![]() |
![]() |
| Lettera da Genova Il cerchio magico e le piaghe da decubito di una Chiesa prostrata al mondo ![]() Concelebrazione con la Sindaca Caro Valli, le scrivo dopo profonda riflessione sull’opportunità di farlo, non già e non tanto per timore di essere sconfessato sui contenuti, ma perché ho adottato il criterio della Prudenza evangelica, che consiglia un’attenta presa d’atto del contesto, del tema, degli effetti e tuttavia non sempre si può evitare di dare scandalo. Ma tant’è. A volte il tacere per timore di urtare il nostro prossimo è ancor più dannoso per le anime. Che la Chiesa genovese versi in un drammatico stato comatoso, intubata, giacente in un letto, al quarto stadio di piaghe da decubito, è fin troppo chiaro a chi quella realtà la vive giornalmente. Nonostante i prodromi evidenti di una deriva che ora non ha più alcun freno, è una Chiesa che fino a una ventina di anni fa, tutto sommato, poteva ancora dirsi Chiesa militante, ma ora non ha più neppure la decenza di porsi domande su sé stessa. Non sono sacerdote e neppure religioso, ma posso dire che in diocesi l’ambiente è di piombo: preti asserviti a logiche scriteriate per lo più clientelari, stratificatesi nell’ultimo quinquennio; sacerdoti spostati di sede senza neanche degnarli di una seppur breve consultazione personale; sacerdoti che – evidentemente sodali del cerchio magico – impongono al vescovo incarichi e/ o destinazioni gradite ai medesimi. È manifesto che in diocesi chi dovrebbe conoscere il territorio non ha in alcuna considerazione le esigenze di una popolazione di fedeli formata ormai in stragrandissima maggioranza da ultrasettantenni. Basti citare il caso inverosimile dell’unione di quattro parrocchie (San Bartolomeo di Staglieno, Sant’Eusebio, San Gottardo e San Michele Arcangelo di Montesignano), nelle quali il numero dei fedeli ammonta a circa 22 mila, affidate a un parroco di prima nomina, in un territorio vastissimo e complesso, non fosse altro che per gli spostamenti richiesti al presbitero e alle anime alle sue cure affidate. Tacendo degli abusi liturgici, tutto passa ormai dalla porta larga, secondo il criterio dell’inclusione, verso una “primavera” che è in realtà un inverno tetro e paurosamente grigio, perché il cerchio magico non è formato solo da alcuni eminentissimi sacerdoti, ma comprende un manipolo di donne che con il beneplacito della gerarchia concelebrano la Messa con panini spezzati, su un tavolino al centro della chiesa. È notizia recente (vedi foto) la celebrazione presieduta da don Ciotti con la sindaca di Genova Salis, il vicario episcopale monsignor Grondona e il rettore del Seminario Maggiore don Doragrossa. La sindaca appare in veste istituzionale, evidentemente inconsapevole della commistione tra il sacro (o ciò che ne resta) e il profano, un abuso che giudicare sconsiderato sarebbe cortesia, peraltro immeritata, e i cui colpevoli sono i sacerdoti celebranti e concelebranti, ripiegati su loro stessi e mai prostrati a Cristo Crocifisso. Qual è la missione di questa Chiesa? Quale lo scopo di tutto ciò che fa? Riavvicinare le persone a un cadavere con l’intento di rianimarlo? Confondersi con il mondo liquefacendosi indistintamente con il sentimento che predomina oggi, ovvero quello della sinodalità e dell’inclusione a ogni costo? Non pensare mai alla conversione vera, a Cristo, al Cuore pulsante della Chiesa, di quella cattolicità che forse si potrebbe oggi intravedere in qualche polveroso manoscritto – i Vangeli – nei quali pare che Nostro Signore Gesù Cristo avesse ammonito verso lo spirito del mondo in modo chiaro, inequivocabile, definitivo, senza sconti o compromessi? Le scrive un uomo la cui fede è complessa, difficile. Ma non per questo è incline a cedere al comodo, allo scontato, al provvisorio. Tutt’altro. Si può provare sconforto, mai arrendevolezza. Si può essere attoniti, mai vinti. Occorre indossare le armi santissime della preghiera, della santa Messa, dell’Eucarestia, della recita accorata e giornaliera del santo Rosario, e ogni battaglia può essere combattuta e certamente vinta. Ma sopra quelle armi deve garrire lo stendardo della Fede nell’Unico Vero Dio, che è Nostro Signore Gesù Cristo. La Chiesa ha in sé gli anticorpi per curare le piaghe da decubito che la tormentano, ma fino a quando dai vescovi non arriverà una chiarissima e definitiva Parola di Verità, di disciplina, di ferma volontà di tornare alla identità cattolica vera e santa, niente in terra potrà mutare lo stato delle cose. Preti in jeans e maglietta, scapigliati, disadorni. Preti influencer. Preti psicologi. Preti capi popolo. Questo abbiamo. Che fine ha fatto il sacerdote, il consacrato, che viva fra l’altare e il confessionale con l’unica missione di salvare quante più anime possa, con passione ardente e vera? Che fine ha fatto il sacerdote che sappia ancora cosa sia impartire l’estrema unzione ai moribondi, e parlo di quella cattolica, perché quella dal mondo la Chiesa l’ha già assunta da un pezzo? Con ossequi e stima, nel giorno della Solennità di Pentecoste. |