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| Il culto dell’Uomo è il vero “problema dell’ora presente” di Ilarione Pubblicato nel n° 9 anno LII – del quindicinale SI SI NO NO Via Madonna degli Angeli, 78 - 00049 Velletri tel. 06.963.55.68 - fax 06.9636914 posta elettronica: sisinono@tiscali.it c/c postale n° 60226008, intestato a SI SI NO NO <> Con la teologia del Vaticano II (Dignitatis humanae personae) si esalta, come principio assoluto e intangibile, la dignità della persona umana, ai cui diritti si sottomettono la verità e il bene. Questa concezione inaugura la religione antropocentrica dell'uomo, il culto della falsa libertà e non della verità (1); e fa dimenticare l’austerità cristiana e la beatitudine celeste (2). La dottrina cattolica è sempre stata quella della subordinazione dello Stato alla Chiesa, come del corpo all’anima. Essa ha conosciuto delle sfumature accidentali: potere diretto in spiritualibus e indiretto in temporalibus ratione peccati oppure potere diretto anche in temporalibus, ma non esercitato e dato al Principe temporale dal Pontefice romano. Mai dal 313 nessun Papa, Padre ecclesiastico, Dottore della Chiesa, teologo o canonista approvato dalla Chiesa ha insegnato la separazione tra Stato e Chiesa, che è sempre stata condannata. Dignitatis humanae, d’ora in poi DH, insegna pastoralmente che l’uomo ha “diritto alla libertà religiosa […], privatamente e in pubblico, sia da solo sia associato ad altri. […]. È necessario che a tutti i cittadini e a tutte le comunità religiose venga riconosciuto il diritto alla libertà in materia religiosa. […]. Libertà religiosa che deve essere riconosciuta come un diritto a tutti gli uomini e a tutte le comunità e che deve essere sancita nell’ordinamento giuridico” (DH, n. 2, 3, 6 e 13). All’obiezione secondo cui DH ha voluto impegnare l’infallibilità poiché ha dichiarato che: «Il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana, quale si conosce sia per mezzo della parola di Dio rivelata sia tramite la ragione» (n. 2). Si risponde che il decreto DH non ha voluto definire che la libertà religiosa fondata sulla dignità della persona umana è verità rivelata e non ha voluto obbligare a crederla come condizione per salvarsi, ma ha solo dichiarato pastoralmente un “diritto alla libertà religiosa in foro esterno e pubblicamente” - peraltro inesistente secondo la Tradizione divino/apostolica, la quale parla solo di foro interno e in privato - “fondato su una dignità personale”, che è un’espressione filosoficamente inesatta, in quanto non è il soggetto ad essere degno o valoroso, ma è la natura in cui il soggetto sussiste che conferisce ad essa maggiore o minore dignità. Per cui DH avrebbe dovuto parlare di dignità della natura umana e non della persona. DH equivoca tra foro interno e foro esterno, tra natura e persona, poiché essendo insegnamento pastorale e a/dogmatico ha rinunciato al lessico della filosofia e teologia scolastica e specificatamente tomistica e si è servita di espressioni inesatte e “poetiche” più che teologico/filosofiche. PIO IX nella Quanta cura (8 dicembre 1864) ha definito che la libertà religiosa in foro esterno “è contraria alla dottrina della S. Scrittura, della Chiesa e dei Santi padri ecclesiastici” e che “lo Stato ha il dovere di reprimere i violatori della Religione cattolica con pene specifiche”. Nella vita pubblica, la religione dell’uomo non comprende la gerarchia e propugna l’ugualitarismo proprio dell’ideologia marxista, che è contrario all’insegnamento naturale e rivelato, il quale attesta l’esistenza di un ordine sociale richiesto dalla natura stessa. Nella vita religiosa, lo stesso principio preconizza un ecumenismo che, a beneficio dell’uomo, metta d’accordo tutte le religioni (3); preconizza una Chiesa trasformata in istituto di assistenza sociale. Da ciò, la preoccupazione eccessiva per la promozione sociale, come se la Chiesa fosse soltanto un più esteso organismo di assistenza sociale. Da ciò, e allo stesso modo, la secolarizzazione del clero, il cui celibato viene considerato qualcosa di assurdo, così come si considera strano il genere di vita del sacerdote e l’abito talare, intimamente legato al suo carattere di persona consacrata, in modo esclusivo, al servizio dell’altare. Nella liturgia, si riduce il sacerdote a semplice rappresentante del popolo o “presidente dell’assemblea” (4). Evidentemente il rilassamento morale e la dissoluzione liturgica non possono coesistere con l’immutabilità del dogma. Relativismo e modernismo dei “nuovi teologi” Si comportano allo stesso modo, i “nuovi teologi” postconciliari. Essi non sono attenti alla realtà, il cui modo di espressione può variare, purché, tuttavia, la rappresenti qual è. Al contrario, essi desiderano soddisfare la mentalità moderna. Per loro, l’attualizzazione della Chiesa consiste nell’adattamento della sua dottrina a questa mentalità soggettivista, relativista e immanentista. Ora, siccome l’uomo moderno ha formato il suo pensiero in un ambiente culturale tutto rivolto verso le apparenze, verso il soggettivismo e i fenomeni e, inoltre, avverso alla metafisica, la Chiesa - dicono i “nuovi teologi” - per non “sprofondare” ha bisogno di accordare la sua dottrina a tale modo di pensare, per cui il dogma si evolve eterogeneamente dall’uno all’altro significato (ossia cambia sostanzialmente di significato, passando da una verità a un’altra totalmente diversa), secondo le esigenze culturali dell’epoca in cui viene enunciato. Immutabilità e sviluppo omogeneo della verità rivelata La verità rivelata si comunica al mondo in un linguaggio umano. Questo linguaggio, per quanto inadeguato, non è semplice simbolismo (5) o raffigurazione; esso deve esprimere, oggettivamente, ciò che è il mistero di Dio, benché non lo manifesti nella sua ricchezza inesauribile. Ecco la ragione per cui le formule dogmatiche non possono evolversi intrinsecamente o sostanzialmente mutando totalmente di significato. La Fede, una volta trasmessa, dice san Giuda Taddeo, lo è «una volta per tutte» (6). Essa è immutabile e invariabile. Non patisce addizioni, sottrazioni, o alterazioni intrinseche ed eterogenee. Può essere illuminata, e può trasformarsi soltanto omogeneamente ed estrinsecamente, come un essere vivente, che si sviluppa e si perfeziona, mantenendo tuttavia la medesima natura, la quale fa sì che l’individuo sia sempre lo stesso. Importanza delle “formule dogmatiche” Perciò, è di somma importanza mantenere le formule che, costituite nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo, la Tradizione e i Concili dogmatici hanno fissato, per esprimere con esattezza il concetto rivelato. Tale linguaggio dogmatico può subire alterazioni soltanto accidentali “eodem sensu eademque sententiam”, ma non può essere modificato da cima a fondo o sostanzialmente e intrinsecamente in maniera eterogenea. Ora, ciò a cui, sotto il segno dell’«aggiornamento››, assistiamo dopo il Concilio Vaticano II, è il disprezzo tanto della Morale (7) come delle formule dogmatiche tradizionali (8). Facciamo qualche esempio: il Concilio di Trento, contro il “simbolismo” protestante ripreso dal modernismo, consacrò il vocabolo “transustanziazione”, per indicare il mutamento totale della sostanza del pane e della sostanza del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo. Tale parola ci dà l’idea di quanto avviene, oggettivamente e realmente, sull’altare, al momento della consacrazione nella santa Messa, e ci assicura della presenza reale, fisica e sostanziale di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento, anche dopo che è terminata la celebrazione del Santo Sacrificio. Ora, per fare un esempio, in quanto termine aristotelico, che non concorda con le correnti filosofiche attuali, la parola “transustanziazione”, non solo non è nominata nell’Institutio generalis del Messale riformato nel 1969 da Paolo VI anche nella seconda edizione del 1970 (9) , ma viene rigettata dai teologi della nouvelle théologie. Essi, tra cui spicca Schillebeeckx, la sostituiscono con un’altra - «trans/significazione››, «trans/finalizzazione›› - ponendo in dubbio il mistero dell’Eucaristia e della presenza reale. Nella pratica, si eliminano i segni di adorazione, di rispetto al Santissimo Sacramento, come la comunione in ginocchio, sulla lingua, con il piattino, con il velo, la purificazione delle dita del celebrante e del suolo, dove dovesse accidentalmente cadere un’ostia consacrata, la benedizione col Santissimo, la visita al Tabernacolo, ecc. La Sovversione dottrinale Se la parola muta, e non s’impiega un sinonimo, si modifica naturalmente anche il concetto o l’idea e la dottrina. Sono compresi in questo caso i nuovi termini dei teologi «aggiornati››, la cui conseguenza è il vacillare della stessa Fede. Ecco che la nuova terminologia, di fatto, introduce una nuova dottrina pastorale ed eterodossa. Non ci troviamo più nel Cristianesimo autentico, ma in rottura con la Tradizione divino/apostolica (10). D’altronde, le innovazioni non consistono soltanto in un cambio di parole. Vanno più lontano. In realtà, eccitano una sovversione totale nella Chiesa. Dal momento che la filosofia moderna sopravvaluta l’uomo, che rende giudice di tutte le cose, la nuova dottrina pastorale stabilisce la religione dell’uomo. Elimina tutto quanto può significare un’imposizione alla libertà o una repressione della spontaneità umana. Misconosce, così, la caduta originale e attenua la nozione di peccato. Non comprende il senso della rinunzia evangelica, e propugna una religione naturale fondata sui dati psicologici e sociologici. Il Rimedio a tanto male: la fedeltà alla Tradizione divino/ apostolica San Paolo, sintetizza la norma del Magistero ecclesiastico scrivendo: «Anche se noi stessi o un angelo del Cielo venissimo ad annunziarvi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema» (11). Infatti, non siamo noi, i giudici della parola di Dio: è essa che ci giudica e che mette in luce il nostro conformismo, alla moda del mondo. Importanza della Tradizione divino/apostolica Il valore della Tradizione è tale che anche le encicliche e gli altri documenti del Magistero ordinario universale o del Sommo Pontefice sono infallibili soltanto se vogliono definire una verità come divinamente rivelata e obbligare a crederla come anche negli insegnamenti confermati dalla Tradizione, cioè da un continuo insegnamento della dottrina, svolto da diversi Papi e per un ampio lasso di tempo (“quod semper, ubique et ab omnibus creditum est”). Di conseguenza, l’atto del Magistero ordinario pastorale universale o di un Papa che contrasti con l’insegnamento garantito dalla Tradizione magisteriale di diversi Papi e attraverso un considerevole lasso di tempo, non può e non deve essere accettato (12). La Norma per giudicare le novità eterodosse Il criterio di verifica nei confronti delle novità che sono sorte durante il Concilio Vaticano II e il post/concilio è il seguente: Si accordano con la Tradizione? Sono frutto di una legge non buona? Non si conformano, ma si oppongono alla Tradizione, oppure la sminuiscono? Allora non devono essere accettate. Tradizione, certo, non è immobilismo. È crescita, ma nella stessa linea, nella medesima direzione, nello stesso senso, crescita di esseri vivi, che si conservano sempre gli stessi, pur sviluppandosi (13). Per questo stesso motivo, non si possono considerare tradizionali forme e costumi che la Chiesa ha lasciato in disuso e non ha incorporato nell’esposizione della sua dottrina, o nella sua disciplina. La tendenza in questa direzione, fu definita da Pio XII «insano archeologismo» (14). Detto questo, prendiamo come norma il seguente principio: quando è evidente che una novità si allontana dalla dottrina tradizionale, è certo che non deve essere ammessa. I Vari modi di corrompere la Tradizione divino/apostolica Si può collaborare in diversi modi alla distruzione della Tradizione. Vi è anche, fra essi, una scala che va dall’opposizione aperta alla deviazione quasi impercettibile e quest’ultima è la più pericolosa poiché più difficilmente riconoscibile. Abbiamo un esempio di chiara opposizione nei diversi atteggiamenti assunti da teologi, e perfino da autorità ecclesiastiche (la Conferenza Episcopale Tedesca, Belga, Francese e Olandese), di rifiuto esplicito della decisione dell’enciclica Humanae vitae. Infatti, il documento magisteriale di Paolo VI, che dichiara illecito l’uso degli anticoncezionali, s’inserisce in una tradizione ininterrotta del Magistero ecclesiastico sino alla Casti connubii di Pio XI nel 1931, che dai teologi è reputata aver impegnato l’infallibilità. Non accettarlo, insegnando l’opposto di ciò che esso prescrive, oppure consigliando pratiche da esso condannate, costituisce un tipico esempio di negazione di un insegnamento tradizionale e persino infallibile e dunque di Fede. Più sottile è l’inganno, quando si colpisce la Tradizione, attraverso delucidazioni dogmatiche che (senza negare de jure i termini tradizionali), di fatto sono incompatibili con i dati rivelati; per esempio, continuare a fare professione di Fede nel mistero della Santissima Trinità, ma sostituire sistematicamente il termine “consustanziale” con un altro che non ha lo stesso significato, come l'espressione “della stessa natura”(15). Vi sono ugualmente deviazioni verso l’eresia, in deduzioni che amplifichino il contenuto delle premesse. Così, affermare che il Papa, in virtù della “collegialità episcopale”, non può decidere senza avere udito il collegio episcopale che è un “ceto stabile e permanente”, significa cadere indirettamente e implicitamente nel conciliarismo, che sovverte la natura della Chiesa di Cristo (cfr. Lumen gentium). Più sottili sono i nuovi usi, specialmente in campo liturgico, che sostituiscono gli antichi (per esempio: comunione sulla mano, Canone della Messa recitato obbligatoriamente a voce alta …), che insinuano altri concetti religiosi. Evidentemente la responsabilità personale di chi subisce la riforma e di chi l’ha promossa, in questi diversi modi di contestare la Tradizione, non è la stessa. Tuttavia, nelle circostanze attuali, tutti questi cambiamenti presentano un pericolo per la Fede. Ne consegue che da parte nostra si richiede un’attenta vigilanza, affìnché non giungiamo ad assimilare quasi inconsapevolmente il veleno del luteranesimo. Se vi è gente in buona fede che, per ignoranza o ingenuità, nelle novità che va accettando, ha soltanto l’intenzione di ottenere una nuova espressione liturgica della vera Chiesa, vi è anche e soprattutto, l’astuzia del demonio che si serve di queste stesse intenzioni per allontanare i fedeli dall’ortodossia cattolica. NOTE 1 - A. OTTAVIANI, Doveri dello Stato cattolico verso la religione, Roma, Lateranense, 1953. 2 -Il Decreto sulla LIBERTÀ RELIGIOSA (Dignitatis humanae, 7 dicembre 1965) è in contraddizione con la Tradizione divino/apostolica e il Magistero costante della Chiesa riassunte nel Diritto Pubblico Ecclesiastico. Si veda S. GREGORIO NAZIANZENO (+ 390) Hom. XVII; S. GIOVANNI CRISOSTOMO (+ 407) Hom. XV super IIam Cor.; S. AMBROGIO (+ 397) Sermo contra Auxentium; S. AGOSTINO (+ 430) De civitate Dei (V, IX, t. XLI, col. 151ss.); S. GELASIO I (+ 496) Epist. ad Imperat. Anastasium I; S. LEONE MAGNO (+ 461) Epist. CLVI, 3; S. GREGORIO MAGNO (+ 604) Regesta, n. 1819; S. ISIDORO DA SIVIGLIA (+ 636) Sent., III, 51; S. NICOLA I, Epistul. Proposueramus quidam (865); S. GREGORIO VII (+ 1085) Dictatus Papae (1075), I epistola a Ermanno Vescovo di Metz (25 agosto 1076), II epistola a Ermanno (15 marzo 1081); URBANO II (+ 1099) Epist. ad Alphonsum VI regem; S. BERNARDO DI CHIARAVALLE (+ 1173) Epistola a papa Eugenio III sulle due spade; INNOCENZO III (+ 1216) Sicut universitatis conditor (1198), Venerabilem fratrem (1202), Novit ille (1204); INNOCENZO IV (+ 1254) Aeger cui levia (1245); S. TOMMASO D’AQUINO (+ 1274) In IVum Sent., dist. XXXVII, ad 4; Quaest. quodlib., XII, a. 19; S. Th., II-II, q. 40, a. 6, ad 3; Quodlib. XII, q. XII, a. 19, ad 2; BONIFACIO VIII (+ 1303) nella Bolla Unam sanctam (1302); CAJETANUS (+ 1534) De comparata auctoritate Papae et Concilii, tratt. II, pars II, cap. XIII; S. ROBERTO BELLARMINO (+ 1621) De controversiis; F. SUAREZ (+ 1617), Defensio Fidei catholicae;.GREGORIO XVI, Mirari vos (1832); PIO IX, Quanta cura e Syllabus (1864); LEONE XIII, Immortale Dei (1885), Libertas (1888); S. PIO X, Vehementer (1906); PIO XI, Ubi arcano (1921), Quas primas (1925), PIO XII, Discorso ai Giuristi Cattolici Italiani, 6 dicembre 1953. 3 - Cfr. “Catechismo olandese”, 1967 e “Catechismo dell’Episcopato belga”, 1984. 4 - Cfr. Assisi I, ottobre 1986 con Giovanni Paolo II e Assisi III, ottobre 2011 con Benedetto XVI. 5 - Cfr. Institutio generalis Novus Ordo Missae § 7, 1970. 6 - Cfr. P. PARENTE, voce Simbolismo, in “Dizionario di teologia dommatica”, Roma, Studium, IV ed., 1957; rist. Proceno, Effedieffe, 2015. 7 - Giuda, III. 8 - Per la confutazione della Morale della situazione vedasi C. FABRO, L’avventura della teologia progressista, Milano, Rusconi, 1974. 9 - Cfr. A. VIDIGAL XAVIER DA SILVEIRA, La Nouvelle Messe de Paul VI. Qu’un penser?, Chiré, DPF, 1978; tr. it. in Inter multiplices Una Vox. 10 - Cfr. B. GHERADINI, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; ID., Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010; ID., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011; ID., Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Torino, Lindau, 2011. 11 - Gal. I, 8. 12 - Cfr. G. MATTIUSSI, L’immutabilità del dogma, in “La Scuola cattolica”, marzo 1903; M. CANO, De locis theologicis lib XII, Venezia, 1799; J. B. FRANZELIN, De divina Traditione et Scriptura., Roma, 1870; L. BILLOT, De immutabilitate Traditionis, Roma, 1904; S. G. VAN NOORT, Tractatus de fontibus Revelationis necnon de fide divina, 3a ed., Bussum, 1920; S. CIPRIANI, Le fonti della Rivelazione, Firenze, 1953; A. MICHEL, voce “Tradition”, in DThC, XV, coll., 1252-1350; G. FILOGRASSI, La Tradizione divino/apostolica e il Magistero ecclesiastico, in “La Civiltà Cattolica”, 1951, III, pp. 137-501; G. PROULX, Tradition et Protestantisme, Parigi, 1924; S. TOMMASO D’AQUINO, S. Th., III, q. 64, a. 2, ad 2; B. GHERARDINI, Divinitas 1, 2, 3/ 2010, Città del Vaticano, S. CARTECHINI, Dall’opinione al domma, Roma, Civiltà Cattolica, 1953, J. SALAVERRI, De Ecclesia Christi, Madrid, BAC, 1958, n° 805 ss. 13 - Cfr. F. MARIN SOLA, L’évolution homogène du dogme catholique, Friburgo, 1924; R. GARRIGOU-LAGRANGE, Le sens commun. La philosophie de l’etre et les formules dogmatiques, Parigi, III ed., 1922. 14 - PIO XII, Enciclica Mediator Dei, 20 novembre 1947. 15 - La Conferenza Episcopale Francese ha tradotto il “consustanziale” del Credo della Messa riformata nel 1970 col termine “della stessa natura”. Ora, io che scrivo e voi che leggete abbiamo la stessa natura umana, ma non siamo consustanziali. |