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| Il principio de Gamaliel e la Fraternità San Pio X ![]() Mons. Lefebvre a Ecône con il cardinale Thiandoum Perché diciotto anni di indagini non sono riusciti a scoprire un errore? Nel 1988, il motu proprio Ecclesia Dei adflicta (2 luglio 1988), pubblicato da Papa Giovanni Paolo II dopo le consacrazioni episcopali del 30 giugno 1988, indicava così la causa dell’atto compiuto da Mons. Lefebvre: «La radice di questo atto scismatico
è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di
Tradizione».
Quelle consacrazioni furono considerate come un atto scismatico, presumibilmente causato da una comprensione non cattolica della nozione di Tradizione. In altri termini, Mons. Lefebvre era accusato di sostenere una concezione di Tradizione contraria alla fede cattolica. Una domanda semplice Questo solleva una domanda tanto semplice quanto fondamentale: dal 1970, data di fondazione della Fraternità San Pio X, al 1988, data della scomunica, in che modo Roma ha messo in luce tale «nozione incompleta e contraddittoria di Tradizione», che Mons. Lefebvre avrebbe professato? In realtà, Roma, tra il 1970 e il 1988, effettuò almeno tre indagini ufficiali. La prima fu la visita apostolica al seminario di Ecône (1974); la seconda fu l’incontro con i cardinali a Roma che portò alla «soppressione» della Fraternità (1975); e la terza fu la visita apostolica del cardinale Gagnon (1987). Se durante questi diciotto anni Mons. Lefebvre e la Fraternità fossero stati riconosciuti colpevoli di una «nozione incompleta e contraddittoria di Tradizione», questo avrebbe dovuto essere rilevato e segnalato nel corso di queste tre indagini. Vediamo come è andata. La prima visita apostolica (1974) Questa visita apostolica disposta da Roma fu causata dal rifiuto di Mons. Lefebvre di celebrare la nuova Messa. Mons. Tissier de Mallerais ci ha lasciato il seguente resoconto: «Mons. Albert
Descamps, segretario della Commissione biblica, e Mons. Guillaume
onclin, sottosegretario della Commissione per la revisione del Codice
di Diritto Canonico, arrivarono alle nove del mattino. Per tre giorni,
i due belgi interrogarono i sacerdoti e i seminaristi, formulando
osservazioni teologicamente discutibili. Essi consideravano
l’ordinazione di uomini sposati come normale e inevitabile, non
ammettevano l’immutabilità della verità ed esprimevano
dei dubbi sulla realtà fisica della Resurrezione di Cristo. Essi
non si recarono mai in cappella e quando ripartirono non presentarono
alcun rapporto della visita, da far firmare a Mons. Lefebvre. Tuttavia,
dissero a Padre Gottlieb: “Il seminario è buono al 99%. E il
sacerdote pensò tra sé e sé: 99%? Quindi rimane
solo l% per la (nuova) Messa. Non è molto!”» (1).
I visitatori apostolici non rivolsero a Mons. Lefebvre alcuna osservazione relativa al presunto insegnamento eretico a Ecône. Il Vaticano non pubblicò mai un rapporto ufficiale di questa visita. Tuttavia, alcuni mesi dopo, Roma riconobbe che i visitatori apostolici non avevano trovato nulla di reprensibile nel seminario. Questa ammissione figura nella lettera dei tre cardinali che condannarono la Fraternità nel maggio 1975 (si veda il paragrafo seguente dedicato alla «soppressione» della Fraternità). Questa lettera di condanna si basava interamente sulla Dichiarazione del 21 novembre 1974 pubblicata da Mons. Lefebvre dopo la visita; e diceva: «… La Dichiarazione esprimeva esplicitamente ciò che il visitatore di Ecône (Mons. Descamps) non era riuscito a mettere in luce». «Non era riuscito a mettere in luce»! Come fece notare giustamente Michael Davies: «I cardinali ammettono molto apertamente che la visita apostolica non era riuscita a scoprire alcun motivo che permettesse di chiudere il seminario» (2). Di conseguenza, la prima visita apostolica non fu in grado di dimostrare che Mons. Lefebvre fosse in errore, sia sulla fede in generale, sia sulla nozione di Tradizione in particolare. Gli incontri del 1975, apporteranno maggior chiarezza su questa questione? La «soppressione» della Fraternità (1975) Nel frattempo, scandalizzato dalle osservazioni eretiche dei visitatori apostolici, Mons. Lefebvre redasse la sua celebre Dichiarazione del 21 novembre 1974. Roma prese atto di questa Dichiarazione e convocò Monsignore, che si incontrò a Roma con tre cardinali (Garrone, Wright e Tambera) il 13 febbraio 1975, e poi di nuovo il 3 marzo dello stesso anno. Questi incontri, inizialmente informali, si trasformarono in realtà in un processo non ufficiale incentrato interamente sulla Dichiarazione, piuttosto che sulla visita apostolica. I cardinali affermarono che la Dichiarazione era rivolta contro il concilio Vaticano II e contro il Papa. Monsignore rispose segnalando tutte le eresie e tutti gli scandali liturgici che si producevano nella Chiesa e che egli giudicava incompatibili con la fede cattolica. I cardinali replicarono: «Lei riconosce il Magistero di ieri, ma non quello di oggi … Ora, il concilio (Vaticano II) fa parte del Magistero…» E Monsignore rispose: «La Chiesa conserva la sua Tradizione e non può rompere con essa… E’ impossibile, tale è la natura stessa della Chiesa» (3). Quanto alla visita apostolica, Roma non pubblicò mai un rapporto ufficiale di questi incontri. Tuttavia, Mons. Mamie, successore di Mons. Charriere (4), revocò gli atti e le concessioni del suo predecessore e soppresse la Fraternità con l’esplicito sostegno di Roma. Questi incontri, che apparivano come un processo, ebbero almeno il merito di sollevare la questione della Tradizione e del Magistero – questioni dottrinali che avrebbero dovuto essere esaminate dalla competente Congregazione romana nel contesto di un vero processo. La commissione dei cardinali non poteva pretendere di essere un regolare tribunale. Fu per questo che Mons. Lefebvre si appellò al supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, contro la decisione presa da Mons. Mamie, e scrisse: «Io chiedo di essere giudicato dal solo Tribunale competente in questa materia: la Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede» (5). Il suo ricorso fu respinto il 10 giugno. E Monsignore presentò un secondo ricorso il 14 giugno, ricorso che non ricevette risposta. Il 29 giugno 1975, Mons. Lefebvre ricevette una lettera di Papa Paolo VI che gli rimproverava di cercare un mezzo legale per invalidare la decisione dei cardinali. E’ il caso di notare che Paolo VI rifiutò a Mons. Lefebvre quello che la Chiesa, prima del Vaticano II, aveva sempre concesso ai peggiori eretici e scismatici: un equo processo. Di conseguenza, nel 1975, la sola conclusione ufficiale di Roma fu: chiudete il vostro seminario, sciogliete la Fraternità e mantenete il silenzio sui disordini che regnano nella Chiesa! Un equo processo in cui Monsignore avrebbe potuto difendersi, gli venne rifiutato. E’ dunque giusto affermare che questa indagine del 1975 sfociò solo in una decisione disciplinare – la soppressione della Fraternità – la quale, per sua stessa natura, non provava nulla riguardo alla fede o alla dottrina delle persone interessate. Il cardinale Gagnon, visitatore apostolico del 1987, sarebbe stato più efficace nel mettere in luce il supposto errore di Mons. Lefebvre sulla Tradizione? La visita apostolica del cardinale Gagnon (1987) Il 28 luglio 1987, dopo che Mons. Lefebvre ebbe annunciato la sua intenzione di consacrare dei vescovi, Roma propose una visita apostolica alla Fraternità. E Mons. Lefebvre disse ai seminaristi (6) «E’ da tempo che ho chiesto questa visita, affinché Roma ci conosca meglio». Roma incaricò il cardinale Gagnon. Questi visitò diverse case della Fraternità e Mons. Tissier de Mallerais ci ha dato il resoconto di questa visita: «Dovunque egli
andasse, si dichiarava soddisfatto. Era dunque determinato a consegnare
a Roma, non solo un rapporto favorevole, ma anche un progetto di
soluzione. (…) La visita si concluse l’8 dicembre ad Ecône,
dove il cardinale non esitò ad assistere pubblicamente ad una
Messa pontificale celebrata dall’arcivescovo sospeso (7), e a
presenziare alla presa dei voti di giovani che si impegnavano ad
entrare a far parte di una società soppressa (8).
Nel libro d’oro del seminario egli scrisse: «possa la vergine Immacolata esaudire le nostre ferventi preghiere perché l’opera di formazione sacerdotale così mirabilmente compiuta in questo luogo, possa estendere ampiamente la sua influenza in tutta la vita della Chiesa» (9). Noi speriamo che le preghiere di Sua Eminenza siano e continuino ad essere esaudite…». Quindi, «non si trattava minimamente di un problema di fede o di una cattiva comprensione della Tradizione; al contrario, si esprimeva chiaramente l’augurio che l’opera della Fraternità si diffondesse ampiamente in tutta la Santa Chiesa cattolica». Conclusione La conclusione è chiara: malgrado tre indagini, Roma non dimostrò mai che Mons. Lefebvre si sbagliava nella sua comprensione della nozione di Tradizione. Non solo le due visite apostoliche (1974 e 1987) non individuarono alcune eresia, né alcun errore dottrinale da parte di Monsignore, ma esse perfino lodarono l’opera compiuta dalla Fraternità – particolarmente nella seconda visita. Quanto alle riunioni del 1975, esse si conclusero con una semplice decisione disciplinare, senza apportare la minima prova sulla pretesa falsa nozione di Tradizione. Com’è possibile, dunque, che Papa Giovanni Paolo II abbia potuto affermare: «La radice di quest’atto scismatico è individuabile in una nozione incompleta e contraddittoria di Tradizione»? La risposta a questa domanda è capitale: la nozione incompleta e contraddittoria di Tradizione si trovava in realtà nel Vaticano II e nel Magistero che l’ha seguito, i quali hanno cercato di fare evolvere la Tradizione – che non è altro che la trasmissione della immutabile Rivelazione - allo scopo di adattarla allo spirito liberale dei tempi moderni. Questa concezione di Tradizione evolutiva, concezione modernista denunciata e condannata a più riprese dal Magistero anteriore al Vaticano II (10), era chiaramente incompatibile con la comprensione cattolica della immutabile Tradizione. Giovanni Paolo II ha dunque giudicato la fede e le azioni di Mons. Lefebvre a partire da un punto di vista puramente modernista, il che conduce ad un completo ribaltamento dell’accusa. La verità è che Mons. Lefebvre rimase fedele alla Tradizione cattolica. Ecco perché i visitatori apostolici del 1974 e del 1987 non trovarono nulla di reprensibile nella Fraternità. Ed ecco perché Roma non poteva giudicare la Fraternità secondo le norme abituali del diritto canonico. Probabilmente, un processo pubblico nel 1975 avrebbe messo in evidenza, prima di tutto, che la Roma conciliare aveva rotto con la fede immutabile della Chiesa. Il solo mezzo che rimaneva per far tacere questa Tradizione fu l’uso – o piuttosto l’abuso - delle sanzioni giuridiche destinate ad «etichettare» Mons. Lefebvre e la sua Fraternità. Fu per questo che il prelato e i quattro vescovi consacrati il 30 giugno 1988, furono dichiarati «scomunicati» e «scismatici», stigmatizzando così quest’opera di formazione sacerdotale che il cardinale Gagnon aveva invece descritto come «mirabilmente compiuta». La Roma conciliare, il 1 luglio 2026, ricorrerà di nuovo alle semplici sanzioni nominali e alle etichette usate contro la Fraternità? Vista l’incapacità di Roma a dimostrare che questa Fraternità si sbaglia sulla fede e sui frutti spirituali della sua opera, forse farebbe bene a rileggere le parole che Gamaliel rivolse al Sinedrio quando questo aveva deciso di imprigionare gli Apostoli: «Per quanto riguarda
il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi
uomini e lasciateli andare. Se infatti questa impresa o questa
attività è di origine umana, essa di distruggerà
da sé; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a distruggerla;
non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio stesso! (Atti 5, 38-39)
NOTE 1 - La Biographie, Marcel Lefebvre, di Mons. Tissier de Mallerais, Angelus Press, p. 478. 2 - Apologia pro Marcel Lefebvre, prima parte, Angelus Press, 1979, p. 60. Michael Davies vi cita e commenta l’intera lettera. 3 - La Biographie, Marcel Lefebvre, di Mons. Tissier de Mallerais, Angelus Press, pp. 480-481. 4 – Colui che autorizzò ufficialmente la fondazione della Fraternità. 5 - Apologia pro Marcel Lefebvre, prima parte, Angelus Press, 1979, p. 73. La lettera vi è riprodotta nella sua integralità. 6 - La Biographie, Marcel Lefebvre, di Mons. Tissier de Mallerais, Angelus Press, p. 550. 7 - « Sospeso» significa che l’arcivescovo non era più autorizzato ad amministrare i sacramenti. Era stato sospeso da Paolo VI nel giugno 1976. 8 – Mons. Mamie soppresse ufficialmente la Fraternità nel 1975. 9 - La Biographie, Marcel Lefebvre, di Mons. Tissier de Mallerais, Angelus Press, p. 551. 10 – San Pio X denunciò la seguente affermazione di una Tradizione evolutiva: «Il dogma, non solo può, ma deve evolvere ed essere modificato». E’ quello che affermano con forza i modernisti e che deriva chiaramente dai loro principii, scrisse San Pio X nella sua enciclica Pascendi Dominici gregis, n° 13 (8 settembre 1907). Il Sommo Pontefice condannò in seguito la seguente pretesa: «Ciechi e conduttori di ciechi, gonfi di una scienza superba, essi sono giunti ad un tale grado di follia che pervertono la nozione eterna di verità e la vera natura del sentimento religioso; sotto il dominio di una passione cieca e sfrenata per le novità, essi non cercano un solido fondamento per la verità; disprezzando le sante e apostoliche tradizioni, abbracciano altre dottrine vane, futili, incerte, condannate dalla Chiesa, sulle quali, nella loro vanità, pensano di poter basare e sostenere la stessa verità» (Pascendi Dominici gregis, n° 13). Considerate i numerosi scandali liturgici della nostra epoca; la comunione data ai divorziati risposati, le benedizioni impartite alle unioni peccaminose, le numerose dichiarazioni che lodano le false religioni, i riti della Pachamama celebrati in Vaticano e le attuali illusioni sinodali – per citarne solo alcuni – e potete chiedervi se l’affermazione di Mons. Lefebvre secondo la quale il Vaticano II è un concilio modernista, derivi da uno spirito di disobbedienza o dallo spirito di fede… |