La Inventio Crucis:

una solennità messa da parte



di Aldo Maria Valli



Pubblicato su Corrispondenza Romana





 


Seppure non sia più presente nel calendario romano dopo la riforma liturgica del 1960, sotto il pontificato di Giovanni XXIII, il 3 maggio si celebrava la Inventio Crucis (dal latino, «ritrovamento» o «scoperta»), ossia il ritrovamento da parte di Sant’Elena – madre dell’Imperatore Costantino - della Santa Croce su cui venne crocifisso Nostro Signore Gesù Cristo.

Fu durante un pellegrinaggio, avvenuto verso il 325 in Palestina, che Sant’Elena si impegnò per far cercare il patibolo sul quale era stato immolato il Figlio di Dio.

Durante quel pellegrinaggio, la madre dell’Imperatore Costantino conobbe personalmente San Macario, vescovo di Gerusalemme dal 312 al 335.
Il Padre e dottore della Chiesa Sant’Atanasio – la cui festività abbiamo celebrato il 2 maggio – in una delle sue orazioni contro il nefasto arianesimo, si riferisce proprio al vescovo Macario come esempio di «stile semplice e onesto degli uomini apostolici».

Intorno al 325 San Macario, che prese parte al Concilio di Nicea del 325 e molto probabilmente fu uno degli autori del Credo niceno-costantinopolitano (Symbolum Nicaenum Costantinopolitanum), sostenne e accompagnò l’Imperatrice a Gerusalemme nella sua ricerca della Vera Croce.

Sul Martirologio Romano si legge nel giorno 10 marzo: «Commemorazione di San Macario, vescovo di Gerusalemme, per esortazione del quale i luoghi santi furono riportati alla luce da Costantino il Grande e da sua madre Sant’Elena e nobilitati con la costruzione di sacre basiliche».

Sant’Elena e San Macario operarono insieme per identificare i luoghi santi della vita e della morte di Cristo e fra questi luoghi venne fatto uno scavo presso il Golgota.
Come si è detto, la solennità liturgica legata alla Inventio della Santa Croce si celebrava il 3 di maggio ed è stata parte del calendario liturgico per secoli e secoli fino ad arrivare alla riforma Roncalli, il Papa che aprì il Concilio Vaticano II.

Sebbene la festività sia stata soppressa nel calendario universale, in alcuni luoghi è rimasta, per esempio in Spagna: il 3 maggio a Granada si tiene il Giorno della Croce – Día de la Cruz -, una delle feste più pittoresche della città, dove strade, piazze, cortili e vetrine si riempiono di altari in onore della Santa Croce.

Tuttavia, la celebrazione più importante avviene a Gerusalemme il 7 di maggio, nella Basilica del Santo Sepolcro.

San Cirillo di Gerusalemme ricorda che, proprio nel giorno settimo del mese di maggio del 351, apparve in cielo una grande Croce luminosa che si estendeva da sopra il Golgota fino al Monte degli Ulivi. Lo stesso San Cirillo menziona anche l’episodio del ritrovamento della Croce di Gesù ad opera di Sant’Elena.

Sono tre le grandi liturgie a Gerusalemme che celebrano questa solennità, nei giorni 6 e 7 maggio: nel pomeriggio del 6, l’ingresso solenne del Padre Custode dell’Ordine dei Frati minori (l’attuale fra Francesco Patton, 168º Custode di Terra Santa) al Santo Sepolcro, seguito dalla processione nella Basilica e dai vespri nella cappella dove fu ritrovata la Vera Croce di Cristo; la Vigilia notturna si tiene presso la medesima grotta, nel corso della quale viene letto il brano tratto dalla storia della Chiesa di San Rufino, che racconta l’episodio del ritrovamento della Croce da parte di Sant’Elena; la Santa Messa solenne nella mattina del 7 maggio, al termine della quale la Reliquia della Santa Croce è portata in processione all’interno della Basilica fino alla Rotonda dell’Anastasis, dove si percorrono tre giri intorno alla Tomba vuota.

Com’è d’uso nella storiografia anticattolica o modernista, l’eccezionale evento della scoperta della Santa Croce viene oggi declassato a “leggenda”, in quanto la preziosa e straordinaria tradizione della Chiesa deve essere umiliata dall’intellighenzia laicista o protestantinizzante.
Ebbene, in realtà, secondo fonti storiche e iconografiche autorevoli, stiamo parlando di fatti così importanti da aver composto una narrazione testuale e illustrativa lunga e articolata nel tempo, ben lungi dall’essere un racconto fantasioso.

Nel suo De obitu Theodosii (395), il Padre e dottore della Chiesa Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, riferisce come l’Imperatrice Elena si fosse recata a Gerusalemme dietro richiesta di suo figlio Costantino e, con l’aiuto dello Spirito Santo, trovò sul Golgota la Croce di Cristo.
Qualche anno prima (390) un altro Padre della Chiesa, San Giovanni Crisostomo aveva fatto menzione della Reliquia (Omelie sul Vangelo di Giovanni, 85).
Sant’Elena è citata dal vescovo San Paolino di Nola nel 402 e dal monaco e scrittore ecclesiastico San Rufino d’Aquileia (amico e condiscepolo di San Girolamo) nel 403, i quali sostengono, rispettivamente, che venne aiutata dai giudei e dal vescovo Macario.

San Rufino narra che sant’Elena, «ammonita da visioni divine», si recò a Gerusalemme mettendosi in cerca del sito in cui Gesù venne crocifisso. L’Imperatrice riuscì ad individuare il Golgota per via della presenza di una statua di Venere fatta collocare dall’Imperatore Adriano dopo la definitiva distruzione di Gerusalemme, nel tentativo di scoraggiare il culto dei primi cristiani e far perdere memoria del luogo esatto degli eventi della Pasqua del Salvatore. Sant’Elena fece ripulire il luogo e, dopo aver rimosso i ruderi in profondità, rinvenne tre croci riposte in ordine sparso.
Di fronte all’incertezza su quale delle tre potesse essere l’originale legno della Salvezza, il vescovo Macario ebbe l’intuizione di far portare le croci presso la casa di una donna gravemente malata e verificare quale fra le tre avesse avuto forza miracolosa.
Dopo aver applicato le prime due al corpo della donna moribonda non si ebbe alcun effetto, ma quando le accostarono la terza, ella aprì improvvisamente gli occhi e «molto più vivace di quanto non lo era mai stata quando era sana, prese ad aggirarsi per tutta la casa e a magnificare la potenza di Dio».

Altre fonti parlano anche di cadaveri adagiati sopra le tre croci e una di esse fu in grado di risuscitarli.

Da un manoscritto di età carolingia si attesta la tradizione del ritrovamento, mentre nei Canones conciliorum di Vercelli, intorno all’anno 800, i documenti dei concili del IV e del V secolo sono introdotti con disegni riferiti alla tradizione del ritrovamento della Santa Croce: testo e illustrazioni furono realizzati nella diocesi di Milano (ricordiamo la fondamentale testimonianza di Sant’Ambrogio).

Intorno al 620 il Re persiano Cosroe II trafugò da Gerusalemme la Reliquia, ma l’Imperatore Eraclio la recuperò a Ctesifonte, nell’attuale Iran, decapitando poi il Re sasanide nel suo palazzo-tempio astrologico.
Il figlio di Cosroe si convertì al cristianesimo ed Eraclio tornò vittorioso a Gerusalemme con la Santa Croce.
La restituzione della Reliquia fu accompagnata da un miracolo: un angelo impedì l’accesso alla Porta aurea della città fin tanto che l’Imperatore bizantino, con umiltà e a piedi nudi, non ebbe riportato la Reliquia alla chiesa del Santo Sepolcro.

Da questi fatti ebbe origine il culto dell’Esaltazione della Santa Croce, che si festeggia il 14 di settembre e grazie a San Rabano Mauro possiamo assaporare l’Esaltazione attraverso la sua mirabile opera letteraria De laudibus Sanctae Crucis (813-814), in seguito dedicata a diversi vescovi e Papi e al Sovrano Ludovico il Pio.
I carmina figurata qui composti trattano, unendo parole e immagini, aspetti particolari dell’unico grande tema centrale: la lode della Santa Croce di Cristo.
La connessione fra la Croce e il Lignum vitae – Albero della vita - venne già posta in metafore protocristiane. 
Il legno della Santa Croce è lo strumento della vita eterna, è l’Albero della vittoria sul peccato e la morte, è l’Altare sul quale è stato sacrificato l’Agnello per la salvezza di molti.

Significativo e illuminante che il giorno dopo il 3 maggio la Chiesa celebri la memoria liturgica della Sacra Sindone.
Nel 1506 papa Giulio II accolse la richiesta liturgica legata al Sacro Lino che testimonia la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo, che fecero il duca Carlo II di Savoia e sua madre, la duchessa Claudine di Brosse, pervenutagli a Roma attraverso una delegazione formata da monsignor Luigi di Gorrevod, vescovo di Maurienne, e da Manfredo di Saluzzo, Andrea Provana, Filippo Chevrier.

Il 9 maggio il Pontefice approvava, con la bolla Salubria vota, il culto pubblico della Sacra Sindone, istituendone la Festa, con santa Messa e ufficio liturgico propri, fissandone la data il 4 maggio, il giorno successivo a quello in cui la Chiesa ricordava la Inventio Crucis.



maggio 2026
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