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| Cardinale József Mindszenty ![]() Il cardinale József Mindszenty in un discorso del 1 novembre 1956 «Voglio essere un buon
pastore che, se necessario, dà la propria vita
per il suo gregge, per la sua Chiesa e per la sua Patria» Così parlò il cardinale József Mindszenty, Primate di Ungheria, durante la sua intronizzazione come arcivescovo di Esztergom, il 7 ottobre 1945, nella Cattedrale distrutta dalla guerra. Ben presto, queste parole divennero la profonda verità della sua vita. Durante i 39 mesi della sua attività come Primate – fino al suo arresto – egli scrisse 23 Lettere Pastorali. Condusse una vita ascetica per condividere le privazioni della popolazione. Il giorno della festa dell’Assunzione del 1947, proclamò un anno mariano: alle celebrazioni parteciparono 4,6 milioni di persone. I comunisti erano si infuriarono: interruppero le Messe, provocarono disordini, chiesero le dimissioni di alcuni sacerdoti e di laici influenti, calunniarono il Primate e infiltrarono delle spie nella sua cerchia; arrivarono perfino a fare pressione su alcuni sacerdoti deboli per ottenere le loro dimissioni. Ma Papa Pio XII sostenne fermamente il cardinale. Il 26 dicembre 1948, il tenente-colonnello Decsi inviò i suoi uomini nella residenza del cardinale. Era calata la notte. Essi trascinarono la loro vittima: Primate e cardinale della Santa Romana Chiesa, al n° 60 di viale Andrassy, a Budapest, luogo che era già stato usato come camera di tortura dalla Gestapo. Il principale responsabile del sistema terroristico comunista era Gábor Péter, un essere sadico che assisteva personalmente ai supplizi: colpi di manganello ai reni, aghi sotto le unghie. Nel febbraio 1949 si tenne un processo-farsa. Sconvolto dalle torture, il Primate sedeva sul banco degli accusati: con lo sguardo fisso è la voce tremante. Dichiarò che la polizia non gli aveva fatto alcun male. Il suo avvocato disse con zelo che aveva potuto difendersi liberamente; poi chiese «solamente» la prigione a vita per il suo cliente. Il tribunale accolse questa richiesta, come se la sentenza non fosse già stata decisa da lungo tempo. La crudele alternanza di torture, interrogatori e supplizi durò 39 giorni e 39 notti. Una volta, il cardinale fu costretto a correre nudo nella sala degli interrogatori per evitare bastonate e ferite. Venne minacciato di essere mostrato in tale stato a sua madre. Alla fine, egli cedette e diede i nomi di persone morte o fuggite, ed aggiunse alla sua firma le lettere «c. f.» - coactus feci – fatto sotto costrizione. La sua memoria vacillava e non sapeva più cosa stesse facendo. Gli fu mostrato il suo segretario e altri sacerdoti torturati, e si completò questo sinistro scenario con delle lettere falsificate. Il falsario che le aveva redatte fuggì in seguito negli Stati Uniti e rivelò la verità. In quei 39 giorni e 39 notti, i carnefici comunisti spezzarono una delle figure più nobili della Chiesa. Papa Pio XII denunciò la giustizia marxista: «La persecuzione del
nostro amato figlio … l’empietà dei persecutori e la
brutalità con la quale è stato allontanato dalla sua sede
episcopale, ci riempie di profonda preoccupazione … Gli attuali
persecutori della Chiesa sono i successori di Nerone. Lo Stato
totalitario e antireligioso esige una Chiesa che, per essere
riconosciuta e tollerata, taccia laddove dovrebbe parlare … Forse, il
Papa può tacere quando tale Stato destituisce arbitrariamente i
vescovi e limita l’attività della Chiesa al punto da rendere
inefficace ogni apostolato?».
Il mondo libero ascoltò la voce del Papa e condivise la sua indignazione. Grazie a questa attenzione internazionale, i comunisti trasferirono il cardinale nell’ospedale dalla prigione. Il suo letto era infestato dai parassiti, ma le sue condizioni migliorarono leggermente. Dopo due settimane gli fu concessa la visita della madre. Gli fu negata una copia della sentenza e l’assistenza di un avvocato per presentare ricorso. Fu falsificata una lettera che egli aveva scritto all’arcivescovo József Grösz, per costringerlo a riconoscere i suoi «crimini». Durante una visita, sua madre lo trovò in condizioni allarmanti e chiese che gli fossero prestate le cure necessarie. Inveceil cardinale venne trasferito in una prigione più dura, di cui non si seppe mai il nome. Fu rinchiuso in una cella umida con le pareti ricoperte da iscrizioni ignobili. A partire dal giugno 1950, gli fu permesso di celebrare di nuovo la Messa: un piccolo tavolo gli servì da altare. Nel 1954, aveva già perduto metà del suo peso. Un giorno perse conoscenza, cadde e riportò un grave trauma cranico. Fu trovato in una pozza di sangue. Sua madre supplicò ancora delle cure. La sua detenzione durò fino all’autunno del 1956. Ma gli ultimi anni della sua vita furono ancora più drammatici. Nel venticinquesimo anniversario del suo arresto, ricevette una lettera di Papa Paolo VI che lo informava che la sede arcivescovile di Esztergom era vacante. Paolo VI era un uomo di parola, che onorava perfino gli accordi presi con coloro che incarnavano la menzogna. Il cardinale non protestò, temendo di seminare confusione tra i fedeli. Il 5 febbraio, il Vaticano annunciò le sue dimissioni. Con tristezza, il cardinale precisò che egli non aveva fatto alcuna rinuncia e che era stato rimosso dall’incarico. Nondimeno egli accettò la decisione. Le sue memorie si concludono con queste parole amare: «Mi trovavo ormai alla soglia dell’esilio totale». Il 6 maggio 1975, l’eroico Primate di Ungheria si spegneva all’ospedale dei Fratelli della Carità a Vienna. «La persecuzione della
Chiesa è come Giano: ha due facce. Una mostra il volto lodevole
della libertà, l’altra rivela lo sguardo selvaggio del despota
intollerante. I diritti dell’uomo e la libertà sono accolti alla
porta, ma una volta chiusa la porta tutti i diritti vengono calpestati
senza pietà».
[Cardinale Mindszenty, 7 novembre 1946] |