Verso un sacerdozio sinodale?


di Fraternità San Pio X






Zurigo: Il nuovo clero sinodale in azione
per “concelebrare” una “Messa” (?), 28 agosto 2022




All’inizio di marzo, il Segretariato generale del Sinodo sulla sinodalità ha pubblicato i primi rapporti finali dei gruppi di studio istituiti dopo la16°Assemblea sinodale sulla sinodalità (ottobre 2023 – ottobre 2024).

Questi documenti, resi pubblici per decreto di Papa Leone XIV, riguardano due ambiti specifici: la formazione dei futuri sacerdoti e la missione della Chiesa nell’era digitale.

Nonostante siano presentati come documenti di lavoro, questi testi riflettono esplicitamente le grandi linee del processo sinodale e indicano quella che sarà la loro applicazione concreta nella Chiesa.

Riguardo alla formazione dei sacerdoti, il Sinodo propone una nuova concezione del sacerdozio: più integrato nel Popolo di Dio e con una maggiore partecipazione dei laici.


Una vuova visione del sacerdozio

Il rapporto del gruppo di studio n° 4, dedicato alla formazione sacerdotale, indica diversi orientamenti per applicare la formazione del clero in «chiave missionaria e sinodale» (sic).
Uno degli elementi centrali del rapporto è la nuova concezione dell’identità sacerdotale, maggiormente «legata al Popolo di Dio».

Il documento afferma che l’identità del sacerdote si forma «nel e dal» dal Popolo di Dio, e non come una realtà separata da esso. 
Nella nuova prospettiva, il sacerdote appare soprattutto come membro di una specifica comunità ecclesiale, la cui missione si dispiega in  una costante relazione con i fedeli e con le diverse vocazioni presenti nella Chiesa.

Il documento descrive i cambiamenti proposti come una serie di «conversioni» nella formazione del clero.
Precisamente, esso identifica cinque dimensioni che dovrebbero guidare la preparazione dei futuri sacerdoti: una conversione relazionale, una conversione missionaria, una conversione orientata verso la comunione e il servizio, e uno stile sinodale.

Queste direttive mirano a ridefinire il modo in cui i seminaristi dovranno prepararsi al ministero sacerdotale, mettendo maggiormente l’accento sulla dimensione comunitaria, pastorale e missionaria della loro formazione.


Evoluzione della vita dei seminari

Il rapporto propone diverse misure concrete per modificare i processi di formazione nei seminari.
Tra le proposte figura la possibilità di alternare periodi di residenza tra il seminario e le parrocchie o altri ambiti ecclesiali. L’obiettivo sarebbe di fare in modo che la formazione sacerdotale si svolga con un contatto più diretto con la vita concreta delle comunità cristiane.

Il documento propone anche che, fin dalle prime fasi della loro formazione, i seminaristi condividano esperienze pastorali e formative con fedeli laici, persone consacrate e ministri ordinati.

Un altro cambiamento importante è l’integrazione esplicita del metodo sinodale nei processi di formazione.
Il rapporto suggerisce che i futuri sacerdoti acquisiscano competenze di discernimento comunitario e di corresponsabilità nella vita ecclesiale.
In termini pratici, ciò implicherebbe una maggiore partecipazione dei diversi membri della comunità ai processi decisionali pastorali e al governo della Chiesa.

Secondo il cardinale Mario Grech, Segretario generale del Sinodo, questi rapporti dimostrano un esercizio concreto della sinodalità, fondato sull’ascolto, la riflessione comune e il discernimento condiviso all’interno della Chiesa. 

Tra le proposte più importanti figurano anche l’integrazione stabile dei fedeli laici nei processi di formazione sacerdotale.
Il documento suggerisce che dei laici qualificati – incluse delle donne - possano partecipare come corresponsabili ai diversi livelli di formazione dei seminaristi, in particolare in seno a dei gruppi di formazione del seminario.

Questa partecipazione non si limiterebbe a delle collaborazioni occasionali, ma potrebbe acquisire una dimensione strutturale all’interno dei processi educativi del clero.

Questo gergo «sinodale» non ha mancato di suscitare preoccupazioni e derisioni negli osservatori più attenti, come dimostra il commento che riportiamo nel paragrafo seguente.


La formazione dei sacerdoti in salsa sinodale

Sul sito La Nuova Bussola Quotidiana, il 7 marzo, Stefano Chiappalone fa notare molto giustamente: «In una Chiesa sinodale, i sacerdoti sono dunque chiamati a vivere il loro ministero “in prossimità con le persone, di accogliere ed ascoltare tutti, come se fino a ieri fosse stato loro raccomandato di tenersi lontani dal gregge».

«Ma la tautologia è evidente nelle ultime parole della frase: infatti, “in una Chiesa sinodale”, essi devono… “aprirsi ad uno stile sinodale”.
A questo punto, il lettore ha già perso il conto delle ripetizioni delle parole “sinodo”, “sinodale” e “sinodalità”. Nel documento, il termine “sinodo” compare 37 volte, “sinodalità” 22 volte, mentre l’aggettivo “sinodale” compare 72 volte (in 24 pagine!)».

E a questo punto il giornalista italiano pensa a «Orwell e alla nuova lingua descritta in 1984, il cui scopo “è restringere al massimo il campo d’azione del pensiero”, al punto che “ogni concetto di cui si potrebbe avere bisogno sarà espresso con una sola parola, il cui significato è stato rigorosamente definito, privo di tutti i suoi significati ausiliari, che sono stati cancellati o dimenticati”.
Per esempio, tra le realtà cancellare o dimenticate dell’identità sacerdotale, vi è quella di “essere un alter Christus”. »

E il giornalista aggiunge: «Il fatto è che la “conversione sinodale” è riuscita ad ecclissare la “conversione ecologica” che è stata di moda fin dai tempi della Laudato si’ [24 maggio 2015].
Ma anche questa verrà soppiantata dalla prossima rivoluzione di parole e chissà quale altra conversione ci verrà predicata».

Il 10 febbraio, su Correspondace européenne, lo storico Roberto de Mattei fa questa utile messa a punto:

«Il processo sinodale (Synodaler Weg) inaugurato dai vescovi tedeschi nel 2019 e teorizzato dalla teologia ultra-progressista, deve essere inteso come uno strumento di democratizzazione della Chiesa, volto a trasformare la sua costituzione monarchica e gerarchica in una struttura ugualitaria nella quale il Papa e le gerarchie ecclesiastiche sono private del loro potere, che viene trasferito alle comunità locali.
«Il nuovo paradigma si basa sull’idea della Chiesa come comunità volontaria di credenti, definita sulla base di un patto tra eguali. Secondo questo modello, l’uguaglianza originaria dei membri precede l’istituzione e la legittimità nasce dalla volontà dello stesso corpo ecclesiale».

A partire da ciò, «La Chiesa [è ridefinita] come una comunità di eguali legati da un patto piuttosto che come una istituzione gerarchica di origine divina. La concezione sinodale non intende l’autorità ecclesiale vome un potere che discende da Cristo attraverso una catena ininterrotta di successione gerarchica, ma come un mandato che scaturisce dal consenso della comunità dei fedeli, riuniti in assemblea permanente e deliberante».


La sinodalità in marcia: Mons. Bonny vuole ordinare degli uomini sposati

Sul Catholic Herald dell 8 aprile, Niwa Limbu mostra come Mons. Johan Bonny, vescovo di Anversa, in Belgio, stia rivedendo la disciplina ecclesiastica e ridefinendo l’identità sacerdotale, senza attendere le prossime direttive del Sinodo.

Il prelato belga ha annunciato la sua intenzione di ordinare sacerdoti degli uomini sposati. Ed ha chiaramente dichiarato: «Quando dico che oggi abbiamo bisogno di sacerdoti sposati, non si tratta più di una questione teorica o teologica, ma di una questione pratica». Ed ha ricordato la grave penuria di sacerdoti nella sua diocesi, spiegando che i sacerdoti rimasti non sono più in grado di assicurare l’abituale lavoro pastorale.

Ha presentato questa situazione nel contesto di un declino marcato e persistente del numero di sacerdoti: «Fino agli anni sessanta, una diocesi come Anversa contava quasi 1500 sacerdoti in attività e diverse centinaia in pensione. Oggi, io ne ho meno di cento, metà dei quali sono stranieri». Ed ha aggiunto che intere regioni della diocesi non hanno più alcun sacerdote con meno di 75 anni.

Per questo, in una lettera pastorale di 11 pagine, pubblicata il 20 marzo, ha annunciato la sua intenzione di ordinare, entro il 2028, degli uomini sposati. Questa lettera si inscrive nel quadro della sua risposta al Sinodo sulla sinodalità e della sua attuazione a livello diocesano. In essa, egli afferma: «La questione non è più di sapere se la Chiesa può ordinare sacerdoti degli uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà».

Egli presenta questa iniziativa come una necessità pratica al cospetto di un declino marcato e prolungato delle vocazioni sacerdotali: «E’ un’illusione pensare che un serio processo sinodale e missionario in Occidente abbia ancora una possibilità di successo senza ordinare anche uomini sposati come sacerdoti». Ed ha aggiunto che il numero di uomini celibi che si presentano per essere ordinati è «sceso al livello appena superiore allo zero».

L’affermazione di Mons. Bonny; «che una persona sia sposata o no è senza importanza», contraddice l’insegnamento della Chiesa. Il Magistero ha sempre sostenuto il contrario: il celibato non è una disciplina accessoria, ma una espressione particolare ed appropriata del dono totale di sé del sacerdote, a immagine di Cristo.

Mons. Bonny considera il sacerdozio da una prospettiva essenzialmente funzionale, il celibato non lo vede più legato all’ordinazione sacerdotale come una configurazione del sacerdote a Cristo, Capo e Sposo della Chiesa.

Come molti dei suoi confratelli, Mons. Bonny si vede a capo della sua diocesi come un imprenditore o un gestore delle risorse umane.
Ma l’inesorabile caduta delle vocazioni, la cui causa profonda gli sfugge totalmente, fa di lui in realtà un curatore fallimentare.
Questo è in effetti il destino di molti vescovi di oggi: gestire il fallimento conciliare.




maggio 2026
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