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| Ricordare Gaza: prigione a cielo aperto ![]() La Striscia di Gaza a 7 mesi dall’inizio del cessate il fuoco resta una distesa di macerie. (foto Fatena Mohanna) Fatena Mohanna, fotografa a Gaza, ha vissuto e raccontato per Caritas la guerra dall’interno. Oggi, dall’Italia, riflette su quella esperienza e sulle condizioni di due milioni di Palestinesi, che rischiano di essere dimenticati nella loro immensa prigione. Mille trappole per topi sono state fatte entrare nella Striscia di Gaza all’inizio di maggio per rispondere, in maniera del tutto insufficiente, a uno dei «danni collaterali» nel territorio devastato. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, la vita a Gaza resta un inferno. «Molte persone pensano che la guerra sia finita. Che dopo il cessate il fuoco tutto sia andato a posto. Ma non è così. Non è quello che sta succedendo: ci sono ancora bombardamenti e ancora tante persone soffrono. Siamo nel 2026 e la gente muore perché non c’è cibo. Perché?». Se lo chiede Fatena Mohanna che dalla Striscia è uscita alcuni mesi fa, arrivando in Italia, con un altro giornalista palestinese, per studiare all’Università per Stranieri di Siena grazie a un programma dei rettori delle Università italiane. Dopo due anni, trascorsi nell’assedio seguito al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e sotto i bombardamenti che hanno fatto più di 72mila morti e che lei, come altri coraggiosi testimoni, ha documentato. «Ho 26 anni. Sono nata e cresciuta nella città di Gaza e la maggior parte dei miei ricordi sono legati a quella città. Ho studiato ingegneria informatica e durante la guerra lavoravo come produttrice di contenuti audiovisivi per Caritas Gerusalemme, documentando la vita quotidiana, i progetti umanitari. Non sono una giornalista, ma trovandoci a Gaza eravamo come in un enorme carcere dove nessun giornalista straniero poteva entrare. Siamo due milioni di persone, in un certo senso siamo diventati tutti giornalisti per raccontare quello che ci stava succedendo, prima di morire tutti senza che nessuno sapesse cosa accadeva nella Striscia». • Sei di famiglia musulmana o cristiana? Sono musulmana.
• Come sei entrata in contatto con Caritas? A Gaza siamo cristiani e
musulmani, viviamo insieme, normalmente. È così che siamo
cresciuti: è normale partecipare ai festeggiamenti a Pasqua o a
Natale, e naturalmente alle nostre feste religiose partecipano con noi
i nostri amici cristiani. Perciò, anche se Caritas è un’organizzazione
cristiana, le persone che ci lavorano sono sia musulmane che cristiane
e Caritas a Gaza aiuta tutti.
Nel nord della Striscia è stata una delle pochissime organizzazioni che ha continuato a operare e a sostenere la gente, nonostante i rischi e le distruzioni. Così mi sono unita all’équipe e ho continuato a lavorare con loro in condizioni davvero difficili. Non ci siamo fermati nemmeno durante gli sfollamenti. Nel mio lavoro nella comunicazione producevo foto e video, mostrando la realtà umanitaria, gli sforzi nei soccorsi e la vita quotidiana delle persone che cercavano di sopravvivere. Documentavo la guerra, ma allo stesso tempo la vivevo, come gli altri. Ne sarò sempre orgogliosa. • Vivevi con la tua famiglia? Da chi è composta? Sì, abitiamo nella
città di Gaza, vicino al porto. Siamo in cinque: con me, mia
mamma, due fratelli e una sorella. Durante la guerra ho perso mio zio,
sua moglie e sua figlia: sono morti sotto le macerie. A Gaza restano
tutta la mia famiglia e gli amici, i colleghi.
È come se fossi ancora lì — mi sento sola in questo mondo, fuori. • Riesci a comunicare con loro o è difficile? È facile e difficile
allo stesso tempo. È facile chiamarli perché ora accedo
agevolmente a internet, ma è difficile perché loro non
hanno sempre una connessione funzionante.
A volte aspetto a lungo che rispondano alle mie chiamate. E quando mi rispondono, è difficile parlare, perché, dal giorno in cui sono arrivata qui, vivo con il senso di colpa: ho da mangiare, vivo una vita normale, mentre tutte le persone a cui tengo, tutti i gazesi, no, vivono in condizioni terribili. Li chiamo e non so cosa dire. Voglio solo assicurarmi che stiano bene. E ci mentiamo a vicenda. Io dico di stare bene. Loro vivono nella paura, nella tristezza e mentono, quando dicono che stanno bene e va tutto bene, ma so che va male e che è tutto difficile. • Vivono in una casa o in ripari di fortuna? Hanno abbastanza soldi per il cibo e per le cure mediche? La nostra casa è
stata parzialmente distrutta. Hanno bombardato il nostro palazzo mentre
eravamo all’interno, già nel novembre 2023. Non so come possiamo
essere ancora vivi, dato che stavamo al terzo piano. Non so
perché abbiano bombardato quell’edificio, dato che non c’era
nessun altro oltre a noi. Ricordo il caos, la polvere, non si vedeva
nulla.
Ma ce la siamo cavata e nessuno si è fatto male, grazie a Dio. Anche se il palazzo è stato danneggiato, il nostro appartamento è ancora abitabile: sempre meglio di una tenda. Ma la famiglia, come tutti i gazesi, ha grandi difficoltà a trovare cibo, acqua pulita, elettricità, medicine… Mi è successa una cosa due settimane fa. Stavo preparando un esame e avevo messo due uova bollite su un piatto. Mio fratello mi ha chiamata e mi ha chiesto: «Che cosa fai? Mi manchi». Gli ho detto che stavo studiando. Noi due abbiamo l’abitudine di mandarci una foto per mostrare quello che stiamo facendo. Così lui ha mandato una foto di sé con il nostro gatto e io ho fatto una foto del libro di italiano includendo, senza volerlo, il piatto con le uova… Mi ha risposto: «Mio Dio, sei ricca, hai le uova! Qui non ne abbiamo». Non sono riuscita a continuare a studiare. Mi sono sentita in colpa, come se avessi fatto una cosa terribile. Come ho potuto fare quella leggerezza? Quando ero là mi mancava il sapore di un uovo, di una mela, dell’acqua pulita. So che cosa vuol dire. • Eri mai uscita dal territorio prima di arrivare in Italia? Quando ero una bambina andavamo d’estate in vacanza in Egitto, o in Giordania dove mia mamma ha dei parenti, ma naturalmente non ero mai venuta in Europa. • Vorresti portare la tua famiglia fuori da Gaza insieme a te o tornare tu in una Gaza pacifica e ricostruita? Ho un fratello più
piccolo Yasin, sarebbe all’ultimo anno della scuola superiore. Non ha
avuto un’istruzione per tre anni a causa della guerra, come tutti gli
studenti di Gaza. È intelligente e curioso, una persona
brillante, e non ha la possibilità di studiare. Non è
giusto, perciò vorrei davvero portarlo qui in Italia per
studiare.
Quanto a me, non penso che resterò in Europa o in Italia per tutta la vita. Forse rimarrò per continuare gli studi o la mia carriera, oppure se riesco a portare mio fratello posso aiutarlo agli inizi. Ma penso che alla fine tornerò a Gaza, perché stiamo parlando della mia identità, di tutta la mia vita. Dal giorno in cui sono nata, ho vissuto sotto l’occupazione. Questa guerra ha distrutto ogni dettaglio normale della mia vita. Ci ha dato infiniti traumi, paura, malattie. Ma preferisco morire là, piuttosto che vivere in esilio tutta la vita. Sei stata molto coraggiosa nel tuo lavoro a Gaza. Tanti giornalisti e operatori dell’informazione sono stati uccisi o presi di mira… Sì, tante persone che
conosco. A Gaza sono morti amici, familiari e anche colleghi. Riguardo
ai giornalisti a Gaza, penso che vogliano ucciderli tutti, me compresa.
Sapevo che ogni volta che uscivo con la mia macchina fotografica potevo
non tornare più a casa. Chiunque abbia un microfono in mano o un
apparecchio sa che forse è l’ultima volta. È per questo
che continuiamo: sappiamo che potremmo morire in qualsiasi momento.
Perché restare in silenzio, in casa? Per aspettare che cosa?
Sapendo che nessuno parlerà di noi…
• Conosci qualcuno che è stato ucciso? Avevo un amico. Si chiamava
Mahmoud Isleem. Aveva la mia età. Non era un giornalista, ma un
fotografo dilettante come me, prima della guerra. Poi documentare con
immagini è diventato il nostro lavoro a tempo pieno. Mahmoud era
quel tipo di persona che voleva far conoscere al mondo la bellezza
presente in ogni cosa. Ma durante la guerra non ci sono più cose
belle. Tu documenti solo perdita, fuga, sangue, uccisioni, distruzione,
Un giorno Mahmoud e io avevamo concordato di andare a girare un servizio su una persona a Jabalia. «Domani mattina andrò a là a filmare con tre amici. Puoi unirti a noi». Gli ho risposto che avevo preso appuntamento con quell’uomo al pomeriggio, non al mattino e che l’avrei raggiunto più tardi. Il giorno dopo l’ho chiamato per accordarci su dove incontrarci. Lo chiamavo ma non rispondeva, lui che rispondeva sempre subito. Ma questa volta Mahmoud non rispondeva. Avevo al polso il mio smartwatch, su cui ricevevo le notizie di continuo, perché in qualsiasi momento potevo perdere qualcuno, quindi, mi serviva per essere aggiornata ventiquattro ore su ventiquattro. Mi domandavo perché non rispondesse. E all’improvviso ho visto la sua foto sul mio smartwatch. Non ho capito immediatamente che cosa stesse succedendo. Pensavo: perché c’è la foto di Mahmoud sul mio smartwatch? Due minuti dopo ho compreso che era il gruppo Telegram che dava notizie, ho aperto quel messaggio: «Un fotografo di nome Mahmoud Isleem è stato preso di mira ed è stato ucciso ora». In quel momento ho desiderato davvero essere con lui – e questo non è solo un mio sentimento, è il sentimento che proviamo tutti quando perdiamo qualcuno a cui teniamo –, ma non ero là. Tante volte avevamo scherzato sulla possibilità di morire insieme. Ma quella volta è morto lui, e io sono rimasta. E credetemi: l’uccisione di Mahmoud mi ha resa ancora più determinata, mi ha dato la forza di lavorare di più, di fare più riprese… Si prova questo sentimento quando perdi qualcuno: hai una rabbia dentro che ti spinge a dare di più. In quel momento sai che nessuno farà nulla per te. Quindi dobbiamo almeno agire prima che arrivi il nostro momento. • Che cosa significa sumud per te? Per i Palestinesi, sumud significa rifiutarsi di
scomparire. Continuare a esistere, a ricordare e a rimanere umani.
Nonostante tutto, questa è tutta la nostra vita – siamo nati e
abbiamo vissuto. Dal primo giorno della tua vita, vivi sotto
l’occupazione: non è una cosa nuova che ci è capitata.
È una cosa molto palestinese, chiunque direbbe che ce l’ha
«nel sangue», come una identità. Sumud è la
nostra identità. È il nostro normale modo di pensare.
• Anche tu lo senti allo stesso modo? Certamente. Tutto quello che
ho fatto a Gaza l’ho fatto perché sento che sumud è qualcosa che ho
dentro. È per questo che ho continuato con Caritas, anche il lavoro dei miei
colleghi, i nostri progetti… È tutto «anima», ed
è per questo che andavamo al lavoro ogni giorno. Ho tanti video
personali, che non pubblico sui social media, ma che raccontano di
piccoli aspetti terribili del quotidiano. A volte scorro la mia
galleria e non riesco a credere di essere stata là.
• Ti racconto di un giovane come te, che vive a Khan Younis. Studia ingegneria, si è fatto carico della sua numerosa famiglia. Un gruppo di sostegno, composto da oltre cento persone di tutto il mondo è in contatto con lui su Whatsapp e lo aiuta economicamente per tutte le necessità, giorno dopo giorno. Le spese sembrano incredibilmente alte, ad esempio, centinaia di dollari per un piccolo intervento o alcuni prodotti… Come è possibile sopravvivere in queste condizioni? Per lasciare la Striscia gli occorrerebbero migliaia di dollari… Come fa la gente che non ha un gruppo di sostegno a sopravvivere? Non sopravvivono. Per questo
ci sono persone che muoiono di malattie, perché non possono
permettersi le cure, e organizzazioni come la nostra cercano ogni volta
di portare le medicine dentro Gaza, ma il regime di occupazione non ce
lo permette. Il padre della mia migliore amica è morto
perché non riusciva a procurarsi un certo medicinale, una
semplice pillola per un problema cardiaco. Eppure, lei lavorava con la Caritas! Conosco bambini che si
ammalano: il loro fisico non regge le malattie, soprattutto quando non
hanno cibo. Questa è un’altra cosa che la gente non sa o non
capisce. Abbiamo attraversato due anni di carestia. Il nostro corpo non
funziona più.
• Ne risenti ancora? Anche adesso, dopo sei mesi
in Italia, fatico ad alimentarmi, perché il mio corpo si era
abituato a un certo tipo di cibo terribile. Posso trascorrere un’intera
giornata senza mangiare. Ci sono abituata, l’ho vissuto per due anni.
Perciò la situazione di quella persona non mi sorprende: l’ho
sperimentato. Nel caso della mia famiglia, si può dire che
abbiamo uno stipendio, ma non riusciamo ad acquistare i beni di prima
necessità, perché non li prendi gratis: normalmente si
comprano al mercato nero e i prezzi sono salatissimi. Una lattina di
fagioli da due euro può arrivare a costarne venti. Anche questa
è la guerra di cui nessuno parla. Ci concentriamo sulle persone
che muoiono, è la cosa importante. Ma se voleste entrare nei
dettagli, rimarreste scioccati.
• Che cosa intendi? Se si studiassero i traumi
causati dalla guerra o gli effetti del conflitto sulle persone, si
capirebbe che molti impazziscono. Parliamo di due milioni di persone
dentro un territorio ristretto, dove nessuno entra e nessuno esce.
È un carcere senza cibo, acqua, senza sicurezza, con sfollamenti
continui e pericoli costanti. Immaginate di mettere un numero enorme di
persone in un posto molto piccolo e togliere loro tutto. Cosa vi
aspettate da loro? Sviluppano aggressività, si ammazzano a
vicenda. Sta succedendo adesso dentro Gaza, ma non possiamo parlarne
sui media perché ci sono cose più importanti. Abbiamo
tantissimi problemi dentro la mia città, ma tutti questi
problemi derivano dal problema principale: l’occupazione e la guerra
stessa. Non c’è la polizia. Non c’è un governo. Non
c’è nemmeno gente che controlli, nulla…
• Anarchia, assenza di autorità… È quello che succede
adesso, nella mia città, alla mia famiglia. Io ero l’unica che
usciva di casa. Mia mamma, mia sorella, i miei fratelli escono il meno
possibile perché non è sicuro. Per l’occupazione e per la
città stessa — perché alcuni perdono la testa,
attraversando una dopo l’altra quelle terribili situazioni.
• C’è un mercato nero anche per potere uscire dalla Striscia? Purtroppo, l’Europa non ha
imposto a Israele di permettere dei corridoi umanitari, che sono una
necessità fondamentale a Gaza. Per questo anche i metodi per
uscire non sono trasparenti.
Le persone sono disperate, vivono in un campo di concentramento e chi è stremato pagherebbe qualunque cifra per uscire dall’orrore e salvarsi la vita. Ci sono stati dei casi in cui del personale che dovrebbe essere umanitario si è fatto pagare per mettere dei nomi sui documenti di frontiera. Queste cose capitano quando non si fanno le cose bene e non si organizzano i corridoi umanitari in modo istituzionale. • Da mesi la situazione non si sblocca… Penso che questa sia l’idea,
ciò che vogliono: che noi restiamo in questo grande carcere.
Perché adesso, dopo tre anni, le persone iniziano a litigare tra
loro, a odiarsi e a uccidersi a vicenda. È a causa della guerra,
anche se non lo sanno. Se la gente inizia a uccidersi, fa il loro
lavoro, capite? E sui media possono dichiarare di non avere colpa.
«Si ammazzano da soli. Noi non c’entriamo». Vogliono che la
gente non si domandi: perché non avete aperto il confine?
È per questo – perché vogliono che le persone arrivino a
quel livello di rabbia. Vogliono trasformarle da esseri umani ad
animali. Ma gli Israeliani non lo ammetteranno. Invece diranno:
«Vogliamo eliminare Hamas,
vogliamo fare questo» — e ricominceranno con la propaganda.
Ma noi sappiamo che vogliono farci diventare come animali, così ci ammazziamo tra noi. • Come vedi il prossimo futuro? Finiremo con una nuova
generazione senza salute, senza istruzione. Non abbiamo più una
città, non ci sono scuole, non ci sono ospedali. Non c’è
niente. Ci dicono che c’è un cessate il fuoco. Ma perché
non avete aperto il confine? Perché non lasciate entrare nessun
giornalista straniero? I medici? Lasciate che i privati portino cibo a
Gaza e lo vendano a prezzi altissimi, ma non lasciate che le
organizzazioni portino aiuti alle persone. Perché? Se ci
pensate, è come un grande piano in fase di realizzazione, ma non
lo ammetteranno mai.
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