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| Costi delle guerre sempre più insostenibili anche in Israele ![]() Amici e familiari partecipano al funerale di Vladimir e Lena Gershovich e del figlio Dmitry, uccisi da un missile iraniano a Haifa, 7 aprile 2026. (foto Flash90) Perdite di vite umane, feriti resi invalidi, costi economici diretti e indiretti, danni alla salute mentale, aumento dell’emigrazione degli under 40 più istruiti, degrado della democrazia. Le guerre scatenate da Israele con gli Stati Uniti presentano il conto. Ed è un conto salato anche per lo Stato ebraico. I corpi della famiglia di quattro persone estratti dalle macerie il 6 aprile dopo che un missile iraniano ha centrato in pieno il loro condominio di Haifa hanno portato a quota 26 il numero di Israeliani morti dall’inizio dell’attacco all’Iran, mentre sono più di 7mila i feriti. Ma nel conflitto ancora una volta asimmetrico scatenato da Israele contro l’Iran ed il gruppo Hezbollah lo scorso 28 febbraio sono almeno 2.076 vittime e oltre 26.500 feriti in Iran, fra i quali circa 4.000 donne e 1.621 bambini. In Libano 1.497 morti e 4.739 feriti; 139 morti in Iraq e centinaia di feriti, con varie decine di vittime e di feriti fra Iraq, Siria, Qatar, Bahrein. Per non parlare degli oltre 72mila morti nella Striscia di Gaza (secondo altre fonti sarebbero almeno 75mila), dove sono stati uccisi oltre 700 Palestinesi dall’inizio della tregua il 10 ottobre e dove sono impressionanti le cifre della catastrofe per i sopravvissuti: fonti sanitarie parlano di 60mila mutilati adulti e di almeno 4.000 bambini ai quali è stato amputato almeno un arto. Lo scorso weekend la versione in ebraico del quotidiano finanziario israeliano Calcalist ha pubblicato un rapporto secondo il quale in questi 40 giorni di guerra Israele ha sostenuto costi pari a 47 miliardi di shekel (circa 13 miliardi di euri). Il Ministero della Difesa israeliano ha richiesto altri 39 miliardi di shekel, ovvero circa 10 miliardi di euri, per coprire le spese militari: una cifra destinata ad aumentare con il protrarsi dei combattimenti e l’aggravarsi delle conseguenze economiche. Sul fronte civile, il giornale ha riferito che sono state presentate oltre 26mila richieste di risarcimento per danni causati dai missili, stimati tra 1 e 1,5 miliardi di shekel (tra 276 e 414 milioni di euri). L’onere maggiore deriva però da un piano di risarcimento per le imprese e i lavoratori stimato tra i 6,5 e i 7 miliardi di shekel, intorno ai 2 miliardi di euri. Il rapporto ha aggiunto che sarebbe necessario anche l’equivalente di 138 milioni di euri per coprire i lavoratori messi in congedo non retribuito. Nella guerra a Gaza bruciati 97 miliardi di euri Ma queste cifre sono solo la punta dell’iceberg dei costi di un conflitto regionale che ha drenato una quantità di risorse che appaiono sempre più insostenibili sul lungo termine per Israele, con buona pace di chi si vanta che la 26esima economia del mondo possa assorbire questi macigni. Secondo le stime diffuse dalla Banca di Israele, solo nella guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza, il costo della risposta sproporzionata dell’Idf ha raggiunto quota 352 miliardi di shekel, pari a quasi 97 miliardi di euri, praticamente un quinto dell’intero Pil israeliano nel 2025. L’economista militare Gil Pinchas l’ha definita «la più lunga e la più costosa guerra nella storia di Israele». Ha riferito che al gennaio 2026 era costata qualcosa come 300 milioni di shekel al giorno, ovvero più di 82 milioni di euri, e che in ogni caso questa cifra rifletteva solo i costi diretti dell’esercito, non quelli indiretti derivati dalla perdita di produttività e dagli chock alla catena di approvvigionamento. La Banca centrale israeliana stima che per ogni riservista si perdano circa 38mila shekel al mese (poco più di 10mila euri) in termini di produzione economica: costi destinati a lievitare visto che con l’attacco all’Iran il Ministero della Difesa ha richiamato altri 100mila riservisti. Con la pace il reddito pro-capite aumenterebbe del 30 per cento Nulla di nuovo sotto il sole per alcuni fra i più autorevoli economisti israeliani. Nel suo libro The Israeli Economy: A Story of Success and Costs (Princeton University Press 2021), un best-seller nel mondo anglosassone ma ignorato dalla stampa in ebraico, l’economista dell’Università ebraica di Gerusalemme Yosef Zeira ha condensato decenni di ricerche condotte anche come membro del board di Aix Group, un think tank indipendente formato da economisti israeliani, palestinesi ed internazionali che studiano l’impatto economico del conflitto e quali benefici Israele e la regione trarrebbero se decollasse un processo di pace. È noto che l’occupazione dei Territori palestinesi porta notevoli profitti derivanti, fra le altre cose, dall’espansione dell’economia israeliana in Cisgiordania, dal controllo sulle sue risorse naturali inclusa l’acqua, dal flusso di Palestinesi della Cisgiordania come forza lavoro a basso costo in Israele e, naturalmente, dallo sviluppo di industrie militari che producono i mezzi per mantenere l’occupazione. Tuttavia, Zeira dimostra, dati alla mano, che questi profitti sono di scarso valore se confrontati con i costi pagati dalla società israeliana per la continuazione del conflitto e se si considerano i potenziali profitti che potrebbero essere ottenuti se si trovasse un accordo con i Palestinesi. A causa del conflitto, infatti, il tasso di rischio per gli investitori è molto alto in Israele: l’incertezza frena gli investimenti e quindi l’intensità di capitale è bassa rispetto alla media dei Paesi dell’Ocse. Dopo decenni di ricerca accademica, Zeira dimostra che «se trovassimo una soluzione politica al conflitto e riducessimo da tre a un anno il servizio di leva, i giovani entrerebbero prima nel mercato del lavoro e questo accrescerebbe il capitale umano e la produzione del 4 per cento: insieme ai maggiori investimenti e accumulo di capitale, avremmo un aumento del reddito pro-capite di almeno il 30 per cento». Sono dati poco noti, ma persino il Ministero della Difesa israeliano si appoggia a queste ricerche come fonte per le proposte di riduzione della leva obbligatoria. Due popoli traumatizzati Ci sono poi i costi sanitari. È noto come le vite di Israeliani e Palestinesi siano interamente condizionate dal conflitto che si trascina da 80 anni con enormi danni sulla salute mentale per il senso di insicurezza, di precarietà e di stress permanente che provoca. Già prima del 7 ottobre 2023 numerose ricerche avevano gettato luce su come la Striscia di Gaza, dal 2007 la più grande prigione del mondo a cielo aperto dalla quale nessuno poteva uscire, e negli ultimi anni anche i Territori palestinesi occupati, contenessero una delle più alte concentrazioni del mondo di bambini e adolescenti affetti da disturbi psichiatrici, fobie e danni derivanti dal conflitto. Allo stesso tempo sono troppo poco conosciuti, spesso censurati dalla stessa stampa in ebraico, gli effetti del conflitto sui militari e sui civili ebrei: numerosi studi hanno indicato che circa il 20 per cento dei cittadini israeliani mostra sintomi di disturbo da stress post-traumatico (Post-anxiety disorder o Post Traumatic Stress Disorder nell’acronimo Ptsd, considerato uno dei disturbi più difficili da curare) a causa delle continue tensioni legate alla sicurezza personale. Negli ultimi due anni e mezzo è quasi raddoppiato il tasso di suicidi fra i soldati che hanno preso parte ai combattimenti nella Striscia di Gaza (22 nel 2025, il tasso più alto negli ultimi 15 anni) e sono quasi raddoppiati i casi di riservisti che chiedono il congedo dopo i traumi vissuti a Gaza. Dall’inizio della guerra all’Iran si moltiplicano i consigli degli esperti su come far fronte alla deprivazione del sonno causata dai continui allarmi per scendere nei rifugi, alla perdita di memoria e all’abuso di cibo e di alcool per far fronte all’ansia. Saldo migratorio negativo anche nel 2025 Un altro costo del conflitto che desta preoccupazione, e che non a caso compare sui media in lingua inglese e meno su quelli in lingua ebraica, riguarda i 150mila Israeliani (82.400 nel 2024 e altri 69mila nel 2025) che dopo il 7 ottobre 2023 hanno lasciato il Paese. Il saldo negativo migratorio per il secondo anno consecutivo, con più Israeliani che partono rispetto a quanti arrivano, è un fatto raro in Israele e, nelle interviste di numerosi riservisti, è una conseguenza diretta del conflitto, dell’instabilità politica e delle regole di ingaggio sempre più opache e ai limiti della legittimità tanto a Gaza quanto nei Territori occupati. Non è un caso che a emigrare siano gli under 40, con un’istruzione medio-alta e profili professionali nell’hi-tech. Una perdita di capitale umano netta per un Paese che è balzato in cima alle classifiche mondiali proprio per gli investimenti sull’istruzione e sulle università. Terrorismo ebraico, minaccia esistenziale per Israele A rendere evidente la necessità di un cambiamento di rotta c’è infine la violenza dei coloni in Cisgiordania: per i Servizi di sicurezza israeliani (Shin Bet) la loro aggressività e l’impunità che viene loro garantita costituiscono oggi la maggiore minaccia per la tenuta dello stato di diritto in Israele. «Il terrorismo ebraico sta mettendo in pericolo l’esistenza stessa di Israele», scriveva alla fine del 2024 l’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar, silurato sei mesi dopo dal Premier Netanyahu. Oggi, mentre tutti i riflettori sono puntati sull’Iran e sul Golfo, la violenza dei coloni in Cisgiordania dilaga. Kirbet Humsa, Nablus, Tulkarem: sono solo gli ultimi pogrom avvenuti con la complicità dell’esercito e le confische di case di Palestinesi. «Israele, per mezzo dei predoni ebrei – si leggeva l’8 marzo 2026 su un editoriale non firmato, dunque riconducibile alla direzione, del quotidiano Haaretz – sta portando avanti la graduale espulsione dei Palestinesi dalle loro terre e, così facendo, potrebbe rendersi responsabile di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. E tutto questo avviene invece di adempiere al dovere di una potenza occupante di tutelare i diritti di una popolazione che vive sotto occupazione». Leggi anche : Lo storico Lee Mordechai: Ecco perché documento i crimini israeliani in corso a Gaza |