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| Quale rottura Recensione del libro di Don Albert Jaquemin di don Jean-Michel Gleize, FSSPX Pubblicata sul sito francese della Fraternità San Pio X La Porte Latine Fonte: Courrier de Rome n°697 di maggio 2026 ![]() Niente di nuovo, in fondo, poiché questa analisi riprende i dati essenziali del Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta di Giovanni Paolo II. L’opposizione, se ce n'è una, si situa tra due concezioni della Tradizione e del Magistero: la concezione cattolica, ereditata dal Concilio di Trento e dal concilio Vaticano I, difesa da Mons. Lefebvre; e la concezione neo-modernista, ereditata dal Vaticano II e da Francesco, passando per Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, e che don Jacquemin vorrebbe difendere. Don Albert Jaquemin e i suoi lavori La chiesa di Santa Chiara, situata nel diciannovesimo distretto di Parigi, fu costruita tra il 1956 e il 1958 dall’architetto André le Donné, allievo di Auguste Perret. Essa divenne parrocchia nel 1963. Dal 2020, il parroco fu Don Mathias Sütterlin e vi risiedeva il canonico Albert Jaquemin, ufficiale del Tribunale penale, canonico della Conferenza dei vescovi di Francia, conferenziere alla Facoltà di Diritto Canonico dell’Istituto cattolica di Parigi e giudice dell’Ufficialità di Parigi. Don Albert Jaquemin era stato ordinato sacerdote da Mons. Lefebvre il 29 giugno 1987 a Ecône. Egli non ammetteva la legittimità delle consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988 e in quella data lasciò la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Don Jaquemin ha al suo attivo una quarantina di pubblicazioni sul sito dell’Istituto cattolico di Parigi. Recentemente ha scritto una nuova opera, pubblicata a maggio 2026 dalle Edizioni du Cerf: Le Choix de la rupture. Mgr Lefebvre, Rome, les sacres. 1974–2026. [La scelta della rottura. Mons. Lefebvre. Roma. Le consacrazioni. 1974-2026], 152 pagine di testo distribuite in sette capitoli e un epilogo, seguite da una sessantina di pagine in allegato, ove sono riprodotti 17 documenti importanti sull’argomento, fino alle ultime dichiarazioni dell’attuale Superiore Generale della Fraternità San Pio X, relative le future consacrazioni episcopali annunciate per il prossimo 1 luglio 2026. Uno studio ben strutturato Il libro di Don Jaquemin è molto ben fatto e le sue argomentazioni sono perfettamente strutturate. I primi tre capitoli sono di carattere storico e tendono a ricostruire la rete di eventi concernenti l’episodio del 30 giugno 1988. Il primo capitolo, riporta, in una quindicina di pagine, l’occasione immediata di questo avvenimento e i diversi colloqui che portarono alla firma e poi alla denuncia del Protocollo d’accordo del 5 maggio 1988. Il secondo capitolo risale all’epoca della fine del concilio Vaticano II e descrive gli sviluppi che portarono Mons. Lefebvre a formulare da Dichiarazione del 21 novembre 1974: il terzo capitolo descrive gli sviluppi che, dal 1974 al 1988, condussero alle consacrazioni. Il capitolo quarto esamina tutti gli argomenti con i quali Mons. Lefebvre giustificò l’iniziativa delle consacrazioni ed anche quelli con i quali i suoi successori nell’episcopato: Mons. Tissier e Mons. Fellay, giustificarono a loro modo tale iniziativa e la persistenza dello stato di necessità che rappresenta l’ostacolo per un «accordo» con Roma. Il capitolo quinto analizza il sermone del 30 giugno 1988, mentre il capitolo sesto esamina la spiegazione data da Mons. Lefebvre per giustificare la mancanza del richiesto mandato pontificio. Il capitolo settimo è senza dubbio il più importante poiché espone le conclusioni tratte dall’avvenimento e si sofferma su quella che fu la sua ragione profonda: l’idea stessa di Tradizione e di Magistero, che non è la stessa per Roma e per Ecône. L’epilogo tratta dell’annuncio delle consacrazioni del 1 luglio. La formulazione più chiara del giudizio a cui giunge questo studio si trova, secondo noi, alla fine del capitolo quarto, a pag. 105: «Il percorso di Mons. Lefebvre, dal 1974 al
1988, manifesta una coerenza interna rigorosa, ma tragica. Le
consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988 non furono né un
gesto improvvisato, né una rottura accidentale, ma il logico
epilogo di una ecclesiologia in cui la Tradizione, sostanzializzata e
rigida, è stata progressivamente eretta a norma che giudica il
magistero vivente».
A questo fa eco, esplicitandolo, la conclusione del capitolo settimo, pagine 140-141: «Il dialogo fra Roma
ed Ecône (1982-2012) ha rivelato, in una luce sempre più
viva, che il conflitto non verte principalmente su questioni
disciplinari o liturgiche, ma sullo status teologico della Tradizione e
sulla interpretazione dottrinale del concilio Vaticano II. Le posizioni
rimangono inconciliabili: per Roma, il Concilio si inserisce pienamente
nella Tradizione e la sua interpretazione normativa appartiene al
magistero; per Ecône, la Tradizione costituisce una norma
superiore che permette di giudicare il Concilio e le riforme
postconciliari. Questo conflitto è il cuore della crisi. […] In
queste condizioni, ogni tentativo di soluzione puramente canonica
è destinata necessariamente a fallire. Finché la
Fraternità San Pio X continuerà ad affermare l’esistenza
di incompatibilità dottrinali tra alcuni insegnamenti conciliari
e il magistero anteriore; e finché la Santa Sede
continuerà ad affermare l’integrazione del Vaticano II nella
continuità normativa della Tradizione, il dialogo non
potrà avere successo. L’esito di tale controversia
dipenderà dunque da un chiarimento dottrinale più
approfondito sul rapporto fra Tradizione e Magistero della Chiesa
contemporanea».
Don Jaquemin aggiunge così la sua nota tutta personale al concerto che, già da diversi mesi, fa sentire la sua piccola musica attorno alle consacrazioni. Musica di lutto, non di gioia. Riguardo a questo, il capitolo più importante del libro, che è anche il più lungo, è il capitolo quarto, intitolato «La logica delle consacrazioni». Le due idee principali dell’analisi vi trovano la loro espressione più completa, sotto la penna dell’ex membro della Fraternità San Pio X. In cosa, la «scelta» di Mons. Lefebvre fu una «rottura»? Secondo don Jaquemin, vi furono due motivi, uno più profondo dell’altro: il primo motivo di questa rottura sta nell’atto stesso della consacrazione, effettuata contro la volontà del Papa e senza mandato pontificio; il secondo motivo è il fondamento stesso del primo e sta nell’idea di Magistero e di Tradizione, con una nozione «incompleta» della Tradizione. In fondo, nulla di nuovo, poiché questa analisi non fa altro che riprendere i dati essenziali del Motu Proprio Ecclesia Dei Adflicta di Giovanni Paolo II. Ma l’interesse della riflessione sta nel fatto che spinge l’analisi fino alle sue logiche conseguenze e mette in luce le radici profonde di questo conflitto che ancora contrappone Roma ed Ecône, conflitto tanto più inesorabile in quanto si colloca al livello dei principi che dovrebbero governare nella Chiesa la giusta comprensione sia dell’episcopato sia della Tradizione. La concezione dell’episcopato Don Jaquemin si ritiene autorizzato a denunciare in Mons. Lefebvre un «rifiuto pratico del primato romano» (pag. 75); e questo, nonostante tutte le dichiarazioni nelle quali l’ex arcivescovo di Dakar affermava il contrario. Il rifiuto del primato consisterebbe qui nel fatto stesso di effettuare la consacrazione episcopale, anche se non accompagnata dal conferimento della giurisdizione: «Una consacrazione
episcopale non è scismatica perché il nuovo vescovo
rivendicherebbe una giurisdizione su un particolare gregge contro la
volontà del Papa, ma perché alla fonte dell’atto, il
vescovo consacratore ha agito senza un mandato pontificio, in questo
caso esplicitamente rifiutato dal Papa, cioè volontariamente
fuori dalla comunione gerarchica col Pontefice romano e i membri del
collegio dei vescovi.
Consacrare un vescovo contro la volontà costuirebbe quindi una violazione del primato di giurisdizione del Pontefice romano, a cui appartiene il diritto esclusivo di isituire liberamente dei vescovi. Se è vero che le modalità di nomina di un vescovo conoscono delle differenze nella Chiesa cattolica, il potere di istituire o di confermare un vescovo appartiene esclusivamente al Pontefice romano. E’ il potere di giurisdizione ordinaria, universale e immediata del Papa su tutti i vescovi e su tutte le Chiese, definito esplicitamente nella Costituzione dogmatica Pastor aeternus del Concilio Vaticano I, che Mons. Lefebvre violò gravemente» (pagg. 75-76). La sostanziale contraddizione di una tale affermazione dovrebbe saltare agli occhi anche ai meno perspicaci: ci si dice che una consacrazione episcopale è scismatica, non perché si attribuisce al vescovo consacrato un potere di giurisdizione su una Chiesa particolare, ma perché tale consacrazione è stata effettuata contro la volontà del Papa, senza mandato pontificio e fuori dalla comunione gerarchica; e questo, ci viene precisato, perché compete solo al Papa istituire i vescovi, come definito dal Concilio Vaticano I. Ma il Concilio Vaticano I parla precisamente dell’attribuzione del potere di giurisdizione su una chiesa particolare, non della consacrazione episcopale che conferisce solo il potere di Ordine! Così, Don Jaquemin vorrebbe farci credere che le consacrazioni episcopali non accompagnate dal conferimento della giurisdizione darebbero scismatiche per il solo motivo che l’atto così posto, di per sé, rifiuterebbe di riconoscere il diritto esclusivo che è del Papa di dare la giurisdizione ai vescovi. In breve, un tale atto è scismatico perché deve esserlo, e deve esserlo perché don Jaquemin ha deciso così, a qualunque costo. Comprenda chi può… Don Jaquemin non prova nulla, a forza di voler provare troppo. Certo, indipendentemente da ogni conferimento di giurisdizione, è vero che la consacrazione di un vescovo resta in ogni caso sottoposta all’autorizzazione del Sommo Pontefice, ma essa lo è per un motivo diverso da quello che fa dipendere dall’autorizzazione del Papa il conferimento di una giurisdizione su una parte della Chiesa. Quest’ultimo è un atto che solo il Papa può compiere, poiché si tratta di comunicare ad un vescovo una parte, ristretta e subordinata, del potere supremo che solo il vescovo di Roma possiede su tutta la Chiesa, in quanto Vicario di Cristo. Invece, il conferimento del potere di Ordine, come avviene nel contesto della consacrazione episcopale, è la comunicazione della pienezza del potere di Cristo Sommo Sacerdote, e ogni vescovo, ministro di Cristo nel contesto di questa consacrazione, può esercitarlo. L’autorizzazione del Papa è richiesta per il trasferimento di ogni potere nella Chiesa, poiché il Papa è il Capo della Chiesa per diritto divino. Ma la comunicazione del potere di giurisdizione richiede questa autorizzazione a titolo supplementare e specifico o, più esattamente, essa richiede non una semplice autorizzazione, ma l’intervento stesso del Papa, che detiene la giurisdizione come atto proprio ed esclusivo. Si comprende allora che conferire ad un vescovo una giurisdizione contro la volontà del Papa, significa compiere uno scisma, mentre consacrare un vescovo contro la volontà del Papa, significa solo dissobedire. Nel primo caso, infatti, il colpevole usurpa il potere stesso del Papa, mentre nel secondo caso egli ne ignora l’autorità in una situazione isolata. Don Jaquemin avrebbe dovuto accontentarsi di designare l’atto di questa consacrazione come una semplice disobbedienza, che è cosa ben diversa dall’atto scismatico, ed allora avremmo risposto che si tratta piuttosto di una «non obbedienza» al cospetto di un atto di autorità che oltrepassa i suoi limiti e che abusa del suo potere. In ogni caso, nelle due situazioni di disobbedienza e di «non obbedienza», l’atto posto si limita a rifiutare, non il principio stesso dell’autorità, ma il suo esercizio in un caso isolato, con la sola differenza che la disobbedienza si oppone a questo rifiuto in maniera ingiustificata e ingiusta, mentre la «non obbedienza» vi si oppone in maniera giustificata e giusta, compiendo un atto di virtù. Resta comunque che in nessuna delle due situazioni si può parlare di «scisma», dal momento che esso equivale al rifiuto dell’autorità presa nel suo principio. Segnaliamo a questo proposito un elemento che risulterà di grande importanza in seguito. Il modo in cui don Jaquemin presenta le cose è - ahimè! – quello divenuto abituale per presentare l’atto del 30 giugno 1988 come una ingiusta aggressione contro la suprema autorità nella Chiesa, il che è totalmente contrario alla realtà. La realtà, purtroppo, è che è la suprema autorità che compie una ingiusta aggressione contro le anime, all’interno della santa Chiesa, rifiutando di autorizzare questa consacrazione episcopale, che è il mezzo necessario per la loro sopravvivenza. Pertanto, l’atto della consacrazione effettuata malgrado il divieto e il rifiuto del mandato, rappresenta una legittima difesa di fronte ad un atto ingiusto e abusivo di una autorità che abusa del suo potere andando oltre i suoi limiti. Questa è la prospettiva corretta, che tuttavia sta diventando sempre più difficile presentare nel contesto di una mentalità diventata ultra legalista. Don Jaquemin è cosciente, suo malgrado, della radicale inanità dell’argomentazione che propone? Egli non fa altro che ripetersi e ripetendosi, non solo altera la portata della sua argomentazione, ma ne confessa anche l’incosistenza. Egli ci ha appena spiegato che la consacrazione – compiuta contro la volontà del Papa – di un semplice vescovo ausiliare, privo di giurisdizione, è già un atto scismatico (pp. 75-76); ed ecco che insiste (p. 76): «Un altro (sic)
argomento. Più volte invocato da Mons. Lefebvre e dai suoi, era
che egli voleva consacrare solo dei vescovi ausiliari, muniti solo del
potere di Ordine, senza giurisdizione. Non vi era dunque scisma nella
misura in cui non vi era usurpazione di giurisdizione su una
Chiesa».
Riproporre la questione, non significa In ogni caso, egli si interroga: «quale teologia dell’episcopato presuppongono queste osservazioni?» (p. 76). In effetti, sì, la cosacrazione episcopale effettuata contro la volontà del Papa, ma senza il conferimento della giurisdizione, se, a seconda dei casi, può equivalere sia ad una disobbedienza sia ad una «non obbedienza», non potrebbe mai equivalere ad uno scisma – e perché vi equivalga (visto che deve) è necessario che la definizione stessa di episcopato lo implichi. Ed ecco ormai il nostro canonista patentato a rimorchio delle idee ben note di don Bisig e di padre de Blignières, idee portate avanti da trent’anni e più a sostegno della famosa tesi dell’«episcopato autonomo»: «Nella teologia
cattolica, pur essendo possibile distinguere il potere di Ordine e il
potere di giurisdizione nell’episcopato, non è possbile
separarli realmente nella persona di un vescovo senza che si finisca
col creare un episcopato troncato o amputato» (pp. 76-77).
Questa «teologia», che si pretende sia cattolica, è nuova. Essa non è in grado di giustificarsi invocando gli insegnamenti del costante Magistero della Chiesa, ed è altrettanto incapace di basarsi sui dati comuni dell’ecclesiologia esposti finora dagli autori più rinomati, più recentemente da Charles Journet, Raymond Dulac o Victor-Alain Berto. Noi l’abbiamo dimostrato più volte, verificando l’inconsistenza della tesi di padre de Blignières; quindi non ci ritorneremo e rinviamo il lettore a quanto abbiamo scritto sull’argomento (1). La concezione del Magistero e della Tradizione Qui, don Jaquemin fa riferimento – giustamente – alla diagnosi formulata da Giovanni Paolo II nel Motu Proprio Ecclesia Dei adflicta, la quale parla di «nozione incompleta e contraddittoria della Tradizione». «Questa
diagnosi», egli commenta, «riguarda la struttura stessa del
pensiero ecclesiologico di Mons. Lefebvre» (pp 98-99).
Struttura che, secondo il nostro autore, si baserebbe interamente su una confusione, in questo caso fra Tradizione e tradizioni, fra la fede stessa e i modi concreti di testimoniarla nel tempo e nella storia». Qui, la requisitoria rimane ancora confusa, ma si chiarisce quando don Jaquemin aggiunge «non riuscendo ad operare concretamente questa distinzione, egli [Mons. Lefebvre] arriva a definire la Tradizione essenzialmente come quella che esisteva prima del concilio Vaticano II». La conclusione è la seguente: «Da quel momento, la Tradizione non fu intesa come una realtà teologica vivente, ma come un insieme normativo fissato, identificato con un particolare stato storico della Chiesa» (p. 99). E ancora: «Mons. Lefebvre riteneva di incarnare la Tradizione vivente proprio perché egli continuava a far vivere la Chiesa del passato» (p. 99). E ancora: «Mons. Lefebvre giunse così a sostituire ciò che è sempre presente nella Chiesa con ciò che si faceva prima del Concilio (p. 100). E infine: «Da ciò derivò una ridefinizione dell’obbedienza concepita come fedeltà esclusiva ad un passato normativo e come una crescente messa in discussione dell’autorità corrente, percepita come infedele alla sua missione» (p. 105). Cosa rispondere, se non che don Jaquemin qui è vittima dei postulati di una nuova ecclesiologia, il cui evoluzionismo di base è stato chiaramente spiegato da Benedetto XVI, non solo nel suo famoso Discorso del 22 dicembre 2005, ma anche e soprattutto nella sua catechesi sulla Chiesa degli anni 2006-2007? Evoluzionismo caratterizzato anche da tutte le affermazioni di Papa Francesco, specialmente nella sua enciclica Evangelii gaudium, e non solo (2). Ciò che avrebbe dovuto richiamare tutta l’attenzione del nostro teologo canonista è la precisione dell’espresione usata da Mons. Lefebvre. Questi non parla mai del passato. Nelle sue dichiarazioni egli non si riferisce mai alla «Chiesa del passato» o al Magistero «anteriore al Vaticano II». Mons. Lefebvre ha sempre parlato precisamente della «Chiesa di sempre», e questa espressione non aveva per lui un significato cronologico o temporale, espressione di una durata nel passato, che è quella che don Jaquemin gli vorrebbe attribuire. L’espressione ha il significato tutto teologico di una identità oggettiva, identità dell’oggetto stesso della Rivelazione, del deposito oggettivo della fede, come il Magistero della Chiesa deve trasmettere e spiegare fedelmente, mantenendo sempre lo stesso significato voluto da Dio. L’espressione qui deve intendersi in riferimento a ciò che insegna il concilio Vaticano I nel IV capitolo della Costituzione Dei Filius: «La dottrina della
fede che Dio ha rivelato non è stata proposta come una scoperta
filosofica da far progredire con la riflessione dell’uomo, ma come un
deposito divino affidato alla Sposa di Cristo perché ella lo
conservi fedelmente e lo presenti infallibilmente. Di conseguenza, il
significato dei dogmi sacri che deve essere conservato in perpetuo
è quello che nostra Madre la santa Chiesa ha presentato una
volta per tutte e da cui non è mai lecito allontanarsi col
pretesto o in nome di una comprensione più profonda» (DS
3020).
La Chiesa, col suo Magistero vivente, è una realtà che si situa al di là del tempo, al di là del passato, del presente e del futuro, poiché essa si situa sul piano dell’eternità, nell’esatta misura in cui è lo strumento della trasmissione di un deposito divino, il deposito della Verità diviamente rivelata. La Chiesa di sempre, il Magistero di sempre, sono precisamente «di sempre» perché sono la Chiesa e il Magistero della Verità divina eterna e immutabile come Dio. Invece di questo, don Jaquemin si fa docile eco del Vaticano II come è spiegato dai Papi Benedetto XVI e Francesco che abbassano il Magistero al livello del tempo e della durata. Don Jaquemin scrive: «Teologicamente, non vi è la Chiesa del passato, né la Chiesa di domani. La Chiesa è necessariamente la Chiesa del tempo presente, la Chiesa di oggi, perché essa è il segno, il sacramento permanente e sempre attuale di Cristo che vive ed opera in mezzo agli uomini e in ogni generazione» (p. 101). In tale ottica, il Magistero vivente si riduce al magistero presente poiché è concepito come l’espressione della vita attuale del Popolo di Dio. Papa Francesco lo ha spiegato molto chiaramente, rifacendosi al suo predecessore, in un video-messaggio rivolto nel 2015 al Congresso internazionale di teologia della Pontificia Università cattolica argentina: «Vi è
un’immagine proposta da Benedetto XVI che mi piace molto. Riferendosi
alla tradizione della Chiesa, egli afferma che “non è una
trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La
Tradizione è il fiume vivente che ci unisce alle origini, il
fiume vivente in cui le origini sono sempre presenti” (Udienza
generale, 26 aprile 2006) (3). Questo fiume irriga diverse
terre, alimenta diverse geografie, facendo emergere il meglio di questa
terra, il meglio di questa cultura. In questo modo, il Vangelo continua
ad incarnarsi in tutti i luoghi del modo, in maniera sempre nuova (Cfr.
Evangelii gaudium,
n° 115)».
E soprattutto, egli aggiunge questa precisazione: «Le nostre formulazioni di fede sono espressioni di una vita vissuta ed espressa ecclesialmente». Qui vediamo una inversione, che è estremamente grave. Poiché le formulazioni della fede in realtà sono l’espressione concettuale e verbale, la più precisa e più esplicita, delle verità rivelate da Dio; il Magistero istituito da Cristo e assistito dallo Spirito Santo deve metterle a punto e proporle all’adesione dei fedeli, e questi, nella Chiesa, conducono una vita santa nella misura in cui nel loro agire si conformano a queste verità rivelate da Dio e proposte alla loro adesione da tali formulazioni del Magistero. Questa è, se si vuole, la vita vissuta ecclesialmente, che ne è l’espressione o la traduzione concreta, vale a dire la messa in pratica delle formulazioni della fede. Al contrario, per Francesco, le formulazioni della fede sono l’espressione della vita del Popolo di Dio, il che implica che è questa vita a rappresentare come tale, non solo la tradizione vivente della Chiesa, nel senso della trasmissione di ciò che è stato rivelato, ma anche una fonte della Rivelazione, nel senso di un modo di rivelare la verità. A questo punto, la Rivelazione si identifica con l’esperienza o con la coscienza comune del Popolo di Dio. E si identifica anche con la tradizione che comunica questa verità rivelata. Rivelazione e Tradizione sarebbero un solo e medesimo atto, l’atto colletivo ed ecclesiale del Popolo di Dio e quest’atto evolve e si rinnova nel corso del tempo. E allora, il Magistero non è più il Magistero «di sempre», ma il Magistero «di questo tempo». La scelta della fedeltà Diventa quindi facile rimproverare a Mons. Lefebvre «una ridefinizione dell’obbedienza concepita come fedeltà esclusiva ad un passato normativo e come una crescente messa in questione dell’autorità corrente percepita come infedele alla sua missione», cioè il Magistero del passato che giudica il Magistero del presente. Ma questa dialettica – nel senso di una opposizione falsa e forzata – si basa sul falso presupposto della nuova ecclesiologia: che presuppone che il Magistero sarebbe il portavoce di una «vita vissuta ecclesialmente» (Francesco), «dell’unico soggetto del Popolo di Dio in cammino» (Benedetto XVI). Essa presuppone che la Tradizione sarebbe un «fiume vivente», una storia, «la storia dello Spirito che opera nella storia della Chiesa attraverso la mediazione degli Apostoli e dei loro successori, in fedele continuità con l’esperienza delle origini» (Benedetto XVI). L’opposizione, se ce n’è una, si colloca allora tra due concezioni della Tradizione e del Magistero: la concezione cattolica ereditata dal concilio di Trento e dal concilio Vaticano I, difesa da Mons. Lefebvre; e la concezione neo-modernista ereditata dal Vaticano II e da Francesco, che don Jaquemin vorrebbe difendere. Lungi dall’aver compiuto una qualche «rottura», Mons. Lefebvre fu l’araldo di una fedeltà, di una fedeltà eroica alla dottrina cattolica eterna e al Magistero di sempre, incaricato di trasmettere questo deposito divino. L’iniziativa delle consacrazioni fu solo il culmine di questa fedeltà. Mons. Lefebvre compì un atto eroico di saggezza e di prudenza, trasmettendo veramente il deposito della fede e assumendo agli occhi del mondo e degli uomini di Chiesa, deviati dal modernismo, l’apparenza di un facitore di scisma. Apparenza di un giorno, apparenza effimera che non poté ingannare i veri cattolici vincolati alle promesse del loro battesimo. Quantomeno, spetta a don Jaquemin provarci che questa apparenza non è ingannevole, ma a condizione di basare tutto questo sulle premesse di una ecclesiologia veramente subalterna agli insegnamenti del Magistero perenne e indenne da ogni infiltrazione neomodernista. Trentotto anni dopo «l’estate del 1988» le nuove consacrazioni episcopali rientrano nella stessa logica della fedeltà, difronte ad una Chiesa conciliare, la cui morale, da Amoris laetitia a Fiducia supplicans, si è mossa verso una deriva sempre più pronunciata. E anche difronte all’ambiente Ecclesia Dei che è sempre meno certo del proprio futuro. L’operazione sopravvivenza, quindi, mantiene tutti i suoi diritti, fondati sul mai smentito stato di necessità. NOTE 1. Si vedano principalmente gli articoli pubblicati nei numeri di luglio-agosto 2022, ottobre 2022, novembre 2022 e aprile 2026 del Courrier de Rome, nonché l’articolo intitolato «L’episcopato al bivio» pubblicato nel presente numero del Courrier de Rome. 2. Si veda l’articolo «Traditione o ermeneutica» pubblicato nel numero di dicembre 2023 del Courrier de Rome, nonché il nostro contributo al Congresso di gennaio 2007 del Courrier de Rome, « La notion d’Eglise dans la catéchèse de Benoît XVI in Les crises dans l’Eglise aujourd’hui: cause, effeti e remedii. Atti du VII° Congresso teologico di Sì Sì No No in collaborazione con l’Istituto Universitario San Pio X e DICI, Parigi, 5–6 7 gennaio 2007, Publicationi del Courrier de Rome, 2008. 3. Su questa catechesi di Benedetto XVI e sull’idea di Chiesa e di Tradizione che essa implica, il lettore potrà riferirsi al nostro contributo al Congresso di gennaio 2007, « La notion d’Eglise dans la catéchèse de Benoît XVI in Les crises dans l’Eglise aujourd’hui: cause, effeti e remedii. Atti del VII Congresso teologico di Sì Sì No No, in collaborazione con l’Istituto Universitario San Pio X e DICI, Parigi, 5-6-7 gennaio 2007, Pubblicazioni del Courrier de Rome, 2008. ![]() Don Jean-Michel Gleize è stato per quasi trent'anni professore di apologetica, di ecclesiologia e di dogma al Seminario San Pio X di Ecône. E’ il principale redattore del Courrier de Rome. Ha partecipato alle discussioni dottrinali fra Roma e la Fraternità San Pio X tra il 2009 e il 2011. Oggi esercita il suo apostolato a Parigi, nella chiesa Saint-Nicolas-du Chardonnet, dove le sue conferenze sulla Chiesa sono molto seguite. |