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| PUTIN & SOLGENITSIN UNA SOMIGLIANZA DISSOMIGLIANTE Prima parte ![]() Alexandr Solgenitsin e Vladimir Putin
Capitolo 1
I - DOSTOEVSKIJ, SOLGENITSIN E PUTIN SECONDO KISSINGER In un’intervista al mensile americano “Atlantic”, Henry Kissinger ha detto: “Per capire Putin si deve leggere Dostoevskij. […]. Putin è uscito da Dostoevskij, angosciato dalla mancanza di religiosità, dal permessivismo e dal declino morale” (1). Dostoevskij era stato condannato come reazionario dal regime sovietico per un “eccesso di valori soprannaturali” contenuti nelle sue opere. «Peter Savodnik (2) in un articolo apparso sull’ultimo numero di Vanity Fair enuclea i motivi per cui Dostoevskij affascina tanto Putin: “La vecchia Russia è buona e pura. L’occidente è male, è impuro. Putin cita spesso Dostoevskij nei suoi discorsi. Putin è attratto dal bizantino Dostoevskij”. […]. Marta Dell’Asta ci dice che Dostoevskij leggeva il problema della modernità in maniera molto profonda. Per Dostoevskij la Russia era parte dell’Europa, era consapevole di questa unità spirituale profonda. La sua critica non era all’occidente in quanto tale, ma al suo tradimento delle radici cristiane. Dostoevskij amava la Russia cristiana, per lui tradita. Per lui era fondamentale che la Russia fosse cristiana. […]. Putin per il 2018 organizzerà il centenario di Aleksandr Solgenitsin. Quattro mesi prima della sua morte Solgenitsin elogiò Putin. Sotto Putin la nazione sta riscoprendo quello che deve essere russo. La prima volta che si videro, Putin e Solgenitsin, fu nel 2000 nella dacia dello scrittore e i due rimasero appartati in biblioteca per lungo tempo. Putin oggi ama accompagnarsi alla vedova del grande scrittore in occasione di eventi importanti. […]. Andrew Kaufman, uno dei maggiori esperti di letteratura russa, scrive: “Putin ha scelto Dostoevskij, il quale credeva che la missione speciale della Russia nel mondo fosse quella di creare un impero cristiano pan-slavo con la Russia al timone. Dostoevskij riteneva che la Russia fosse la più spiritualmente avanzata di tutte le Nazioni”» (3). Prologo
Da quanto abbiamo visto sino a ora si può dire, con probabilità e anche con una certa sicurezza morale, che: Alexandr Solgenitsin e Vladimir Putin hanno condiviso una certa convergenza d’ideali; infatti, 1°) negli ultimi anni di vita lo scrittore russo (che imprigionato nel 1945 uscì dal Gulag nel 1953, con il momentaneo disgelo di Krusciov pubblicò nel 1962 il suo romanzo “Una giornata di Ivan Denisovic”, fu insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1970, ma nel 1974 (sotto la Presidenza di Leonid Breznev) fu riarrestato ed espulso dall’Urss come traditore del Bolscevismo sovietico e visse circa 20 anni in esilio prima in Svizzera e poi in Usa, rientrando nella sua amata Russia, oramai non più Unione Sovietica, nel 1994). Egli espose - nei suoi romanzi, discorsi e scritti vari - la sua filosofia religiosa e patriottica, la critica del Bolscevismo e del Giudaismo e dell’Occidente sino al 2008, ossia l’anno della sua dipartita, e 2°) nei primi anni di vita politica post-sovietica del Presidente Putin, che dal 1990 ha risollevato le sorti della Russia e ancor oggi, nonostante il complotto atlantico contro la Russia cristiana e patriottica, continua a governarla in mezzo a una “guerra occulta” e anche “cruenta” scatenata dall’Impero del male (“Usraele”) dal 2014 sino a oggi (giugno 2026). Somiglianza dissomigliante tra Putin e
Solgenitsin
Infatti, entrambi sono venuti dal Bolscevismo dottrinale (ateo e materialista), ma si sono convertiti al Cristianesimo (ortodosso, anche data la crisi modernista che ha investito i Pastori della Chiesa romana, che non ha aiutato gli esuli russi ad entrare nella Chiesa di Roma) e a un profondo amor di Patria (4° Comandamento: “Onora il padre e la madre” e, quindi, la Patria che è la “Terra dei padri”). Tuttavia, Solgenitsin pur essendo stato convintamente bolscevico nel suo primo venticinquennio di vita (sino al 1945, l’anno del suo imprigionamento), poi è stato perseguitato e incarcerato in Siberia per lunghi otto anni, sino al 1953 poche settimane prima della morte di Stalin. Mentre, Putin è stato agente, colonnello e poi Direttore capo del KGB dal 1975 al 1991 (per 16 anni), ma, con il crollo del “muro di Berlino” (1989) ha dovuto costatare (aiutato dal pensiero di Solgenitsin) che il Bolscevismo aveva rovinato la Russia, che invece era stata resa grande dal Cristianesimo e dalla sua filosofia - espressa (tra l’altro) mirabilmente già dai capolavori di Fiodor Dostoevskij - impregnata di amore della storia, della tradizione e della forma mentis o filosofia russa (che fa un tutt’uno con la Religione cristiana). Infatti, per entrambe la Russia è il baluardo per eccellenza (dopo la triste apostasia strisciante di molti degli uomini della Chiesa di Cristo, che è quella romana) dei valori tradizionali (teoretici e morali) contro il progressismo liberal/illuminista e metafisicamente nichilista non solo del nord America ma anche dell’Europa “liberata” dallo “Zio Sam” (una volta “Cristianità per antonomasia”). La lotta che la Russia di Putin combatte oggi contro la Nato, gli Usa/GB e l’Ucraina (come trampolino di lancio) è la lotta dell’ordine naturale e cristiano contro la sovversione contronaturale e diabolica dell’Occidente oramai putrefatto intellettualmente e moralmente. Putin “canonizza” Solgenitsin (2007)
Nel 2007 Putin fa rivalutare ufficialmente e approvare esplicitamente, dalla Russia non più sovietica, le opere di Solgenitsin che erano state condannate dal Bolscevismo stalinista dal 1945 sino al 1970. Inoltre, (5 giugno 2007) Putin ha insignito Solgenitsin della massima onorificenza dello Stato russo (“Premio di Stato Russo”) per il suo lavoro storico, filosofico e letterario, compreso il suo ultimo capolavoro del 2002 in due volumoni di circa 700 pagine cadauno: “Due secoli assieme”, pubblicato in francese da Fayard di Parigi nel 2003 (tradotto e pubblicato in italiano da “Controcorrente” di Napoli nel 2007), che studia l’influsso prima forte (nell’Ottocento, 1° volume) poi preponderante (2° volume, Rivoluzione bolscevica del 1917 e anni successivi) del Giudaismo talmudico sulla Russia, prima zarista (che lo avversava) poi bolscevica (che lo produceva, essendo pari al 98% la componente ebraica dei leader della Rivoluzione bolscevica). Addirittura Putin in persona nel 2007, (quando tutti i politici e gli intellettuali in Occidente, dall’Europa agli Usa, avevano ripudiato “Solgenitsin l’antisemita”), andò a render visita ufficiale a Solgenitsin nella sua dacia. Durante quest’incontro discussero non solo sulla decadenza e il tramonto dell’Occidente, ma anche sull’arrendevolezza di Gorbaciov all’Americanismo, che indebolì e portò la Russia sull’orlo del fallimento totale. Putin ha mutuato da Solgenitsin non solo la critica della repressione sovietica, ma anche l’importanza della difesa della Tradizione storico/religiosa e filosofica della Russia. Nel 2018 Putin in persona ha inaugurato a Mosca un monumento nazionale a Solgenitsin per il centenario della sua nascita (11 dicembre 1918), definendolo un “vero patriota”. 8 giugno 1978: Discorso ad Harvard di
Solgenitsin
Occorre ricordare che l’8 giugno del 1978, ad Harvard, Solgenitsin in una prolusione universitaria criticò severamente il sistema relativista (teoreticamente e moralmente) dell’Occidente, che aveva perso le sue radici storico/filosofiche (greco/romane/patristico/scolastiche) e religiose (il Cristianesimo romano). Solgenitsin criticò aspramente le storture “spirituali” e “morali” del modo di vita occidentale e specialmente americano, che aveva corroso anche l’Europa una volta (almeno sino al 1945/1958: fine della Seconda Guerra Mondiale e morte di Pio XII) ancora cristiana. Sunto del Discorso di Harvard
Ad Harvard, Solgenitsin, riassumendo in poche parole, disse: 1°) l’Occidente non è il modello per la ricostruzione della Russia sulle rovine sovietiche; 2°) il Bolscevismo ci ha fatto soffrire il martirio dello spirito e del corpo, che però ci ha rafforzato spiritualmente; 3°) l’Occidente è caduto nell’Apostasia filosofica, storica e religiosa; 4°) la personalità dell’uomo russo, martirizzato dal Bolscevismo è più forte di quella dell’uomo occidentale rammollito dal benessere americanista; 5°) la repressione sovietica ci ha fatto cercare cose elevate, imperiture; mentre il “pensiero debole” occidentale ha offerto frivolezze, spettacoli pubblicitari rivoltanti, musica intollerabile e arte degenerata. Questo discorso gli costò già nel 1978 l’emarginazione “tollerantemente democratica” dell’Occidente, Usa in testa; invece, nel 2002, il libro “Due secoli assieme” sull’influsso del Giudaismo in Russia nell’Ottocento e nel Novecento, gli costò l’oblio e persino la “scomunica” laicistica, come se non fosse mai esistito; poiché era difficile criticarlo e confutarlo, era meglio ignorarlo e dimenticarlo. Contro Giuda e contro l’oro
Alla luce del pensiero di Solgenitsin, che continua quello di Dostoevskij e ha influenzato la conversione religiosa, filosofica e politica di Putin, mi sembra che si possa affermare con una certa probabilità che la lotta odierna (2008/2014/2022) tra “Usraele” e Russia è quella di due entità contrapposte come il sì e il no, il bianco e il nero (senza cadere nel Manicheismo); insomma, è la lotta del sangue contro l’oro. Già nel 1978 (e ininterrottamente sino al 2008) Solgenitsin aveva intuito che la “guerra occulta” tra le forze occidentali, degenerate mentalmente e moralmente e quelle ancora sane naturalmente e soprannaturalmente (Russia cristiana e patriottica) era già iniziata (cfr. ALEKSANDR SOLGENITSIN, Ritorno in Russia. Discorsi e conversazioni 1994-2008, Padova/Venezia, Marsilio, 2019). Secondo Solgenitsin lo spettacolo occidentale è disgustoso e deprimente, ma gli occidentali si son tolti gli occhiali e l’Amplifon e continuano a sorridere come se tutto fosse normale, ordinato, vero e buono. Solgenitsin russo/ucraino …
La personalità di Solgenitsin è attualissima oggi più che mai; infatti egli è d’origine russo/ucraina e ha sempre dichiarato che la guerra tra questi due popoli è vantaggiosa solo per i loro nemici, mentre è fatale per essi. Infatti, le loro culture non sono antagoniste, ma correlative. L’occidente ha approfittato nel mettere Zelensky a capo dell’Ucraina per depredare anche la Russia, ma la reazione sino ad ora non è mancata. Idem, per l’Iran. Dal dicembre 2018 è unanimemente riconosciuto il fatto che l’ispiratore di Putin è Solgenitsin. Che Putin sia un ammiratore di Solgenitsin non è una novità: il 20 settembre del 2000 lo visita la prima volta, lo cita ripetutamente nei suoi discorsi, il 5 giugno del 2007 lo premia con la massima onorificenza dello Stato russo (cfr. JOSEPH PEARCE, Solzhenitsyn and Putin, in “The Imaginative Conservative”, 2026). II - IL PENSIERO DI SOLGENITSIN SUL
GIUDAISMO
Il ruolo dell’ebraismo nella Rivoluzione
del febbraio 1917
Aleksandr Solgenitsin (1918-2008) ha pubblicato nel 2002 la storia delle relazioni tra ebrei e Rivoluzione russa in due volumi, chiamata Due secoli insieme. Essa è stata tradotta in francese da Fayard di Parigi nel 2003 e nel 2007 dalle Edizioni Controcorrente di Napoli (4) . Il primo volume tratta dell’Ottocento (Ebrei e Russi prima della Rivoluzione) e il secondo del Novecento (Ebrei e Russi durante il periodo sovietico). Mi baso sostanzialmente sul secondo volume di Solgenitsin per svolgere il tema che mi sono proposto. Il lavoro dell’Autore è molto ben curato (è il frutto di 50 anni di studi e ricerche) e ricco di riferimenti bibliografici specialmente russi. Per non appesantire il testo rinvio alla citazione del libro di Solgenitsin e chi vorrà potrà verificare le fonti che egli cita abbondantemente (5). L’Esordio del libro di Solgenitsin
Mi sembra necessario riportare l’Esordio del primo volume di Solgenitsin per capire lo spirito con cui l’Autore ha affrontato il problema. “Nel mio lavoro, che dura da mezzo secolo, sulla storia della Rivoluzione russa, mi sono imbattuto più di una volta nel problema delle relazioni tra russi ed ebrei. Nutrivo la speranza che un autore mi avrebbe anticipato ed avrebbe saputo chiarire, con l’ampiezza e l’equilibrio necessari, questa incandescente questione. Ma il più delle volte abbiamo avuto a che fare con rimproveri unilaterali. O i russi sono colpevoli di fronte agli ebrei; oppure, al polo opposto, i russi che si sono occupati di questo problema relazionale lo hanno fatto per la maggior parte con astio, eccesso. […]. Il popolo ebreo è al contempo soggetto attivo e oggetto passivo della storia. Gli avvenimenti che hanno colpito questo o quel popolo nel corso della storia non sono sempre stati determinati da questo solo popolo [ebraico, ndr], ma da tutti quelli che lo circondavano. Un atteggiamento troppo passionale dell’una e dell’altra parte è per ciascuna di esse umiliante” (A. SOLGENITSIN, Due secoli insieme. Ebrei e Russi prima della Rivoluzione, Napoli, Controcorrente, 2007, I vol., pp. 5-6). Tuttavia, dallo studio del libro risulterà il ruolo preponderante, non esclusivo, che l’ebraismo ha giocato nella Rivoluzione russa. Quindi, Solgenitsin lo risolve con equilibrio, ma anche con gran rigore storico attribuendo a ciascuno i suoi meriti e demeriti. È per questo motivo che mi baso soprattutto sul suo studio per porgere al lettore una piccola sintesi dell’immenso problema della preponderanza ebraica nella Rivoluzione russa. La preponderanza ebraica
La comunità ebraica russa acquistò l’eguaglianza giuridica con la Rivoluzione del febbraio 1917 (A. SOLGENITSIN, Due secoli insieme. Ebrei e Russi durante il periodo sovietico, Napoli, Controcorrente, 2007, II vol., p. 29). In quelle giornate Pietrogrado era nel pieno caos non solo sociale, ma anche di opinioni e di scritti “la stampa e la società concordano solo su un punto: la necessità di instaurare sùbito l’uguaglianza giuridica per gli ebrei […], la soppressione di ogni discriminazione religiosa o razziale. L’uguaglianza giuridica per gli ebrei avanzò a grandi passi” (cit., p. 30). Nel marzo del 1917 vennero prese “energiche misure contro gli antisemiti dichiarati o ritenuti tali” (cit., p. 35). “In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, si notano riunioni di massa per sostenere la rivoluzione e i diritti degli ebrei russi” (cit., p. 41). Il magnate e banchiere statunitense Jacob Schiff “iniziò a sostenere il governo Kerenskij con una sostanziosa linea di credito. Schiff aveva in effetti attivamente finanziato la stessa rivoluzione. […]. La stessa Rivoluzione di febbraio aveva con cognizione di causa e a più riprese invocato l’aiuto degli ebrei in quanto nazione interamente asservita. Le testimonianze sono quasi unanimi nel dirci che ovunque in Russia gli ebrei accolsero la rivoluzione con entusiasmo” (cit., pp. 41-42). Solgenitsin constata: “I numerosi anni [circa 50, ndr] del mio meticoloso lavoro su quest’epoca mi hanno permesso di penetrare il senso intimo della Rivoluzione di febbraio e, di conseguenza, il ruolo svolto dagli ebrei. […]. In seno all’intellighenzia c’erano naturalmente molti ebrei, ma questo non ci permette di dire che la rivoluzione fu ebrea. […]. Dalla Rivoluzione di febbraio la comunità ebrea russa ha ricevuto integralmente tutto ciò per cui aveva lottato. […]. È già successo altre volte nella storia che un libro si sia abbandonato a questa tentazione facile e pericolosa: scaricare tutto sugli ebrei. La Rivoluzione russa è stata fatta dalle mani russe a causa di una mancanza di discernimento russo. Ma, parallelamente, nella sua ideologia, un ruolo significativo, determinante, è stato svolto da un’intransigenza assoluta rispetto al potere storico russo, che i russi, a differenza degli ebrei non avevano il diritto di provare. Questa intransigenza si era nettamente accentuata dopo il processo di Beyliss [accusato di “omicidio rituale”, ndr (6)]” (cit., p. 46). Il “Comitato Esecutivo del Soviet” costituito nelle prime ore della rivoluzione «era un governo-ombra dei più duri, fu esso a privare il governo provvisorio di Kerenskij di ogni potere reale pur guardandosi dall’assumere direttamente e apertamente il potere. È appunto questo Comitato Esecutivo a condurre il Paese alla rovina. Durante l’estate del 1917, uno dei membri di questo Comitato esecutivo, Joseph Goldenberg, spiegò al diplomatico francese Claude Anet: “Fin dal giorno in cui abbiamo fatto la Rivoluzione, abbiamo capito che, se non distruggevamo l’esercito, esso avrebbe schiacciato la Rivoluzione. Dovevamo scegliere tra l’esercito e la Rivoluzione. Non abbiamo esitato: ci siamo schierati con quest’ultima”» (cit., p. 48). Solgenitsin continua: “Chi erano questi personaggi così fatalmente efficaci che componevano il CE (Comitato esecutivo, d’ora innanzi CE)? La composizione del CE preoccupava molto sia il pubblico sia i giornali, nel 1917, quando un buon numero dei suoi membri si nascondevano sotto pseudonimi: la Russia era governata, ma non si sapeva troppo bene da chi. Più tardi si seppe che nel CE c’erano una decina di soldati rincretiniti che facevano mostra di sé, ma non avevano alcun peso reale. Delle altre tre decine di membri veramente attivi, più della metà erano socialisti ebrei. C’erano russi, caucasici, lettoni e polacchi, ma i russi costituivano meno di un quarto” (cit., pp. 48-49). NOTE 1 - GIULIO MEOTTI, Putin di Guerra e Pace. Coltiva i grandi della letteratura russa, da Tolstoj a Solgenitsin, anche a fini politici, in “Il Foglio Quotidiano”, 28-29 gennaio 2107, p. I. 2 - Peter Savodnik è un politologo statunitense di origine ebraica proveniente dall’Europa nordorientale, nato a Pasadena (nel sud della California) attorno al 1975; la data esatta della sua nascita non è pubblica per motivi di riservatezza e sicurezza. Suo padre è uno psichiatra che opera in California. Peter non milita pubblicamente per Israele e per la sua appartenenza religiosa all’Ebraismo. Tuttavia, la sua identità religiosa e i suoi legami con la storia e la religiosità della comunità israelitica appaiono con una certa frequenza nelle analisi dei suoi numerosi scritti, che indagano sull’evoluzione dell’identità ebraica negli Usa e sul rapporto tra Nord America e Stato d’Israele; essi sono apparsi soprattutto sulla rivista “Tablet Magazine”. Peter scrive su “Vanity Fair” e spesso i suoi articoli appaiono anche su “The Guardian” e su “Tablet”. Inoltre ha collaborato pure con altre pubblicazioni provenienti dall’ex Urss, dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti. Ha pubblicato anche alcuni libri, tra cui “The Interloper: Lee Harvey Oswald Inside the Soviet Union” (New York, Basic Books, 2013). 3 - GIULIO MEOTTI, Putin di Guerra e Pace. Coltiva i grandi della letteratura russa, da Tolstoj a Solgenitsin, anche a fini politici, in “Il Foglio Quotidiano”, 28-29 gennaio 2107, p. I. 4 - I volumi possono essere ordinati a: controcorrente_na@libero.it; tel. 081. 421. 349; fax 081. 420. 25. 14. 5 - ARR: Archivi della Rivoluzione russa, Slovo, Berlino, 1922-1937; EG: Enciclopedia giudaica (16 voll.), Pietroburgo, 1906-1913; EGR: Enciclopedia giudaica russa, Mosca, II ed., 1994 in corso di pubblicazione; LMGR-1: Libro sul mondo giudaico russo dal 1860 al 1917, Unione degli ebrei russi, New York, 1968; LMGR-2: Libro sul mondo giudaico russo, 1917-1967, Unione degli ebrei russi, New York, 1968; RiE: La Russia e gli ebrei, YMCA Press, Parigi, 1978, ed. originale Berlino, 1924. 6 - A questo processo partecipò come perito mons. Giovanni Battista Prainatis, che scrisse per l’occasione Christianus in Talmude Judaeorum, un’antologia del Talmud in cui son riportati in ebraico e tradotti in latino i passaggi ferocemente anticristiani, tendenti a giustificare la condanna a morte di Cristo e l’uccisione dei cristiani. Esiste una traduzione italiana di questo libro sotto il titolo I segreti della dottrina rabbinica, Proceno di Viterbo, Effedieffe, 2001. |