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| Magnifica, l’umanità di Papa Leone? di Philippe de Labriolle ![]() Il 26 maggio 2026, il blog Salon Beige ha espresso il suo parere sulla enciclica «Magnifica humanitas» pubblicata lo scorso 15 maggio. Ci si è soffermati su sei paragrafi incentrati sul bene comune, il diritto alla vita, la famiglia, l’educazione, la ricerca della verità. Ma il testo pontificio è composto da 245 paragrafi. Si deve pensare che solo il 2% del discorso di Papa Leone XIV abbia richiamato l’attenzione dell’autore dell’articolo? Sarebbe ingiusto fermarsi qui, tanto più che il blog dà la parola ad altri che esprimono il loro parere senza impegnare il sito stesso. Ma sorgono due domande: a chi si rivolge questa lunghissima esposizione che compone l’enciclica? E quale può essere lo scopo della sua pubblicazione, dato il suo stile indigesto e scomodo? Noi qui osserviamo che Papa Leone XIV ripercorre l’evoluzione della Chiesa cattolica nel XX secolo, e si sofferma sulle tappe della sua rottura con il teocentrismo millenario. A partire dalla seconda guerra mondiale, che ravvivò il mantra del «mai più la guerra», senza fermarne alcuna, il mantra del futuro Paolo VI trascurò il discorso tradizionale della Chiesa, che sostiene che all’interno della stessa Chiesa tutti appartengono a Cristo. All’interno del discorso «woke» comune a tutti i distruttori dichiarati o ingenui, il Papa attuale sviluppa il suo punto centrale, forgiato da Maritain tra le due guerre e cioè «lo sviluppo integrale della persona» (34). Se sulla terra rimane anche un solo emarginato, la colpevole è la società, e deve essere riformata. In realtà, anche nella Cristianità più pia resterà sempre un residuo di ingiustizie sparse che permetterà all’«attivismo dei diritti umani», di cui il Papa è un fervente sostenitore (55) di diventare una forza imprecatoria in nome dell’inviolabile. E senza la misericordia che egli invoca ovunque altrove. Questo culto del «vittimismo», usato come strumento di protesta dal Papa regnante, non è la compassione attiva del buon samaritano; è lo sfacciato sfruttamento della sofferenza altrui, non per alleviarla, ma per ostentarla. Questo non è un discorso di pace, è uno strumento di guerra civile, quella di tutti contro tutti. Vedere il Santo Padre adottare la dialettica marxista, con l’aria di non curarsene, senza interrogarsi, visti gli eventi attuali, sul disprezzo che nutre per i tradizionalisti, rivela la vera portata della sua sincerità. Il «dialogo», via maestra semmai ce n’è stata una, ha tuttavia i suoi limiti. Se appiana i malintesi, ravviva le divergenze. A partire dal sinistro Concilio Vaticano II, il Magistero non cessa di degradare la vera fede dei fedeli, che è il solo tesoro dei più poveri. Questa «lettera enciclica» di Papa Leone XIV riprende le principali rotture del Concilio e tenta di imporne l’adesione ai fedeli. Fortunatamente, il suo stile sentenzioso e prolisso stancherà più di qualcuno. Mons. Strickland, che non il portavoce di Papa Leone e che è stato deposto dal Papa precedente per il suo cattolicesimo rigoroso e coraggioso, guarda con occhio severo la prosa proveniente da Roma. Pur riconoscendo alcuni passi apprezzabili, egli deplora l’antropocentrismo di una linea di pensiero che non è quella della Chiesa da 2000 anni. La conclusione del lungo discorso del Papa (245) ne è una testimonianza: «Testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio». Veramente? Così com’è? La sola «magnifica umanità abitata da Dio» è, da duemila anni, la Chiesa cattolica, che non impone alcun numero chiuso, ma al contrario aspira a raccogliere nel suo seno tutti gli uomini di buona volontà. Al contrario di quanto sosteneva il gesuita de Lubac; il cui tema ricorrente era di rifiutare tale spazio ecclesiale salvifico, perché, lungi dall’attirare nel suo seno le anime che cercano Dio sinceramente, la Chiesa offriva un volto ostile. Nel suo libro «Il dramma dell’umanità atea» (1945), egli espone chiaramente che il cosiddetto dramma vissuto dall’ateo, la cui sincerità egli riconosce a priori, è di essere rifiutato dalla Chiesa nella sua forma incarnata, proprio mentre è alla ricerca di Dio. Questa accusa imputata unilateralmente alla Sposa di Cristo da un gesuita ringalluzzito, cosa sempre meno rara negli anni cinquanta, aveva procurato al Padre de Lubac e ad alcuni altri, la condanna di Papa Pio XII, espressa nella sua enciclica «Humani generis» dell’agosto 1950, sia pure in forma anonima. Giovanni XXIII, lo riabilitò e Paolo VI lo fece cardinale, al pari dell’aberrante Congar e per simmetria, a Jean Daniélou, ritornato al sensus fidei di un tempo. Leggendo o rileggendo «Sacrosanctum Concilum», cioè la Costituzione del Vaticano II sulla liturgia, che non è né dogmatica, né pastorale, emerge fin dal preambolo il fiele di de Lubac. Vi si scorge una retorica insidiosa che fin da subito canonizza tutti indiscriminatamente, chierici e istituzioni, per mettere a tacere i «perplessi» con degli enunciati che sconvolgono il lettore. Così, il sacrosanto concilio «ritiene che la sua particolare preoccupazione sia quella di vigilare anche sulla restaurazione e sul progresso della liturgia». Perché «anche»? Per «favorire tutto ciò che possa contribuire all’unione di tutti coloro che credono in Cristo», cioè i protestanti, e per «favorire tutto ciò che concorre a chiamare tutti gli uomini nel seno della Chiesa», fino a creare una Messa in vitro, che ha svuotato le chiese dai cristiani venerabili. Così, il primo paragrafo del preambolo attacca senza vergogna la liturgia della Chiesa, invocandone il «restauro», come se essa avesse fallito nel corso dei secoli, e mettere a profitto il lavoro di restauro per promuoverne sia la sostanza sia la forma. Il seguito lo si conosce: i Padri conciliari, con 2147 voti contro 4, il 4 dicembre 1963, dichiarano obsoleta la loro liturgia, quella della loro ordinazione e della loro vita quotidiana. Perché, ostacolando lo stesso piano di Dio che «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (I Tim. 2, 4), citato al paragrafo 5 della Costituzione, Dio non può essere onorato da ciò che nuoce alla Sua Volontà… Elementare, mio caro Montini! Il Concilio Vaticano II, adottando le accuse di Henri de Lubac, fa della liturgia gregoriana, designata poi come «Messa di San Pio V» un ostacolo alla Volontà divina. Rivista molto leggermente da Giovanni XXIII nel 1962, da cui il nome di «Messale del 1962», la liturgia gregoriana, fu radicalmente screditata l’anno successivo! Questo fa comprendere meglio il colpo di Stato attuato sotto la pretesa autorità del «sacrosanto concilio», con l’avallo di Paolo VI, il quale, ruppe col suo predecessore di «eccellente memoria», certamente, ma per breve tempo, visto che Giovanni XXIII era morto nel giugno 1963, appena sei mesi prima. Dopo aver letto il testo conciliare, non è possibile alcuna riconciliazione né alcuna comunione tra coloro che denigrano il tesoro millenario della Chiesa e coloro che hanno compreso il colpo di mano conciliare; coloro che si battono per conservare la vera Fede e diffonderla. Se i fedeli del Vetus Ordo, dichiarato dannoso dallo stesso Concilio per il piano divino, si rifiutano, per sacro terrore o per estorto voto di silenzio, di attaccare il Vaticano II, come possono comprendere e far comprendere ad altri che dei testi malvagi possano servire per dei piani di rovina sia per la cristianità sia per l’Istituzione voluta da Cristo. Coloro che in nome del Vaticano II e dei suoi testi avvelenati hanno preteso di sopprimere la Chiesa della Controriforma e fare del Vaticano II un Concilio ancora più importante del Concilio di Nicea, non si lasciano turbare dalle rovine ecclesiali; le considerano delle vittorie per la loro chimera. Affermando, al Concilio, di operare per la salvezza di tutti, i novatori contribuiscono al piano demoniaco di far sì che la Chiesa operi per un fine del tutto diverso dalla conversione delle anime. Costoro che odiano la Chiesa di sempre, che denigrano la Chiesa di ieri, e non si curano minimamente di un Cielo dominato dalla Corte Celeste. Costoro che sono sostenitori incondizionati del funesto Concilio, considerano la storia della Chiesa pre-conciliare come una semplice bozza. Il discorso conciliare e postconciliare idolatra l’uomo: «La Gloria di Dio è l’uomo vivente»; credendo di onorare Sant’Ireneo, in realtà ne deformano il corretto pensiero: «E’ la vita dell’uomo, è la visione di Dio». Questo discorso apostata ha cessato di ingannare: ridondante e relativista, esso è una contraffazione della Fede della Chiesa. Bisogna denunciarlo a voce alta. Il suo vero credo è «il valore inalienabile dei diritti dell’uomo” (51). E così sia. In nota (130) l’autore agostiniano cita il vescovo di Ippona e la sua «Città di Dio»: «Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, ha costruito la città terrena; l’amore di Dio fino al disprezzo di sé ha costruito la città celeste». Conclusione? Bisogna umanizzare l’intelligenza artificiale. Babele contro Gerusalemme. Tutto qui? Del resto, cosa rimane della città degli uomini quando lo Stato accumula tutti i doveri e deve riparare tutte le piaghe? E in che modo il Papa, disegnando i piani di Babele, crede di poter far nascere la Gerusalemme terrena? Il Vaticano, quanto a lui, predica la misericordia (227): è meno rischiosa e non costa nulla. Ritorniamo con i piedi per terra: è lo stesso vescovo che, dal trono di Pietro, afferma (51) «l’uguale dignità di tutti gli esseri umani» e che, quand’era a capo del Dicastero per i Vescovi, ha preteso ed ottenuto l’esclusione di Mons. Rey, colpevole di numerose ordinazioni e di essere favorevole alla Messa «di sempre». «Tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri» (G. Orwell, La fattoria degli animali). Colui a cui interessa solo il quarto mondo improduttivo, non può tollerare vescovi coerenti e tanto meno efficaci. La «Civiltà dell’amore» (210), altra nube sfuggente, è una pura finzione, poiché l’oggetto dell’amore è accuratamente censurato… L’enciclica di Leone XIV e i suoi 245 paragrafi, offre forse uno spunto di riflessione cattolica agli uomini di buona volontà? Chi lo penserebbe e chi ne tesserebbe le lodi? Ahimè, si tratta di una «Gaudium et spes», in peggio. Vi si ritrovano le stesse petizioni di principio le stesse idee sul mondo di un bambino piccolo. Una litania di osservazioni senza cause identificate. Dei vaticini ingenui. L’importante era respingere «gli schemi astratti» (34), cioè gli schemi preparatorii della Curia. Il peggio? Il Dio di Leone XIV ha lasciato la Chiesa per servire da pretesto per soprannaturalizzare la vita del mondo, e la sua «magnifica humanitas». Satana, il Principe di questo mondo, è sottoposto ad una preclusione che rasenta l’oltraggio … Idem per il «non serviam» di Lucifero e per quello, modesto ma decisivo, dei nostri progenitori. Il Papa regnante non invoca la Salvezza Eterna, seguendo l’Unico Redentore, ma loda l’Incarnazione, che pone fine alla storia. Siccome la carta non rifiuta l’inchiostro, queste «omissioni», possono essere solo un tentativo deliberato di celarle. Nulla nel suo testo dimostra egli creda ancora in esse. La realtà è che la fiducia nel Magistero è morta, dopo più di mezzo secolo di tradimenti. In pratica, lo stato di necessità riceve da Roma una nuova giustificazione, se ce n’era bisogno. Finché la potenza occupante metterà l’Istituzione al servizio della Contro-Chiesa, lo stato di necessità non sarà mai convalidato dall’autore di un tale testo intrinsecamente sovversivo. Ecco una conferma dell’ultimo minuto. Speriamo che si aprano gli occhi su tanta illusione e vacuità. Possa questa gnosi pseudo-cattolica essere utile per far cadere le maschere e rendere la vista ai ciechi. Alcuni alti dignitari stanno esprimendo pubblicamente la loro indignazione. Dovremmo esser loro grati. |