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| Sentire cum Ecclesia: Come amare, oggi, una Chiesa che appare sfigurata? ![]() Particolare del Giuramento di Leone III, Raffaello, 1517, Musei Vaticani, Città del Vaticano Ai numeri 352 e seguenti dei noti Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola troviamo le poco conosciute 18 «Regole per sentire nella Chiesa». Di cosa si tratta? Iniziamo con la spiegazione del titolo: il verbo sentire indica l’utilizzo di facoltà sensitive, proprie dunque alla parte inferiore dell’anima umana [1] che non potrebbero attribuirsi ad una realtà come la Chiesa che non è di ordine fisico. Si tratta dunque di una evidente metafora: si attribuisce, cioè, alla Chiesa un comportamento analogo a quello di un corpo fisico per poter istituire una similitudine con un determinato comportamento umano. Il problema da risolvere, nella mens del fondatore dei Gesuiti, era distinguere il comportamento dei cattolici da quello dei protestanti; a distanza di secoli, un problema simile si pone, e cioè quello di scongiurare un’attitudine di derivazione protestante che sfociò nel modernismo, per confluire poi in un attualissimo e contemporaneo carismatismo: il rapporto diretto e individuale tra l’uomo e Dio come fondamento della Fede, a discapito di ogni mediazione umana. Un sano concetto ed una relativa sana applicazione del sensus Ecclesiae potrà illuminare a nostro avviso il lettore cattolico per una corretta professione di Fede cattolica anche nelle attuali burrasche che sconvolgono la Chiesa stessa, senza che queste mettano in discussione il giusto modo di condurre una vita cristiana. Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore. Leggiamo dunque qualcuna di queste gustose regole per distinguere il vero cattolico da quello contraffatto: • 2°
regola: lodare la confessione sacramentale e ricevere il Santissimo
Sacramento una volta all’anno, e meglio ancora ogni mese, e molto
meglio ogni settimana con le condizioni richieste e dovute;
• 3° regola: lodare l’uso di udir Messa frequentemente; parimenti lodare i canti, i salmi e le preghiere anche prolungate […]; • 6° regola: lodare le reliquie dei santi, venerando quelle e pregando questi; lodare le stazioni liturgiche, i pellegrinaggi, le indulgenze, i giubilei, le crociate e l’uso di accendere le candele nelle chiese. Tutto ciò a guisa di riassunto; il vero cattolico tridentino si rispecchierà in queste regole e si farà un vanto di approvare questi ed altri usi venerabili. Ma veniamo al punto centrale. La Chiesa come istituzione È fuori dubbio, e non è qui il luogo per dimostrarlo, che Nostro Signore abbia inteso far proseguire l’opera della salvezza del mondo, da lui iniziata con la Redenzione sulla croce, attraverso l’istituzione di un corpo sociale che garantisse la continuità della predicazione del Vangelo e dell’amministrazione dei sacramenti, fonti della grazia: ci si potrebbe accontentare del capitolo 16 del Vangelo secondo san Matteo [2], ma vi aggiungeremo la tesi eterodossa n° 52 condannata dal decreto Lamentabili del Sant’Uffizio all’epoca di Papa San Pio X, pubblicato il 3 luglio 1907: «Fu alieno dalla mente di Cristo di istituire la Chiesa come società che dovesse durare sulla terra per lunga serie di anni; anzi nel pensiero di Cristo il Regno dei Cieli era sul punto di venire con la fine del mondo» [3]. La fondazione della Chiesa su Pietro va intesa come riferita ad una istituzione e non ad un singolo: morto Pietro, altrimenti, non ci sarebbe comunque stata continuità e dunque ci si sarebbe ritrovati al punto di partenza; la storia della Chiesa mostra al contrario come la serie ininterrotta di Papi sia l’applicazione perfetta della volontà del Cristo di perpetuare la sua opera. Ma l’autorità del capo visibile della Chiesa (il Papa) diventa allora fondamentale e centrale, diremo essenziale ad essa; la struttura che ne consegue (la potestà di giurisdizione che ad essa compete, i gradini della relativa gerarchia, le nomine e le relative successioni, le divisioni territoriali, perfino i tribunali) è parte integrante della realtà composita che costituisce il Regno di Dio sulla terra: non un regno evanescente, spirituale e mistico, ma un Regno ben concreto, fatto di uomini (dunque, per definizione, anche di peccatori) e visibile in tutte le sue manifestazioni, benché vivificato al suo interno dalla grazia che è chiamato a trasmettere con i sacramenti: una realtà, cioè, divina ed umana allo stesso tempo e sotto diversi rapporti. È così che va capita la Chiesa, pena l’incomprensione di tanti aspetti della sua storia e della sua intima costituzione; è ciò che brillantemente auspica il Santo degli Esercizi nell’esordio delle regole già sopra citate, e che apre questo interessante sguardo sul vero fondamento dell’essere cattolici in tutti i tempi: • 1°
regola: deposto ogni giudizio proprio, dobbiamo avere l’animo
apparecchiato e pronto ad obbedire in tutto alla vera sposa di Cristo
nostro Signore, che è la santa Chiesa gerarchica, nostra madre.
Struttura, autorità, capi e sudditi, obbedienza, superiori, regole, leggi, tribunali, ordini e decreti, processi e testimonianze, giuramenti e voti, diritto canonico e decretali: ciò che farebbe inorridire ancora oggi Martin Lutero (e abitualmente indisponeva Papa Francesco), il cattolico deve amarlo: la bellezza del Vangelo e le stupende e semplici pagine che raccontano i miracoli di Gesù, aprono la strada all’altrettanto bella e lunghissima pagina della continuazione di questo eterno Vangelo: la Storia della Chiesa. Gerarchica. Elementi del sensus Ecclesiae e crisi odierna Diciamo allora che avere il senso della Chiesa significa agire da cristiani con gli scopi, i metodi, le abitudini della Chiesa. Prima di tutto, la Chiesa insegna ad obbedire ai pastori: non c’è vita ecclesiastica, e dunque cattolica, al di fuori di un certo esercizio della virtù di obbedienza; l’auctoritas che, come abbiamo visto, è alla base dell’istituzione di Nostro Signore, lo postula necessariamente. Aggiungiamo però che l’amore per la Tradizione consegue direttamente a ciò, se si intende per Tradizione la trasmissione della verità immutabile della Fede, la quale a sua volta trova il suo criterio nell’esercizio del magistero ecclesiastico, ugualmente voluto da Gesù Cristo: la cattedra di Pietro (e quindi quelle dei vescovi) sono il diretto, giuridico risultato del comando del Divino Maestro: «Andate, insegnate a tutte le genti» [4]. Rifuggendo poi ogni desiderio di approccio carismatico alla Fede [5] (necessario all’inizio della predicazione cristiana, ma non più dopo il suo consolidamento), il fedele cattolico ama ricorrere a quella stessa autorità come guida indiscussa. Che dire però della situazione di crisi in cui versa oggi la Chiesa dopo il Vaticano II? Il discorso fin qui svolto parrebbe arrivato ad un punto morto: è proprio l’autorità ad essere in discussione nella crisi conciliare; la rinuncia da parte della gerarchia della Chiesa di insegnare con autorità per imporre una dottrina da doversi credere da tutti i fedeli è proprio uno dei criteri per rifiutare il nuovo pseudo-magistero proveniente dai pastori modernisti [6]. Crollerebbe dunque tutto l’impianto del sensus Ecclesiae per il fatto che la Chiesa stessa vada in crisi o, peggio ancora, tale sensus condurrebbe invece, per attaccamento alla struttura giuridica che abbiamo finora magnificato, ad abbracciare l’errore assieme all’errante? In nessun modo. Prima di tutto dobbiamo dissipare un facile errore: la crisi odierna del dopo Vaticano II ha effettivamente luogo nella Chiesa, ma non appartiene ad essa in quanto tale, bensì ne intacca solo i suoi aspetti accidentali [7] ed è da ascrivere alla parte umana e volontaria di essa: i suoi membri e capi come persone singole professanti idee divergenti dalla autentica dottrina che sarebbero invece chiamati a predicare. Non solo dunque non è la Chiesa in se stessa ad essere in crisi, ma bisogna al contrario affermare che proprio essa, perché divinamente istituita, ha in sé i principi per contrastare gli elementi malati che ne turbano il funzionamento. Tali principi sono in principalmente la Verità divina, immutabile, insegnata dai successori di Pietro da tutti i secoli, che la rende infallibile in docendo, cioè nell’insegnamento perenne e tradizionale; inoltre, il sensus fidei, cioè il sentire cattolico che è l’eco ricevuto dai fedeli dell’insegnamento di sempre della Chiesa, e che la rende dunque infallibile in discendo [8]. Questo sensus fidei non è, certo, causa dell’infallibilità di una dottrina ma il segno, il criterio per discernere quale dottrina sia stata insegnata come autentica e quale no. Vogliamo dire con questo che qualunque fedele, fosse anche il meno preparato teologicamente, è in grado di professare la vera Fede a patto di attenersi a ciò che «ovunque, sempre e da tutti è stato creduto» [9] (criterio dunque oggettivo, e non soggettivo della professione di Fede). Questo metaforico «sentire» della fede, se correttamente inteso, porta come conseguenza il relativo «sentire» con la Chiesa, la quale non è un qualcosa di estraneo al fedele cattolico ma l’istituzione di cui egli fa parte e che gli garantisce la fede stessa, la grazia, i sacramenti. Ora, chi ama la Chiesa, deve poterla amare anche se ferita, attaccata, insidiata: l’odierna crisi, perciò, non può e non deve condurre alla sfiducia nell’istituzione ecclesiastica ma, ben al contrario, ad amarla maggiormente ed anzi a combattere per vederla risorgere. Ma come? I rimedi Non bisogna cercare lontano: gli elementi per la guarigione della Chiesa sono presenti in essa stessa, come dicevamo più sopra; è esattamente ripartendo da essi, ed in particolar modo dal sacerdozio e dai sacramenti, utilizzati in un contesto gerarchico, che si riproduce il più fedelmente possibile la vita stessa della Chiesa. È quanto ha inteso fare ed ha fatto, a nostro avviso, Monsignor Marcel Lefebvre, la cui opera principale non sono stati i suoi discorsi o omelie anticonciliari, né la sua celebre dichiarazione del 1974, né in generale le tante (ed illuminate) parole di verità che ha proferito nel corso dei suoi anni di episcopato. L’opera principale è stata senza dubbio la fondazione della Fraternità San Pio X, cioè di una istituzione, come ne sono esistite tante nel corso dei secoli, per condurre gerarchicamente la vita cristiana attraverso il conferimento del sacerdozio tradizionale fondato su un’autentica preparazione dottrinale data nei seminari della società. Il prelato cercò ed ottenne, per questo, l’approvazione dell’autorità diocesana, condizione per lui essenziale per l’inizio di un’opera di Chiesa [10]; lo stesso prelato, di fronte al crescente stato di necessità spirituale delle anime a causa del dilagare del modernismo della Chiesa non ha esitato a dare continuità alla sua opera con la consacrazione di quattro vescovi, a cui scrisse, peraltro, chiedendo loro di accettare il conferimento di questa consacrazione: «Vi conferirò questa grazia fiducioso che quanto prima la Sede di Pietro sarà occupata da un successore di Pietro perfettamente cattolico nelle cui mani potrete deporre la grazia del vostro episcopato perché la confermi» [11]. Perché non limitarsi ad ordinare dei sacerdoti e dei vescovi in ordine sparso, nel corso degli anni e magari in numero maggiore? Non hanno bisogno, forse, i fedeli, unicamente dei sacramenti e della Messa? Perché, diciamo, “complicarsi la vita” istituendo dei distretti, delle comunità con dei superiori, con gli immancabili problemi di obbedienza che ciò comporta, e così via? Esattamente perché così facendo si riproduce, in piccolo, ciò che Nostro Signore ha voluto per l’intera Chiesa: la gerarchia e l’autorità sono garanzia di continuità ed affidabilità di un’opera, e questo a dire il vero è semplicemente fondato sulla natura umana, i cui membri, per ottenere un qualsiasi scopo a lungo termine, si riuniscono in società ordinate [12]. Pensiamo di poter dire che il vero sensus Ecclesiae, accompagnato senz’altro dalla vera professione di fede, si possiede però soltanto quando ci si comporta nella Chiesa come la Chiesa fa abitualmente. Non basta, cioè, combattere il modernismo a parole, o con il solo scritto (oggi diremmo piuttosto: con un video su Youtube, con un post su Facebook…), o con l’opera sparsa del singolo sacerdote che, in nome di se stesso, difende più o meno bene la fede cattolica. Di questo, il mondo della Tradizione intesa in senso ampio è pieno, ma nella stragrande maggioranza dei casi queste realtà sparse per il mondo o per il web sono senza alcuna credibilità né continuità possibile. Conclusione Un grande rischio del mondo cattolico tradizionalista oggi è quello di pensare che, a causa della crisi, si possa agire come si vuole. Per riassumere, potremmo dire che piuttosto si è autorizzati a fare come si può per riprodurre, appunto, la vita della Chiesa ricercando in tutto il suo scopo principale che è la salvezza delle anime. Questo scopo si raggiunge tramite la riscoperta del sacerdozio cattolico essenzialmente gerarchico che è il fulcro dell’istituzione di Nostro Signore, e perché senza il sacerdozio non ci sono né sacramenti, né predicazione, né direzione delle anime. Amare il sacerdozio, poi, vuol dire amare la vocazione e le vocazioni, ed avere a cuore il fiorire di esse tramite la buona educazione cristiana data nelle famiglie, nelle scuole, nelle opere della gioventù. Il vero ed autentico senso della Chiesa sarà allora vivificato da questo amore per lo scopo che Nostro Signore ha perseguito su questa terra preparandoci il Regno di Dio definitivo nell’aldilà. NOTE 1 - Aristotele, de Anima, Libro II. 2 - Ove si legge il celebre: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», al v. 18. 3 - S’intende dunque che la proposizione cattolica corretta è la contraddittoria della tesi condannata: Cristo intese proprio fondare, con la Chiesa, una società duratura. 4 - Mt 28, 19. 5 - Chiamiamo approccio carismatico alla Fede ogni tentativo di fondare l’assenso del proprio intelletto alle verità cristiane unicamente sui fenomeni straordinari, sulle apparizioni e rivelazioni private anche approvate, sulla fiducia illimitata data a tale o tale altra personalità ecclesiastica, fosse anche un santo, in quanto individuo e non in quanto espressione di un corpo sociale. 6 - Si vedano a questo proposito le conclusioni sulla natura magisteriale dei documenti del Concilio e post-concilio tratte da don Jean-Michel Gleize FSSPX, nel libro Vaticano II, un dibattito aperto, ed. Ichtys 2013, pag 196 n° 18. 7 - Come è stato ben spiegato nella prefazione a firma di don Pierpaolo Maria Petrucci al libro di don Matthias Gaudron FSSPX Catechismo della crisi nella Chiesa, ed. Ichtys, pag. 3. 8 - Melchior Cano, De locis theologicis, libro IV, c. 3 (117). «Si quidquam est nunc in Ecclesia communi fidelium consensione probatum, quod tamen humana potestas efficere non potuit, id ex apostolorum traditione necessario derivatum est». 9 - Vincenzo da Lerino, Commonitorium II, 5. 10 - Salvo poi farne sacrificio allorché, per motivi manifestamente ingiusti e direttamente contrari alla professione di fede, questa approvazione gli fu tolta: si veda per questo il n° 113 del 2020 di questa rivista, in cui viene affrontato il tema delle condanne subite dalla FSSPX da parte della Santa Sede. 11 - Mons. Marcel Lefebvre, Lettera ai futuri vescovi, 28 agosto 1987. 12 - Aristotele, Politica, Libro I. |