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| Dichiarazione di mons. Schneider: La questione centrale riguardante la Fraternità Sacerdotale San Pio X ![]() Mons. Athanasius Schneider In una dichiarazione pubblicata in esclusiva dalla giornalista americana Diane Montagna, Mons. Athanasius Schneider ritiene che il dibattito sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X non possa essere compreso senza affrontare le questioni dottrinali e liturgiche sollevate dal Concilio Vaticano II. Invita a un sereno esame di quello che considera il vero cuore del problema. Le questioni e i problemi relativi alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) sono stati oggetto di un dibattito in gran parte sterile per oltre cinquant’anni e sono ora culminati nelle annunciate consacrazioni episcopali, che non sono ancora state approvate dalla Santa Sede. La discussione è stata alimentata dalle emozioni – spesso, letteralmente, cum ira et studio – ed è frequentemente condotta da persone che non hanno familiarità né con i documenti in questione né con l’esperienza concreta della Fraternità Sacerdotale San Pio X. In molti casi, la loro conoscenza è superficiale e plasmata da pregiudizi. Il risultato è un dibattito che spesso assomiglia a un dialogo tra sordi, dove gli stessi argomenti vengono ripetuti all’infinito senza che si compiano progressi reali. Inoltre, il dibattito elude in gran parte la questione centrale sollevata dalla Fraternità San Pio X. Questa mancanza deriva da un errore metodologico fondamentale e dalla mancata considerazione, sulla base dei fatti, delle ambiguità dottrinali e liturgiche oggettive che sono al centro della controversia. In definitiva, il conflitto riguarda la questione della verità. 1. Il Concilio Vaticano II nel contesto degli altri venti Concili Ecumenici Il primo errore consiste nel trattare un concilio pastorale – in questo caso, il Concilio Vaticano II – come se fosse interamente dogmatico, e nel presumere che tutte le sue pronunce debbano essere considerate definitivamente proposte e vincolanti per tutti i cattolici. Chi agisce in questo modo dimentica che Paolo VI stesso dichiarò: “Alcuni si chiedono quale autorità, quale qualificazione teologica, il Concilio intendesse conferire ai suoi insegnamenti, sapendo che ha evitato di promulgare solenni definizioni dogmatiche che avrebbero messo in discussione l'infallibilità del Magistero della Chiesa”. La risposta è nota a chiunque ricordi la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ribadita il 16 novembre 1964: data la natura pastorale del Concilio, esso si astenne dal proclamare in modo straordinario dogmi che recassero il segno dell’infallibilità” (Udienza generale del 12 gennaio 1966). Questo vale anche per le due cosiddette costituzioni “dogmatiche” del Concilio: Dei Verbum e Lumen Gentium, poiché l’aggettivo “dogmatico” ha un significato più ampio e non si limita ai dogmi intesi come insegnamenti dotati di infallibilità. Tra gli altri venti concili ecumenici, si trovano numerose dichiarazioni e documenti pastorali o disciplinari oggi non più applicabili (ad esempio, il decreto del Concilio Lateranense IV che dichiara: “Se un signore temporale trascura di purificare il suo territorio dalla contaminazione eretica, sia colpito dal vincolo della scomunica”), nonché pronunciamenti dottrinali non definitivi (ad esempio, riguardanti la materia e la forma del sacramento dell’Ordine sacro al Concilio di Firenze) che furono poi corretti dal Magistero della Chiesa. Non si può assolutizzare ogni concreta forma storica di governo della Chiesa, perché ciò eliminerebbe la necessaria distinzione tra, da un lato, le verità immutabili e permanenti della fede (Depositum fidei) e, dall’altro, le diverse modalità di trasmissione di queste verità (dichiarazioni pastorali, pronunciamenti dottrinali non definitivi o definizioni ex cathedra), ciascuna dotata di un diverso grado di autorità e forza vincolante. Oggi, tuttavia, per essere in piena comunione con la Santa Sede, è necessario accettare affermazioni e insegnamenti del Concilio Vaticano II che sono di natura pastorale e certamente non definitivi nel loro magistero. Ciò solleva un interrogativo importante: perché l’accettazione incondizionata dei testi del Vaticano II viene presentata come una conditio sine qua non per la piena comunione con la Santa Sede, quando non esiste un requisito analogo riguardo agli insegnamenti pastorali, disciplinari o non definitivi dei venti concili ecumenici precedenti? Tra gli insegnamenti non definitivi del Vaticano II, diversi – in particolare quelli relativi alla libertà religiosa, all’ecumenismo, al dialogo interreligioso e alla collegialità – presentano formulazioni ambigue, difficili da conciliare con la dottrina insegnata costantemente dal Magistero, dai tempi dei Padri della Chiesa fino al periodo immediatamente precedente il Concilio. Vi è anche la questione delle carenze rituali e dottrinali del Novus Ordo Missae. Tali preoccupazioni non possono più essere liquidate con leggerezza, come dimostra, in particolare, la testimonianza dell'Archimandrita Bonifacio Luykx nella sua opera A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press, Brooklyn, NY, 2025). Le lacune del Novus Ordo Missae rimangono un argomento di seria discussione e non possono essere semplicemente ignorate. Ciononostante, la Santa Sede chiede alla Fraternità Sacerdotale San Pio X di accettare non solo la validità, ma anche la legittimità e la bontà della riforma liturgica del Novus Ordo Missae. 2. Due eccessi moderni nella vita della Chiesa: legalismo e papocentrismo La risoluzione della questione della Fraternità Sacerdotale San Pio X è ostacolata non solo dalla riluttanza ad affrontare con onestà intellettuale le questioni dottrinali di fondo e a riconoscere l’esistenza di ambiguità dottrinali che necessitano di correzione, ma anche da una mentalità malsana che si è sviluppata nella Chiesa negli ultimi secoli: ovvero, il primato del legalismo o positivismo giuridico, unito a un eccessivo papocentrismo che tende a una quasi divinizzazione sia dell’ufficio che della persona del Papa. Queste esagerazioni moderne distorcono e limitano la vita della Chiesa, subordinando il primato della purezza e della chiarezza della fede e della liturgia alle esigenze del legalismo e del papocentrismo, fenomeni estranei ai Padri della Chiesa e alla grande Tradizione. In questa forma esagerata di papocentrismo, il Papa e il suo magistero, anche quando non sono né strettamente dogmatici né definitivi, tendono a essere visti come dotati di un carattere assoluto e quasi divino. Il clima ecclesiastico è stato spesso plasmato, almeno implicitamente, da presupposti simili a questo. La maggior parte dei commentatori sull’attuale controversia relativa alle consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X rimane, spesso inconsapevolmente, influenzata dagli eccessi di legalismo e dall’esagerato papocentrismo che caratterizzano gran parte della vita ecclesiastica contemporanea. La legge secondo cui le consacrazioni episcopali compiute senza autorizzazione papale – o contro la volontà espressa del Papa – costituiscono un atto scismatico era estranea all’epoca dei Padri della Chiesa. Di fatto, questa legislazione è emersa solo nel secondo millennio. Il canone 1387 del Codice di Diritto Canonico del 1983, che proibisce la consacrazione di un vescovo senza mandato papale, è classificato tra gli “oltraggi contro i sacramenti” e non tra gli “oltraggi contro la fede e l’unità della Chiesa”, dove lo scisma è sancito (canone 1364). Se la consacrazione episcopale senza mandato papale fosse intrinsecamente scismatica, sarebbe classificata tra gli “oltraggi contro l’unità della Chiesa”. Il corrispondente canone del Codice del 1917 lo annoverava anch’esso tra gli “oltraggi nell’amministrazione e nella ricezione dell’Ordine sacro e degli altri sacramenti” (Titolo XVI) e non tra gli “oltraggi contro la fede e l’unità della Chiesa” (Titolo XI). 3. Lo straordinario stato di crisi, se non di emergenza, nella Chiesa A partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica ha vissuto un clima generale di ambiguità, vaghezza e incertezza riguardo a dottrine importanti come l’unicità di Cristo Redentore, l’unità della Chiesa cattolica, la struttura monarchica di diritto divino della Chiesa (sia a livello universale che locale) e il carattere sacrificale della Santa Messa. È evidente che coloro che hanno detenuto il potere amministrativo presso la Santa Sede negli ultimi decenni, e che tuttora lo detengono, esigono dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, come condizione imprescindibile per la piena comunione con la Santa Sede, l’accettazione del clima di fatto di ambiguità dottrinale e liturgica e di relativismo – un clima che ha raggiunto il suo apice con l’attuale, estremamente confuso processo sinodale in corso in tutta la Chiesa. A partire dal Concilio, attraverso alcuni degli insegnamenti ambigui già menzionati, è in atto un processo volto a istituire, con l’autorità del Romano Pontefice, una cosiddetta “Chiesa del Vaticano II” o “Chiesa conciliare”. Questa tendenza, che oggi si chiama “Chiesa sinodale”, tende fondamentalmente a diventare una religione relativista, adattata al mondo. I tentativi di celare questo nuovo orientamento verso una forma ambigua, relativista e mondana della Chiesa cattolica mediante un’ermeneutica della continuità sono disonesti e poco convincenti. 4. Il dilemma di coscienza della FSSPX La Santa Sede esige che la Fraternità Sacerdotale San Pio X accetti dottrine formulate in modo ambiguo e indefinito come condizione imprescindibile per la piena comunione con la Santa Sede e la sua regolarizzazione canonica. Ciò include insegnamenti relativi alla libertà religiosa, all’ecumenismo, al dialogo interreligioso (compresa, ad esempio, l’affermazione in Lumen Gentium 16 che i musulmani, insieme ai cattolici, “adorano l’unico Dio misericordioso”), alla collegialità episcopale (intesa in modo da mitigare la struttura monarchica di diritto divino nella Chiesa) e alle riforme liturgiche associate al Novus Ordo Missae. La Santa Sede richiede inoltre che la Fraternità Sacerdotale San Pio X riconosca formalmente le dichiarazioni e gli insegnamenti dei Papi post-conciliari che rientrano nell’autentico magistero ordinario. Ciò include, ad esempio, alcune affermazioni in Amoris Laetitia che indeboliscono seriamente e addirittura contraddicono la Divina Rivelazione; l’autorizzazione formale concessa da Papa Francesco ai cattolici divorziati e risposati a ricevere la Santa Comunione; nonché la dichiarazione Fiducia Supplicans sulla benedizione delle coppie dello stesso sesso. Se si esamina con onestà intellettuale la straordinaria crisi che ha afflitto la Chiesa a partire dal Concilio, così come le ambiguità e il relativismo dottrinale, liturgico e pastorale che l’hanno accompagnata, allora l’esistenza e l’attività della Fraternità Sacerdotale San Pio X possono essere considerate, in una prospettiva di lungo periodo e alla luce di duemila anni di storia della Chiesa, come opera della Divina Provvidenza e come aiuto alla Chiesa in una crisi di portata senza precedenti. Leggendo i recenti documenti pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, in particolare la Dichiarazione di Fede Cattolica e il suo Messaggio alla Fraternità e ai suoi fedeli, non si può non riconoscere uno spirito profondamente cattolico, animato da un’autentica fede nel primato papale e da una filiale devozione alla persona del Sommo Pontefice. Il problema che la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad affrontare non è difficile da comprendere. La Santa Sede esige che la Chiesa accetti senza obiezioni sostanziali alcuni insegnamenti oggettivamente ambigui e indefiniti del Concilio Vaticano II, alcune ambigue dichiarazioni del magistero papale post-conciliare e oggettive carenze dottrinali e rituali del Novus Ordo. Tuttavia, Dio non ha mai richiesto l’accettazione di dottrine oscure o formulate in modo ambiguo, e la Chiesa ha sempre agito di conseguenza nel corso della sua storia. La Fraternità San Pio X considera una delle sue ragioni essenziali di esistenza la chiamata, con parresia, a un ritorno all’assoluta chiarezza e purezza dottrinale che la Chiesa ha sempre cercato di preservare nel corso dei secoli. 5. La soluzione pastorale del Papa al problema della Fraternità San Pio X La Santa Sede dovrebbe prestare la dovuta attenzione alla Dichiarazione di Fede Cattolica e al Messaggio ai Fedeli pubblicati dal Superiore Generale della Fraternità San Pio X, e riconoscere questi documenti e atti come sufficienti per la comunione ecclesiale e come conformi ai requisiti minimi. Una scomunica pronunciata oggi aprirebbe una nuova, inutile e evitabile ferita nel Corpo Mistico di Cristo. Alla luce di questi documenti e atti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il Papa potrebbe, con cuore paterno, fare un’eccezione e autorizzare le consacrazioni episcopali attraverso un gesto pastorale di vera generosità. Scomunicando sia il vescovo consacrante che quello consacrato, il Sommo Pontefice punirebbe implicitamente anche i fedeli della Fraternità San Pio X – parte del suo gregge – che lo amano sinceramente e ne riconoscono l’autorità, ma che, a causa di quello che considerano un autentico dilemma di coscienza, non vedono altra soluzione se non quella di continuare a ricevere l’assistenza pastorale della Fraternità, la cui esistenza richiede necessariamente un episcopato, in particolare per l’amministrazione dei sacramenti dell’Ordine sacro e della Cresima. Pertanto, unicamente per il bene delle anime e della Chiesa, la Fraternità San Pio X chiede al Sommo Pontefice di mostrare comprensione per la sua necessità di vescovi e di autorizzare le consacrazioni episcopali nelle circostanze attuali. Con spirito di magnanimità, il Sommo Pontefice, come un vero padre, potrebbe costruire un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X, parte del suo gregge, e consentire consacrazioni episcopali in via eccezionale al fine di favorire un clima in cui, attraverso una maggiore fiducia reciproca, si possa giungere gradualmente e pazientemente a una soluzione delle questioni dottrinali e delle relative disposizioni giuridiche. Recentemente, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha affermato che, riguardo agli eccessi dei vescovi tedeschi, la Santa Sede non desidera che le divisioni degenerino in misure punitive e che è opportuno, per quanto possibile, risolvere pacificamente i problemi all’interno della Chiesa. Perché questo approccio non può essere usato anche per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, che non rinnega alcun dogma, riconosce il primato del Papa, prega per lui e gli dimostra devozione filiale, pur conservando solo ciò che la Chiesa ha universalmente creduto e celebrato fino al Concilio? Se il Papa dovesse pronunciare quest’anno una scomunica, un nuovo anatema, contro i vescovi consacranti e consacrati, passerebbe alla storia della Chiesa come un errore di eccessiva severità pastorale. Le generazioni future e i futuri Papi se ne pentirebbero. Perché fare oggi ciò che le generazioni future potrebbero deplorare domani? Non dovremmo imparare dalla storia? Il Papa, in quanto Sommo Pontefice, non è forse chiamato soprattutto a essere un costruttore di ponti? |