Mons. Carlo Maria Viganò accusa Clinton di aver causato le dimissioni di Benedetto XVI

Il blocco delle attività bancarie del Vaticano



di John-Henry Westen



Pubblicato sul sito americano Life Site News





Mons. Carlo Maria Viganò



Mons. Viganò ha affermato che Hillary Clinton e John Podesta hanno causato il blocco delle attività  bancarie del Vaticano, che si è pensato sia stata la causa delle dimissioni di Benedetto XVI.


Nota dell’Editore:  Il seguente testo è stato tratto dall’account X di Mons. Carlo Maria Viganò, pubblicato il 18 aprile 2026 e qui ripubblicato per intero.



    TESTO

E’ comprensibile che molti cattolici si sentano offesi e scandalizzati per le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti riguardanti Papa Leone XIV, anche se non si può certo affermare che Jorge Bergoglio, durante il suo “regno”, si sia astenuto dal lanciare attacchi e provocazioni contro Donald Trump.

Inoltre, l’intervento di quest’ultimo è legato alle dichiarazioni orchestrate questa settimana contro di lui sul programma di propaganda della CBS [emittente radiotelevisiva di New York]: 60 Minutes, da tre cardinali totalmente corrotti Cupich, McElroy e Tobin, tre prelati notoriamente ultra-bergogiani e ultra-progressisti, facenti parte della rete del molestatore seriale Theodore McCarrick, indissolubilmente legati alla sinistra radicale “woke”, nonché elettori chiave e stretti collaboratori di Robert Prevost.

Interpellato dai giornalisti sul post di Donald Trump, Leone ha risposto:
“Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di proclamare con coraggio il messaggio del Vangelo, cosa che credo di essere chiamato a fare, e che la Chiesa è chiamata a fare”.

Queste parole, apparentemente indiscutibili, pronunciate da Prevost, possono tuttavia assumere significati molto diversi a seconda di come vengono interpretate.
Potrebbero semplicemente significare: “Non ho paura del potere civile”, affermando così la superiorità dell’autorità spirituale della Chiesa cattolica su qualsiasi autorità terrena. Oppure, in senso diametralmente opposto, potrebbero significare: “Non ho paura di questa amministrazione”, il che implica che, in altri casi, egli ritenga legittimo provare timore e astenersi dal “proclamare con coraggio il messaggio del Vangelo”.
E subito viene in mente quanto spesso abbiamo visto il Vaticano “temere” altre amministrazioni, sia a Washington – soprattutto quando l’ingerenza di Hillary Clinton e John Podesta arrivò al punto di bloccare le transazioni bancarie vaticane tramite la rete SWIFT – sia a Pechino, dove la Santa Sede è ufficialmente coinvolta con la dittatura comunista, attraverso un accordo segreto per non “proclamare con forza il messaggio del Vangelo”, ratificando le nomine episcopali dell’Associazione Patriottica Cinese senza che queste vengano considerate un atto scismatico, a differenza delle consacrazioni fatte a Ecône dalla Fraternità San Pio X.

In numerose altre occasioni, Prevost, e prima di lui Bergoglio, hanno ritenuto opportuno essi stessi di rimanere in silenzio, forse perché la loro acquiescenza, se non addirittura la loro entusiastica collaborazione, era proprio ciò che i Poteri Forti si aspettavano dalla Chiesa conciliare e sinodale.
Infatti, non appena l’amministrazione Trump ha interrotto il flusso di fondi che l’USAID stava convogliando alla USCCB e a vari organismi della Chiesa cattolica americana per agevolare l’immigrazione, è scoppiata una vera e propria guerra da parte di tutti quei cardinali e vescovi che Clinton, Obama e Biden avevano, fino a quel momento, colmato di denaro.

Durante quegli anni di prosperità, Bergoglio e l’intero Episcopato americano si sono guardati bene dal turbare il loro idillio con la Casa Bianca, grazie, in parte, ai buoni uffici dell’allora cardinale McCarrick, e hanno prestato scarsa attenzione alle politiche pro aborto, pro LGBTQ+ e pro gender promosse dai democratici “cattolici”.
Il solo suggerimento di scomunicare i politici “pro-choice” è stato considerato un’intrusione intollerabile da parte di una Gerarchia che aveva chiarito in modo inequivocabile di non avere alcuna intenzione di compiere un passo del genere.

Pertanto, una singola frase, estrapolata dal suo contesto – “Non ho paura dell’amministrazione Trump, né di proclamare con coraggio il messaggio del Vangelo” – potrebbe apparire del tutto ineccepibile.
Eppure, se vista all’interno di un quadro più ampio e coerente, lascia completamente perplessi, poiché contraddice direttamente le stesse parole pronunciate da Leone XIV nella stessa occasione: “Non siamo politici. (…) Non credo che il messaggio del Vangelo debba essere strumentalizzato, come alcuni stanno facendo attualmente”.
E se da un lato ci sono indubbiamente coloro che strumentalizzano “il messaggio del Vangelo” attraverso gli pseudo-deliri messianici tipiche dei telepredicatori americani, dall’altro ci sono altrettanto certamente coloro che, all’interno del Vaticano, non esitano a strumentalizzare quello stesso Vangelo per conferire una parvenza di legittimità e moralità al programma di sostituzione etnica e di islamizzazione dell’Occidente: un programma perseguito ostinatamente dall’élite globalista attraverso l'Agenda 2030. Un programma che Trump detesta profondamente, ma che la Santa Sede, Leone XIV, la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti e una miriade di pseudo-cattoliche organizzazioni benefiche hanno elevato al rango di nuovo totem globalista all’interno del proprio programma sinodale.

Non dobbiamo dimenticare la ratifica dottrinale che Bergoglio ha concesso alla farsa della pandemia e alla vaccinazione di massa, così come ha fatto per la frode climatica e gli “obiettivi di sviluppo sostenibile”" con la sua pseudo-enciclica Laudato Si', o la benedizione che Prevost ha impartito a un blocco di ghiaccio spedito appositamente dall’Antartide durante una cerimonia davvero imbarazzante a Castel Gandolfo.

Nonostante insista nel dire di non essere un politico, Leone XIV non ha avuto remore a concedere un’udienza privata il 9 aprile a David Axelrod, stratega capo di Barack Obama ed ex consigliere senior alla Casa Bianca.
Una domanda è più che legittima: Axelrod si è forse recato in Vaticano per dettare a Leone una specifica strategia politica, un po’ come Hillary Clinton e John Podesta avevano fatto in passato per fare pressione su Benedetto XVI affinché abdicasse e così favorire l’elezione di Bergoglio?

Il paradosso viene reso evidente dallo stesso Trump: “Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un Grande Papa, non un politico. Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!”.
Il che è assolutamente vero, molto più di quanto il Presidente Trump possa immaginare.

Mentre le amministrazioni democratiche si sono ripetutamente e impropriamente intromesse nel governo della Chiesa di Roma, non sono certo mancati gli interventi inopportuni e inappropriati del Vaticano nei confronti di Washington.
E mentre nessuno si è stupito delle invettive del gesuita di Buenos Aires, che ha definito Trump “anticristiano” per aver dichiarato la sua intenzione di rimpatriare orde di immigrati clandestini, le affermazioni dell’agostiniano di Chicago sull’immigrazione, e più recentemente sulla guerra, hanno certamente lasciato gli osservatori perplessi: “Dio non benedice alcun conflitto. Chiunque sia discepolo di Cristo, Principe della Pace, non si schiera mai dalla parte di coloro che ieri brandivano la spada e oggi sganciano bombe”, ha detto Leone XIV.

Avrebbe potuto certamente approfondire, come fece il cardinale Joseph Ratzinger nel 2003: “Date le nuove armi che rendono possibile una distruzione che si estende ben oltre i gruppi di combattenti, oggi dobbiamo chiederci se sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una guerra giusta”.

O meglio ancora, Leone XIV avrebbe potuto ricordare le parole di Pio XII: «Un popolo minacciato da, o già vittima di, un’ingiusta aggressione, se vuole agire in modo cristiano, non può rimanere in uno stato di passiva indifferenza; anzi, la solidarietà della famiglia delle nazioni vieta agli altri di comportarsi da meri spettatori, assumendo un atteggiamento di impassibile neutralità». (Pio XII, Messaggio radiofonico per Natale, 24 dicembre 1948).

Ma Prevost – e qui sta il vero problema – non parla con la voce della Chiesa: le sue parole di condanna contro qualsiasi guerra finiscono per legittimare persino guerre ingiuste, privando così la vittima dell’aggressione del diritto all’autodifesa, dato che anche una guerra difensiva sarebbe considerata ingiusta. Questo errore è simile all’affermare che tutte le religioni siano equivalenti, che i precetti morali debbano essere adattati alle circostanze contingenti (cfr. Amoris Lætitia e Fiducia Supplicans), o che la pena capitale sia contraria al Vangelo.
Perché anche in questi casi, colui che dovrebbe fungere da punto di riferimento nel discernere il Bene dal Male tradisce il proprio mandato concedendo pari diritti all’errore e alla Verità, anziché assumersi la responsabilità morale di condannare il primo e difendere la seconda.

Naturalmente, se Leone XIV osasse mai parlare con la voce autorevole della Chiesa cattolica, si troverebbe osteggiato non solo dalla sinistra pacifista (nelle cui fila Prevost ha militato fin dagli anni ‘80, aderendo al movimento dei Giovani Agostiniani (l’eco con il movimento dei Giovani Turchi, di chiara ispirazione massonica (seppur forse involontaria), non passerà inosservata), o agli Agostiniani per la Pace, patrocinato dal Partito Comunista Italiano); ma anche dalla destra “teoconservatrice”, con cui non pochi cattolici conservatori sono pericolosamente allineati.

La tolleranza di cui gode attualmente la gerarchia conciliare è, infatti, condizionata dall’accettazione e dalla promozione non solo dell’agenda globalista delle Nazioni Unite, del Forum economico mondiale di Davos e del Consiglio per il Capitalismo Inclusivo con il Vaticano, fondato da Bergoglio in collaborazione con Lynn Forester de Rothschild, ma anche dell’agenda liberale della lobby anglo-sionista.
In altre parole, dipende da due potenze sovranazionali che operano su fronti apparentemente opposti ma perseguono un obiettivo comune: l’instaurazione di un Nuovo Ordine Mondiale, in cui, a prescindere da quale parte alla fine prevarrà nel conflitto, l’unica vittima della persecuzione sarà invariabilmente il Cattolicesimo – nello specifico, quel Cattolicesimo Tradizionale che Roma si sforza con ogni mezzo di distruggere o assorbire “conciliandolo” e “sinodalizzandolo”.

Secondo l’ammonimento di Trump, “Leone XIV dovrebbe darsi una regolata come Papa (...) e concentrarsi sull0essere un Grande Papa, non un politico”.
In effetti, l’elezione di un “Papa” americano di Chicago, intriso di dottrine eretiche acquisite durante i suoi anni di ministero in America Latina, devoto al culto di Pachamama e ideologicamente allineato – per sua stessa ammissione – con il peggior progressismo dei famigerati cardinali Bernardin e Cupich, sembra essere stata deliberatamente orchestrata per fungere da contrappeso al Presidente degli Stati Uniti.

Se il suo ruolo doveva essere – come è effettivamente diventato evidente negli ultimi mesi – quello di continuare la rivoluzione conciliare e sinodale, non sorprende che Bergoglio abbia meticolosamente spianato la strada alla sua ascesa ecclesiastica, assicurandosi che gli succedesse e non annullasse i dodici anni di smantellamento sistematico dell’edificio cattolico e di totale sottomissione all’establishment globalista portati avanti dal gesuita argentino.
Di fronte a queste concrete dimostrazioni di continuità tra Bergoglio e Prevost, il silenzio della scarsa minoranza moderatamente conservatrice all’interno del Collegio cardinalizio conferma la loro complicità e inadeguatezza.

Il coro unanime dei media mainstream e dei neopapisti dimostra che Leone non parla da Papa, ma piuttosto da portabandiera dell’anti-trumpismo, per così dire. Questo perché gli elogi provengono da figure – sia interne che esterne al corpo ecclesiastico – che non possiedono nulla dello spirito cattolico e che sarebbero le prime a crocifiggere Prevost se osasse esprimere anche il minimo dubbio sugli intoccabili “dogmi” della sinistra radicale.

Inoltre, questa difesa di Prevost è motivata proprio dal fatto che il “Papa” ha scelto di fare il politico, dimostrando così una partigianeria che scredita sia il Papato sia la Chiesa cattolica agli occhi del mondo.
Per questo motivo, Leone dovrebbe davvero “darsi una regolata come Papa” – un compito, tuttavia, estremamente difficile per uno come lui, che è stato scelto proprio perché il suo sostegno all’agenda globalista non sarebbe stato semplicemente imposto, ma spontaneo e convinto; e perché Leone è tenuto sotto stretta sorveglianza dagli emissari di quelle Potenze che non hanno alcuna intenzione di rinunciare alle posizioni che si sono assicurate all’interno della Chiesa Cattolica, ora che si trovano così allettantemente vicine al traguardo.

Quando Nostro Signore Gesù Cristo sarà riconosciuto come Re delle Nazioni, nessun Anticristo oserà rivendicare il titolo di Messia. E quando sarà riconosciuto come Re e Sommo Sacerdote all’interno della Chiesa, nessun Suo Vicario oserà sovvertire il Suo insegnamento o demolire la Sua Chiesa.

Se questo sta accadendo oggi, sotto i nostri occhi, è perché viviamo in tempi escatologici in cui Nostro Signore è stato detronizzato, dalle nazioni, dalla Sua Divina Regalità e, dai suoi stessi Ministri, dal Suo Eterno Sacerdozio.

Pertanto, nel giudicare gli eventi presenti, non lasciamoci ingannare da speculazioni astratte, né cerchiamo di alterare la realtà per adattarla alle nostre illusioni. Osserviamo tutto ciò che si sta dispiegando attraverso una lente soprannaturale, perché questo è l’unico modo per preservare, in mezzo alle nostre tribolazioni attuali, quella pace dell’anima che il mondo non sa dare, né può dare (Giovanni 14, 27).

+ Carlo Maria Viganò, Arivescovo
ex Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America

Viterbo, 17 Aprile MMXXVI
S.cti Aniceti Papæ et Martyris


 
aprile 2026
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI