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| La crisi del sacerdozio fra tradizione e progresso di Aurelio Porfiri ![]() Quando si parla di cose che riguardano la Chiesa cattolica, uno degli argomenti che più vengono tirati fuori è quello della crisi del sacerdozio. È una crisi di numeri per il calo delle vocazioni ma anche di identità. Un prelato mi disse che anche i nuovi sacerdoti sono figli di questa società, una società che non mette Dio al primo posto. Questo è vero, ma non spiega a mio avviso lo stato deplorevole in cui versano tanti, troppi sacerdoti. C’è una soluzione? Parliamo del sacerdozio ricordando san Giovanni Maria Vianney (1786-1859), Patrono di parroci e sacerdoti e modello per tutti coloro che si sentono chiamati ad una vocazione religiosa. La Chiesa lo ricorda il 4 agosto nel novus ordo e il 9 agosto nel vetus ordo. Egli fu persona di origini semplici, che si spese tutto per i suoi parrocchiani, confessando e celebrando Messe. Ci ricorda che il sacerdote è “uomo del sacro”, non un assistente sociale o un imbonitore. Egli ci indica che la conversione del mondo verrà attraverso una più intensa vita di fede e non attraverso la nostra conversione al mondo. L’uomo di oggi ha esigenze diverse perché la società è mutata, ma egli non è mutato essenzialmente, come gli uomini e le donne del passato soffre, gioisce, piange, spera, pianifica…e non disprezza il suo passato perché pensa hegelianamente di essere giunto ad un punto più alto dell’evoluzione rispetto ai suoi predecessori. Padre Chad Ripperger in Topics on Tradition chiama questo “il complesso di superiorità dell’uomo moderno” e aggiunge: “Quando si considerano i vari argomenti a favore della superiorità dell’uomo moderno, vengono in mente una serie di problemi, ma ci concentreremo solo su alcuni. La prima è la premessa su cui si basa l’intero discorso, vale a dire. che (a) tutte le cose stanno cambiando (b) in meglio. Non è vero che tutte le cose stanno cambiando. Mentre sembra vero che tutte le cose materiali cambiano accidentalmente, non è vero che stanno cambiando nella loro natura. La natura dell’uomo non è cambiata da quando l'uomo è apparso su questo pianeta. Se si affermasse che la specie umana non è più la stessa che era quando l'uomo apparve per la prima volta, si sarebbe costretti a dire qualcosa di molto diverso. Per esempio, se si affermasse che l'uomo moderno si è evoluto in qualcosa di diverso nella sua natura, non sarebbe più uomo nello stesso senso. Se l’essenza dell’uomo cambia, non è più un uomo e chiamare due cose di natura diversa la stessa specie è nel migliore dei casi equivoco e nel peggiore contraddittorio. Questa è la debolezza dell’evoluzione in relazione al cambiamento delle specie. Ad esempio, dire che l’uomo si è evoluto da una scimmia è un’affermazione priva di senso dal punto di vista grammaticale ed epistemologico. Non si può dire che “l'uomo si è evoluto da una scimmia” perché l'uomo non esisteva ancora per evolversi. Se si afferma che le scimmie si sono evolute in esseri umani, si ha lo stesso problema. La scimmia non si fa uomo perché una volta mutate le caratteristiche essenziali della scimmia, non è più una scimmia. Bisognerebbe piuttosto affermare che la scimmia è esistita fino a un certo punto in cui la scimmia avrebbe cessato di esistere e poi sarebbe apparso l’uomo. La natura o l’essenza dell'uomo non è cambiata. Pertanto, non è vero che tutto sta cambiando”. Certo, se si pensa che più avanti si va e meglio è, allora la tradizione non può che essere vista con sospetto, come qualcosa che ci lega ad un passato che si ritiene un livello inferiore rispetto a quello presente. Ma se solo prendiamo l’arte, la musica, siamo sicuri che quello che abbiamo oggi è un upgrade rispetto il passato? E che questa sia una mentalità non poco diffusa in certo clero e in certi cattolici aggiornati, basta pensare agli insulti a connotazione storica che vengono rivolti a chi intende essere fedele alla tradizione: medievale, tridentino e via dicendo. Il sacerdote serve in primis i profondi bisogni spirituali che sono radicati nel cuore dell’uomo di sempre. Il Concilio Vaticano II, nel decreto Presbyterorum Ordinis, ad un certo punto afferma: “Dio, il quale solo è
santo e santificatore, ha voluto assumere degli uomini come soci e
collaboratori, perché servano umilmente nell’opera di
santificazione. Per questo i presbiteri sono consacrati da Dio,
mediante il vescovo, in modo che, resi partecipi in maniera speciale
del sacerdozio di Cristo, nelle sacre celebrazioni agiscano come
ministri di colui che ininterrottamente esercita la sua funzione
sacerdotale in favore nostro nella liturgia, per mezzo del suo Spirito.
Essi infatti, con il battesimo, introducono gli uomini nel popolo di
Dio; con il sacramento della penitenza riconciliano i peccatori con Dio
e con la Chiesa; con l’olio degli infermi alleviano le sofferenze degli
ammalati; e soprattutto con la celebrazione della Messa offrono
sacramentalmente il sacrificio di Cristo.
Sostanzialmente questo testo ci richiama al ruolo del
sacerdote che ci introduce alla dimensione soprannaturale della nostra
esistenza, che è la più importante, molto più
della nostra consapevolezza delle cose di questo mondo, per quanto
importanti esse possano essere.Ma ogni volta che celebrano uno di questi sacramenti, i presbiteri - come già ai tempi della Chiesa primitiva attesta S. Ignazio martire - sono gerarchicamente collegati sotto molti aspetti al vescovo, e in tal modo lo rendono in un certo senso presente in ciascuna adunanza dei fedeli. Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere d’apostolato, sono strettamente uniti alla sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua, lui il pane vivo che, mediante la Sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire assieme a Lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create. Per questo l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione, cosicché i catecumeni sono introdotti a poco a poco a parteciparvi, e i fedeli, già segnati dal sacro battesimo e dalla confermazione, ricevendo l’Eucaristia trovano il loro pieno inserimento nel corpo di Cristo. L’assemblea eucaristica è dunque il centro della comunità dei cristiani presieduta dal presbitero. I presbiteri insegnano dunque ai fedeli a offrire la vittima divina a Dio Padre nel Sacrificio della Messa, e a fare, in unione con questa vittima, l’offerta della propria vita. Nello spirito di Cristo pastore insegnano altresì a sottomettere con cuore contrito i propri peccati alla Chiesa nel sacramento della penitenza, per potersi così convertire ogni giorno di più al Signore, ricordando le Sue parole: « Fate penitenza perché si avvicina il regno dei cieli » ( Mt 4,17). Insegnano inoltre ai fedeli a partecipare così intensamente alle celebrazioni liturgiche, da poter arrivare anche in esse alla preghiera sincera; li spingono ad avere per tutta la vita uno spirito di orazione sempre più attivo e perfetto, in rapporto alle grazie e ai bisogni di ciascuno; e invitano tutti a compiere i doveri del proprio stato, inducendo quelli che hanno fatto maggiori progressi a seguire i consigli del Vangelo, nel modo che meglio convenga a ciascuno. Quindi istruiscono i fedeli in modo che possano cantare in cuor loro al Signore Gesù Cristo”. Per tornare a san Giovanni Maria Vianney, così ce ne parla Plinio Corrêa de Oliveira: “Questo santo straordinario
passa tutta la sua giornata in Chiesa: sul pulpito, in confessionale o
all’altare. Si potrebbe pensare che alla sera, tornato a casa, possa
almeno godersi il meritato riposo. Niente affatto: comincia una nuova
lotta, questa volta contro il Diavolo. Per decenni quasi ogni notte
combatte il Diavolo – che chiama Grappino – che ogni notte lo assale
fisicamente e lo tormenta con rumori assordanti e ingiurie. Nelle notti
precedenti alla confessione di un peccatore particolarmente dominato
dal Demonio, quest’ultimo si scatena particolarmente contro il Santo.
Una volta dà perfino fuoco al suo materasso. In risposta, San
Giovanni Maria Vianney ricorre sempre di più alla penitenza e
alla preghiera per ottenere da Dio le grazie necessarie a convertire i
peccatori. È molto bello meditare su come la Divina Provvidenza,
per accrescere ancora il suo apostolato, gli conceda il dono dei
miracoli. In effetti, ne compie molti. Ma si guarda bene
dall’attribuirli a se stesso”.
Chissà se ai sacerdoti di oggi vengono fatte meditare queste parole del Vianney: “Se non avessimo il
Sacramento dell’Ordine, noi non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha messo
nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima al suo
ingresso a questo mondo? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di
fare il suo pellegrinaggio? Sempre il sacerdote. Chi la
preparerà a comparire davanti a Dio, lavando l’anima per la
prima volta nel Sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, ogni volta
il sacerdote.
Se l’anima, poi, giunge all’ora del trapasso, chi la farà risorgere, rendendole la calma e la pace? Ancora una volta il sacerdote. Non potete pensare a nessun beneficio di Dio senza incontrare, insieme a questo ricordo, l’immagine del sacerdote. Se andaste a confessarvi a un angelo, vi assolverebbero? No. Vi darebbero il Corpo e il Sangue di Gesù? No. La Santa Vergine non può far scendere il Suo divin Figlio nella Santa ostia. Anche duecento angeli non vi potrebbero assolvere. Un sacerdote, per quanto semplice sia, lo può fare. Egli può dirvi: “Va in pace, ti perdono”. Che cosa grande è il sacerdote!”. Per i sacerdoti in crisi d’identità, quali parole più grandi di queste per ritrovare il senso vero della loro missione? |