in sintonia con la Fede e la Morale insegnate dagli Apostoli Pietro e Paolo e tramandate dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa. Una Chiesa de-costruita e ri-costruita (già, metafore libero-muratorie!) secondo le teorie raccolte e promosse dal SAE non ha più nulla a che fare con i Dogmi di fede e di morale, e quindi è separata dalla dottrina di Cristo e degli Apostoli… Diverrebbe una “Chiesa” che elimina Cristo, la Verità, e mette al centro l’Uomo attraverso un metodo permanente “dal basso”. |